GIAGLIONE E I SUOI BOSCHI

Giaglione è un paese appartenente alla Comunità Alta Valle di Susa. È situato a cavallo tra la Val Cenischia e l’Alta Valle di Susa, il centro del paese è situato a 750 metri di altitudine. Il suo territorio, che si estende dal confine con il comune di Susa (a circa 600 metri di altitudine) fino al confine francese (a quota 3378 metri alla Rocca d’Ambin), ha un’estensione di 33 kmq ed è quasi interamente ricoperto di boschi.

La diversa altitudine del territorio giaglionese, il tipo di terreno, la presenza o meno di acqua, la maggiore o minore esposizione al sole determinano specie di alberi, arbusti e piante molto varie ed interessanti.

Dai 600 ai 900 metri, i boschi che fanno da cornice all’abitato di Guaglione so no costituiti principalmente da:

Castagni

Tzatinhíe

Castagni innestati qualità marroni

Savatúu

Castagni spontanei

Boutzás

Pioppi

Arberoës

Roverelle

Rouro

Frassini

Freisoën

Ciliegi selvatici

Gratíe

Nelle zone più umide e lungo i corsi d’acqua crescono:

Saliconi

Saouzo

Betulle

Boëila

Salici

Vorza

Nella fascia che si trova tra i 900 e i 1500 metri si estendono grandi boschi costituiti principalmente da:

Faggi

Fou

Larici

Malézo

Pini silvestri

Pin

Inoltre tra questi alberi crescono esemplari di:

Aceri

Plaioën

Abeti

Sap

Maggiociondoli

Aborc

Noccioli

Doulanhíe

Ontani

Verna

Sorbi montani

Alíe

Sorbi degli uccellatori

Timèla

Una zona particolarmente interessante per le sue specie dio piante ed alberi è la Val Clarea (a quota 1200 metri) dove troviamo nella zona più bassa e umida boschi di Tiglio- Tilh, mentre nella zona più alta e rocciosa crescono, in mezzo agli alberi citati precedentemente esemplari di Tasso- Díiz e di Agrifoglio – Grivo.

Oltre i 1500 metri troviamo ancora boschi di Larici e di Faggi, poi cespugli di Ontano Bianco – Drozoës sempre più radi, cespugli bassi di Ginepro Strisciante – Dzenèvro e infine macchie di Rododendri – Brousèi e i verdi pascoli

IL BOSCO UNA VOLTA: RISPOSTA AI BISOGNI

Rendendoci conto di questa varietà e abbondanza di alberi, abbiamo capito che gli abitanti di Giaglione hanno sempre considerato il bosco una grande risorsa ed esso ha dato una risposta ai tanti bisogni dell’uomo come quello di scaldarsi, di costruirsi abitazioni, di costruirsi i mille oggetti e attrezzi di uso quotidiano, di nutrirsi, di curarsi.

COME VIVIAMO OGGI IL BOSCO

Noi bambini, oggi, con le nostre famiglie andiamo nel bosco solo qualche volta, molto meno di un tempo:

  • Per tagliare legna da ardere con mio papà (Stefano e Elena)

  • Per cercare funghi (Laura)

  • Per fare una passeggiata (Lauretta)

  • Per raccogliere le castagne e le noci in autunno (Alessia ed Ilenia)

  • Vicino al bosco io ho una baita, per cui vado a fare delle passeggiate per osservare i fiori, animali, insetti (Barbara)

  • Per raccogliere le foglie secche, in autunno, con mia nonna (Patrizia)

  • A Val Clarea vado nei boschi al pascolo con mia nonna in primavera e in autunno (Patrizia)

  • Per raccogliere rami piccoli e secchi caduti a terra, per fare le fascine che serviranno ad accendere il fuoco nella stufa (Simone)

  • Per raccogliere le noccioline in Val Clarea (Ilenia e Luca)

LE NOSTRE CONSIDERAZIONI

Il bosco, specialmente quello lontano dall’abitato di Giaglione, è ormai quasi del tutto abbandonato e i sentieri sono praticamente inaccessibili per la quantità di foglie, di rami secchi e di sterpaglie che ostacolano il passaggio. Se il bosco fosse più pulito e più curato sarebbe anche notevolmente ridotto il pericolo di incendi e gli alberi potrebbero crescere meglio. Il bosco sarebbe molto più bello!!

PER ME IL BOSCO È ….

  • Un posto dove ci sono tanti alberi. A me il bosco non piace perché ho paura di perdermi e ho paura dei cinghiali (Diego)

METODO DI LAVORO E DI RICERCA

Gli alunni della scuola elementare di Giaglione dopo aver esaminato il bosco nel loro territorio hanno voluto conoscere i molti aspetti del bosco nei tempi passati, al tempo dei nonni.

Sono state così effettuate delle ricerche attraverso discussioni in classe, proiezioni di diapositive, visioni di immagini e in modo particolare attraverso interviste presso i genitori e i nonni sui lavori caratteristici che si svolgevano nei tempi passati nei nostri boschi.

Il lavoro di ricerca sul bosco, è stato svolto dagli alunni di tutte le classi ma in modo più approfondito dalle classi III-IV e V.

Gli alunni di Giaglione sono:

  • Vayr Chiara

  • Sereno Diego

  • Annovazzi Fabio

  • Belletto Manuela

  • Ferrando Monica

  • Ponsero Carla

  • Sereno Barbara

  • Campo Bagattin Ivana

  • Belletto Ilenia

  • Borello Alessia

  • Ansaldi Simone

  • Maberto Luca

  • Richard Laura

  • Campo Bagattin Patrizia

  • Giors Laura

  • Belletto Stefano

  • Giors Barbara

  • Chiamberlando Elena

Luca alunno della classe III, ha condotto una ricerca all’interno della sua famiglia, intervistando in modo particolare il nonno Maberto Vincenzo di anni 75, professione falegname.

Le risorse del bosco:

il bosco nei dintorni di Giaglione, nei tempi passati era meno esteso di oggi, perché qualsiasi radura veniva utilizzata per tagliare erba con falci e falcetti, oppure per pascoli primaverili ed autunnali.

Il bosco nei tempi passati godeva migliore salute di oggi. L’abbattimento delle piante e la costruzione di strade nel bosco venivano fatte senza l’aiuto dio organi meccanici. Dal bosco gli abitanti di Giaglione ricavavano molte cose utili per la loro vita.

LEGNA

  • Per la costruzione di abitazioni: gli alberi più grossi venivano abbattuti con le scuri, tagliati e squadrati con seghe a mano e servivano come travi per tetti, porte e finestre delle loro abitazioni.

  • Per riscaldare le case e cuocere i cibi: altri alberi venivano usati per il riscaldamento, spaccati con mazze di legno e cunei di ferro. Tutte le frasche del sottobosco e i rami più piccoli che attualmente vengono abbandonati sul posto a marcire, venivano raccolti in fascine dalle donne per ardere nel camino, ma principalmente venivano portati ai fornai per cuocere il pane. I cespugli come il ginepro venivano usati per pulire i camini delle abitazioni.

  • Per la costruzione di attrezzi, oggetti per la casa, recipienti per la cantina: visto che la plastica no esisteva, molti attrezzi casalinghi venivano ricavati con il legno: usavano cespugli di frassino per manici di martelli, zappe, vanghe; cespugli di noccioli per manici di rastrelli, tagliavano legni piccoli a fettine per fare gerle, legni curvi per fare slitte (Leioës). Costruivano piatti, posate, taglieri, scodelle, matterelli da usare in cucina. Trovavano la materia prima nel bosco anche per costruire attrezzi per cantine come tini e botti.

  • Per sistemare le vigne: i contadini portavano a Giaglione anche tronchi piccoli di legno per fare dei pali da mettere nelle vigne e sostenere i filati di viti.

FOGLIE

In autunno nel bosco trovavano lavoro anche le donne di Giaglione: lasciavano il paese e salivano i vecchi sentieri di montagna (tzamín dla leia), con sulle spalle un rastrello di legno e sotto il braccio una coperta di canapa (cuvèrta de terló). Si fermavano quando i loro piedi affondavano come in un soffice tappeto nello spesso strato di foglie di faggio, di rovere, di castagno, di rametti secchi e di ricci. Aprivano la coperta, la stendevano per terra e con il rastrello la riempivano di fogliame. Legata ai quattro angoli se la caricavano sulla testa e ritornavano al paese. Le foglie servivano per preparare la lettiera alle mucche, alle capre e valle pecore nella stalla. Le foglie erano utili e nello stesso tempo,il bosco restava pulito.

FRUTTI

Anche conoscendo la ruota, gli abitanti di Giaglione portavano a spalle con le gerle i prodotti del bosco, specialmente in autunno, nel periodo della raccolta delle castagne, le quali in parte venivano vendute per ricavare qualche soldo, e in parte tenevano come cibo per sé e per gli animali. Dal bosco i giaglionesi ricavavano frutti selvatici: mirtilli, lamponi, fragoline e funghi. Si curavano con erbe medicinali del sottobosco: la genziana, le bacche di ginepro, le viole, la bardana, il mughetto senza ricorrere ai medici e alle farmacie.

TRASPORTO DEL LEGNAME

Il trasporto a valle più gravoso era affidato agli animali come i muli, i pezzi più piccoli erano trasportati dai giaglionesi con slitte ricavate sempre con il legname stesso. La catasta di legna….aspettava l’arrivo della neve per essere caricata sulla “Leia”.

La “Rama” veniva raccolta in fascine per bruciare nel camino o nel forno. Ora è lasciata sul posto a marcire.

INTERVISTA fatta da Ivana Campo Bagattin al nonno Signor Francesco Campo di anni 64

Il lavoro nel bosco in autunno

Alcuni decenni fa gli uomini e le donne raramente lavoravano in fabbrica, quindi per vivere e per sfamarsi lavoravano la terra e curavano il bosco. Sul finire dell’estate, si tagliavano i rami di castagno e di frassino per poi fare delle fascine con cui sfamare le pecore e le capre durante i mesi invernali. Nell’autunno, dopo la raccolta delle castagne, si ammucchiavano i ricci e si portavano vicino alle proprie abitazioni e, durante i mesi invernali, si aprivano per togliere le castagne rimaste con cui sfamare le persone e gli animali. Sempre dal bosco si raccoglievano le foglie cadute dagli alberi e si portavano nei solai per poi utilizzarle d’inverno nelle stalle e per fare la lettiera alle mucche. La raccolta delle foglie serviva anche per tenere pulito il bosco e preservarlo da eventuali incendi. Cadute le foglie, gli uomini tagliavano le piante per preparare la legna da ardere nelle proprie abitazioni, per preparare pertiche e pali da utilizzare nelle vigne, oppure vendevano i tronchi tagliati con asce e tirati a valle con muli o con slitte. Si tagliavano degli abeti e se usciva la resina la raccoglievano in barattoli per poi usarla come unguento su screpolature, distorsioni, ematomi. I vimini tagliati d’inverno, oltre ad essere usati per i lavori di campagna, come ad esempio per legare i rametti delle viti alle pertiche o fissare le viti ai pali, servivano a costruire cesti, vassoi, gerle. Nell’autunno gli uomini andavano in montagna a raccogliere nocciole per poi macinarle e ricavarne l’olio; raccoglievano mirtilli e lamponi per fare la marmellata, funghi da mettere sott’olio per poi mangiare in inverno.

Anche la maestra Maria Grazia ha chiesto notizie alla mamma Mirella Baroz, di professione coltivatrice diretta.

Faře la foëlhia

Verso settembre nel bosco facevamo la foëlhia che consisteva nel pulire i cespugli (bouèisounáa de baroës) dai rametti eccessivi (li foulhioët) e dai rami storti (li ram tourdúu) degli alberi di castagno e di frassino. Si facevano delle fascine con i rami ancora ricoperti di foglie, si lasciavano seccare per qualche giorno, si giravano in modo che seccassero da tutte le parti. Poi si portavano nel solaio le durante l’inverno si davano queste fascine alle pecore e alle capre le quali, nelle lunghe giornate, nelle stalle, brucavano le foglie secche ripulivano le fascine che servivano poi come legna per fare fuoco nel camino (fouié).

Intervista alla nonna di Barbara Giors della classe V

La nonna si chiama Elena Gallasso ed ha 65 anni.

Dall’intervista che ho fatto a mia nonna ho imparato le seguenti cose:

  • I prodotti del bosco che un tempo erano fonte di vita per i contadini del nostro territorio erano: la legna che si portava a casa con la leia, una slitta. E qualche volta la legna era trainata da un cavallo per mezzo di un trainóo, slitta più grossa.

  • Si raccoglievano le castagne e per effettuare il raccolto si usava una specie di martello chiamato picót. Il prodotto si portava a casa e si metteva a seccare in un luogo arieggiato. Quando si volevano usare si versa vano nel pitoë che divideva la polpa dalla buccia.

  • Nel sottobosco si raccoglievano molte erbe che servivano per curare le malattie, per esempio sui raccoglieva il lichene, il cui infuso serve per guarire la tosse e la raucedine; per lo stesso scopo si raccoglievano anche le violette. La resina serviva per fare degli impacchi quando c’erano degli ematomi. Inoltre si mettevano a macerare nello zucchero le piccole pigne appena nate e lo sciroppo ottenuto serviva a guarire la tosse. Si raccoglieva l’arnica che è una margherita gialla o arancione, che lasciata macerare per tanti mesi nella grappa, serviva per far calmare i dolori reumatici.

Con le verghe giovani delle ceppaie di castagno si facevano le oungletalhioës – strisce sottili per fare i gratin.

Le castagne portate a casa con il gratin venivano poi pestate nel pitoë.

I nonni di Barbara (classe II) le hanno raccontato come si procuravano la legna nei boschi.

Testimonianze di nonna Cecilia di anni 66 e del nonno Agostino Sereno di anni 72.

Come si tagliava il legno una volta:

una volta i giaglionesi quando andavano a fare la legna, si alzavano di solito quando era ancora buio e portavano con sé, sistemata in una gerla (grabín) tutta l’attrezzatura per il lavoro. Questa attrezzatura consisteva in seghe a mano, asce, mazze (masa), cunei (quin)e una bisaccia (sacapán) con qualcosa da mangiare per il pranzo.

Se invece la legna da tagliare era in grande lotto e occupava molte persone, queste risiedevano, durante il periodo del taglio della legna nelle baite vicine al posto di lavoro.

Con le accette abbattevano gli alberi e con le seghe sezionavano i tronchi, con i falcetti ripulivano i tronchi dai rami più piccoli.

Dove vi erano dei tronchi enormi per il cui peso non sarebbero stati trasportati, li spaccavano in più pezzi con l’uso della mazza e dei cunei.

La legna sezionata a questo punto veniva sistemata in grosse cataste (tèiza), mentre con i rami più piccoli si facevano le fascine legate con i legacci di legna molto flessibile o con fili di ferro. Se la legna tagliata si trovava in posti situati lontani dalle strade venivano montati dei fili a sbalzo sui quali, per mezzo di carrucole, venivano fatti scendere verso valle fasci di legna e fascine.

Dove non era possibile il trasporto immediato, la legna tagliata veniva accatastata e lasciata lì fino alla venuta della prima neve. Quando arrivava la neve, la gente si recava sul posto con delle slitte (leia). Caricava la leia di legna e la trainavano fino al luogo dell’utilizzo. Ciò avveniva per gran parte dell’inverno

Fousoët

Saputa per cuřee li bilhioún

Rèisa

Beitrèl

Quin

Masa

Masa d bóoc

Piélot

Piola

Piola carèiřa

Sapín

Alunna Patrizia Campo Bagattin della classe IV.

Resoconto dell’intervista a mia nonna Adelina Aschieris di anni 65.

una volta la gente per scaldarsi, per cucinare andava a raccogliere la legna nei boschi e si faceva dei “fasci”, poi si caricavano su una slitta di legno, costruita già dai nostri nonni con i tronchi degli alberi delle nocciole. Con essi si costruivano pure i rastrelli che si usavano a raccogliere il fieno, l’erba e le foglie in autunno.

In primavera si pulivano i prati dove il bosco era meno fitto e sotto i rami secchi e foglie si trovavano tante v”spugnole” (gařibouloës) e anche le lumache ancora chiuse nelle loro casette.

LOU BEITRÈL E LI COUMANGLO

Nei tempi antichi non c’erano i trattori, allora si andava nelle “boschine” per tagliare legna grossa e si adoperava il beitrèl, ossia una sega dalla lama lunga, poi si facevano trainare da muli ne somari. Con delle attrezzature adatte, per esempio, i coumanglo, cioè degli anelli di ferro molto robusti che si piantavano nei tronchi grossi, era possibile trainarli più facilmente legati ad una corda.

L’alunno Fabio Annovazzi ha conosciuto molte cose sui lavori che si facevano nel bosco nei tempi passati.

In particolare il nonno Annovazzi Paolo di anni 67 e residente a Giaglione gli ha spiegato come si faceva il carbone.

Gli alberi venivano abbattuti con la scure, sezionati con la sega a mano e suddivisi in base alla specie. Il bosco ceduo serviva come legna da ardere. Con il rovere e il faggio si faceva il carbone, sul posto dell’abbattimento degli alberi. Si ammucchiava la legna in verticale e si ricopriva con terra ben pressata e si dava fuoco. La cottura del carbone durava parecchi giorni, quindi necessitava di assistenza continua (giorno e notte).

A cottura ultimata e raffreddata veniva messa in sacchi di iuta e si portava a spalle a essere venduta.

I luoghi in cui si faceva il carbone si chiamavano tzarbounhíeroës.

Manuela (classe II) si è fatta raccontare dalla nonna Celestina Deyme di anni 65 come si faceva l’olio di noce-ouéle d nouèiza.

Durante il periodo autunnale i contadini tutte le mattine molto presto andavano nel bosco a raccogliere le noci per poi metterle a seccare nel solaio.

Nell’inverno quando nevicava, non potendo fare altri lavori, si andavano a prendere le noci.

Tutta la famiglia si radunava nella stalla a fare la velhiáa e così un po’ per uno schiacciavano le noci, separavano i gherigli dai gusci. Quando tutto era pronto si prendevano i gherigli e si macinavano finissimi, così tutto era pronto per fare l’olio. Si scaldavano le noci tritate in un recipiente e con un cucchiaio di legno si mescolava sempre, perché non attaccassero al fondo. Poi si metteva un sacchetto di tela di canapa – téila d mèizoun, benaggiustato nel torchio di legno, venivano deposti i gherigli ben caldi e poi lentamente venivano pressati ed ecco scendere pian piano l’olio giallo e limpido con un profumo gradevole.

Questo olio di noci veniva usato per condire l’insalata dando un gusto particolare ai cibi. Lo stesso procedimento si attuava per fare l’olio di mandorle. Oggi a Giaglione, ci sono ancora due o tre famiglie che fanno l’olio di noci e di mandorle.

LAVORAZIONI ARTIGIANALA DI GIAGLIONE CON PRODOTTI TIPICI

LAVORAZIONE DEI SALICI

Giaglione è un piccolo paese di montagna. Come tutti i paesi di montagna uno dei suoi prodotti è il legname con i derivati quali i salici.

In paese ci sono diverse persone in grado di lavorare i salici e fra queste spicca il sig. Battista Rumiano di anni 82, il quale è un vero artista nel fare i cestini di molteplici forme, tutti molto belli, ben rifiniti e ricercati.

La lavorazione dei salici che in patuà vengono chiamati curblíe (salici lunghi senza nodi) è molto complessa.

Inizia nel mese di gennaio con il taglio dei salici nel periodo di luna piena. Vengono riposti generalmente in cantina in un contenitore con dell’acqua; si lasciano riposare finché dalle gemme non spuntano le prime foglie. A questo punto si toglie la corteccia (la quale viene raccolta e messa ad essiccare per poi usarla nei mesi di giugno-luglio nella vigna per legare i rami nuovi delle viti) e i salici vengono messi ad essiccare per farli diventare più bianchi.

Ora inizia la vera lavorazione de salice curblíe.

Il sig. Battista li spacca a strisce. Con quelle più grosse forma lo scheletro, con le altre inizia l’intreccio con meticolosità, pazienza e precisione e dalle sue mani escono dei veri capolavori. Per fare un cestini piccolo occorrono dalle 10 alle 15 ore.

(Ricerca fatta dall’alunna Laura Richard al prozio Battista Rumiano)

LE BAMBOLE DI LEGNO

Mia nonna Rosina mi ha raccontato che quando era piccola non possedeva bambole come quelle di oggi che si acquistano nei negozi di giocattoli. A lei però piaceva molto giocare alle bambole: quando andava nei boschi con i suoi genitori, sceglieva dei pezzi di legno (i nodi dei castagni per la testa) e intagliava gli occhi, la bocca, metteva i capelli e la bambola era pronta per essere vestita e coccolata.

Anch’io ho voluto provare (con l’aiuto di mio zio) a trasformare un pezzo di legno in una….bambola…piuttosto pesante ed ingombrante.

ALBERI IN ONORE DEI SANTI

La nonna di Patrizia Campo Bagattin, alunna di quarta, racconta….

nella mia borgata, a San Giovanni, il giorno della festa, i procuratori della Cappella dedicata al Santo, piantavano solo per quel giorno due alberi di pino davanti alla Cappella e sull’ingresso di essa formavano un ponticello con delle frasche di aborc (in italiano maggiociondolo), cioè rami verdi con dei grappoli di fiori gialli con al centro il quadro di San Giovanni: tutto questo per onorare il santo.

Lo stesso giorno di San Giovanni, era ed è tuttora tradizione tagliare un ramo di noce e appenderlo a tutte le porte delle case del paese.

Le alunne Ilenia Belletto, Patrizia Campo Bagattin, Laura Giors hanno trovato notizie sul nome e sull’impiego di erbe del sottobosco sia per curare i malanni, che per altri usi.

Abbiamo riassunto in questa scheda:

Resina

Pagouló

Ricavata da larici ed abeti per medicamenti ed infusi

Bacche di ginepro

Dzenèivro

Infusi per curare disturbi di stomaco

Bacche di sambuco

Sambúu

Si otteneva una tintura per tingere maglie, calze, ecc

Fiori di tiglio

Tilh

Per curare bronchiti

Tiglio

La seconda corteccia

Medicinale per le mucche

Genziana

Dzansaouna

Radici per fare il liquore

Genziana

Foglie

Foglie: una volta si usavano al posto della carta per avvolgervi il burro per portarlo giù dalle montagne

Genzianella

Tsaousoës d coucouc

Digestivo

Iberico

Trécaram

Per ferite e fegato

Alchemilla

Èrba carolina

Per i disturbi del fegato

Gramigna

Gramoun

Coda cavallina

Vesperèla

Per fare urinare

Erba roberta

Èipartza

Per l’ematoma

Barba di becco

Barbabóc

Per il sangue

Verbena

Barbina

Per i dolori

Ortica

Ourtío

Decotto depurativi

Viola di montagna

Viuletó

Calmante per la tosse

Arnica

Flos d tabac

Impacchi per ematomi

Menta

Moënta

Digestiva, dissetante

Fanfara

Ounglása

Contro tosse, raffreddori, tracheiti

Rabarbaro alpino

Decotto per regolare le funzioni digestive

Serpillo

Serpolh

Per favorire la digestione e per le tossi catarrali

Asparago selvatico

Aspars servadzo

Si mangiano come gli asparagi coltivati, stimolatori delle vie urinarie

L’alunna Elena Chiamberlando della classe V ha chiesto notizie sui prodotti del bosco alla nonna Ada Sereno di anni 65 e ha preparato un elenco.

PRODOTTI DEL BOSCO E SOTTOBOSCO

Castagne

Fatte seccare per usare in inverno per la minestra o tritate finemente e mescolate con la farina di grano per fare il pane

Ciliegie selvatiche

Noccioline

Mirtilli

Usati per fare marmellate e sciroppi

Lamponi

Usati per fare marmellate e sciroppi

Funghi

Conservati sott’olio per l’inverno o fatti seccare

Erbe medicinali

Tiglio

Cime del pino

Serpillo

Gramigna

Malva

Menta

Genziana

Per curare la bronchite

Per purificare il sangue

Per rinfrescare il corpo

Per favorire la digestione

Per favorire la digestione

Alcune parti di alberi come il ciliegio, il frassino, il rovere, il castagno venivano utilizzate per essere lavorate in inverno:

  • per fare mobili ed oggetti utili alle donne come palette per dare la forma al burro

  • per fare delle posate

  • per fare degli arcolai

FAVOLA

L’alunna Laura Richard della classe III ha ascoltato la favola che le ha raccontato la nonna Benedetta Rossetto di anni 77. Laura ha scritto la storia illustrandola con un disegno.

La bèla nouèt trée fusáa per nouèt lhié fet.

(la bella della notte fa tre fusi per notte)

Questa favola si svolge a Tiracúu e a Bařigard (due località nei boschi sopra Giaglione).

C’erano due pastorelle: una bionda, bella e brava, l’altra bruna e invidiosa.

La pastorella bionda abitava a Bařigard ed era protetta da un folletto buono; alla sera, come vuole la tradizione, la pastorella bionda attraversava il bosco che da Bařigard porta a Tiracúu per la velhiáa (la veglia) con la pastorella bruna.

Il folletto dei boschi fuori de l’èitrablo (stalla), diceva: La bèla dla nouèt trée fusáa per nouèt lhié fet.

Durante la velhiáa la pastorella bionda riusciva infatti a fare tre fusáa mentre la pastorella bruna riusciva appena a farne una per sera.

La pastorella bruna diventava sempre più gelosa.

Quando la pastorella bionda ritornava a Bařigard, ogni tanti passi faceva un udzo (urlo), la pastorella bruna rispondeva con un altro udzo; questo proseguì per alcune settimane.

La pastorella bruna non sopportava più questa situazione, parlò al folletto cattivo di intervenire in suo favore. Il folletto cattivo chiamò dal bosco i suoi amici e riuscì a fare il malocchio alla pastorella bionda.

Quella sera la pastorella bionda come sempre riuscì a fare le sue tre fusáa, e dopo la velhiaa ritornò a Bařigard.

Per strada la pastorella bionda ogni tanti passi faceva un udzo, da Tiracuu rispondevano. Dopo poco tempo però, si sentì un urlo molto forte, poi più nulla. Al mattino seguente la pastorella di Tiřacúu con altre pastorelle andarono verso Bařigard e sul sentiero nel bosco trovarono la treccia e uno zoccolo della pastorella bionda.

LEGGENDA

La nonna di Laura ha poi ancora raccontato un’altra bella storia sulla Danza delle streghe ai Baloë.

Si racconta che nei tempi in cui si credeva alle streghe, alle masche, ai soursíe, nella piana dei Baloë (località) c’era il ritrovo delle streghe.

Alla sera dopo lunga giornata di lavoro, esse si ritrovavano in un bosco in cui c’era una piccola radura pianeggiante per danzare e parlare dei lavori per il giorno successivo. Dopo la danza nel Plan di Baloë le streghe decidevano in comune accordo le famiglie di Giaglione che dovevano aiutare e quelle che dovevano punire.

Si dice che ai Baloë nel luogo in cui danzavano le streghe ci sia ancora un sentiero a forma di cerchio; esso è privo di erba.

Il nonno di Barbara Giors, abitante a Chiomonte ha raccontato una simpatica storia

LA CAVALLA BIANCA

Una volta gli abitanti di Giaglione avevano venduto dei boschi, sopra Val Clarea, alla comunità di Chiomionte.

La comunità per pagare aveva usato una grande e bella cavalla bianca.

Senonché,fatto l’affare, i giaglionesi portarono la cavalla verso il loro paese, passando per la strada del Mulino, e videro che essa non si muoveva senza essere tirata per la cavezza ed allora guardandola attentamente, scoprirono che era cieca.

Capirono che erano stati ingannati dai chiomontini e si arrabbiarono con loro.

Oltretutto i chiomontini, quando erano nelle vigne di fronte a Giaglione, urlavano: Cavalla Bianca!!!- per schernire coloro che si erano fatti abbindolare. I giaglionesi, dall’altra parte della Dora risponrvano: Ladri, mangiapane a tradimento!!! Ed altre cose.

Una volta anche mia mamma sentì questa specie di conversazione e ne chiese il motivo a mio nonno che le raccontò questa simpatica storia come ieri l’ha raccontata a me.

La nonna di Ivana Campo, la signora Rosa ha raccontato questa bella leggenda.

TANTA LÉNA

Una leggenda narra di una vecchietta di Guaglione di nome Tanta Lena (Zia Lena). Viveva in una casetta in mezzo al bosco, e ogni qual volta il vento soffiava, sembrava che chiamasse: Tanta Léna, Tanta Léna!.

Quando la vecchietta morì, si dice che il vento, soffiando, smise di sibilare in quel modo per rispetto alla “Signora dei boschi”.