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Daniele Dalmasso "Linhas de temp"

Presentazione

Presentacion

di Matteo Rivoira - "Linhas de temp", Linee di tempo - Raccolta di poesie in lingua occitana, di Daniele Dalmasso

italiano

Esiste una generazione che ha ancora intravisto di scorcio – e magari vissuto, con i nonni o attraverso i loro occhi – un mondo che andava finendo. Un vivere fedele a modelli sorpassati, quasi antichi, apparentemente inerti al divenire degli ultimi tempi. E a quel mondo continuano a guardare, pur saldamente ancorati nel presente: senza chiamarsi fuori dalle contraddizioni ma senza nemmeno lasciarsene travolgere. Daniele Dalmasso appartiene a quella generazione e da quell’esperienza trae sostanza per la sua espressione linguistica, musicale e poetica, attraverso una lingua che come le sue radici affonda nella terra dei padri, la Val Vermenagna dove è cresciuto.

La scelta di scrivere in una lingua “altra”, relegata a una condizione subalterna dalla storia, se da un lato permette di attingere a un mondo di immagini potenti e vivide, come lo sono certi ricordi dell’infanzia, dall’altro ha anche un valore rivendicativo politico forte, nella misura in cui diventa simbolo di una reazione alla pressione dei modelli sociali ed economici e al loro potere omologante, in un mondo dove tot se pòl chatar, decò la libertat (Revelh) e dal quale le maschas e i sarvans sono scomparsi, dal temp que sem empestats da las tecnologias (Retornatz).

Dalmasso è poeta alla frontiera: un confine a volte sottile che separa un prima e un dopo, la montagna e la pianura, lingue diverse, che non sono solo l’occitano delle alte valli e il piemontese della pianura o quelle varietà intermedie tra le due, ma è anche l’italiano di una scolarizzazione importante e della cultura “alta” nella quale sono maturate le categorie di interpretazione del mondo attuale. Ed è poeta che varca continuamente queste frontiere, che gli sono compagne, come quella del crinale tra cielo e terra è companha de pastres e contrabandiers / gardiana d’las peaas esfonjaas dins lo temp (Paradís perdut).

In alto le montagne, teatro della vita di prima, in basso la pianura nebbiosa (o fumosa per le ciminiere) dove si è inevitabilmente trascinati dagli eventi: chal tombar aval, coma tombon las peiras dal valon (Adiu país). Lungo i crinali la libertà (la nuech quand arrubava dins ai sumis lo menava / a cerchar la libertat; Fogagna niera), in basso la servitù. Ma questo gioco di opposizioni è in fondo quello che troviamo in molti dei poeti occitani da questo lato delle Alpi, territorio strutturalmente di frontiera, sia nei testi migliori sia in quelli più deboli. E allora forse di generazioni a cavallo tra un prima e un dopo ne esistono più di una, nei quasi sessant’anni di produzione poetica occitana cisalpina dopo l’avvio del movimento occitanista (per alcuni provenzalista). Le collegano “linee di tempo”, come quelle che intitolano questa raccolta poetica. Linee, a volte porte, che connettono poesie e poeti che ritrovano nella lingua degli avi e nella propria esperienza di vita le parole per raccontare la precarietà del proprio inevitabile sradicamento.

E tuttavia Dalmasso, che pur denuncia e protesta contro i vari Minjafuec, ci offre al contempo anche qualche considerazione più disincantata: tot chambia, mas ren vai franc perdut (Lo temp), e quasi ottimista a tratti, se è vero che anche in questo momento di crisi sono possibili “primi giorni”, dove negli occhi di una bambina che si aprono è possibile vedere tuchi lhi reires / retornats al mond (anche se più spesso il ritorno all’amata montagna sembra essere riservato al vecchio divenuto saggio di Foganha niera, o a coloro che, in una prospettiva apocalittica, se ne scappano inseguiti dal cemento, come in Archa o, ancora, a chi sa vivere nel silenzio della solitudine come in Qui mielh de nosautri?).

Ma Dalmasso non finisce coll’irrigidirsi in questa prospettiva, passaggio apparentemente inevitabile per chi sceglie di poetare nell’occitano delle nostre valli, e lascia ampio spazio all’intimità delle piccole cose (Cotèl, Bici, Cubèrt), del mondo naturale osservato da chi ci è vissuto dentro da sempre e ne conosce il ritmo essenziale (Abelha, Revelh, Temporal, La Poslinera, Plòu…).

Qualche parola, infine, sulla lingua. Dalmasso scrive in una lingua letteraria, con versi a tratti fortemente ritmati – si riconosce l’autore di canzoni occitane – dove faremmo fatica a riconoscere specificità vernantine o limonesi, se volessimo cercarle là dove affondano le sue radici linguistiche, fatta salva forse la névera ‘neve’ di Chantapernitz, che però si affianca a néu in Paradís perdut. La grafia classica contribuisce certamente a questo allontanamento, si confronti per esempio la duplice versione di Frema/Frëmma, con la versione trascritta con una grafia di vaga ispirazione mistraliana (simile alla grafia dell’Escolo dóu Po) che rimane più vicina al parlato. Ma al di là della grafia vi sono scelte che rivelano una chiara volontà di non rimanere ancorato al dialetto natio, sia accogliendo termini astratti e colti estranei alla tradizione locale, che qui entrano, come è normale attendersi, dall’italiano, sia adottando forme occitane come il preterito, tempo verbale scomparso nelle varietà cisalpine, ma comune oltralpe: tuchi lhi Matè de torn venderon sa maire (Chapolums), Dal temp d’autri lops preneron lo comand (Lops). Non è operazione così scontata né da guardare con troppa sufficienza; credo piuttosto che sia ambiziosa, quasi velleitaria nella misura in cui i tentativi di “costruire” la varietà colta di una lingua che da secoli vive sulla bocca di pastori e montanari rimangono isolati sulle penne di pochi scriventi. Ma in fondo comporre poesie in una lingua minoritaria è essa stessa un’operazione doppiamente poetica, cioè creativa, nel senso che componendo versi si compone la lingua stessa. In questo senso continuare a scrivere in occitano cisalpino è un modo per nutrire la lingua di parole e bellezza.

Matteo Rivoira

Matteo Rivoira è cresciuto a Rorà in Val Pellice, dove nelle lunghe estati dell’infanzia passate in montagna con i nonni inizia a parlare in patois che diventa così una delle lingue principali che usa in famiglia e in paese. L’importanza di quelle esperienze si manifesta pienamente quando un incontro fortuito con Arturo Genre – che considera uno dei suoi maestri anche se lo ha incontrato una volta sola (ma ne ha letto e studiato a lungo gli scritti) – imprime una svolta decisiva ai suoi studi che si spostano dalla letteratura francese alla dialettologia, riportandolo per certi versi al punto da cui era partito, con la preparazione di una tesi di laurea dedicata ai nomi di luogo del paese. Il nuovo filone di interesse lo porta, per una serie di circostanze fortunate, a continuare anche dopo la laurea a collaborare all’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano. Più o meno contemporaneamente inizia il suo impegno nel campo della tutela e della promozione dell’occitano della sua valle. Successivamente inizia la sua attività presso l’Atlante Linguistico Italiano dell’Università di Torino, dove tuttora lavora; da qualche anno tiene anche corsi di dialettologia, spesso incentrati su tematiche relative alle minoranze linguistiche.

occitan

Exist na generacion que a encara vist d’esguinch – e magara viscut, abo lhi pairsiers o a travèrs lors uelhs – un mond que anava a finir. Un viure fidèl a de modèls sorpassats, esquasi antics, semelhant inèrts a lo devenir di darriers temps. E aquel mond continuen a gachar, bèla se ben estachats ental present: sensa se chamar fòra da las contradiccions mas sensa nimanc se laissar chapar. Daniele Dalmasso aparten an aquela generacion e d'aquela experiença tira fòra substança per son expression linguistica, musicala e poètica, a travèrs na lenga que coma sas raïtz esfonsa dins la tèrra di paires, la Val Vermenanha ente es creissut.

La chausia d'escriure dins na lenga “autra”, confinaa a na condicion subalterna da l'estòria, se d'un cant laissa pilhar a un mond d'images potentas e desgordias, coma son cèrti recòrds d'enfança, da l’autre a decò un valor rivendicatiu polític fòrt, dins la mesura ente devén símbol de na reaccion a la pression ai modèls socials e econòmics e a lors poers omologants dins un mond ente tot se pòl chatar, decò la libertat (Revelh) e d'ente las maschas e i sarvans son despareissuts, dal temp que sem empestats da las tecnologias (Retornatz).

Dalmasso es un poeta a la frontiera: un confin de bòts prim que partatja un derant e un après, la montanha e la plana, de lengas diferantas, que son pas masque l’occitan de las autas valadas e lo piemontés de la plana o aquelas varietat entermèdias entre las dui, mas es decò l’italian de n'escolarizacion importanta e de la cultura “auta” ente son maüraas las categorias d'interpretacion dal mond actual. E es un poeta que passa d'un contuni aquestas frontieras, que lhi son companhas, coma aquela dorsala entre cèl e tèrra es companha de pastres e contrabandiers / gardiana d’las peaas esfonjaas dins lo temp (Paradís perdut).

Amont las montanhas, teatre de la vita de derant, dessot la plana nèblosa (o fumosa per las chiminineas) ente én es inevitablament rabelat da lhi aveniments: chal tombar aval, coma tombon las peiras dal valon (Adiu país). Al lòng di crests la libertat (la nuech quand arrubava dins ai sumis lo menava / a cerchar la libertat; Fogagna niera), aval la servituda. Mas aqueste juec d'oposicion es a la fin aquel que trobem dins un baron de poètas occitans d'aqueste cant dlas Alps, territòri estructuralment de frontiera, sie enti tèxts melhors que dins aquilhi mai debles. E alora magara de generacions a caval entre un derant e un après la lhi a na mai d'una, dins lhi esquasi seissant’ans de produccion poètica occitana cisalpina après lo començament dal moviment occitanista (per qualqu'uns provençalista). Las lion de “linhas de temp”, coma aquelas que entitolon aquesta culhia poètica. De linhas, de bòts de pòrtas, que jonhon de poesias e poètas que retròbon dins la lenga di reires e dins lor experiença de vita las paraulas per contiar la precarietat dal pròpi inevitable desraïsament.

E totun Dalmasso, que totun denóncia e protèsta còntra lhi divèrs Minjafuec, nos uefre dal mesme temp decò qualque consideracion mai desenchantaa: tot chambia, mas ren vai franc perdut (Lo temp), e de bòts esquasi optimista, se es ver que decò ent aquest moment de crisi son possibles de “prims jorns”, ente dins lhi uelhs de na filheta que se duerbon es possible veire tuchi lhi reires / retornats al mond (bèla se mai sovent lo retorn a l'amaa montanha semelha èsser reservat al vielh devengut savi de Foganha niera, o an aquilhi que, dins na prospectiva apocalíctica, se’n escapon champairats da lo ciment, coma dins Archa o, encara, a qui sa viure ental silenci de la solituda coma dins Qui mielh de nosautri?).

Mas Dalmasso fenís pas abo lo s'enregedir dins aquesta prospectiva, passatge aparentement inevitable per qui chausís de poetar dins l’occitan de nòstras valadas, e laissa un ample espaci a l’entimitat de las pichòtas causas (Cotèl, Bici, Cubèrt), dal mond natural observat da qui lhi a viscut dedins da sempre e ne'n conois lo ritme essencial (Abelha, Revelh, Temporal, La Poslinera, Plòu…).

Qualque paraula, enfin, sus la lenga. Dalmasso escriu dins na lenga literària, abo de vèrs de bòts fortement ritmats – én reconois l’autor de chançons occitanas – ente faríem fatiga a reconóisser d’especificitat vernantinas o limonenchas, se volguéssem las cerchar ailai ente esfonson lors raïtz linguisticas, gavaa magara la névera de Chantapernitz, que però s'encantèla a néu dins Paradís perdut. La grafia clàssica contribuís segurament an aquest elunhament, se confronte per exèmple la dobla version de Frema/Frëmma, abo la version transcricha abo una grafia de vaga inspiracion mistralenca (semelhanta a la grafia de l’Escolo dóu Po) que ista mai da cant a lo parlat. Mas al delai de la grafia la lhi a de chausias que revelon na clara volontat de ren istar ancorat al dialècte natiu, sie en aculhent de tèrmes abstrachs e enlitrats forestiers a la tradicion locala, que aquí intron, coma es normal satendénder, da l’italian, sie en adoptand de fòrmas occitanas coma lo preterit, temp verbal despareissut dins las varietat cisalpinas, mas comuna da l'autre cant dlas Alps: tuchi lhi Matè de torn venderon sa maire (Chapolums), Dal temp d’autri lops preneron lo comand (Lops). Es pas n'operacion parelh escomptaa ni d'agachar abo tròpa sufisença; creo al contrari que sie ambiciosa, esquasi empossibla dins la mesura ente lhi temptatius de “bastir” la varietat enlitraa de una lenga que da sècles viu sus la bocha di pastres e montanhards iston isolats sus las plumas de pauqui scrivents. Mas sal som compausar de poesias dins una lenga minoritària es ilhe mesma n’operacion doblament poètica, o ben creativa, ental sens qu’en compausant de vèrs se compausa la lenga mesma. Dins aquest sens continuar a escriure en occitan cisalpin es un biais per norrir la lenga de paraulas e beutat.

Matteo Rivoira

Matteo Rivoira es creissut a Rorà en Val Pèlis, ente dins las lònjas istats de l'enfança pasaas en montanha abo lhi pairsiers comença a parlar en patois que la deven parelh una de las lengas principalas que adòbra en familha e a la vila. L’importança d'aquelas experienças se manifesta plenament quora un encòntre aürós abo Arturo Genre – que considera un di siei mèstres decò se l'a encontrat un bòt solet (mas n'a lesut e estudiat a lòng lhi escrits ) – imprím na viraa decisiva a lhi siei estudis que se meiron da la literatura francesa a la dialectologia, lo reportant per cèrtas manieras al ponch d'ente era partit, abo la preparacion de na tesi de làurea dediaa a lhi noms di luec dal país. Lo nòu filon d'interès lo mena, per na sèria de circustanças aürosas, a continuar decò après la làurea a collaborar a l’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano. Mai o menc dal mesme temp comença son empenh ental champ de la tutèla e de la promocion de l’occitan de sa valada. Seguentament comença la sia attivitat dins l’Atlante Linguistico Italiano dell’Università di Torino, ente encara trabalha; da qualque an ten decò cors de dialectologia, sovent incentrats sus tematicas relativas a las minoranças linguísticas.