Portal d’Occitània    Premio Ostana - Scritture in lingua madre

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Edizione 2014

Premio per la traduzione: Anthony Aquilina

FUQ IL-BAĦAR, Lil Henry Céard

"Premio Ostana scritture in Lingua Madre" edizione 2014

Premio per la traduzione: Anthony Aquilina
italiano

Il Professor Anthony (Toni) Aquilina è docente presso l’Università di Malta, nel Dipartimento di Traduzione, Interpretazione e Terminologia, ma collabora anche con la Faculty of Education (Scienze dell’Educazione) e con il Dipartimento di francese della Faculty of Arts (Lettere). I suoi settori di specializzazione sono la teoria e la pratica della traduzione dal francese in maltese e la letteratura francese e francofona dell’Ottocento e del Novecento.

Possiede il diploma in scienze dell’educazione del Malta College of Education, la laurea di primo livello in lingua e letteratura francese (B.A. Honours) dell’Università di Londra, e ha proseguito i suoi studi di specalizzazione in Francia all’Università di Poitiers (DI.M.A.V., M. ès L., D.E.A., D. ès L.). Ha partecipato a vari congressi internazionali sia a Malta che all’estero e ha pubblicato studi in riviste specializzate. È appassionato della traduzione di opere letterarie in maltese, specialmente dalla lingua francese, di cui segue l’elenco.

In riconoscimento del suo impegno a favore della diffusione della lingua francese a Malta è stato insignito dell’onorificenza di Chevalier et Officier dans l’Ordre des Palmes Académiques.

È nato nella città di Qormi, a Malta, nel 1954, è nel campo della traduzione ha al suo attivo i seguenti lavori:

Traduzione di opere letterarie francesi

L’Arlesienne” di Alphonse Daudet, 1993.

L’Eté” d’Albert Camus, 1997 e 2012.

L’Amie de Madame Maigret” di Georges Simenon, 1999.

Le Petit Prince” di Antoine de Saint Exupéry, 2000.

Marroca’ et autres contes” di Guy de Maupassant, 2003.

La symphonie pastorale” di André Gide, 2005.

En attendant Godot” di Samuel Beckett, 2006.

Le Donneur de l’eaubénite’ et autres contes” di Guy de Maupassant, 2007.

(Dall’inglese ) “Many Lives, Many Masters” di Brian Weiss, 2011.

L’Inutile beauté’ et autres histoires” di Guy de Maupassant, 2012.

Le dieu du carnage” di Yasmina Reza, 2013.

Comme s’il en pleuvait” di Sébastien Thiéry, 2014.

Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran” di Eric-Emmanuel Schmitt, 2014.

Co-autore ed editore

Théorie et pratique de la traduction littéraire français-maltais”, 2008.

Glossarju Franċiż-Malti / Malti-Franċiż, 2009.

Glossarju Ġermaniż-Malti / Malti-Ġermaniż”, 2012.

Literature in Translation”, 2013.

Studi letterari in antologie

Jiflu minijiethom”.

Symposia Melitensia – 1 e 4”.

Il-Malti – LXXV / LXXVI / LXXVIII / LXXXIV”.

Dawl Ġdid Fuq Vassalli”.

Baħħara tal-Kelma”.

L-Edukazzjoni hi Politika – Kitbiet Paolo Freire”.

The Fair Land – an Anthology of Maltese Literature”.

Autore di sottotitoli in maltese di opere cinematografiche

Les Choristes” di Christophe Barratier (con Mary-Jo Caruana).

Fight Club” di David Fincher (con Simon Cassar).

Le Havre” di Aki Kaurismäki (con Emanuela Vella). 


ANTOLOGIA  Anthony Aquilina


In mare

Tempo fa apparve sui giornali questa notizia:

Boulogne-sur-Mer, 22 gennaio – Ci scrivono:

Una terribile disgrazia ha portato la disperazione fra la nostra popolazione marittima, già tanto provata in questi ultimi due anni. L’imbarcazioe da pesca comandata da padron Javel, mentre entrava in porto, è stata trascinata verso ovest ed è andata a sfasciarsi sulle rocce del molo.

Nonostante gli sforzi del battello di salvataggio e le corde mandate per mezzo dell’apposito fucile, quattro uomini e il mozzo sono morti”.

Il maltempo continua. Si temono altre disgrazie.”

Chi è questo padron Javel? Forse il fratello del monco?

Se il pover’uomo trascinato dalle onde, e forse morto sotto i rottami della sua barca infranta, è la pesona che credo, costui aveva assitito, diciotto anni fa, a un altro dramma, semplice e terribile come sempre sono i possenti drammi del mare.

A quell’epoca Javel era proprietario d’una paranza.

La paranza è la barca da pesca per antonomasia. Solida da non temere alcun maltempo, con la pancia tonda, sballottata continuamente dalle onde come un tappo, sempre in giro, sempre frustata dai venti aspri e salati della Manica, batte il mare, infaticabile, con la vela gofia, trascinando sul fianco una gran rete che raschia il fondo del’oceano, stacca e trascina tutti gli animali che dormono fra le rocce, i pesci piatti incollati alla sabbia, i granchi pesanti con le tenaglie adunche, i gamberoni coi baffi e punta.

Quando la brezza è fresca e l’onda breve, la barca comincia a pescare. La rete è fissata lungo una grande asta di legno rinforzata di ferro che viene calata per mezzo di due gomene che scorrono su due rulli alle due estremità dell’imbarcazione. E la paranza, andando alla deriva sulla corrente, sottovento, si trascina dietro quest’apparato che devasta e sconvolge il fondo del mare.

C’erano a bordo con Javel il suo fratello minore, quattro uomini e un mozzo. Erano usciti da Boulogne con un bel tempo limpido per gettare la sciabica.

Ma presto si levò il vento e sopravvenne una burrasca che costrinse la paranza a fuggire. Arrivò alle coste inglesi, ma il mare sconvolto batteva sulle scogliere, si scagliava contro la terra, rendendo impossibile l’accesso ai porti. L’imbarcazione riprese il largo e tornò sulle coste francesi. La tempesta seguitava a rendere invalicabili i moli e copriva di schiuma, di frastuono e di pericolo tutti gli approdi di fortuna.

Di nuovo la paraza ripartì, correndo sul filo delle onde, sballottata, squassata, grondante, schiaffeggiata da masse d’acqua, ma nonostante tutto gagliarda, abituata al tempaccio che la costringeva a volte a errare per cinque o sei giorni fra i due paesi vicini, senza poter toccare né l’uno né l’altro.

Finalmente l’uragano si calmò, quando ancora si trovavano in mare aperto e, sebbene le onde fossero sempre forti, il padrone ordinò di gettare la sciabica.

Allora il grande ordigno di pesca fu fatto passare sopra il borgo e due uomini davanti e due dietro cominciarono a far scorrere sui rulli le gomene che lo tenevano.

D’improvviso toccò il fondo; ma un gran cavallone fece inclinare l’imbarcazione e Javel minore, che si trovava davanti per dirigere la calata della rete, barcollò e si trovò col braccio preso fra la corda momentaneamente allentata dalla scossa e il legno su cui stava scorrendo. Fece uno sforzo disperato, cercando con la mano libera di sollevare la gomena, ma già la sciabica tirava e il cavo irrigidito non cedette.

Contorcendosi dal dolore l’uomo chiamò aiuto. Accorsero tutti. Suo fratello laciò il timone. Si buttarono sulla corda, cercando di svincolare il braccio che essa stritolava. Fu inutile. “Bisogna tagliare”, disse un marinaio, ed estrasse un coltellaccio che con due colpi avrebbe potuto salvare il braccio di Javel minore.

Ma tagliare voleva dire perdere la sciabica, e quella sciabica valeva un mucchio di soldi, millecinquecento franchi; ed era di proprietà di Javel maggiore, che ci teneva alla sua roba.

Costui gridò disperato: “No, non tagliare; aspetta, metto sopravvento”. E corse al timone, girando tutta la barra.

Il battello obbedì appena, paralizzato dalla rete che frenava il suo slancio, e trascinato dalla forza della deriva e del vento.

Javel minore s’era lasciato cadere in ginocchio, coi denti stretti e gli occhi stralunati. Non diceva nulla. Suo fratello tornò, sempre con la paura del coltello d’un marinaio: “Aspetta, aspetta, bisogna mollare l’ancora”.

L’ancora fu gettata, fu filata tutta la catena, poi cominciarono a girare l’argano per allentare le corde della sciabica. Finalmente ci riuscirono e il braccio inerte, sotto la manica di lana insanguinata, fu liberato.

Javel minore sembrava inebetito. Gli tolsero il camiciotto e videro una cosa orribile: la carne tutta spappolata e il sangue che spicciava a fiotti, come spinto da una pompa. L’uomo si guardò il braccio e mormorò: “Fottuto”.

Poi, siccome l’emorragia formava una pozza sul ponte, uno dei marinai gridò: “Si sta dissanguando, bisogna legare la vena”.

Presero uno spago, un grosso spago bruno e incatramato, allacciarono il braccio sopra la ferita e strinsero a tutta forza. Gli schizzi di sangue diminuirono a poco a poco, finché finirono.

Javel minore si alzò, col braccio che gli penzolava sul fianco. Lo prese con l’altra mano, lo sollevò, lo torse, lo scosse. Era tutto rotto, le ossa spezzate, soltanto i muscoli trattenevano quel brandello del suo corpo. Lo guardava con occhio tetro, riflettendo. Poi si sedette su una vela piegata e i suoi compagni gli consigliaro di bagnare continuamente la ferita, per impedire il male nero.

Gli misero accanto un secchio e ogni tanto lui vi immergeva un bicchiere e bagnava l’orrenda piaga facendovi colare un filino d’acqua chiara.

Giù starai meglio”, gli disse suo fratello. Lui scese, ma dopo un’ora tornò su, non stava bene da solo. E poi preferiva l’aria aperta. Si sedette sulla vela e ricominciò a bagnarsi il braccio.

La pesca era buona. I grandi pesci col ventre bianco gli giacevano accanto, squassati dagli spasmi della morte: li guardava senza cessare di bagnarsi le carni straziate.

Mentre stavano per arrivare a Boulogne, si scatenò un altro temporale; e la navicella riprese la sua folle corsa, sussultando e impennandosi, scrollando l’infelice ferito.

Scese la notte. Il tempo restò brutto fino all’alba. Al levarsi del sole erano di nuovo in vista dell’Inghilterra, ma, dato che il mare era meno cattivo, ripartirono per la Francia bordeggiando.

Verso sera Javel minore chiamò i compagni, indicando certi segni neri, brutte tracce di putrefazione sulla parte del membro che non era più sua.

I marinai guardavano e dicevano la loro opinione.

Potrebbe essere il Nero”, diceva uno.

Bisognerebbe buttarci l’acqua salata”, disse un altro.

Portarono l’acqua salata e la versarono sulla piaga. Il ferito illividì, fece scricchiolare i denti, si contorse un poco, ma non gridò.

Appena il bruciore fu passato: “Dammi il coltello”, disse a suo fratello. Costui glielo tese.

Reggimi il braccio teso in aria, tiralo”.

Fecero come chiedeva.

Cominciò a tagliare da sè. Tagliava pian piano, con ponderazione, troncando gli ultimi tendini con la lama affilata come un rasoio: e presto restò soltanto il moncone. Mandò un profondo sospiro e disse: “Ci voleva. Ero fottuto”.

Pareva sollevato e respirava con forza. Ricominciò a versare acqua sul troncone di braccio che gli restava.

La notte fu nuovamente cattiva e non poterono toccare terra.

Appena si fece giorno, Javel minore prese il suo pezzo di braccio e lo guardò a lungo. La putrefazione era evidente. Anche i compagni vennero a esaminarlo, e se lo passavano di mano in mano, palpandolo, rigirandolo, annusandolo.

Suo fratello disse: “Ormai bisogna buttarlo in mare”.

Javel minore si adombrò: “Questo proprio no. Non voglio. È mio, perchè il braccio è mio”.

Lo prese e se lo mise tra le gambe.

Va a male lo stesso”, disse il maggiore. Allora il ferito ebbe un’idea. Per conservare il pesce quando stavano per molto tempo in mare lo mettevano a strati col sale in un barile.

Chiese: “Potremmo metterlo in salamoia”.

È vero”, dissero gli altri.

Vuotarono un barile, già pieno della pesca dei due giorni precedenti e, in fondo, ci misero il braccio. Poi ci versarono il sale e sopra, a uno a uno, rimisero i pesci.

Un marinaio disse questa spiritosaggine: “Purché non lo vendiamo al mercato”.

Tutti risero, meno i due Javel.

Il vento seguitava a soffiare. Bordeggiarono ancora, al largo di Boulogne, fino alle dieci del giorno seguente. Il ferito seguitava a gettarsi continuamente acqua sulla piaga.

Ogni tanto si alzava e camminva da una parte all’altra dell’imbarcazione.

Suo fratello, che stava al timone, lo seguiva con lo sguardo, scuotendo il capo.

Finalmente entrarono in porto.

Il medico esaminò la ferita e disse che era in buone condizioni. Fece una completa medicazione e prescrisse riposo. Ma Javel non volle andare a letto senza essersi ripreso il braccio e tornò al porto a cercare il barile, che aveva contrassegnato con una croce.

Lo vuotarono davanti a lui e si riprese il braccio, ben conservato nella salamoia, raggrinzito, fresco. Lo avvolse in un tovagliolo che aveva portato apposta e tornò a casa.

Sua moglie e i figli esaminarono a lungo quel resto del padre, palpando le dita e togliendo i pezzetti di sale rimasti sotto le unghie; poi chiamarono il falegname che prese le misure per una piccola bara.

Il giorno seguente l’intero equipaggio della paranza seguì il funerale del braccio mozzato. I due fratelli, a fianco a fianco, aprivano il corteo funebre. Il sacrestano della parrocchia teneva il cadavere sotto l’ascella.

Javel minore smise di navigare. Ebbe un impieguccio nel porto e dopo, quando parlava della sua disgrazia, confidava sottovoce al suo interlocutore: “Se mio fratello avesse voluto tagliare la paranza, io il braccio ce l’avrei ancora, di sicuro. Ma lui ci teneva alla sua roba”.

Maupassant: tutte le novelle – I Meridiani –

Arnoldo Montadori Editore


TESTO maltese


GUY DE MAUPASSANT

FUQ IL-BAĦAR


Lil Henry Céard

Dan l-aħħar qrajna fil-gazzetti l-linji li ġejjin:

Boulogne-sur-Mer, 22 ta’ Jannar – Il-korrispondent tagħna jgħidilna hekk:

Diżgrazzja kerha għadha kif xeħtet f’biża’ kbir lill-popolazzjoni marittima tagħna li issa diġà ilha sentejn imġarrba. Il-maltemp ħakem id-dgħajsa tas-sajd taħt l-ordnijiet tal-padrun Javel, hi u dieħla fil-port, u xeħetha n-naħa tal-Punent fejn spiċċat tfarrket mal-moll fuq il-blat ta’ kontra l-mewġ.

Minkejja l-isforzi tad-dgħajsa tas-salvataġġ u l-ħbula li nxeħtu permezz ta’ sparaċima għal t’apposta, ħallew ħajjithom erbat irġiel u ż-żagħżugħ tal-gverta.

Il-maltemp għadu għaddej. Hemm il-biża’ ta’ diżgrazzji kbar oħra.”

Dal-padrun Javel min jaħbat? Jaqaw jiġi ħu dak ta’ b’id waħda?

Jekk l-imsejken raġel jitqalleb fil-mewġ, u forsi mejjet taħt it-tifrik tad-dgħajsa mġarrfa tiegħu, hu dak li qed naħseb fih jien, allura diġà kien involut tmintax-il sena ilu fi traġedja oħra, terribbli u komuni bħalma dejjem ikunu dat-traġedji kbar tal-baħar.


Dak iż-żmien, Javel il-kbir kien padrun ta’ dgħajsa tat-tkarkir.

Id-dgħajsa tat-tkarkir m’hawnx bħalha għas-sajd. Dgħajsa samma li tiflaħ għal kwalunkwe temp, żaqqha għat-tond, titbandal bla hedu bħal tapp tas-sufra mal-mewġ, dejjem barra, imsawta l-ħin kollu mill-irjieħ mielħa u qawwija tal-fliegu la Manche, dejjem sejra taħrat il-baħar bla ma tegħja, bil-qlugħ miftuħin, tiġbed fuq ġenbha mixbek daqsiex hija u tobrox ma’ qiegħ l-Oċean, waqt li taqla’ u tiġbor il-ħlejqiet kollha reqdin qalb il-blat, il-ħut ċatt imwaħħal mar-ramel, il-granċijiet tqal b’saqajhom imqass, il-gambli b’mustaċċihom għall-ponta.

Meta ż-żiffa tkun friska u l-mewġa qasira, id-dgħajsa tagħti bidu għas-sajda. Il-mixbek jitwaħħal mat-tul kollu ta’ zokk twil u rqiq tal-injam mimli ħadid li jitniżżel ġol-ilma permezz ta’ żewġ gumni jiżżerżqu fuq żewġ argni wieħed f’tarf u ieħor it-tarf l-ieħor tal-lanċa. U d-dgħajsa, hi u tinġarr mar-riħ u l-kurrent, tiġbed magħha dan it-tagħmir li jżarma u jqaxxar qiegħ il-baħar.

Abbord Javel kellu miegħu lil ħuh iż-żgħir, erbat rġiel u żagħżugħ tal-gverta. It-temp kien ċar u bnazzi meta ħareġ minn Boulogne biex imur ikala l-gangmu.

Biss, ma damx wisq ma qam ir-riħ, u kellhom iħabbtu wiċċhom ma’ burraxka li ġiegħlet ’id-dgħajsa tat-tkarkir tparpar. Laħqet il-kosta tal-Ingilterra; iżda l-baħar imqalleb kien qed iballat fuq l-irdumijiet, jaħbat għall-art u jagħmilha impossibbli għalihom jidħlu fil-port. In-naqra ta’ dgħajsa reġgħet qalgħet ’il barra u ġiet lura mal-kosta Franċiża. It-tempesta baqgħet ma ħallithomx jaslu sal-mollijiet, u għalqet qalb il-ragħwa, l-istorbju u l-periklu, kull aċċess għall-kenn ta’ xi port.

Id-dgħajsa tat-tkarkir reġgħet telqet għal darb’oħra, tigri fuq dahar l-ilmijiet, titbandal, titheżżeż, tnixxi, tissawwat bil-ħalel tal-ilma, iżda, madankollu, felħana, imdorrija f’tempesti qawwija bħal dawn li xi drabi kienu jżommuha ħames jew sitt ijiem tiġġerra bejn iż-żewġ pajjiżi ġirien mingħajr ma tkun tista’ tilħaq il-wieħed jew l-ieħor.

Imbagħad sa fl-aħħar, x’ħin kienet bejn sema u ilma, l-uragan ikkalma, u għad li l-mewġ baqa’ b’saħħtu, il-padrun ordna li jinxteħet il-gangmu.

Għaldaqstant inħareġ ’il barra mid-dgħajsa t-tagħmir li kellhom għas-sajd, u żewġt irġiel fuq quddiem u tnejn oħra fuq wara, bdew jerħu fuq l-argni ċ-ċwiemi li kien qed jinżamm bihom. Ma damx ma mess qiegħ il-baħar; iżda ġara li mewġa għolja mejlet id-dgħajsa; Javel iż-żgħir, li kien jinsab fuq quddiem jidderieġi l-mixbek hu u nieżel, għotor u driegħu nqabad bejn il-ħabel li għal waqt wieħed illaxka bl-iskoss u l-injam tal-argnu li kien qiegħed jiżżerżaq miegħu. Hu għamel sforz indemonjat ħalli jittanta jgħolli ċ-ċima b’idu l-oħra, iżda x-xibka diġà kienet bdiet tkarkar u l-gumna stirata b’xejn ma riedet iċċedi.

Ir-raġel jitkagħweġ bl-uġigħ għajjat kemm felaħ. Ilkoll grew biex jagħtuh l-ajjut. Ħuh telaq it-tmun minn idejh. Huma nxteħtu jissaraw mal-ħabel u minn kollox għamlu sabiex jaqalgħulu driegħu mħaxken taħtu. Kien kollu għalxejn. “Jeħtieġ li naqtgħuh”, qal baħri minnhom; u silet sikkina kbira mill-but, li b’żewġ daqqiet biha seta’ ċarrtu u salva driegħ Javel iż-żgħir.

Iżda jċarrtu kien ifisser li jintilef il-gangmu, u dak il-gangmu kien jiswa l-flus, ħafna flus, elf ħames mitt frank; u dan kien proprjetà ta’ Javel il-kbir, li ħwejġu ara biss min imisshomlu.

Le, taqtax, stenna; ħa nolza biex nirkeb ir-riħ”, għajjat, qalbu mtertqa. Hawn hu ġera lejn it-tmun u dawru kollu kemm hu ’l isfel.

Id-dgħajsa bilkemm kemm tħarrket, miżmuma kif kienet minn dak il-mixbek jimmobilizzalha l-forza dinamika tagħha, barra milli kienet maħkuma mill-qawwa tar-riħ u tal-mewġ bla kontroll.

Javel iż-żgħir intelaq għarkupptejh, snienu mgħażża u b’ħarsa ta’ miġnun f’għajnejh. Ma lissinx kelma waħda. Ħuh reġa’ lura fejnu, bil-biża’ ma taqta’ xejn fuqu li xi baħri juża s-sikkina: “Stenna, stenna, taqtax; jeħtieġ nixħtu l-ankra.”

L-ankra nxteħtet sat-tarf nett tal-katina; imbagħad huma qabdu jissaraw mal-argnu kemm felħu biex jillaxkaw iċ-ċwiemi tal-gangmu. Sa fl-aħħar irħew, u ħarġulu driegħu mitluqa bla ħajja, ġo komma tas-suf imċappsa bid-demm.

Javel iż-żgħir kellu bixra ta’ wieħed belhieni. Neħħewlu l-ġersi minn fuqu u raw xi ħaġa tal-waħx, ċappa laħam bid-demm nieżel minnha gelgul tant li kont tgħid qed jinbeżaq minn ġo pompa. Hawnhekk ir-raġel ta ħarsa lejn driegħu u lissen: “Tfottejt”.

Imbagħad, billi l-emoraġija ġabet għadira demm fuq il-gverta tad-dgħajsa, wieħed mill-baħrin għajjat: “ Da’ sa jiżvina; jeħtieġ norbtulu l-vina.”

Huma għaldaqstant qabdu spaga, spaga kannella ħoxna midluka bil-qatran, u wara li dawruhielu ma’ driegħu, ’il fuq mill-ferita, issikkawha kemm felħu. Id-demm ma baqax ifawwar u bil-mod il-mod kien qed ibatti: sa ma spiċċa biex waqaf għal kollox.


Javel iż-żgħir qam bilwieqfa, driegħu jitbandal ma’ ġenbu. Qabdu b’idu l-oħra, qandlu, dawru, ċaqilqu. Kien għal kollox imtertaq; l-għadam imfarrak; il-muskoli biss kienu qed iżommu dil-parti ta’ ġismu. Qagħad jikkontemplaha b’ħarsa mitfija, ħosbien. Imbagħad qagħad bilqiegħda fuq qlugħ li kien hemm mitni, u sħabu wissewh biex iżomm il-ferita mxarrba li ma tmurx tinfetta bid-demla s-sewda.

Qegħdulu barmil ħdejh, u minn waqt għal ieħor, hu kien itella’ minnu b’tazza, u jbaħbaħ il-waħx ta’ ferita miftuħa bi ftit ilma ċar iċarċar għal fuqha.

Aktar tkun komdu isfel”, qallu ħuh. Hu niżel, iżda reġa’ tela’ wara siegħa, għax xejn ma ħassu f’siktu sulu waħdu. U mbagħad, hu kien jippreferi l-arja ta’ barra. Reġa’ qagħad bilqiegħda fejn kien fuq il-qlugħ u beda jbaħbaħ driegħu mill-ġdid.

Is-sajda ħalliet qabda tajba. Il-ħut kbir żaqqhom bajda kien qiegħed mixħut hemm maġenbu, iferfer bl-ispażmi tal-mewt; hu qagħad iħares lejhom bla ma jieqaf iraxxax bl-ilma laħmu mtertaq.


Hekk kif kienu sa jidħlu lura Boulogne, qam riefnu mill-ġdid; u n-naqra ta’ dgħajsa reġgħet bdiet il-ġirja tagħha tal-ġenn, tiela’ u nieżla titkabras mal-mewġ, u triegħed lill-imsejken ferut.

Daħal il-lejl. It-temp baqa’ qalil sa ma sebaħ. X’ħin telgħet ix-xemx intlemħet mill-ġdid l-Ingilterra, iżda billi l-baħar kien anqas imqalleb, reġgħu qabdu triqithom lejn Franza kontra r-riħ, bit-tidwir.

Kmieni filgħaxija, Javel iż-żgħir sejjaħ lil sħabu u wriehom xi tbajja’ suwed li kellu, dehra tkexkex tassew ta’ taħsir fuq il-parti ta’ driegħu li ħassha barrietu.

Il-baħrin qalu x’jaħsbu huma u jħarsu:

Ma niskantax jekk hi s-Sewda”, esprima ruħu wieħed minnhom.

Aħjar jissulmustruha”, wissa wieħed ieħor.

Għaldaqstant inġieb l-ilma bil-melħ u ferrgħuh fuq il-ġrieħi. Il-ferut sfar, għażżaż snienu, tkagħweġ xi ftit; iżda ma għajjatx bl-uġigħ.

Imbagħad, meta battielu l-ħruq qal lil ħuh: “Agħtini s-sikkina tiegħek.” Ħuh newwilhielu.

Żommli driegħi wieqaf ’il fuq; drittah, iġbdu kemm tiflaħ.”

Għamillu kif talbu.

U hawn huwa qabad jaqta’ driegħu hu stess. Qata’ bil-mod il-mod, b’attenzjoni, jaħsad l-aħħar ħjut tal-għeruq b’dik ix-xafra misluta daqs mus tal-leħja; u ma damx ma kien għad fadal biss biċċa żgħira minn fuq. Ħa nifs twil bi tnehida u gerwel: “Bilfors kelli nagħmilha. Tfottejt.”

Deher li straħ u kien qed jieħu nifsijiet qawwija. Hu reġa’ beda jferra’ l-ilma fuq il-biċċa driegħi li kien għad baqagħlu.

Bil-lejl it-temp kien għadu ħażin u ma setgħux jinżlu l-art.

X’ħin sebaħ, Javel iż-żgħir qabad driegħu mħanxar u qagħad jiflih fit-tul. It-taħsir kien feġġ. Sħabu wkoll ġew jifluh, u għaddewh minn id għal oħra, iteftfu fih, idawruh, u jxammu.

Ħuh qallu: “Aħjar tarmiha l-baħar dik issa.”

Iżda Javel iż-żgħir sibel: “Afli le! Tarax! Ma rridx qed ngħidlek. Dan tiegħi, le, ladarba driegħi.”

Hu reġa’ ħadu u qiegħdu bejn riġlejh.

Mhux se żżommu milli jrabbi l-marċa b’daqshekk”, qallu ħuh il-kbir. Hawn lill-ferut ġietu idea. Biex il-ħut ma jeħżienx meta jagħmlu żmien twil fuq il-baħar, kienu jimballawhom ġol-krietel tal-melħ.

M’nistewx impuġġuh fis-selmura”, staqsieh.

Tabilħaqq”, stqarrew l-oħrajn.

Hawn huma żvojtaw wieħed mill-krietel, diġà mimli bil-ħut li kienu qabdu fil-jiem ta’ qabel; u fil-qiegħ nett poġġew id-driegħ. Ferrxu l-melħ fuqu, imbagħad qiegħdu l-ħut lura f’posthom, waħda waħda.

Wieħed mill-baħrin biex jiċċajta qal: “Sakemm ma nispiċċawx inbigħuh fl-irkant.”

U kulħadd infexx jidħak, minbarra l-aħwa Javel.

Ir-riħ kien għadu qed jonfoħ. Intlemħet Boulogne u baqgħu għaddejjin kontra r-riħ bit-tidwir sal-għaxra tal-għada filgħodu. Il-ferut ma waqafx jixħet l-ilma fuq il-ġerħa li kellu.

Minn ħin għall-ieħor hu kien iqum jimxi minn naħa s’oħra tad-dgħajsa.

Irnexxielhom sa fl-aħħar jidħlu gewwa fil-port.

It-tabib eżamina l-ferita, u qatagħha li kienet ġejja għall-aħjar. Infaxxahielu sew u ordnalu l-mistrieħ. Iżda Javel ma riedx imur f’soddtu mingħajr ma jkun reġa’ ħa driegħu; u mar malajr lura fil-port biex isib il-kartell li hu kien ħażżu b’salib.

Battluh quddiemu u hu ħa driegħu mill-ġdid, ippreservat tajjeb fis-salmura, imkemmex, imreżżaħ. Kebbu f’xugaman li ġab miegħu għal dak l-għan, u daħal lura f’daru.

Martu u wliedu flew fit-tul id-driegħ mejjet tal-missier, messewlu subgħajh, neħħewlu l-frak tal-melħ li kien għad baqa’ taħt difrejh; imbagħad ġabu mastrudaxxa biex jaħdimlu tebut ċkejken.

L-għada l-ekwipaġġ kollu tad-dgħajsa tat-tkarkir imxew wara l-funeral tad-driegħ imħanxar. Iż-żewġ aħwa, maġenb xulxin, mexxew il-korteo funebri. Is-sagristan tal-parroċċa żamm il-katavru taħt abtu.

Javel iż-żgħir ma baqax ibaħħar. Kiseb naqra ta’ mpieg il-port, u meta aktar tard kien jitkellem fuq l-aċċident li kellu, kien iżid jgħid lis-semmiegħ tiegħu minn taħt l-ilsien: “Kieku ħija kien lest jaqta’ l-ħabel tal-gangmu, kieku driegħi għadu għandi, żgur mhux forsi. Iżda dak, ma tmisslux ħwejġu kif ġieb u laħaq.”


(12 ta’ Frar 1883)