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Edizione 2015

Fantasmi antichi e rinascite occitane

Fantòmes vielhs e renaissença occitana

di Antonia Arslan

Fantasmi antichi e rinascite occitane
italiano

Mi giungevano, in quel pomeriggio di giugno, come dietro un velo variopinto e attraente, i suoni della lingua occitana, quella che si parla nelle alte valli del Piemonte occidentale come nella Guascogna e nel Limousin. I confini degli stati moderni non vogliono dire nulla per i montanari delle Alpi, abituati ai grandi ostacoli fisici da valicare, non alle sbarre dei confini umani.

Era una lingua quasi perduta, la loro. Come mi dissero lassù, nel bel borgo di Ostana: “almeno gli armeni non hanno mai dimenticato il nome della loro lingua; noi, al paese, la chiamavamo 'la lingua di noialtri', come un umile dialetto contadino, e non sapevamo più le sue nobili origini e le sue splendide, antiche tradizioni...”

Era un comune moribondo, Ostana. E invece oggi rifiorisce di una cultura rinata, di gente che vi abita, di calore umano, di cibo condiviso, fino alla grande festa di un premio dedicato alle “scritture in lingua madre”: voci che si spengono, lingue che sono minacciate di estinzione.

Quest'anno ci sono andata. Nella lunga valle serpeggiano e si intrecciano tanti suoni diversi, scivolano lungo la strada, lambiscono le vecchie case, finché in un magico istante si compone una nuova misteriosa lingua, in cui ogni parola è come un petalo, una lieve barchetta che naviga sul mare di una misteriosa comprensione.

Una donna sapiente mi ha descritto l'angoscia di quella lenta malattia che è perdere - un pezzo alla volta - la lingua in cui si è cresciuti: e ho capito improvvisamente quanto un simile pauroso impoverimento stia capitando anche all'italiano, vittima di assurdi neologismi inglesizzanti che sembrano vestirlo di piume moderne, perline di inutile chincaglieria.

In quei giorni mi sono come immersa in una danza affettuosa che tutti ci ha coinvolti. Chi è davvero Niillas Holmberg il sami, lappone dell'estremo Nord dal furbo sorriso nel viso rotondo di bambino appena cresciuto, sotto i capelli lisci e gli occhi un po' a mandorla? Poeta, musicista, attore, canta le sue melopee quasi avvolgendosi in esse, facendosene cullare come da una ninnananna incantata, e il pubblico comincia a ripetere con lui quelle poche oscure sillabe, come mangiando un cibo prezioso offerto da dei benevoli: ma nel viso rotondo di bambino appena un poco cresciuto la sua poesia è alta e matura, e distilla saggezza.

E Jun Tiburcio il messicano, dell'antica lingua dei tutunakù, il piccolo folletto che appariva e spariva col sombrero in testa, pronto a cantare e a poetare l'umile forza del suo popolo e la gioia della bellezza del colibrì? Molto li avrebbe capiti Daniel Varujan l'armeno, che morì fra le prime vittime del genocidio del 1915, avendo in tasca come ultimo viatico Il canto del pane, la splendida elegia contadina della sua lingua e della sua terra.

occitan

M’arribavon dins aquel après metzjorn de junh, coma darreire un vel pintrat e atraent, lhi sòns de la lenga occitana, aquela que se parla dins las autas valadas dal Piemont occidental parelh coma dins la Gascònha e lo Limosin. Lhi confins de lhi Estats modèrns vòlon pas dir ren per lhi montanars des Alps acostumats ai grands obstacles fisics da sobrar mai que a n’aqueli di confins umans.

Era una lenga esquasi perdua, la lor. Coma dision ailamont dins lo jòli borg d’Ostana “almenc lhi armens an pas jamai eissubliat lo nom de lor lenga, mentre que nosautres al país la sonavon “la lenga de nosautres”, coma un umil dialecte païsan, sabion pas de sas nòblas oríginas e de sas formidablas e vielhas tradicions”.

Era una Comuna moribonda Ostana. Encuei reflorís d’una cultura renaissua, de gents que lhi viu, de calor uman, de minjar en convivéncia, fins a la granda fèsta d’un premi dediat a las “escrituras en lenga maire”: vòutz que se tupon, lengas que son menaçaas de s’esténher. 

Aquest’an lhi siu anaa. Dins la lònja valada viroleon e s’entreçon ben de sòns diferents, corron per la via, careceon las vielhas maisons, fins que dins un magic moment se compausa una nòva lenga misteriosa, ente chasque paraula es coma un petal d’una flor, una legiera barca que vira dins la mar d’una misteriosa comprension. 

Una frema sabenta m’a descrich l’angoissa d’aquel lent malaise qu’es pèrder – un tòc al bót - la lenga abo la quala sies creissua e ai comprés tot d’un crèp coma un parier paurós empauriment arriba decò per l’italian, victima d’absurdes neologismes anglesisants que semelhon lo vestir de modèrnas plumas, perlinas d’una inutila quinqualheria.

Dins aquilhi jorns me siu banhaa dins un’afectuosa dança que tuchi a truchat. Qui es verament Nillas Holmberg lo sami, lapon de l’extrème Nòrd, dal furb sorrís dins son morre arreond de minat just creissut, dessot lhi pels suelis e lhi uelhs un pauc a amanda? Poeta, musicaire, actor, chanta sas nènias s’enrocant dins elas, en se fasent cunar coma una nina-nana enchantaa, e lo públic repilha abo el aquelas oscuras sillabas, coma en minjant qualquaren de preciós ofèrt da de benevòls: mas dins lo morre arreond de minat just un pau creissut la sia poesia es auta e maüra, e cola satgessa.

E Jun Tiburcio lo mexican, dins la vielha lenga di tutunakú, lo pichòt sarvan, que apareis e despareis abo son sombrero sal cap, prèst a chantar e poetar l’umila fòrça de son pòble e la jai e la beltat dal colibrì? Ben lhi auria comprés Daniel Varujan, l’armen que es mòrt entre las premieras victimas dal genocidi del 1915, abo en sacòcha coma derrier viàtic “Il canto del pane”, la jòlia elegia contadina de sa lenga e de sa tèrra. 


Fantasmi antichi e rinascite occitane

Fantòmes vielhs e renaissença occitana

di Antonia Arslan

Fantasmi antichi e rinascite occitane
italiano

Mi giungevano, in quel pomeriggio di giugno, come dietro un velo variopinto e attraente, i suoni della lingua occitana, quella che si parla nelle alte valli del Piemonte occidentale come nella Guascogna e nel Limousin. I confini degli stati moderni non vogliono dire nulla per i montanari delle Alpi, abituati ai grandi ostacoli fisici da valicare, non alle sbarre dei confini umani.

Era una lingua quasi perduta, la loro. Come mi dissero lassù, nel bel borgo di Ostana: “almeno gli armeni non hanno mai dimenticato il nome della loro lingua; noi, al paese, la chiamavamo 'la lingua di noialtri', come un umile dialetto contadino, e non sapevamo più le sue nobili origini e le sue splendide, antiche tradizioni...”

Era un comune moribondo, Ostana. E invece oggi rifiorisce di una cultura rinata, di gente che vi abita, di calore umano, di cibo condiviso, fino alla grande festa di un premio dedicato alle “scritture in lingua madre”: voci che si spengono, lingue che sono minacciate di estinzione.

Quest'anno ci sono andata. Nella lunga valle serpeggiano e si intrecciano tanti suoni diversi, scivolano lungo la strada, lambiscono le vecchie case, finché in un magico istante si compone una nuova misteriosa lingua, in cui ogni parola è come un petalo, una lieve barchetta che naviga sul mare di una misteriosa comprensione.

Una donna sapiente mi ha descritto l'angoscia di quella lenta malattia che è perdere - un pezzo alla volta - la lingua in cui si è cresciuti: e ho capito improvvisamente quanto un simile pauroso impoverimento stia capitando anche all'italiano, vittima di assurdi neologismi inglesizzanti che sembrano vestirlo di piume moderne, perline di inutile chincaglieria.

In quei giorni mi sono come immersa in una danza affettuosa che tutti ci ha coinvolti. Chi è davvero Niillas Holmberg il sami, lappone dell'estremo Nord dal furbo sorriso nel viso rotondo di bambino appena cresciuto, sotto i capelli lisci e gli occhi un po' a mandorla? Poeta, musicista, attore, canta le sue melopee quasi avvolgendosi in esse, facendosene cullare come da una ninnananna incantata, e il pubblico comincia a ripetere con lui quelle poche oscure sillabe, come mangiando un cibo prezioso offerto da dei benevoli: ma nel viso rotondo di bambino appena un poco cresciuto la sua poesia è alta e matura, e distilla saggezza.

E Jun Tiburcio il messicano, dell'antica lingua dei tutunakù, il piccolo folletto che appariva e spariva col sombrero in testa, pronto a cantare e a poetare l'umile forza del suo popolo e la gioia della bellezza del colibrì? Molto li avrebbe capiti Daniel Varujan l'armeno, che morì fra le prime vittime del genocidio del 1915, avendo in tasca come ultimo viatico Il canto del pane, la splendida elegia contadina della sua lingua e della sua terra.

occitan

M’arribavon dins aquel après metzjorn de junh, coma darreire un vel pintrat e atraent, lhi sòns de la lenga occitana, aquela que se parla dins las autas valadas dal Piemont occidental parelh coma dins la Gascònha e lo Limosin. Lhi confins de lhi Estats modèrns vòlon pas dir ren per lhi montanars des Alps acostumats ai grands obstacles fisics da sobrar mai que a n’aqueli di confins umans.

Era una lenga esquasi perdua, la lor. Coma dision ailamont dins lo jòli borg d’Ostana “almenc lhi armens an pas jamai eissubliat lo nom de lor lenga, mentre que nosautres al país la sonavon “la lenga de nosautres”, coma un umil dialecte païsan, sabion pas de sas nòblas oríginas e de sas formidablas e vielhas tradicions”.

Era una Comuna moribonda Ostana. Encuei reflorís d’una cultura renaissua, de gents que lhi viu, de calor uman, de minjar en convivéncia, fins a la granda fèsta d’un premi dediat a las “escrituras en lenga maire”: vòutz que se tupon, lengas que son menaçaas de s’esténher. 

Aquest’an lhi siu anaa. Dins la lònja valada viroleon e s’entreçon ben de sòns diferents, corron per la via, careceon las vielhas maisons, fins que dins un magic moment se compausa una nòva lenga misteriosa, ente chasque paraula es coma un petal d’una flor, una legiera barca que vira dins la mar d’una misteriosa comprension. 

Una frema sabenta m’a descrich l’angoissa d’aquel lent malaise qu’es pèrder – un tòc al bót - la lenga abo la quala sies creissua e ai comprés tot d’un crèp coma un parier paurós empauriment arriba decò per l’italian, victima d’absurdes neologismes anglesisants que semelhon lo vestir de modèrnas plumas, perlinas d’una inutila quinqualheria.

Dins aquilhi jorns me siu banhaa dins un’afectuosa dança que tuchi a truchat. Qui es verament Nillas Holmberg lo sami, lapon de l’extrème Nòrd, dal furb sorrís dins son morre arreond de minat just creissut, dessot lhi pels suelis e lhi uelhs un pauc a amanda? Poeta, musicaire, actor, chanta sas nènias s’enrocant dins elas, en se fasent cunar coma una nina-nana enchantaa, e lo públic repilha abo el aquelas oscuras sillabas, coma en minjant qualquaren de preciós ofèrt da de benevòls: mas dins lo morre arreond de minat just un pau creissut la sia poesia es auta e maüra, e cola satgessa.

E Jun Tiburcio lo mexican, dins la vielha lenga di tutunakú, lo pichòt sarvan, que apareis e despareis abo son sombrero sal cap, prèst a chantar e poetar l’umila fòrça de son pòble e la jai e la beltat dal colibrì? Ben lhi auria comprés Daniel Varujan, l’armen que es mòrt entre las premieras victimas dal genocidi del 1915, abo en sacòcha coma derrier viàtic “Il canto del pane”, la jòlia elegia contadina de sa lenga e de sa tèrra.