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Edizione 2015

Premio Internazionale: Jacques Thiers [Ghjacumu Thiers]

A funtana d'Altea

"Premio Ostana Scritture in Lingua Madre" edizione 2015

Premio Internazionale: Jacques Thiers [Ghjacumu Thiers]
italiano

Nato a Bastia nel 1945, residente a Biguglia. Ghjacumu Thiers ha insegnato lettere classiche a Nizza, Ajaccio e Bastia prima di entrare all’Università della Corsica nel 1983, dove ha occupato per lungo tempo la cattedra di lingua e cultura corsa come professore ordinario. Ha un dottorato in linguistica che lo ha abilitato a dirigere ricerche. Ha inoltre ricoperto varie funzioni amministrative ed educative, tra le quali la direzione dei Servizi d’informazione e di orientamento (SUIO) presso l’Università della Corsica e del Corso di Comunicazione applicato allo sviluppo delle risorse regionali.

Thiers è una figura di grande spicco nella nascita e nello sviluppo del Movimento culturale, linguistico e letterario sviluppatosi dopo gli anni 70, ossia del “Riacquistu”(Riappropriazione), in cui si è distinto come poeta, drammaturgo, giornalista e romanziere.

Compositore ha scritto numerosi testi per gruppi musicali, collaborando così a una produzione discografica importante anche fuori dalla Corsica.

Con lo pseudonimo di Antonio Corsarcata, in collaborazione con Antoni Arca (Sardegna) e Jordi Buch Oliver (Catalogna) ha scritto un libro a tre mani che è in via di pubblicazione. È autore di una ventina di drammi e commedie.
Tante le sue opere in lingua corsa, poi tradotte anche in altre lingue:
S’ella gira, L’abbracciu, Furmiculime, Grossu Minutu, Tutti in Ponte Novu, U medicu stranieru, E Voce di Penelope, Labirintu, A Funtana d’Altea, A barca di a Madonna, Cantu nustrale, I misgi.
Thiers è dunque figura imprescindibile nel mondo della sociolinguistica e della modernizzazione della lingua corsa, nella Università, nella società e nel territorio.
Senza di lui, la cultura e la lingua corsa non avrebbero avuto dei capolavori letterari che le danno lustro e notorietà anche internazionale.
È soprattutto questo Thiers poeta e scrittore che celebriamo e premiamo quest’anno ad Ostana, consci di premiare, con lui, tutti i Corsi che si battono per la identità e la sovranità della Corsica.


ANTOLOGIA JACQUESTHIERS


IL CANTO D’ALTEA

(Noëlle TOMASI traduttrice, JPC Infograffia, Bastia, 1994)

Questa grande e bella piazza è stata costruita a più riprese. Per favore, abbia un po’ di pietà, non guardi questi monumenti: per noi sono una Vergogna. Mi riferisco al significato, non al loro valore artistico perché io non m’intendo affatto d’arte. Credo fossimo l’unico posto al mondo a non aver ancora monumenti. Questa poteva essere la nostra fortuna, ma quando sono arrivati, la loro prima preoccupazione è stata di erigerne due. Se non l’avessero fatto, non si sarebbero stabiliti qui: li avremmo buttati in mare e non sarebbero potuti ritornare, mai più.

Questa madre tragica e dall’aria compassata, si dice che rappresenti la nostra patria mentre spinge il proprio figlio nelle fauci del mare e della guerra. Chi avrebbe potuto immaginare di suggellare nella pietra e nel bronzo lezione più spaventosa? Le farò ascoltare le nostre ninne nanne, e potrà allora giudicare da sola se una madre avrebbe mai potuto compiere un simile gesto. Le nostre madri sono come tutte le altre. Avvicinatevi ai loro figli e vedrete! 

La prego, non guardi un simile scempio. In realtà è ancora uno dei tanti inganni che abbiamo dovuto subire. All’origine si trattava certamente di guerra, ma il significato era diverso. Non erano né le stesse patrie, né le stesse aspirazioni. Forse il sacrificio dei figlio poteva un tempo avere un senso, per lui come per sua madre. Ma non mi soffermerò più a lungo su questo argomento, rischierei di annoiarla. Lei deve soltanto sapere che, in origine, i simboli non erano gli stessi e che si tratta dell’ennesima puttanata della storia. Dopo, ci hanno ingarbugliato tutto, ed è anche possibile che le madri abbiano fatto dono dei loro figli senza neanche sapere a chi. La colpa è della memoria labile degli uomini? Non solo! È anche del sole. È più facile mischiare tutto con questa luce che erode i contorni reali delle cose, delle idee e dei desideri. Oggi, con tutto questo sole, i simboli si confondono. 

Questa piazza, vorrei potergliela mostrare d’inverno, quando i platani tendono al cielo le loro braccia scarne come per rifiutare questi sacrifici inumani. Ma d’inverno, noi esistiamo per voi? Eppure è soltanto allora che si capisce tutto! Questo colossale imperatore romano blocca lo sguardo nel lato sud della piazza. Rappresenta tutta la nostra follia. Sarebbe più giusto dire «schizofrenia», ma certe parole non le posso pronunciare, forse per superstizione o solo perché sono difficili da articolare per i nostri organi fonatori. Il perché, non lo so. E non voglio neanche saperlo. So soltanto che è cosi: quella parola no, non posso proprio pronunciarla...

Lei potrà leggere tutta la nostra follia nell’atteggiamento dell’imperatore, se è attenta ai segni. Mi ritorna in mente un romanzo dove, ad un certo punto, l’autore si lamenta degli abitanti di una luminosa città marinara che hanno costruito le loro case di spalle al mare, cosicché lo sguardo è costretto ad insinuarsi dietro gli edifici per vedere lo splendore del sole che gioca sullo specchio delle acque. L’autore rimprovera alla popolazione di non aver tralasciato la città e il suo entroterra per prendere maggiormente in considerazione il mare, il viaggio, il mondo esterno. Ma al contrario questo fu una grande dimostrazione di saggezza. Perché noi, a furia di guardarlo, il mare, ci ha annientati. Da sempre e per sempre, con l’ostinazione delle cose della Natura, incantevoli quanto ingannevoli.

L’imperatore guarda il mare con aria pensosa, pietrificato nei suoi sogni di conquista, di viaggi e di potere. Ecco quello che hanno voluto significare gli uomini che hanno commissionato la statua, quelli che l’hanno eretta, e quelli che la venerano dopo quella data. Sta lì, magnifico e fiero, con la sua corona d’alloro ricoperta di escrementi di piccione.

Non si è nemmeno accorto che l’aquila accovacciata ai suoi piedi ha il becco rotto - col tempo mi sono ficcato in testa che fu opera mia, dato che ogni giorno venivamo in banda per provocare i figli di papà della Piazza San Niculà -. Approfittando della baruffa, mi avvicino, un sasso pronto sull’elastico della mia fionda. È teso al massimo. Sparo in pieno nel becco! Nella confusione generale, in mezzo a grida, insulti e scazzottate, nessuno ha sentito niente. Quando siamo risaliti a Funtana Nova, mi sentivo nel cuore una felicità immensa, mista alla paura di aver commesso qualcosa di blasfemo.

Fra le due statue si trova il chiosco per la musica. L’ispirazione è la stessa visto che è sempre alla guerra che si educava. È già da tanto che concerti qui non se ne fanno più. Le ultime fanfare militari si sono spente ormai da parecchio, esattamente dalla mia infanzia. Meno male, era ora. Hanno intontito la nostra gente per più di un secolo. Nascevamo già gallonati, partivamo storditi, tornavamo storpi, contenti e pensionati.

Questa trinità orientata verso il largo racchiude tutta la nostra educazione, vezzi compresi. Come vede, Parigi e Roma noi le abbiamo in casa. Due capitali ma nessun capo. Ci sforziamo di riverirle entrambe mentre si dilaniano - ma questo, per favore, non lo scriva, potrebbero farmene rimprovero -.



TESTO CORSO


A FUNTANA D’ALTEA
 

(Albiana, Aiacciu 1990)

Sta piazzona si hè fatta à pocu à pocu. S’è vo vulete fà un’ opara, ùn guardate i munimenti, per piacè, chì per noi sò una vergogna. Ùn dicu micca di l’arte, ùn ci capiscu nunda. Hè pè u sensu. Serà statu forse, pè u mondu sanu, u solu locu chì ùn avia munimentu. Era stata a nostra furtuna. È po sò ghjunti è anu decisu subitu subitu di alzà ci dui munimenti. Osinnò ùn eranu pussuti stà: l’aviamu lampati in mare è ùn pudianu più mai accustà.

Issa mamma sticchita è tragica saria a nostra patria chì lampa u so figliolu in bocca à u mare è a guerra. Lezziò più spaventosa ùn si pudia pensà di saldà la in a petra è u bronzu: vi faraghju sente e ninninanne nustrale è ghjudicarete da per voi s’ellu hè pussibule ch’ella fussi una mamma. E nostre, e mamme, sò cum’è l’altre. Avvicinate vi à i figlioli è viderete !

Allora, vi precu di ùn vede micca un scumpientu simule. In fatti, hè una puttanata trà tante altre. À l’origine, si trattava di guerra, ma u significatu ùn era micca listessu. Ùn eranu nè listesse patrie, nè listessi scopi. Si pò dà chì u sacrifiziu di u figliolu avessi avutu un sensu, tandu, per ellu è per a mamma. Ùn entreraghju micca in i particulari chì osinnò vi aghju da dà fastidiu. Sappiate solu chì, à l’origine, i simbuli ùn eranu micca listessi è ch’ella hè una puttanata di a storia. Chì dopu, si hè fattu u mischju. Ci anu imbrugliatu tuttu, è e mamme ponu ancu avè offertu i so figlioli senza sapè per quale elle i mandavanu. Causa di l’omi è di a memoria cancellata, di sicuru, ma causa ancu di u sole. Hè più faciule à mischjà sottu à stu lume chì si manghja e cunfine vere di e cose, di l’idee è di e brame. Fattu si stà chì oghje, cù tuttu stu sole, i simbuli si assumiglianu.

Sta piazza, a vi vulerebbe fà vede di invernu, quandu i bracci scarniti di i platani stinzanu à l’insù u ricusu di u sacrifiziu inumanu. Ma di invernu, per voi, ùn esistimu micca neh? Ma tandu sì chì si capisce! Issu popò di imperatore rumanu, para u sguardu da l’altra parte, à l’entre di u Sud. Dice tutta a nostra pazzia. Ci vulerebbe à dì «schisufrenia», ma certe parolle ùn le possu micca prununzià. Sarà o superstizione o solu dificultà di articulazione ind’è l’organi funataghji, ùn la sò. È ùn la vogliu sapè. U fattu hè cusì: ùn la possu dì, ùn la possu...

A nostra pazzia, l’avete scritta sana sana in issa attitudine, s’è vo site attente à i segni. Aghju lettu un rumanzu duve, à un mumentu datu, l’autore si lagna di l’abitanti di una cità di sole è di mare: e case l’anu fatte chì giranu u spinu à u mare è u sguardu deve circà à posta, daretu à i casali, s’omu vole sculinà i splendori di u sole chì si ghjoca cù u spechju di l’acqua. L’autore a si caccia cù a pupulazione sana cum’è quale ci saria vulsutu à guardà u mare, u viaghju, u fora è à lascià corre a cità è u drentu. Bella assinnata, issa ghjente, à u cuntrariu. À noi, à rombu di guardà lu, u mare ci hà siccatu, sempre sempre, cù l’intestardizia di e cose naturale. Allusinganu è a vi ficcanu. L’imperatore feghja u mare, è stà pensosu, stà. Aggrancatu in i so sogni di cunquesta, di viaghji è di putere. Hè quessa ch’elli anu vulsutu significà l’omi chì cumandonu a statula, quelli chì l’innalzonu, è l’altri chì a riveriscenu da tandu. L’imperatore stà cusì, fieru è superbu, incurunatu di alloru è di cacati di piccioni. L’acula chì li posa accantu, ùn si hè mancu accortu ch’ella hà u bizzicu rottu - cù l’anni mi sò messu in chjocca l’idea ch’o saraghju statu eo, chì ci falavamu tutti i ghjorni in banda, à circà e cagnette-. Prufittendu di l’azzuffu, mi avvicingu è piazzu a petra in a stacca di u cacciafù. E lastiche stinzanu, stinzanu. In pienu bizzicu ! Ùn si hè mancu intesu u pichju seccu, trà i mughji, l’insulti è e cazzuttate. Quand’è no simu ricullati in Funtana Nò, ci avia in core una felicità tremenda. È u spaventu di dopu à una ghjistema. Trà mezu à una è l’altra statula, ci hè u chjoscu di a musica. Andava cù listessu significatu chì ci allevava pè a guerra. Musica, ùn si ne face più: hè un pezzu. Ancu di grazia. Quandu era zitellu eo, ci si sò ammutulite l’ultime fanfare militare. Era ora chì anu intrunatu u nostru populu per un seculu è più. Nasciamu ingallunati, partiamu intrunati è vultavamu stroppii, cuntenti è pensiunati. Issa trinità orientata ver di u largu tene tutta a nostra mente è vi dipinghje di un colpu cum’è no simu stati allevati è i vezzi ch’è no ti avemu. À Parigi è à Roma, l’avemu in casa, l’avemu. Duie capitale è capu micca. È ci spinnemu à riverì le mentre ch’elle si tazzanu - quessa, ùn la scrivite, per piacè, chì sò ancu capaci à rimpruverà la mi.




Premio Internazionale: Jacques Thiers [Ghjacumu Thiers]

A funtana d'Altea

"Premio Ostana Scritture in Lingua Madre" edizione 2015

Premio Internazionale: Jacques Thiers [Ghjacumu Thiers]
italiano

Nato a Bastia nel 1945, residente a Biguglia. Ghjacumu Thiers ha insegnato lettere classiche a Nizza, Ajaccio e Bastia prima di entrare all’Università della Corsica nel 1983, dove ha occupato per lungo tempo la cattedra di lingua e cultura corsa come professore ordinario. Ha un dottorato in linguistica che lo ha abilitato a dirigere ricerche. Ha inoltre ricoperto varie funzioni amministrative ed educative, tra le quali la direzione dei Servizi d’informazione e di orientamento (SUIO) presso l’Università della Corsica e del Corso di Comunicazione applicato allo sviluppo delle risorse regionali.

Thiers è una figura di grande spicco nella nascita e nello sviluppo del Movimento culturale, linguistico e letterario sviluppatosi dopo gli anni 70, ossia del “Riacquistu”(Riappropriazione), in cui si è distinto come poeta, drammaturgo, giornalista e romanziere.

Compositore ha scritto numerosi testi per gruppi musicali, collaborando così a una produzione discografica importante anche fuori dalla Corsica.

Con lo pseudonimo di Antonio Corsarcata, in collaborazione con Antoni Arca (Sardegna) e Jordi Buch Oliver (Catalogna) ha scritto un libro a tre mani che è in via di pubblicazione. È autore di una ventina di drammi e commedie.
Tante le sue opere in lingua corsa, poi tradotte anche in altre lingue:
S’ella gira, L’abbracciu, Furmiculime, Grossu Minutu, Tutti in Ponte Novu, U medicu stranieru, E Voce di Penelope, Labirintu, A Funtana d’Altea, A barca di a Madonna, Cantu nustrale, I misgi.
Thiers è dunque figura imprescindibile nel mondo della sociolinguistica e della modernizzazione della lingua corsa, nella Università, nella società e nel territorio.
Senza di lui, la cultura e la lingua corsa non avrebbero avuto dei capolavori letterari che le danno lustro e notorietà anche internazionale.
È soprattutto questo Thiers poeta e scrittore che celebriamo e premiamo quest’anno ad Ostana, consci di premiare, con lui, tutti i Corsi che si battono per la identità e la sovranità della Corsica.


ANTOLOGIA JACQUESTHIERS


IL CANTO D’ALTEA

(Noëlle TOMASI traduttrice, JPC Infograffia, Bastia, 1994)

Questa grande e bella piazza è stata costruita a più riprese. Per favore, abbia un po’ di pietà, non guardi questi monumenti: per noi sono una Vergogna. Mi riferisco al significato, non al loro valore artistico perché io non m’intendo affatto d’arte. Credo fossimo l’unico posto al mondo a non aver ancora monumenti. Questa poteva essere la nostra fortuna, ma quando sono arrivati, la loro prima preoccupazione è stata di erigerne due. Se non l’avessero fatto, non si sarebbero stabiliti qui: li avremmo buttati in mare e non sarebbero potuti ritornare, mai più.

Questa madre tragica e dall’aria compassata, si dice che rappresenti la nostra patria mentre spinge il proprio figlio nelle fauci del mare e della guerra. Chi avrebbe potuto immaginare di suggellare nella pietra e nel bronzo lezione più spaventosa? Le farò ascoltare le nostre ninne nanne, e potrà allora giudicare da sola se una madre avrebbe mai potuto compiere un simile gesto. Le nostre madri sono come tutte le altre. Avvicinatevi ai loro figli e vedrete! 

La prego, non guardi un simile scempio. In realtà è ancora uno dei tanti inganni che abbiamo dovuto subire. All’origine si trattava certamente di guerra, ma il significato era diverso. Non erano né le stesse patrie, né le stesse aspirazioni. Forse il sacrificio dei figlio poteva un tempo avere un senso, per lui come per sua madre. Ma non mi soffermerò più a lungo su questo argomento, rischierei di annoiarla. Lei deve soltanto sapere che, in origine, i simboli non erano gli stessi e che si tratta dell’ennesima puttanata della storia. Dopo, ci hanno ingarbugliato tutto, ed è anche possibile che le madri abbiano fatto dono dei loro figli senza neanche sapere a chi. La colpa è della memoria labile degli uomini? Non solo! È anche del sole. È più facile mischiare tutto con questa luce che erode i contorni reali delle cose, delle idee e dei desideri. Oggi, con tutto questo sole, i simboli si confondono. 

Questa piazza, vorrei potergliela mostrare d’inverno, quando i platani tendono al cielo le loro braccia scarne come per rifiutare questi sacrifici inumani. Ma d’inverno, noi esistiamo per voi? Eppure è soltanto allora che si capisce tutto! Questo colossale imperatore romano blocca lo sguardo nel lato sud della piazza. Rappresenta tutta la nostra follia. Sarebbe più giusto dire «schizofrenia», ma certe parole non le posso pronunciare, forse per superstizione o solo perché sono difficili da articolare per i nostri organi fonatori. Il perché, non lo so. E non voglio neanche saperlo. So soltanto che è cosi: quella parola no, non posso proprio pronunciarla...

Lei potrà leggere tutta la nostra follia nell’atteggiamento dell’imperatore, se è attenta ai segni. Mi ritorna in mente un romanzo dove, ad un certo punto, l’autore si lamenta degli abitanti di una luminosa città marinara che hanno costruito le loro case di spalle al mare, cosicché lo sguardo è costretto ad insinuarsi dietro gli edifici per vedere lo splendore del sole che gioca sullo specchio delle acque. L’autore rimprovera alla popolazione di non aver tralasciato la città e il suo entroterra per prendere maggiormente in considerazione il mare, il viaggio, il mondo esterno. Ma al contrario questo fu una grande dimostrazione di saggezza. Perché noi, a furia di guardarlo, il mare, ci ha annientati. Da sempre e per sempre, con l’ostinazione delle cose della Natura, incantevoli quanto ingannevoli.

L’imperatore guarda il mare con aria pensosa, pietrificato nei suoi sogni di conquista, di viaggi e di potere. Ecco quello che hanno voluto significare gli uomini che hanno commissionato la statua, quelli che l’hanno eretta, e quelli che la venerano dopo quella data. Sta lì, magnifico e fiero, con la sua corona d’alloro ricoperta di escrementi di piccione.

Non si è nemmeno accorto che l’aquila accovacciata ai suoi piedi ha il becco rotto - col tempo mi sono ficcato in testa che fu opera mia, dato che ogni giorno venivamo in banda per provocare i figli di papà della Piazza San Niculà -. Approfittando della baruffa, mi avvicino, un sasso pronto sull’elastico della mia fionda. È teso al massimo. Sparo in pieno nel becco! Nella confusione generale, in mezzo a grida, insulti e scazzottate, nessuno ha sentito niente. Quando siamo risaliti a Funtana Nova, mi sentivo nel cuore una felicità immensa, mista alla paura di aver commesso qualcosa di blasfemo.

Fra le due statue si trova il chiosco per la musica. L’ispirazione è la stessa visto che è sempre alla guerra che si educava. È già da tanto che concerti qui non se ne fanno più. Le ultime fanfare militari si sono spente ormai da parecchio, esattamente dalla mia infanzia. Meno male, era ora. Hanno intontito la nostra gente per più di un secolo. Nascevamo già gallonati, partivamo storditi, tornavamo storpi, contenti e pensionati.

Questa trinità orientata verso il largo racchiude tutta la nostra educazione, vezzi compresi. Come vede, Parigi e Roma noi le abbiamo in casa. Due capitali ma nessun capo. Ci sforziamo di riverirle entrambe mentre si dilaniano - ma questo, per favore, non lo scriva, potrebbero farmene rimprovero -.



TESTO CORSO


A FUNTANA D’ALTEA
 

(Albiana, Aiacciu 1990)

Sta piazzona si hè fatta à pocu à pocu. S’è vo vulete fà un’ opara, ùn guardate i munimenti, per piacè, chì per noi sò una vergogna. Ùn dicu micca di l’arte, ùn ci capiscu nunda. Hè pè u sensu. Serà statu forse, pè u mondu sanu, u solu locu chì ùn avia munimentu. Era stata a nostra furtuna. È po sò ghjunti è anu decisu subitu subitu di alzà ci dui munimenti. Osinnò ùn eranu pussuti stà: l’aviamu lampati in mare è ùn pudianu più mai accustà.

Issa mamma sticchita è tragica saria a nostra patria chì lampa u so figliolu in bocca à u mare è a guerra. Lezziò più spaventosa ùn si pudia pensà di saldà la in a petra è u bronzu: vi faraghju sente e ninninanne nustrale è ghjudicarete da per voi s’ellu hè pussibule ch’ella fussi una mamma. E nostre, e mamme, sò cum’è l’altre. Avvicinate vi à i figlioli è viderete !

Allora, vi precu di ùn vede micca un scumpientu simule. In fatti, hè una puttanata trà tante altre. À l’origine, si trattava di guerra, ma u significatu ùn era micca listessu. Ùn eranu nè listesse patrie, nè listessi scopi. Si pò dà chì u sacrifiziu di u figliolu avessi avutu un sensu, tandu, per ellu è per a mamma. Ùn entreraghju micca in i particulari chì osinnò vi aghju da dà fastidiu. Sappiate solu chì, à l’origine, i simbuli ùn eranu micca listessi è ch’ella hè una puttanata di a storia. Chì dopu, si hè fattu u mischju. Ci anu imbrugliatu tuttu, è e mamme ponu ancu avè offertu i so figlioli senza sapè per quale elle i mandavanu. Causa di l’omi è di a memoria cancellata, di sicuru, ma causa ancu di u sole. Hè più faciule à mischjà sottu à stu lume chì si manghja e cunfine vere di e cose, di l’idee è di e brame. Fattu si stà chì oghje, cù tuttu stu sole, i simbuli si assumiglianu.

Sta piazza, a vi vulerebbe fà vede di invernu, quandu i bracci scarniti di i platani stinzanu à l’insù u ricusu di u sacrifiziu inumanu. Ma di invernu, per voi, ùn esistimu micca neh? Ma tandu sì chì si capisce! Issu popò di imperatore rumanu, para u sguardu da l’altra parte, à l’entre di u Sud. Dice tutta a nostra pazzia. Ci vulerebbe à dì «schisufrenia», ma certe parolle ùn le possu micca prununzià. Sarà o superstizione o solu dificultà di articulazione ind’è l’organi funataghji, ùn la sò. È ùn la vogliu sapè. U fattu hè cusì: ùn la possu dì, ùn la possu...

A nostra pazzia, l’avete scritta sana sana in issa attitudine, s’è vo site attente à i segni. Aghju lettu un rumanzu duve, à un mumentu datu, l’autore si lagna di l’abitanti di una cità di sole è di mare: e case l’anu fatte chì giranu u spinu à u mare è u sguardu deve circà à posta, daretu à i casali, s’omu vole sculinà i splendori di u sole chì si ghjoca cù u spechju di l’acqua. L’autore a si caccia cù a pupulazione sana cum’è quale ci saria vulsutu à guardà u mare, u viaghju, u fora è à lascià corre a cità è u drentu. Bella assinnata, issa ghjente, à u cuntrariu. À noi, à rombu di guardà lu, u mare ci hà siccatu, sempre sempre, cù l’intestardizia di e cose naturale. Allusinganu è a vi ficcanu. L’imperatore feghja u mare, è stà pensosu, stà. Aggrancatu in i so sogni di cunquesta, di viaghji è di putere. Hè quessa ch’elli anu vulsutu significà l’omi chì cumandonu a statula, quelli chì l’innalzonu, è l’altri chì a riveriscenu da tandu. L’imperatore stà cusì, fieru è superbu, incurunatu di alloru è di cacati di piccioni. L’acula chì li posa accantu, ùn si hè mancu accortu ch’ella hà u bizzicu rottu - cù l’anni mi sò messu in chjocca l’idea ch’o saraghju statu eo, chì ci falavamu tutti i ghjorni in banda, à circà e cagnette-. Prufittendu di l’azzuffu, mi avvicingu è piazzu a petra in a stacca di u cacciafù. E lastiche stinzanu, stinzanu. In pienu bizzicu ! Ùn si hè mancu intesu u pichju seccu, trà i mughji, l’insulti è e cazzuttate. Quand’è no simu ricullati in Funtana Nò, ci avia in core una felicità tremenda. È u spaventu di dopu à una ghjistema. Trà mezu à una è l’altra statula, ci hè u chjoscu di a musica. Andava cù listessu significatu chì ci allevava pè a guerra. Musica, ùn si ne face più: hè un pezzu. Ancu di grazia. Quandu era zitellu eo, ci si sò ammutulite l’ultime fanfare militare. Era ora chì anu intrunatu u nostru populu per un seculu è più. Nasciamu ingallunati, partiamu intrunati è vultavamu stroppii, cuntenti è pensiunati. Issa trinità orientata ver di u largu tene tutta a nostra mente è vi dipinghje di un colpu cum’è no simu stati allevati è i vezzi ch’è no ti avemu. À Parigi è à Roma, l’avemu in casa, l’avemu. Duie capitale è capu micca. È ci spinnemu à riverì le mentre ch’elle si tazzanu - quessa, ùn la scrivite, per piacè, chì sò ancu capaci à rimpruverà la mi.