Portal d’Occitània    Letteratura occitana

Introduzione

Èsse soun mèitre - Antologia di scritti occitani dell'Alta Valle Susa

Se rari sono i testi in lingua occitana in Alta Valle Susa precedenti il XIX secolo, proprio per questo essi sono assai preziosi per la storia della lingua occitana in questo lembo di terra che fu parte del Delfinato e ci tramandano memorie, usi e costumi della vita comunitaria delle genti altovalsusine.

Dopo i secoli di dominazione della lingua francese e agli albori di quello appena trascorso in cui si è imposta la lingua italiana, il Romanticismo e la Renaissença trovano anche a Chiomonte e a Oulx i loro cantori che decidono, utilizzando la propria lingua madre, di farsi “fabbri del parlar materno, ch’alla lor terra ancor fanno onor col loro dir novo e bello”, seguendo le orme di quel Arnaut Daniel “que plor e vau cantan” immortalato da Dante nel XXVI canto del Purgatorio.

A fine Novecento si assiste a un fiorire di letteratura in lingua occitana in ogni paese dell’Alta Valle di Susa. Alcuni testimoni della cultura tradizionale, poeti, studiosi, filologi, etnoricercatori, storici o semplici contadini, sentono l’esigenza di lasciare memorie, di raccontare e di cantare un mondo che vedono minacciato da nuovi usi e costumi, come vedono minacciata la loro lingua madre, sempre più relegata a parlata minore, in un tempo che attinge a suoni estranei a quelli generati dalla propria terra per esprimere un modello di vita aliena, altra rispetto alle legittime aspirazioni dla jen d’isì.

Il lavoro di instancabili “fabbri” ha forgiato i ferri, lou mëbble con i quali, oggi, nuovi apprendisti modellano opere che “alla lor terra ancor fanno onor”. Non si tratta solo di versi struggenti e nostalgici del poeta “que plora e va cantan”, ma anche di ritratto di una comunità orgogliosa della propria storia o di critica politica e sociale e di prospettiva per un futuro migliore che non può prescindere dalle proprie radici e dalla lotta per il rispetto di una terra, quella Valsusina, considerata territorio di conquista e rapina da avvoltoi che su altre rocce costruiscono il nido.

Gli scrittori occitani altovalsusini, portatori dell’orgoglio delle loro Comunità, volgliono «ésse soun mèitre jou per jou, pèinâ sur sa terre, ou grand’er, sons ron doughèire a ningun, e sons ron noun plu d’mandâ» (essere padroni di se stessi giorno per giorno, penare sulla propria terra, all’aria aperta, senza nulla dovere a nessuno e senza avere nulla da domandare) e «se rfâ sur la coutuma d’ soun père-gran, s’méifiâ dou chemin d’fer e dla grand’vìe...» (rifarsi alle tradizioni del proprio nonno, diffidare della ferrovia e della strada maestra…) come, agli inizi del Novecento, Ernesto Odiard Des Ambrois di Oulx canta nella sua Si ‘n poughessan rnèisse (Se potessimo rinascere).

Introduzione

Èsse soun mèitre - Antologia di scritti occitani dell'Alta Valle Susa

Se rari sono i testi in lingua occitana in Alta Valle Susa precedenti il XIX secolo, proprio per questo essi sono assai preziosi per la storia della lingua occitana in questo lembo di terra che fu parte del Delfinato e ci tramandano memorie, usi e costumi della vita comunitaria delle genti altovalsusine.

Dopo i secoli di dominazione della lingua francese e agli albori di quello appena trascorso in cui si è imposta la lingua italiana, il Romanticismo e la Renaissença trovano anche a Chiomonte e a Oulx i loro cantori che decidono, utilizzando la propria lingua madre, di farsi “fabbri del parlar materno, ch’alla lor terra ancor fanno onor col loro dir novo e bello”, seguendo le orme di quel Arnaut Daniel “que plor e vau cantan” immortalato da Dante nel XXVI canto del Purgatorio.

A fine Novecento si assiste a un fiorire di letteratura in lingua occitana in ogni paese dell’Alta Valle di Susa. Alcuni testimoni della cultura tradizionale, poeti, studiosi, filologi, etnoricercatori, storici o semplici contadini, sentono l’esigenza di lasciare memorie, di raccontare e di cantare un mondo che vedono minacciato da nuovi usi e costumi, come vedono minacciata la loro lingua madre, sempre più relegata a parlata minore, in un tempo che attinge a suoni estranei a quelli generati dalla propria terra per esprimere un modello di vita aliena, altra rispetto alle legittime aspirazioni dla jen d’isì.

Il lavoro di instancabili “fabbri” ha forgiato i ferri, lou mëbble con i quali, oggi, nuovi apprendisti modellano opere che “alla lor terra ancor fanno onor”. Non si tratta solo di versi struggenti e nostalgici del poeta “que plora e va cantan”, ma anche di ritratto di una comunità orgogliosa della propria storia o di critica politica e sociale e di prospettiva per un futuro migliore che non può prescindere dalle proprie radici e dalla lotta per il rispetto di una terra, quella Valsusina, considerata territorio di conquista e rapina da avvoltoi che su altre rocce costruiscono il nido.

Gli scrittori occitani altovalsusini, portatori dell’orgoglio delle loro Comunità, volgliono «ésse soun mèitre jou per jou, pèinâ sur sa terre, ou grand’er, sons ron doughèire a ningun, e sons ron noun plu d’mandâ» (essere padroni di se stessi giorno per giorno, penare sulla propria terra, all’aria aperta, senza nulla dovere a nessuno e senza avere nulla da domandare) e «se rfâ sur la coutuma d’ soun père-gran, s’méifiâ dou chemin d’fer e dla grand’vìe...» (rifarsi alle tradizioni del proprio nonno, diffidare della ferrovia e della strada maestra…) come, agli inizi del Novecento, Ernesto Odiard Des Ambrois di Oulx canta nella sua Si ‘n poughessan rnèisse (Se potessimo rinascere).