italiano

Bernard Manciet ha composto tutta la sua opera nel segno del suo villaggio, Sabres, in Guascogna, dove era nato nel 1923 (morirà a Mont- de-Marsan nel 2005). La sua lingua è una forma di guascone rude, idiomatica, dal fonetismo assai particolare, aderente allo spirito aspro e austero, alla nuda severità delle Lande, di cui Manciet ha fatto uno strumento personalissimo, aristocratico, opponendosi alla tematica solare, mediterranea del felibrismo e di tanta parte della scrittura d’oc: ‘Deishatz los barbars dab lois barbars. Deishatz lois Gascons dab son parlar sauvatge, son vent, son ocean, sa lana’ (Lasciate i barbari con i barbari. Lasciate i Guasconi con la loro parlata selvaggia, il loro vento, il loro oceano, la loro landa). La sua rivendicata singolarità, riflesso di una condizione metafisica di disperato isolamento, non gli ha impedito di coltivare relazioni amichevoli con altre personalità della cultura occitanica, in particolare Robert Lafont e Max Rouquette, né di dirigere per anni la rivista letteraria ‘ÒC’, da lettore coltissimo, attento e severo, e pertanto autentico scopritore di talenti. Dopo gli studi a Bordeaux, poi a Parigi, entra nella carriera diplomatica e vive alcuni anni in Germania come funzionario d’ambasciata. L’ esperienza della catastrofe della Germania in rovina scatena toni di rivolta e di spasimo sofferto nella raccolta Accidents (Accidenti, 1955): ma Manciet aveva già pubblicato, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, alcuni testi poetici nella rivista ‘Reclams’ e dato alle stampe una serie di Odi, testimonianza, fra l’altro, del suo cattolicesimo apocalittico, dominato dall’ansia ineluttabile del peccato e dall’incombere di un Dio giudice (A Noste-Dame de la Pou [A Nostra Signora della Paura]; A Sant Miqueu de Cornalis; A la Sante Care [Al Volto Santo]). Sicché la tragedia tedesca urlata e lampeggiante in allucinazioni di morte finisce per apparire pura trasposizione della tragedia individuale dell’uomo. Dopo altri incarichi diplomatici in Brasile e Uruguay, Manciet torna in Guascogna stabilendosi a Trensacq; sposatosi, gestirà la ditta di legname dei suoceri. Nel suo grande poema, L’enterrement a Sabres (Il funerale a Sabres, 1989, poi 1996, infine Poésie/Gallimard 2010), a un tempo epico e familiare, scorre tutta la vita delle Lande. Manciet è autore anche di un affascinante romanzo, Lo gojat de noveme (Il ragazzo di novembre, 1995 e 2003), prolungato in La pluja (La pioggia) e Lo camin de tèrra (Il sentiero di terra), e di brevi racconti autobiografici usciti col doppio titolo, in francese, Jardins perdus (Giardini perduti, 2005) e Les murmures du mal (I mormorii del male, 2006). L’ ispirazione epica ritorna nell’ultimo poema, Lo Brèc (La Rosa canina, 2006, La Blanche Nef nella versione francese), che narra le avventure di una flotta mistica guidata dalla Bianca Nave. Negli ultimi dieci anni Manciet aveva intrapreso un’inattesa carriera di dicitore della sua poesia con accompagnamento di gruppi musicali, e redatto su commissione tre tragedie liberamente ispirate alla mitologia greca, dove la scrittura è tuttavia più poetica che drammatica: Los hòra-trèits o Ifigenia davant la gara (Gli emigranti o Ifigenia davanti alla stazione,1999), e altre due rappresentate ma non ancora pubblicate, Orfèu e Ulisse au flume (Ulisse al fiume).



ACCIDENTI

[...] Sì, ti supplico. Di non usarmi pietà. Dimmi, dimmi che non ci sono stelle. E credi che Dio stesso, nell’orto degli ulivi, non abbia rimpianto il cielo della notte e non abbia rimpianto i fremiti della carne? Non ha nemmeno avuto il coraggio di presentare a se stesso la morte. Te ne supplico, sappi mentire. Dimmi, giurami che non vedi più stelle, che vana è la loro tentazione. Che questa terra bella e amica non è più. Che non è mai stata. A trenta metri di profondità il nuotatore non osa più andare oltre. E me, mi afferra il male delle stelle.

[...] Raggiungili. Passa davanti. Sorpassali. I giorni che fuggono. Il tempo che scappa. Agguanta il tempo; frusta il vento! Ora lo so, non serve a nulla pensare al passato e amarlo. Amare i fiori non è berli morenti, ma rientrare nella loro vita e crescere più presto e più alto di loro. Vivere le stelle, è farle zampillare, sprizzare sotto le ruote, è sconvolgerle lanciato in mezzo ad esse, più veloce di esse. Partecipare alla luce è partire, come un tempo i Latini, inseguendo il sole che tramonta. Che dico, inseguire la natura? piuttosto la febbre della creazione.

[...] E ora, lo vedi. Non potremo più tornare verso le stelle... Te lo avevo detto, che non ci sono stelle. Non c’è che il movimento degli astri e di tutte le cose. Il mio cuore? No, il suo tremore. [...] Catastrofe della Germania, sola grandezza del secolo! alla più grande sventura del mondo, salute. Un latino viene fra le vostre rovine per celebrarvi in esse, voi! Gli angeli caduti impallidiscono della vostra caduta, perché è grande.

[...]

Sette lampade appese al cielo sette volte sette lampade pendenti nella cattedrale e l’ombra della mia mano nel mezzo, dritta, rimani dritta tu, Santa Maria

[...]

tu Nostra Signora che rimani dritta e ti colpisce ogni colpo del tuo cuore\ e ti ferisce ogni stella della sparatoria soffia il vento, soffia sulle lampade

[...]

ti metterò fra le braccia un treno di perle un treno di deportati che latra alla luna treni nella notte, sigle di luce

[...]

E t’incendierò delle collane, darò fuoco alla tua corona di rubini – attenta, non bruciarti la gonna al girotondo, il girotondo dei forni crematori.

(Accidents, I.E.O. 1955)



LA RIMOZIONE DELLA SALMA

Travagliata sono dal Signore col grande aratro

aperta dal Signore come un gran cavédano sbuzzato

il mio sole perde i grani di notte

il mio sole sta per germogliare, e ora che mi accadrà?

Tu che fai levare la segale

e le case e il lungo acclamare delle piogge

sui solchi e la gente e il loro múrmure nero

e il mio pulsare candido, ecco qui la mia coscienza

è come un vúlture di piume candide

e da dove mi vengono quegli ettari che partorisco

dentro di me la tua folgore

di carbonio a illuminare le lontananze

se vuoi che ti veda

illúminati come la folgore segreta

non rimpiattarti così

se ho peccato era per vedere se sei giusto

questo tempo sta per cambiare

e io faccio ancora paura?

– è ora di andare a prendere il pane –

perché i morti non servono a niente non sono loro

che ti parlano

Signore ma soltanto il vivo del vivo estratto dal forno

tu solo nella paura

fai quel che occorre perché alla Sabres eterna

siamo vivi nel ballo e nella giga dei giardini.

(L’enterrement a Sabres, Ultreïa 1989, I, 3)

IL RAGAZZO DI NOVEMBRE

Dopo che il venditore di sanguisughe era tornato dallo stagno di Aurelhan, passavano ancora quelli di Labrit che venivano dalla fiera di settembre, con i teloni bianchi. Poi arrivavano le colombe, e gridavamo ‘Ohé... uuuh...’ attraverso la landa. E poi il cattivo tempo. Al paese, quando si erano spente le lampade a acetilene delle baracche, le sere di San Martino, e spenta la ricotta del distributore di benzina – si sentiva ancora qualche volta, di notte, sulla nostra strada, il venditore di specchietti per gli uccelli – eravamo nell’inverno. Gli zingari accendevano il fuoco, una sera, due sere, quando si trovavano a passare. Altrimenti, gli altri poveri diavoli, quelli del Circo e quelli delle ‘alture’, quelli venivano a scaldarsi da noi solo un momento: dalla strada si vedeva fiammare il nostro camino.

Ma c’era un giovane, tuttavia – il nome l’abbiamo dimenticato e forse non l’abbiamo mai saputo – e lui, ogni anno che il buon Dio mandava, stava da noi qualche giorno. Arrivava con l’autobus, la sera, e se ne andava entro la settimana, a piedi, per la strada di Alengossa. Mi sembra che nostro cugino Hazà, il dottore, ce l’avesse portato al Barralh, una sera, non so più quando – il Barralh l’abbiamo venduto con la successione. E quel ragazzo era alto, pallido, gli occhi infossati nelle orbite. Portava un raglan e una cravatta alla lavallière. L’ho sempre visto con la stessa cravatta. Per di più, parlava solo francese, ed era uno di quei biondi come non se ne vedevano da noi a quell’epoca, salvo forse Lafitoy e me, e anche delle ragazze. Mi avrà guardato sì e no una volta.

Arrivando si toglieva i guanti, che erano di camoscio grigio, e si scusava di esser venuto la sera tardi, faceva un sacco di convenevoli con mia madre, e poi si appoggiava di schiena al camino, senza parlare. A causa sua, dovevamo parlare tutti francese, così la cena era molto silenziosa, e la vecchia cugina del Barralh sorrideva più gentile e più modesta del solito, alla luce dei candelieri che si teneva sempre vicino. Facevamo ancor più cerimonie fra di noi, e appena chinava il capo capivamo che la cena era finita.

Lui poi attizzava il fuoco per tutta la sera, e ogni volta che Anna, la nostra domestica, aggiungeva legna per alimentare le fiamme, si metteva la mano, sempre tremante, davanti agli occhi. Il fuoco ci attirava nella zona di luce. Ci facevamo avanti o ci tiravamo indietro, su quel limite dove si comincia a bruciarsi, e dove comincia, dietro la schiena, la notte con i suoi fantasmi fra le travi. Di tanto in tanto le castagne scoppiavano.

Era più alto di me, benché avesse la mia età, e lo accompagnavo in camera sua senza alzar gli occhi per guardarlo in viso. Mi chiese soltanto, una volta, a cosa servivano tutte le camere della casa. Gli dissi che al Barralh, se qualcuno era morto in una camera, nessuno ci dormiva più. Ma avevamo abbastanza posto così, poiché io sarei stato sicuramente l’ultimo della famiglia. Lo facevamo dormire nella camera con le cortine di Jouy1 – fra i rossi e i bianchi stinti si muovevano delle figure, per via delle candele.

Ogni volta mi scusavo perché dovevo prendere la chiave dei due armadi, ma prima gli avevo fatto vedere che ci tenevamo le medicine del dottor Hazà, boccali di sciroppo e veleni, con cassette di velluto per i bottoni di fuoco2, gli strumenti per estrarre i denti, a vite e a uncino, le stadere e le bilance, i pesi piccoli, gli aghi di platino, e anche i nostri segreti di famiglia per cavar sangue e guarire la rabbia. ‘Tutto questo, per far cosa, poiché non si facevano più salassi e la rabbia era scomparsa... Ma che volete?’ Gli aprivo invece le serrature degli altri armadi, quello dei vecchi libri con la copertina blu, di cui nessuno aveva tagliato le pagine, quello delle acque di Lourdes, di Suzan, di Buglose, di Saint-Yaguen, e anche il Cristo nero e argento per i morti; quello delle pezze di merletto, di panno, di stoffa grossa, con sopra i piattini e i piatti dipinti; e la serratura di quello dei mazzetti di lavanda affogati nell’acquavite, e ancora i pacchetti di candele e i barattoli di miele. Mi ascoltava senza dir niente. Gli davo il candeliere e me ne tornavo nel buio della mia camera, dall’altra parte della casa, tremando di freddo e di febbre.

Non volevamo sapere chi fosse, non glielo abbiamo mai chiesto, né lui ci ha mai chiesto niente. Non abbiamo mai cercato di sapere dove andava, e credo che il dottore, quando ce l’aveva portato, non lo sapesse che a metà. Lo chiamavamo il ragazzo di novembre. Quando voleva partire, lo diceva alla vecchia cugina del Barralh, e allo stesso modo, appena arrivava, gli altri dovevano prepararsi alla tavola di nuovo troppo grande e alle veglie troppo lunghe.

Di fatto non rimaneva mai meno di quattro giorni, si alzava più tardi di noi, premuroso a dare il braccio a mia madre, a tirarle su lo scialle quando le frange toccavano terra, e a passeggiare con lei lungo il prato, o per i sentieri delle nostre pinete. A quel tempo cominciavamo già a trovarci in difficoltà, e sono sicuro che chiacchierando di questo e di quello faceva dimenticare a mia madre le sue pene. Un giorno mi accorsi, dal loro atteggiamento, che parlavano di me: fingevano di non volersi voltare.

Non mi ha mai convinto il suo silenzio, quando taceva tanto a lungo, né il suo modo di pensare a voce alta, quando parlava fra sé: ‘Comincio ad aver fame’, oppure : ‘Mi annoio’. Dio mi perdoni, non voleva offenderci; non faceva che dirsi qualcosa, constatava, senza accorgersi che parlava. Quando lo lasciavo, la sera, sulla soglia della sua porta, molte volte avevo voglia di rimanere lì nel buio per sapere se continuava a parlare da solo e anche se diceva le preghiere. Mi sembrava, per la verità, che non le dicesse mai, e questo mi irritava. Non sopportavo nemmeno che il mio cane, un lupo piuttosto feroce, amasse più lui di me e non abbaiasse quando arrivava.

Una sera che la cugina del Barralh aveva la febbre, e aveva dovuto prendere molto chinino, mia madre andò a vegliarla e dopo molte ore – il vento, un vento tenace che ci portava lo zoccolìo dell’espresso di Spagna, sulla landa di Morcenx – dopo ore di silenzio davanti al ciocco di quercia, accompagnai il giovane alla sua camera, come al solito. Ma a metà del corridoio mi prese la candela. Non mi guardava. Vidi che stava male. Aveva da molto tempo una cicatrice fra i capelli, sopra la fronte. Parlò così, parlò silenzio. Mi ritrassi. La sua mano, rossa di luce, passò davanti alla fiamma. Lo salutai bruscamente e me ne tornai a letto, come ferito a morte. Pensando a lui, gli detti il mio nome, lo chiamai ‘Bernardo’, ‘Bernardo di novembre’, con quella rabbia che mi prende anche davanti allo specchio.

Se ne andò l’indomani, con un sorrisetto inamidato di convenienza. Non lo accompagnai fino alla porta; non mi alzai dalla scrivania; continuai a scrivere perché non si accorgesse del mio tormento.

Ma un anno, il mese di novembre era quasi alla fine e non era arrivato. Sentivo che all’ora dell’autobus, quando fa già scuro intorno al camino, facevamo tutti come se nulla fosse, e non ci voltavamo verso la porta. Ascoltavamo, non so perché, le sere che gelava, il treno che galoppa verso la Spagna. L’annata era stata dura e ci accusavamo gli uni e gli altri col nostro silenzio – (ci rimproveravamo che non fosse venuto, e che era colpa nostra). Ma non una sola volta parlammo di lui. Fummo sorpresi non poco quando una macchina inglese passò nella nostra strada, in direzione di Arengosse e Villenave. La nostra strada è davvero la peggiore e la meno frequentata di tutte le Lande alte. L’Anna disse che era una vecchia che guidava, tutta sola all’interno. Quando sentì questo, mia madre lasciò cadere le forbici da ricamo. Pregava. La vecchia cugina guardava il buio dalla finestra. L’inverno era arrivato di colpo, come l’oscurità della notte. Il vento e la pioggia avevano come un sapore di limone. Ci sentivamo poveri, febbricitanti, e ci affidavamo al flacone di chinino, benché fosse proibito.

Verso la metà di dicembre mia madre si ammalò. Il cugino Hazà venne tutte le sere. E tutti e due non facevano che parlare, ma non sentii una sola parola sul ragazzo di novembre. Le finestre di dietro avevano sbarre di legno e le imposte erano tanto alte rispetto all’ammattonato che era impossibile nascondere qualcosa in casa. A tarda notte il dottore prendeva la bombetta, mi affibbiava una carezza fra i capelli che mi faceva ringhiare, e faceva ringhiare anche il cane. E se ne andava nella notte. Mi pareva, in quella fine d’anno, molto invecchiato. La cugina del Barralh lo accompagnava con la lanterna fino al portone, senza dir nulla, com’era sua abitudine da un pezzo, e questo la faceva ridere dolcemente. ‘Guarda, guarda, diceva l’Anna, la Signorina va ad accompagnare il suo innamorato’. Quando tornava, la cugina mi guardava come se volesse sapere qualcosa, e l’Anna soffiava sulla lanterna. Così soffiando, una sera, domandò rivolta al muro: ‘Dica, Signorina, come mai quel ragazzo che veniva prima non aveva mai la valigia?’. Nostra cugina diventò rossa: ‘Quale ragazzo, figliola?... Ah, ho capito... quel piccolo... Parola mia, è molto a posto’.

Fu solo dopo la morte della vecchia damigella, in gennaio o giù di lì, che il ragazzo passò. Come le altre volte, arrivò con l’autobus della sera. Era molto dimagrito. Infilò la pipa nel raglan. Esitò un po’ sulla soglia. Domandò se era molto tempo che eravamo in lutto, e domandò anche se il suo arrivo... Ma l’Anna gli preparava già il letto, nella camera accanto alla mia. Fui il solo a meravigliarmi. Ma mia madre si era mai preoccupata di sapere dove dormiva, gli altri anni?

Così, all’una di notte, lo sentii camminare su e giù per la camera. Gli sfuggì una frase, ma ne afferrai solo qualche parola: ‘L’ipotesi più verosimile...’, poi venne a bussare alla mia porta. Entrò. Si sedette. Batteva di tanto in tanto la pipa contro il candeliere. Era tutto vestito, come pronto per partire.: ‘Scusa- temi... Posso permettermi?...’ Stette zitto un bel po’ di tempo, battendo la pipa, io mi addormentavo. Niente, non disse niente. Quando ne ebbe abbastanza: ‘Comincio a non sentirmi tanto a mio agio’. E il silenzio, ancora una volta. Il cane, addormentato, ansimava contro la porta; si calmò. Il vento soffiava. La candela si era consumata fino in fondo. Lui mi venne vicino. Non si muoveva. Si mise a ridere dolcemente, come se non potesse piangere. Guardò il grande rosario di legno al muro, e se ne andò a dormire.

Mia madre, la mattina dopo, trovò sul suo cofanetto da cucito in legno di limone i guanti di camoscio e una lettera. La calligrafia minuta ci diceva addio per sempre in termini gentili. Quando mi alzai il fuoco non era ancora acceso. L’Anna non era tornata dalla messa.

(Lo gojat de noveme, Reclams 1995, cap. I, incipit) 1 Jouy-en-Josas, presso Versailles, sede della prima manifattura di tela dipinta.

2 Antico strumento per cauterizzare.



SONETTI

I

Tornare solo in questa terra amara

sapersi uomo al prezzo di amarume

amaramente amar niente e nessuno

buia è financo la tua luce chiara.

Su, tanto vale finirla già ora

ubriaco di vuoto e pur sempre digiuno

di vuoto d’ombra di disgusto, è tutt’uno

più fiero quando il cuore ti dolora.

Tu solo Errante puoi fare più grande

la rabbia adulta e più grandi le lande

questa notte di vento e di pioggia e di mare

ché tanto s’infinisce in cielo questo fiasco

la tua mercede la nausea onde mi pasco

tanto in me si sublima la sventura di amarti.

VIII

Mi sei sete d’aspro nulla

aceto non mi può dissetare

di non più credere ho sete

di acqua riarsa

fossi la tua polvere sul sentiero

e il tuo sudore la mia bocca

ho sete che tu non sia

che l’amaro dell’erba

le tue ossa mi sono fame

e sete di terra

mi dài terra

mi sei fiore

donami il seccore di un ramo

e sale crudo

di cui mi sei sete.

(Sonets, Jorn 1996)