italiano

Nato nel 1920 a Crespin, nell’Aveyron (al limite sud del Massiccio Centrale), da una famiglia di contadini, Jean Boudou (Bodon in oc) muore nel 1975 in Algeria, dove si è stabilito dal 1967 come insegnante nell’ambito della politica francese di cooperazione. Diplomato maestro elementare nel 1941, dopo due anni di servizio obbligatorio a Breslau, in Slesia (1943-1945), è liberato dall’esercito sovietico e rientra al paese dove comincia a pubblicare. Il mestiere gli viene dalla madre, narratrice di racconti tradizionali, popolati di draghi, fate e fantasmi, che Boudou rielabora, con altri materiali da lui raccolti, in Los contes del meu ostal (Racconti di casa mia, 1951) e Contes dels Balssas (Racconti dei Balssa, nome della famiglia materna, che è la stessa di Balzac, 1953). Mentre riprende l’insegnamento in varie scuole della zona, prende contatto con l’I.E.O. e incontra a Tolosa Robert Lafont e altri attori della rinascenza occitanica. È quindi edito all’I.E.O. il suo romanzo La grava sul camin (I ciottoli sulla strada, 1956), che riferisce la penosa esperienza in Germania e il difficile ritorno in una prosa spoglia, disadorna, che caratterizzerà anche i libri successivi, dove tuttavia riaffiora il mondo fantastico dei racconti e s’insinua un humour venato d’angoscia. L’economia di una scrittura fatta di frasi brevi, essenziali, contrasta così con un’immaginazione sbrigliata in tutti i romanzi che seguono, dove s’intrecciano folclore, psicanalisi, fantascienza, affabulando su toni di allegoria – a tratti carnevalesca, con quanto di amaro e disperato questo comporta – le miserie storiche dell’Occitania, lo sgretolamento della società patriarcale, i tremori dell’eterno femminino. Poco importa, al limite, la traccia narrativa, sopraffatta dalla fantasia in La Santa Estela del Centenari (La Santa Estella del Centenario, 1960, mimesi caricaturale della tradizionale festa del Felibrismo di cui santa Estella è la protettrice), Lo libre dels Grands Jorns (Il libro dei grandi giorni, 1964, ultimi giorni di vita di un uomo colpito dal cancro), Lo libre de Catòia (Il libro di Catòia, 1966, racconto di un’infanzia in una delle ultime famiglie di enfarinats, i cattolici scismatici del Rouergue che si erano opposti alla soppressione degli antichi vescovati sancita dal concordato del 1802 fra Pio VII e Napoleone), La quimèra (La chimera, 1974, romanzo storico sulla guerra dei camisards, i calvinisti che lottarono per la libertà religiosa dopo la revoca dell’editto di Nantes). Incompiuto e postumo è il racconto fantastico Las domaisèlas (Le fate, 1976). Boudou lascia poi molti inediti di romanzi iniziati e abbandonati. Considerato un pilastro della narrativa d’oc del XX secolo, è autore anche di testi poetici che negli anni Sessanta, quando avrà raggiunto la celebrità (in Occitania, s’intende), saranno messi in musica da vari cantanti. Oltre ai primi, apparsi sull’Armana Rouergat nel 1939 e ripresi in Res non val l’electrochòc (Niente vale l’elettrochoc, allusione a Antonin Artaud, 1970), si segnalano la raccolta Sus la mar de las galèras (Sul mare delle galere, 1975) e l’edizione postuma delle poesie complete (2010).



LA FARINA

Signore, fino a quando ?

Fino a quando ancora...

Signore, fino a quando?...’

A casa mia non avevamo l’elettricità, mentre tutto il paese l’aveva. Ci facevamo luce col petrolio: lumi a olio, una lanterna, la lampada... o piuttosto la lampada da chiesa. Ceramica bianca del serbatoio, rame biondo del becco, rame rosso del tortiglione appeso alla trave nera. La fiamma corta nel vetro lungo. Un chiarore dolce che cadeva sotto il cappello di porcellana. ‘Permetteteci, Dio mio, permetteteci di dirvi, nella semplicità del nostro cuore, quanto è amaro il calice che avete versato su di noi. Da tanto tempo spargiamo lacrime sulle macerie dei vostri altari, sulle rovine del vostro santuario che è diventato preda dello scisma e dell’eresia, da più di ottant’anni senza pastore... Ascoltate dunque, Dio dei nostri padri, Dio mio, nostro rifugio, nostro salvatore, ascoltate i sospiri e i gemiti dei vostri figli’.

Qui il nonno si zittiva senza poter dire altro. Noi tutti, inginocchiati sul pavimento, la testa alzata verso la lampada da chiesa, gridavamo di nuovo battendoci il petto: ‘Signore, fino a quando? Fino a quando ancora? Signore, fino a quando?’ Lunghe preghiere della sera, meditazioni e rosari. Preghiere anche la mattina appena alzati, e tutti gli angelus, il benedicite prima di ogni pasto e il rendimento di grazie dopo... Quanti eravamo in casa? Il nonno, la nonna, la zia Trogecia, mio padre,mia madre e io... Il chiarore dolce della lampada ci riuniva tutti. Ma a mia madre la lampada non le piaceva. Lei avrebbe preferito l’elettricità. Per di più era sempre la zia Trogecia che riempiva la lampada, che l’accendeva, che la spegneva. Era sempre la zia Trogecia che m’insegnava la preghiera. Però mia madre la sapeva, la preghiera. Mia madre che aveva tanto voluto mandarmi a scuola. Per essere Catòia, io...

Il dito di Dio è presente nelle nostre interminabili afflizioni, ma è presente anche nella perseveranza dei fedeli che senza soccorso, senza consolazione alcuna, aspettano il sostegno di Dio...I nostri padri hanno vissuto nell’isolamento. Al cimitero, i nostri posti sono segnati nell’angolo dei reprobi. Quei soprannomi che ci danno per disprezzo, mentre la nostra religione è quella vera... Ma forse la sorte che ci è riservata è il Segno, una prova dura ma anche un merito. Tutti i sacramenti sono nella Croce. Dove troveremmo i sacramenti se ognuno di noi non portasse la propria croce... Colui che è ingiuriato e insolentito, se risponde con umiltà, quello lì, dice Nostro Signore, quello lì quasi mi tira giù dalla Croce’.

Ci sedevamo allora intorno alla tavola. Cosa potevo ancora capire, io? Il nonno parlava per delle ore. E smetteva di parlare per riflettere, poi riprendeva:

Mio padre era balbuziente. Era cattolico. Siamo cattolici. Ma lui non poteva pronunciarlo. Da lì viene il soprannome che adesso ci danno di padre in figlio. I soprannomi non ci sono mancati, a noi o ai nostri fratelli: illuminati, imboscati, patarini, cocciuti, imbestiati, piombati1. Soprannomi che testimoniano la nostra fedeltà. Bianchi, anche, bianchi. Ho i capelli bianchi per vecchiaia, ma li copro ancora di farina bianca come i vecchi dei nostri vecchi. Quelli che non si tagliavano mai i capelli e li raccoglievano a coda dietro il collo con un nastro di velluto nero. Ma lo scioglievano per andare alla santa comunione quando c’erano delle comunioni. Siamo gli Infarinati. I Bianchi. Con noi vive la Farina...’

(Lo libre de Catòia, I.E.O. 1966, poi in Obras romanescas complètas, 6, I.E.O. 1978, cap. II)

1 Si traducono pressoché alla lettera i termini occitanici: illuminats, bartassièrs, patarons, entestesits, embestiats, plombats.



LA COMUNICAZIONE

Tanto vale che Mançon sia infelice a scuola: così non gli piacerà, diceva il nonno. Quando i fratelli e le sorelle della falsa religione avevano in mano tutte le scuole, tenevamo i nostri ragazzi a casa per insegnargli al modo nostro e per non comunicare con gli scismatici. A scuola, oggi, il maestro non parla di religione. È una specie di prete costituzionale che non conosca Dio. Per noi, Dio è tutto. Però è bene che il ragazzo sappia leggere per poter studiare i nostri libri. Per questo è bene per lui andare a scuola, ma senza attaccarcisi troppo. La comunicazione comincia con l’attaccamento...’.

La comunicazione era il più gran tormento del povero nonno. La Chiesa santa si era perduta per via della comunicazione. Fino al Papa che aveva comunicato con gli scismatici. E la storia della croce, quante volte il nonno me l’ha raccontata:

Ricordati, bambino mio: il mio povero padre piantò una croce sulla grande pietra all’angolo dell’orto, sul bordo della strada. La pietra c’è ancora. È bucata nel mezzo, ma dopo il buco si è riempito di terra. La croce era di legno, alta più d’una tesa di braccia. Aiutai il mio povero padre a piantarla. Poi tutta la famiglia si riunì e pregammo davanti alla croce. Mio padre la benedisse con qualche goccia d’acqua consacrata dai curati di prima. Già, ma quelli della falsa religione, quando passavano davanti alla nostra croce si levavano il cappello, e le donne si segnavano... Così il testimone della nostra fede era profanato dagli scismatici. Piangendo, mio padre ha divelto la croce. Poiché era benedetta, la bruciò nell’angolo dell’orto. Mio padre, vero cattolico, che non comunicò mai. Era balbuziente. Cattolico: la parola che non sapeva pronunciare. E tu, Mançon, ti vergogneresti di lui ?...’

Vergogna o no, ero lo zimbello di tutti i ragazzi della scuola. Catoia! Il Catoiuccio... Ma perché piangere ? Era così. Mia madre ne aveva abbastanza, lei, di piangere. E mi accompagnava a scuola. All’ora della ricreazione, saliva e scendeva per il viottolo lungo il cortile, per vedermi, senza potermi proteggere... E il maestro? Che poteva fare? Stette attento che gli altri non mi picchiassero, che non mi rubassero niente. E poi... poi si fa l’abitudine. L’abitudine di abbassare la testa, di farsi piccolo piccolo, di rispondere a un’offesa. Mia madre però non si abituava. E una sera, dopo la preghiera, osò perfino dire:

Questo figliolo non può rimanere qui, gli altri lo prendono troppo in giro. Se volete, lo porterò al mio paese, nell’Albigese, a casa mia. Mio padre e mia madre, che sono suoi nonni anche loro, lo terranno con sé. E anche là andrà a scuola. Sarà un bambino come gli altri, i compagni non lo canzoneranno. Nell’Albigese nessuno si preoccupa della religione...’.

Qui ti volevo, figlia mia!’ tagliò corto il nonno. ‘A cominciare dall’eresia d’una volta, non è venuto fuori niente di buono dall’Albigese. E tu non saresti mai entrata qui come nuora se il padre di tuo padre non fosse nato in casa di Taulan de Vilacomtal, un parente di Albespin di cui tutti in Rouergue conserviamo memoria. Nell’Albigese nessuno si preoccupa della religione perché non c’è più religione. Non dobbiamo comunicare con gli scismatici, meno che mai con i pagani. Qui il ragazzo capisce che non è come gli altri. Nell’Albigese non si renderebbe conto di niente. E perderebbe la fede. Quindi, figlia mia, lo terremo qui. Siccome soffre, siccome è infelice, diremo subito un rosario di più per lui, che Dio e la Santa Vergine gli diano la forza di resistere. E quel rosario in più con questa intenzione lo diremo ogni sera. In ginocchio, tutti. In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo...’

(Ivi, cap. III)



IL MARGINE1

La libertà sta sul margine.

La morte che ti aspetta ha in sé la verità.

Segui il tratturo, il pendio della fossa,

La miseria granisce quando fiorisce il grano...

La libertà sta sul margine...

Per passare la faglia non ti voltare indietro:

Altano o tramontana prendi il vento sul naso,

Una pietra liscia, il baratro è qui a raso Il ghiaccio si scioglie dove la serpe ha il covo.

Per passare la faglia non ti voltare indietro.

Stelle senza luna ne vedremo la fine:

Non ne perdiamo una, cerchiamo il cammino.

Tutto il cielo si sgrana dalla sera al mattino,

La bestia selvatica manda odore ferino...

Stelle senza luna ne vedremo la fine.

Fratello contro fratello tira fuori la lama:

Figlio di tua madre, che vale la tua pelle?

La mia non vale molto: uno sputo di fiele.

Quale uccello beccuto ci forerà le orbite?

Fratello contro fratello tira fuori la lama.

La libertà sta sul margine.

Di tratturo in tratturo porta la verità.

La vita ti aspetta dal pendio nella fossa:

La miseria fermenta quando granisce il grano.

La libertà sta sul margine.

1 La talvèra, che traduciamo ‘margine’, è l’orlo del campo che non si può arare.



SERA DI FIERA

Nella vecchia osteria domandammo del vino.

Non del vino di pergola, quello che è troppo asprigno,

Ma vino del paese, del buon vino di vigna.

Non quartino né litro, ne vogliamo una pinta,

E venga la padrona per servirci a puntino.

Con un solo bicchiere: berremo ognuno a turno.

Così muore la fiera quando finisce il giorno.

Ah padrona, padrona, ti palpeggio d’amore;

Stringiti a noi più forte per portarci calore.

Sotto il tavolo il cane scorreggia a suo piacere;

Per cacciarlo gli diamo un calcio nel sedere.

Inciampo sulla porta, sbatto nel catenaccio.

Ah padrona, padrona, vai via senza un abbraccio?

Son tele senza ragni le tele della sera.

Ci salvi la speranza, con due baci al bicchiere.

Tutto quel che rimane: volere e non potere,

Campana senza tempo suona senza sapere.

Ah padrona, padrona, la chiave per aprire;

Ecco qui il tuo denaro, andiamo a seminare.

Una stella s’imbianca nel cielo mattutino;

Contiamo i corvi neri lungo tutto il cammino.

Per la fiera che viene chiederemo del vino.

(Sus la mar de las galèras, I.E.O. 1975)