italiano

L’unica patria di uno scrittore è la lingua materna’ scrive Sándor Márai (Confessioni di un borghese), che, non a caso, sceglie di scrivere in ungherese, laddove il tedesco gli avrebbe assicurato assai maggior diffusione (la scelta inversa avevano fatto i boemi Kafka e Rilke). È certo questo, al di qua d’innumerevoli varianti, il principio di sussistenza di qualsiasi letteratura in una lingua ‘minoritaria’: tanto più dove si tratti d’una parola il cui uso sociale è venuto deteriorandosi, specie in età contemporanea.

Tutti sanno, in Italia, che in lingua d’oc nasce la più antica invenzione poetica europea. I trovatori si trovano all’imbocco di ogni grande letteratura occidentale: dalla scuola siciliana, anticipo della gemmazione del dolce stil novo, ai trouvères francesi, ai poeti galleghi e ai Minnesänger. Ma quasi tutti (e spesso perfino i nostri filologi romanzi, dediti esclusivamente al Medioevo) ignorano che quell’antica letteratura ha continuato a vivere e vive tuttora: unica a svilupparsi con continuità di tradizione sul territorio chiamato Francia, fra Atlantico e Mediterraneo, a dispetto del centralismo parigino e d’una costituzione che recita : ‘Il francese è la lingua della Repubblica’. Sicché il verso di Robert Lafont collocato alla ribalta – ‘Il solo potere è dire’ – testimonia una disperata, secolare tenacia. La storia di questa letteratura conosce – come dovunque – alti e bassi, raggiungendo picchi talvolta spericolati nel Cinque-Seicento con Pey de Garros, Guillaume Ader, Louis Bellaud de La Bellaudière, Pèire Godolin (Goudouli, in francese): ma chi erano costoro? si chiederebbe un Don Abbondio dei nostri giorni, e molti altri con lui. A dire il vero, la cosiddetta rinascenza del Félibrige (seconda rinascenza, la prima collocandosi appunto fra XVI e XVII secolo), capitanata da Frédéric Mistral (premio Nobel nel 1904), nata in Provenza ma diffusasi in tutte le terre d’oc, aveva goduto anche da noi una certa fortuna durante il Ventennio fascista, complice l’idea latina e l’orientamento grossomodo conservatore di quel movimento. Però nel dopoguerra ci voleva Pasolini per segnalare all’Academiuta di lenga furlana che ‘in Provenza operano, in questi anni, dei poeti notevolissimi che amano e leggono Mistral ma che linguisticamente si tengono al livello più “moderno” possibile’, citando René Nelli e Robert Lafont (Poesia d’oggi, in ‘La Panarie’, 1949). E ci voleva Gianfranco Contini per proporre a una sua allieva, negli anni Sessanta, la letteratura occitanica moderna come argomento della tesi di laurea (Fausta Garavini, L’Emperi dóu Soulèu. La ragione dialettale nella Francia d’oc, Ricciardi 1967). Di fatto Pasolini si riferiva alla cosiddetta terza rinascenza (comunque precorsa e appoggiata dalla rivista ‘ÒC’, fondata nel 1923 e tuttora uscente, e dalla creazione, nel 1930, della S.E.O., Societat d’Estudis Occitans), quando, nel 1945, fu costituito a Tolosa l’I.E.O. (Institut d’Estudis Occitans, sul modello dell’ Institut d’Estudis Catalans) con un intento di rinnovamento: si trattava di ritrovare un’unità, adottando una grafia normalizzata basata sull’antica grafia trobadorica, capace di supportare le varie pronunce (dal provenzale al linguadociano al guascone al limosino), e di distaccarsi dal mondo ‘de l’araire et du calèu’ (dell’aratro e della lucerna), ossia dal pittoresco folclorico in cui sembrava essersi fossilizzato il felibrismo.

Un intento di svecchiamento animava tuttavia anche Sully-André Peyre (1890-1963), corifeo dei seguaci ortodossi di Mistral ma aperto agli altri mondi letterari (Régnier, Rossetti, Keats, Coleridge...), che nella sua rivista ‘Marsyas’ (1921-1961) pubblicò e sostenne gli autori provenzali (appartenenti alla Provenza geografica e fedeli alla grafia mistraliana, a base fonetica): Max-Philippe Delavouët (1920-1990), Jean-Calendal Vianès (1913-1990), Charles Galtier (1913-2004), René Jouveau (1906-1997), Émile Bonnel (1915-2009) e alcuni altri. Un gruppo di cui qui non si può dare testimonianza per mere ragioni di spazio: benché un vuoto ingombrante lasci l’assenza di Delavouët, autore di vasti Pouèmo cosmogonici (cinque tomi, i primi tre pubblicati fra il 1971 e il 1977, il quarto nel 1988, il quinto, postumo, nel 1991), situabili in una sequenza che va da Michelet a Barrès a Péguy e a Claudel, coniugando latinità e cristianesimo nel culto della terra e della razza (‘sulle vestigia degli antichi padri’, per dirla con D’Annunzio). Mentre la rara produzione di Vianès (raccolta tutta in Au mirau de l’eternita, Allo specchio dell’eternità, 2011), porta il segno di una disposizione onirica che è al tempo stesso nostalgia del passato e presentimento della fine. Le voci neo-felibristiche sembrano peraltro esaurirsi allo scadere del XX secolo.

Il compito di attestare il nuovo slancio impresso alle lettere d’oc a partire dall’immediato dopoguerra, con la creazione dell’I.E.O., è qui affidato alle voci di Max Rouquette, Jean Boudou, Robert Lafont, Bernard Manciet. Ma volendo far posto in questa silloge soprattutto alle successive generazioni, che depongono della vitalità e degli orientamenti della scrittura occitanica d’oggi, è giocoforza sacrificare altri nomi che vi hanno validamente contribuito.

A cominciare da René Nelli (1906-1982), nato e vissuto a Carcassonne dove fu sodale di Joë Bousquet e partecipe del movimento surrealista, in contatto con Ferdinand Alquié, Claude-Louis Estève, Paul Éluard, Jean Paulhan, Simone Weil. Nel momento più completo della sua attività poetica, Arma de vertat (Anima di verità, 1952; ma la totalità è raccolta in Obra poëtica occitana, 1981), confluiscono i temi fondamentali del surrealismo, ripresi d’altronde nelle sue dichiarazioni teoriche (Poésie ouverte, poésie fermée,1947): rifiuto dell’esercizio tecnico, abbandono alle percezioni immaginanti, ai miti dell’inconscio, della doppiezza e frattura dell’uomo nella sua parte oscura e diurna, tensione alla sua saldazione, rivendicazione dell’amore con cui si risale alla tradizione catara (di cui Nelli fu studioso).

Inevitabile poi sottolineare l’accento lorchiano che risuona in molte scritture degli anni Quaranta-Cinquanta: riconoscimento della ragione regionale che tanto evidentemente definisce la voce di Lorca e insieme del suo ricollegare la propria matrice creativa al nuovo superreale europeo. Così in Léon Cordes (1913-1987), singolare figura di contadino autodidatta o quasi, la cui smilza raccolta Aquarèla (Acquarello,1946) fu salutata per la sua freschezza sia su ‘ÒC’ sia su ‘Marsyas’, e che continuò poi a produrre testi di poesia (Òbra poëtica,1997) e di teatro, scientemente ponendosi come legame fra il popolo e l’ ‘intellighenzia’ occitanica. A quest’ultima appartiene Bernard Lesfargues (1924-viv.), originario di Bergerac, fondatore delle edizioni Fédérop e traduttore dallo spagnolo e dal catalano, che esordisce nel 1952 con la raccolta Cap de l’aiga (Madre delle acque) e coltiva nel corso del tempo (La brasa e lo fuòc brandal, La brace e il fuoco fiammante, 2011) una poesia elegiaca, nostalgica, ma che al limite si accende in protesta contro tutte le oppressioni, in primo luogo quella che grava sulla cultura d’oc.

Gli studi di Pierre Bec (1921-2014), linguista e romanista, professore all’Università di Poitiers, specialista dei trovatori, musicologo, sono sicuramente noti ai filologi romanzi: i quali, altrettanto sicuramente, non hanno mai letto il poeta (Sonets barròcs entà Iseut, Sonetti barocchi per Isotta, 1979; Cant reiau, Canto reale, 1985) né il narratore (Contes de l’unic, Racconti dell’unico, 1977; Lo Hiu Tibat, Il filo teso, 1978, relazione delle sue esperienze in Germania nel Servizio Obbligatorio del Lavoro; Sebastian, 1980; Raconte d’ua mort tranquilla, Racconto d’una morte tranquilla,1993), il cui estro creativo fa rivivere in dignità letteraria quel guascone ‘straordinariamente bello, secco, breve, espressivo [...] Tanto nervoso, forte e preciso quanto il francese è grazioso, delicato e abbondante’ ammirato da Montaigne alla corte di Navarra (Saggi, II,17). Significativamente, la sua ultima opera poetica è la traduzione in guascone della Chanson de Roland, che rispetta le lasse di decasillabi assonanzati dell’originale francese del XII secolo.

Se gli autori nominati fin qui possedevano una lingua familiare o comunque appresa nell’infanzia, diverso è il discorso per Henri Espieux (1923-1971), nato a Toulon, città francesizzata, e vissuto per lo più a Parigi: la sua riconquista del provenzale (Telaranha, Ragnatela, 1949; Òsca Manòsca!,1963; Jòi e jovent, Gioia e gioventù,1972) è velleitaria e libresca, innescata da un gusto quasi sensuale di quella magia incantatoria che connota la parola occitanica (di contro al vocalismo indistinto o nasalizzato del francese) consentendogli esiti altamente squisiti (sarà anche il caso del più giovane Jean-Yves Casanova).

Molti altri sono gli esclusi. Devo confessare che alcune omissioni sono state dettate dalla mia inettitudine a trasporre adeguatamente testi poetici senza snaturarne la qualità di elaborazione tecnico-stilistica. In altri casi la selezione è stata condizionata da fattori esterni, come l’irreperibilità degli eredi a cui chiedere l’autorizzazione di riprodurre i testi o, quando reperibili, il loro rifiuto ad accordarla.

Quest’ultima circostanza giustifica la forzata ‘rimozione’ di Marcela Delpastre (1925-1988), intensa voce del Limosino. Dopo il liceo e due anni di studi alla Scuola d’arte di Limoges, Marcela sceglie la vita contadina, nella fattoria di Germont dove è nata: assicurandosi così il pane quotidiano, è libera di dedicarsi alla scrittura. Lascia infatti un’opera immensa, sia per quantità sia per la sua tempra autenticamente visionaria: racconti, studi etnografici, memorie autobiografiche (Las vias priondas de la memòria, Le vie profonde della memoria, 1996) e soprattutto poesie. Nelle due raccolte emblematiche, Saumes pagans (Salmi pagani,1974) e Paraulas per questa terra (Parole per questa terra, 5 voll., 1997), l’ampio ritmo dei versi e versetti dà parola all’intera creazione, pietre, piante, bestie, elementi del cosmo. Curatore delle opere di Marcela Delpastre, il poeta, cantautore, narratore e editore Jan dau Melhau (al secolo Jean-Marie Maury, nato nel 1948) anima da una quarantina d’anni la vita culturale nel Limosino. La tradizione popolare ispira le sue poesie (Glòria de la mòrt, Gloria della morte, 2002), prose (Los dos einocents, I due innocenti, 1978) e canzoni (Lo diable es jos la pòrta, Il diavolo è sotto la porta: la prima versione, poi accresciuta, è della fine degli anni Settanta) che dicono, fra collera e compianto, l’agonia della lingua e della civiltà contadina in questa zona impervia del Massiccio Centrale.

Tutt’altra atmosfera si respira in Linguadoca con Jean-Marie Petit (nato nel 1941), docente di lingua e letteratura occitanica all’Università di Montpellier, autore di una quindicina di raccolte poetiche, che fissa nei suoi testi brevi, in una lingua semplice e spoglia, istantanee della memoria trasfigurate dalla fantasia: scene di vita quotidiana, ritratti di persone o di piante, ricordi d’infanzia. Docente nella stessa università (e nato anche lui nel 1941), Florian Vernet è uno dei primi autori occitanici a scrivere di fantascienza (Qualques nòvas d’endacòm mai, Notizie da qualche altra parte, 1976; Miraus escurs, Specchi oscuri, 1996). Prosatore vivace e comunicativo, animato da intenti pedagogici, vivifica il linguadociano standard trasponendo in scrittura voci dell’oralità, al limite derivate dal gergo o dagli autori barocchi che analizza nei suoi studi. I suoi polizieschi parodistici e i suoi racconti insoliti (Vidas e engrenages, Vite e ingranaggi, 2004; Fin de partida, Fine di partita, 2013) sprizzano humour caustico e pessimismo radicale, nella tradizione del romanzo nero. Nella diocesi di Montpellier è attivo Jean Larzac (al secolo Jean Rouquette, nato nel 1938, fratello del poeta Yves), sacerdote, autore di poesie d’ispirazione religiosa (Sola deitas,1962) o di combattivi proclami occitanisti (L’estrangièr del dedins, Lo straniero dell’interno, 1968), oltre che della traduzione in oc della Bibbia, a partire dai testi originali. Sempre a Mont- pellier opera Jean-Frédéric Brun (1956), medico-scrittore, come Max Rouquette, a cui si richiamano la sua poesia d’ispirazione solare che evoca la garriga e gli stagni (Estius e secaresa, Estati e siccità,1979; Legendari de las despartidas, Leggendario degli abbandoni, 2009), e i suoi racconti imbevuti di leggende.

L’Occitania è grande. Nel Béarn, ai piedi dei Pirenei, è cresciuto Serge Javaloyès (nato a Orano nel 1951), presso una famiglia che lo ha accolto durante gli attentati della guerra d’Algeria. Ne ha adottato la lingua (una variante del guascone) per raccontare, nel romanzo autobiografico L’òra de partir (L’ora di partire, 1998), questo drammatico esilio, la cui eco risuona ancora nel successivo Tranga e tempèstas (Ondata e tempeste, 2006). Al Gave, fiume emblematico del Béarn, è dedicato il lungo poema epico Sorrom Borrom (2010).

In Provenza, all’altro capo delle terre d’oc, troviamo ancora Jean-Yves Royer (1944), che traspone paesaggi insoliti, ritratti pittoreschi, drammi intimi in sonetti classicamente scanditi e rimati (Los temps passats, I tempi passati, 2006). Altri nomi si potrebbero citare fra i più giovani, come i poeti Jean-Paul Creissac o Frédéric Figeac, eredi di una lingua familiare riconquistata: a riprova della sussistenza di questa letteratura.

L’Occitania è grande. In Piemonte, le valli del cuneese sono di lingua d’oc, e hanno scritto e scrivono in oc Antonio Bodrero (1921-1999; la sua Opera poetica occitana, 2011, è edita da Bompiani), Beppe Rosso, Janò Arneodo... Densamente metaforica, aderente alla realtà e al dolore del nostro mondo, del nostro tempo, è la voce di Claudio Salvagno, che vive a Bernezzo, dov’è nato nel 1955. La sua prima raccolta, L’emperi de l’ombra, è stata pubblicata nel 2004 dalle edizioni occitaniche Jorn, mentre l’ultima, L’autra armada, è uscita nel 2013 per le edizioni Nino Aragno, nella collana di poesia ‘Castalia’ a cura di Giovanni Tesio. L’ ‘altra armata’ di Salvagno (scrive Tesio nella postfazione) è quella della guerra, ‘ma più ancora della vita che ci chiama a una guerra tutta interiore’. E le sue ascendenze sono varie oltre che, ovviamente, italiane, a cominciare da Dante (‘e sens esper tombem dedins lo borre / coma còs mòrt tomba’: e senza speranza cadiamo dentro l’ombra / come corpo morto cade).

Perché la llengua es un país, come usava dire Jòrdi-Pere Cerdà (pseudonimo di Antoine Cayrol, 1920-2011), cittadino francese ma di lingua catalana (insegna la Storia che col Trattato dei Pirenei, nel 1659, la Catalogna Nord – ovvero il Rossiglione e parte della Cerdagna – fu inglobata dalla Francia). Ed è qui indispensabile almeno un accenno a questo lembo di terra dimidiato e paradossalmente costretto a voltar le spalle alla Generalitat de Catalunya per guardare a Parigi come propria capitale. L’opera del rossiglionese Josep-Sebastià Pons (1986-1962) è stata infatti modello determinante per gli scrittori d’oc della terza rinascenza (in particolare per Max Rouquette, cfr. infra). Gli autori francesi di lingua catalana sono apparentemente più fortunati dei loro confratelli occitani. Se Parigi li ignora, Barcellona li onora. In realtà il loro doppio isolamento, tra Francia e Catalogna, è assai inconfortevole, seppure è a Barcellona che sono pubblicati Pons, Edmond Brazès (1893-1980), Pere Verdaguer (1929-viv.), infine Cerdà, con cui è giusto chiudere il cerchio evocando un suo bel titolo: Tota llengua fa foc. Filando la metafora: la lingua d’oc arde, infaticabile, fuoco sacro di Vesta perennemente mantenuto acceso attraverso i secoli dalla coscienza della sua stessa imperennità.

Fausta Garavini

NOTA. A integrazione del timido approccio proposto in questo inserto, si possono consultare le voci sugli scrittori qui nominati, reperibili in rete.

I testi occitanici sono pubblicati principalmente, oltre che dall’I.E.O. a Tolosa e da Fédérop (edizioni fondate da Bernard Lesfargues a Église-Neuve-d’Issac), nella collana di poesia delle edizioni Jorn (Montpeyroux, dirette da Philippe Gardy, Jean-Claude Forêt e Jean-Paul Creissac) e in quella di prosa (diretta da Forêt) del Trabucaire (Perpignan). Assai attive sono anche le edizioni Reclams (Guascogna), del Chamin de Sent Jaume (Limosino) e Letras d’oc (Tolosa). Centro di difesa e diffusione della cultura occitanica è il CIRDÒC (Centre Inter-Régional de Développement de l’Occitan), con sede a Béziers, ricco di una fornitissima biblioteca, depositario di archivi di vari autori, e promotore d’iniziative culturali e pedagogiche.

In campo musicale è nata negli anni Settanta quella che è stata poi definita ‘la nouvelle chanson occitane’, ad opera di vari cantautori (Mans de Breish, Claude Marty, Patric, Jean-Marie Carlotti, Jan dau Melhau...) e gruppi (Mont-Jòia, Sauvaterra ecc.), a cui sono seguiti negli anni Ottanta vari altri gruppi come Massilia Sound System e i Fabulous Troubadours, e attualmente un nugolo di formazioni: ad esempio i rapper di Mauresc Fracas Dub o le polifonie del Còr de la Plana, di Du Bartas o del coro femminile ‘la Mal Coiffée’.

La scelta dei testi di questo inserto monografico è mia personale, e mie sono le traduzioni. Tengo tuttavia a ringraziare per il suo prezioso aiuto Jean-Claude Forêt che gentilmente si è prestato a risolvere i miei dubbi.


Per avvicinare i lettori alla lingua d’oc nelle sue varianti si propongono nell'APPENDICE i seguenti campioni in originale, rispettivamente di Robert Lafont (provenzale), Jean Boudou (linguadociano), Bernard Manciet (guascone), Jean Ganiayre (limosino), Jean-Claude Forêt (vivarese-alpino), nizzardo (Jean-Luc Sauvaigo).