italiano

Max Rouquette (Roqueta in oc), nato ad Argelliers, in Linguadoca, nel 1908, in una famiglia di viticoltori, e deceduto a Montpellier nel 2005, è una delle figure più importanti di fine secolo. Medico di professione, segretario generale e successivamente presidente dell’I.E.O. di cui fu tra i fondatori, direttore della rivista ‘ÒC’ dal 1978 al 1983, è autore di una vasta opera poetica, narrativa e teatrale. Esordisce negli anni della seconda guerra mondiale con due raccolte liriche, Sòmis dau matin (Sogni del mattino, 1937) e Sòmis de la nuòch (Sogni della notte, 1942), dove, riprendendo il lascito del rossiglionese Josep-Sebastià Pons (suo insegnante al liceo di Montpellier), imposta la propria voce su toni di enunciazione naturale. Alla lezione di Pons s’intreccia quella di Lorca, di cui Rouquette traduce, sul finire degli anni Trenta, una parte del Romancero gitano, meditando nel contempo, non a caso, sui racconti popolari d’oc. La sintesi, sempre perfettamente padroneggiata, quasi sacrale, delle risorse d’una lingua còlta sulla bocca del popolo e delle suggestioni fervide della ricerca surrealista, costituisce la cifra di questa poesia. La tersa, implacabile pronuncia dello splendore del mondo, incrinata dalla coscienza dolorosa della fine e del nulla, risuona in La pietat dau matin (La pietà del mattino, 1963, poi riunita con le due precedenti raccolte in Los saumes de la nuòch, I salmi della notte, 1984) e Lo maucòr de l’unicòrn (Il tormento del liocorno,1988), come in D’aicí mila ans de lutz (Di qui a mille anni luce, 1994), dov’è ripresa e approfondita la meditazione sull’infinito della durata e dello spazio, sulla dissoluzione della materia, sulle catastrofi del tempo. Analoghi i temi dei due volumi di Bestiari (Bestiario, 2000 e 2005), dei postumi Poèmas de pròsa (Poemi in prosa, 2008), e soprattutto – poiché in Rouquette poesia e prosa si danno la mano – dei sei libri di Verd paradís (Verde paradiso, I, 1961, raccoglie testi già sparsamente pubblicati in rivista fin dagli anni Trenta; segue Verd paradís II, 1974, e via via gli altri, con numerose riedizioni): il titolo, baudelairiano (‘le vert paradis des amours enfantines’) e talvolta antifrastico, copre racconti di memoria che dicono la bellezza e la crudeltà della natura, le sue infime e terribili tragedie segrete. Evocando lo splendore solare del retroterra di Montpellier, queste prose sono percorse dall’ossessione del tempo che ci separa dal cuore delle cose e della vita. Il compito dello scrittore è dunque una ricerca ontologica: rendere ‘il canto del mondo’, delle creature che hanno accesso all’ ‘essere in sé’ dell’universo, piante, bestie o uomini, i vagabondi, i pastori, i poveri di spirito. Sono così equiparate in dignità tragica le diverse agonie – di una volpe, di un cacciatore, di un cinghiale, di un cane o di una masseria – descritte in queste pagine. La profonda unità della tematica rouquettiana si conferma nel romanzo La cerca de Pendariés (La ricerca di Pendariés, 1996), storia di un medico del Cinquecento che indaga il mistero del corpo umano, mentre in Tota la sabla de la mar (Tutta la sabbia del mare,1997) – viaggio di una sibilla nell’eternità attraverso metamorfosi successive nei tre regni, animale, vegetale e minerale – è esplorato il mistero del cosmo. Il teatro di Rouquette comprende una quindicina di pièces, farse, pastorali o tragedie fra cui Medelha (Medea), originale ricreazione del mito della maga. Molti dei suoi libri sono tradotti in francese e alcuni in altre lingue.



PAROLE PER L’ERBA

Pace segreta,

ombra del tratturo,

mondo nascosto della formica,

docile sotto il passo nello scuro,

mi hai accolto come un’amica.

Bevi dritta alle fonti della notte,

dritta nella tenebra muta,

dopo che dal fronte del poggio

l’ombra è caduta.

Conoscendo il volo della pernice

e il lieve posarsi della colomba,

guardi il cielo nudo, specchio felice

deserto quanto la tua landa.

Più pura della dittinella

e più umile della malva,

come nel cielo le stelle

trasalisci al vento dell’alba.

(Sòmis dau matin, S.E.O. 1937)


STELLE MORTE

Stelle morte vanno ancora camminando

cieche nella notte del mondo

pellegrini perduti che vanno senza lume

per le valli profonde.

Ombre di fiamma tra i fuochi del cielo

passano accanto alle costellazioni

che nell’aria gioiosa e lieve

si fanno segno come pastori,

gorgo perduto senza posa gemente,

giovine antico che perse la chiara sorgente

e invoca, amaro, il sembiante smarrito,

passano nell’aria cercando eternamente

gli occhi, specchi dimenticati nella notte,

imperlati di lagrime raggianti

dove un’ora il loro mondo vacillante

mirava la purezza di quei fuochi.

(Sòmis de la nuòch, S.E.O. 1942)



SEGRETO DELL’ERBA

I primi passi del ricordo camminano nell’erba rasa che vuol vivere in pieno sole e bere ai sogni umidi della notte. L’erba era nostra compagna. Vivevamo sempre intrisi della sua frescura, amici dell’umile vita che l’erba nasconde. I ciuffi frementi, li strappavamo a piene mani, gironzolando sull’aia davanti alla casa. Ci faceva le mani verdi, e il nostro passo ne conservava il profumo amaro. Ai nostri occhi pazienti, s’ingigantiva fino al mistero di una selva, quando seguivamo fra i suoi fili nitidi il lavoro delle formiche indaffarate che trascinavano volenterose dei fardelli venti volte più grossi di loro.

Eravamo signori dell’erba che ci carezzava il viso, e con un soffio leggero suscitavamo burrasche e tempeste che sconcertavano un istante quella povera repubblica di bestiole. Scatenavamo gli elementi e affogavamo il loro buco con una brocchetta di terracotta che ci avevano dato per fare il verso dell’usignolo soffiando nell’acqua. Ci si stanca presto di imitare l’usignolo; ci servivamo della brocchetta di terracotta per trasportare l’acqua che può sempre servire, sia per impastare l’argilla sia per innaffiare un vecchio fico selvatico e mezzo secco che per due giorni buoni trattammo con amicizia, cosa a cui non era certo abituato. Era messo male, poveretto, nato fra le pietre secche di un muro, accanto a quell’erba che era il nostro universo.

A primavera, con un coltello tagliavamo i suoi rami nuovi, facevamo saltar via la scorza tenera che stillava latte, un latte che racchiudeva un mistero, velenoso, sembra, un po’ malefico perché fa gonfiare le labbra come quelle di un rospo. Facevamo seccare la scorza per farne dei soffietti. D’estate, quando il fico aveva estratto dalla pietra abbastanza linfa per gonfiare la sua mezza dozzina di fichi, li coglievamo ancora verdi e duri per ficcarli in cima a un bastone e scagliarceli in faccia da lontano.

La sera, dopo cena, tornavamo a gironzolare nell’erba. Distesi sulla schiena sentivamo sui polpacci, sulle mani e sulla nuca la molle frescura che cadeva dal cielo stellato. Annegavamo gli occhi nella profondità del firmamento e delle luci dolci che tremolavano dolcemente e cercavamo di indovinare le frontiere di quel mondo strano che si sottraeva al sole. La luna gettava ombre sulla Via Lattea, ombre d’alberi, certamente, come se ne trovano lungo tutte le vie. Non potevamo pensare che quella via non servisse a qualcosa. Attraversava il cielo tutta dritta come uno che sa dove va, e quando la montagna scura la fermava, la seguivamo sognando lontano lontano, in paesi strani, lungo il suo chiarore di luna.

Tutto respirava e i grilli cantavano nascosti nell’ombra dell’erba dove la nostra fantasia li vedeva – e quando ascoltavamo il loro coro tremolante accompagnare il silenzio della notte, sapevamo che i grilli seduti davanti al loro buco, come la gente davanti alla porta, prendevano il fresco guardando le stelle.

Il buco del grillo si apre sotto un filo d’erba. Scende dolcemente nella terra. Sapevamo come fare per prenderli. Con un fuscello sottile frugavamo in fondo al buco, nascosti nell’erba, sopra l’apertura. Il grillo saliva con prudenza e non vedendo nessuno davanti alla porta, usciva. Una mano svelta scattava e il povero grillino era subito ingabbiato.

E nella gabbia da dove vedeva più cielo che da casa sua, il poveretto doveva cantare, sulla pietra fresca di una finestra, per cullare con un sogno di luna il sonno del suo crudele padrone.

È nell’erba che abbiamo ascoltato i racconti di Cipriano. Lavorava di giorno sulle strade e la sera veniva a riposarsi sull’aia fra i bambini mentre i rondoni neri sfrecciavano solcando il cielo con lunghi gridi d’allegria.

Lui, seduto sul rullo, fumava una vecchia pipa di terra e i suoi occhi azzurri seguivano, oltre il cielo, chissà quale sogno di gioventù. Oltre il cielo c’era un bosco, lontano, molto lontano, con dei pini molto alti. E le colombe d’autunno vi si ritiravano all’ora bionda del crepuscolo. Quel bosco dove aveva cacciato era pieno di misteri per noi, come fosse un bosco incantato, con voci negli alberi e raggi di luce nelle radure intorno a qualche bestia favolosa.

Ogni parola di quell’uomo ci incantava. E restavamo muti, raccolti intorno al suo rullo, a seguire tutta la musica di sogno filata dal vecchio stregone.

Si trattava della figlia del re, che era la più bella, che non poteva lasciare la sua stanza per una strana malattia, e che veniva salvata da Gian dell’Orso che scopriva il suo male: un rospo nascosto sotto il cuscino. Si trattava della bestia con sette teste e di un castello che era sotto terra, dove il padrone di casa, che forse era il diavolo, faceva saltare le uova in una padella d’oro. Ma Gian dell’Orso se la cavava sempre e se ne andava col suo bastone di bosso su un sentiero tanto stellato e tanto bello come la Via Lattea.

C’era anche un uccello d’oro che diceva sempre a Gian quel che meditavano i suoi nemici e che attraversava il racconto come le colombe d’autunno attraversano il cielo del mio paese.

Dov’era la ragione di tutto quell’incanto? Gli occhi d’acqua attraverso il fumo azzurro della pipa, sembrava che prendessero l’azzurro del cielo. Ma il vecchio sapeva anche il segreto dell’erba.


PAROLE PER QUATTRO SORGENTI

Font-Beleta

Quella che era in fondo alla valle sotto il tratturo e sembrava, ai piedi del declivio, guardare la parete scura della montagna. La montagna de Las Utas, ‘Lazuttes’, come dice il catasto e come si chiamava mia nonna1.

Las Utas, sapete cos’è? Quelli di qui lo sanno. Sono rovine. È quel che resta di un villaggio tanto antico che il nome se n’è perso nelle tenebre dei secoli e degli anni. L’età della pietra. E la sorgente, la Font-Beleta fra le lastre antiche e il fango intorno e i giunchi solitari, figli di mille anni di giunchi che hanno chinato la punta sottile sulla sua acqua, la sorgente aspetta ancora le ragazze di lassù che lungo la roccia, per il sentiero di lastre consunte e riconquistate dai lecci, scendevano ogni giorno a chinare il viso sullo specchio. Font-Beleta, mille anni di giunchi, mille anni di venti, mille anni di visi, mille anni di uccelli. Lassù le pietre sgretolate segnano la cerchia delle povere case. Esca per le nuvole, lo specchio nutre il fango, un magro fico selvatico, una quercia coccifera, tre rosmarini. Per il sentiero che scende nessuna ragazza verrà più. Ma ogni giorno nell’estate satura di calura, di silenzio e di luce, ogni giorno, sempre all’ora che avranno scelto, i perniciotti con il loro passo prudente stelleranno la polvere, per la delizia di una perla di gelo che gli scivola nella gola di pietra focaia.

Le ragazze ridevano tornando dalla sorgente, il secchio o la brocca sulla spalla; si fermavano per riposarsi all’ombra dei lecci e il loglio, come oggi, era morbido sotto il loro piede nudo. Un merlo scappava gridando e la valle ne prolungava l’eco. Dolcezza delle sere eterne. Appena lasciavano lo specchio la prima stella vi versava una lacrima chiara. La civetta solitaria abbandonava alla sera una lacrima di cristallo. L’ultima serpe s’infilava nel suo buco.

1. Si trascrive tal quale il toponimo occitano, Las Utas (Le Capanne) che in francese viene storpiato (Lazuttes).


Font-de-Guisard

La domenica, come la notte, vuota i campi, le vigne e gli orti della presenza degli uomini; qualcosa di sacro sembra confondersi all’aria del giorno, talvolta attraversata da una campana lontana. Quei rintocchi perduti in fondo ai boschi facevano aleggiare come un profumo d’incenso e la luce violetta che trasfigura gli altari. La vita del mondo era come ferita da quella celebrazione misteriosa dove non eravamo e che è tanto alta, fuori della terra e del tempo. Le pietre però erano bianche sui viottoli, il vento spirava e il ramo arcuato del caprifoglio sognava sospeso mollemente su un ruscello secco. Non si vedeva un solo lavoratore nella sua vigna d’estate. E gli orti erano solitari, abbandonati alla vespa, alla cavalletta e all’uccello. Libertà di un viottolo che scende fra le vigne e gira solo sotto l’ombra di un leccio per venire a passare davanti a una porta bassa e mezzo sgangherata sotto un mucchio di rovi, di fichi e di cornioli.

Mal protetta da una serratura gigante che si sfaldava in scaglie di ruggine, la porta, con i chiodi dalla capocchia grossa, era tarlata e screpolata. Dietro, l’occhio applicato all’asse antica poteva vedere una notte di fogliame e d’ombra, di rovi e di clematide e sotto gli alberi un sentiero che sudava frescura fino all’angoscia, il silenzio degli uccelli muti, la solitudine di un mondo abbandonato. Una chiave di due palmi, pesante come un martello, sapevamo dov’era nascosta. Bisognava passare il braccio fra la porta e il muro, girare il polso a destra e con la punta delle dita si arrivava ad acchiapparla in un buco scavato apposta, un buco dove riposava su una selce liscia ed era riparata come un santo in una nicchia. Quel santo di ferro era la chiave di un paradiso. Con un rumore terribile, e bisognava aiutarsi con tutte e due le mani e spingere con tutto il proprio peso, liberavamo la vecchia porta che scricchiolava girando sui cardini. Il giardino era nostro. Richiudevamo la porta e la chiave tornava nella sua cappellina santa.

Bisognava scendere cinque o sei scalini fatti di lastre conficcate nel suolo e che trattenevano terra e ghiaia e andavano girando verso destra. Quel sentiero schivo era coperto dall’ombra spessa dove si confondevano le foglie larghe del fico, le clematidi che si attorcigliavano ai rami come serpenti, i cornioli che stavano lì tutti dritti e si tendevano per cercare il sole. E più si andava avanti, più l’ombra si faceva scura, di una scurità verde di fogliame e di muschio e di frescura. Finché l’occhio abituato alla tenebra di quel giardino in mezzo alla fiamma dell’estate potesse vedere che una roccia a piombo lo proteggeva da un’altezza che sovrastava la cima degli alberi. Ai piedi di quella roccia liscia come una parete e tutta coperta di muschio verde quasi nero, si vedeva, specchio fosco e pensoso, la sorgente, la sorgente antica, fra la roccia e tre lastroni piantati dritti.

Ci mettevamo la mano e la sentivamo tutt’a un tratto stretta da una mano di gelo, e dalla nostra carne assuefatta al calore dell’estate e della corsa, il sangue fuggiva sorpreso e la mano diventava bianca. Ci sedevamo lì, e lo specchio ci ipnotizzava con la sua faccia liscia e la sua profondità dove potevamo, chinati, cercare il cielo fra la volta tenebrosa di un fico attaccato alla roccia a mezza altezza. E il nostro viso che affiorava dalla profondità tenebrosa dello specchio e che si accostava sempre alla nostra bocca quando ci abbassavamo per bere, come per baciarci. E la sua bocca era di gelo come se l’inverno fuggendo davanti alla calura si fosse ritirato e nascosto nelle spelonche della montagna e là ci aspettasse. Ci veniva un brivido nella schiena e rabbridivamo a lungo. Il giardino era soffocato dal silenzio. L’acqua era muta. Il suo specchio saliva al livello di una cavità nella lastra che lo tratteneva e di qui su un letto di muschio colava dolcemente sotto una selva di rovi, erbe e giunchi e andava a perdersi in un fossato.

Intorno la terra bruciava e le vigne tendevano braccia supplichevoli al cielo di fuoco. Al suolo l’argilla bianca era abbagliante di riflessi e crepata. Una lucertola morta seccava alla rabbia del sole. Sola nella sua conca di pietra fredda, l’acqua salita dalle profondità della terra manteneva il fremito vigoroso della vita. Ma piana, liscia, fresca e silenziosa, conservava nell’ombra il mistero dei suoi segreti.


Font-Mòrta

All’orlo di un sentiero, fra le pietre secche di un terreno incolto dove morivano tre paia di ulivi, un ciuffo di giunchi, giallastri perché in tutto l’anno vedevano l’acqua solo due o tre mesi, si apriva sotto un macigno alto due palmi, un buco non più grande di due palmi di mano uniti. Niente alberi intorno, ma la pietra bruciata di sole, il rosmarino, lo spigo, il ginestrone. Una terra nuda per la pernice, per il coniglio che visita a mezzanotte i campi di luna. Di tutto il sentiero, era il luogo più deserto, più arido, paradiso della cavalletta che per essere felice ha bisogno di una polvere come di cenere e di pietre calde come brace e di una luce da accoppare un bue.

Era quasi mezzogiorno quando nel mese d’agosto tornavamo dall’aver colto l’uva bianca e sudavamo e penavamo con al braccio un paniere pesante pieno di sarmenti con le foglie azzurre di solfato. E tuttavia, lontano da qualsiasi ombra, nel pieno della fiamma che faceva tremolare l’orizzonte delle vigne e dei boschi, era vicino a quella sorgente morta che dovevamo fermarci, sederci su una pietra e sognare a lungo nella pace di un inferno di silenzio. Una sabbia secca e rugginosa riposava nella mano secca della sorgente. I giunchi si piegavano con i loro fiori di polvere fine. Erano le ciglia di quell’occhio morto. Eppure viveva la presenza oscura dell’acqua. L’acqua che si ritira davanti al calore dell’aria e che si nasconde nella più profonda oscurità delle vene della terra.

Un uccello, a volte, come venuto dalla vita, passava alto nel cielo; e lasciava cadere come gocce un grido che rimaneva senza eco. Nella piega scura che il macigno faceva con la sabbia secca, guardavamo a lungo come se dovesse spillare a un tratto il lento avanzare di un’acqua piana che venisse a spandersi e crescere nel palmo ardente della roccia. Ma la roccia tendeva il palmo, il suo palmo di vecchio mendicante che ha sete, e l’acqua rimaneva sempre nell’ oscurità della terra, e l’uccello inquieto passava senza posarsi; la sorgente morta rifiutava di prestare al cielo il suo magro specchio.

La vidi un giorno d’autunno. Aveva piovuto per la vendemmia. All’orlo del sentiero i giunchi erano verdi e drizzavano le punte aguzze, e l’alito lieve del vento gli dava una gioia danzante. Nella conca della sorgente morta c’era acqua, un’acqua limpida e posata che colava dolcemente fra le erbe e la menta del ruscelletto e con le pietruzze giocava un gioco saltellante e canterino. Tutta una vita era sgorgata dalla terra, e si spandeva sotto il cielo, le erbe chinavano le punte sull’acqua, le pietruzze tremolavano nella corrente. E bestioline dalle lunghe zampe correvano sull’acqua senza bagnarsi. E la maestà di un cielo di nuvole bianche accumulate come troni di Dio con a tratti baratri profondi d’un blu intenso e limpido si gonfiava in pompa nello sguardo della terra.

Font-del-Fabre

L’acqua stillava a filo del muschio. Veniva dalle profondità oscure della serra carica d’una frescura strana e si preparava nella camera di fogliame a conoscere il riflesso metallico del cielo e il suo spazio senza limiti. Conosceva nella sua conca scura la rotondità della bottiglia dove il vino stava in fresco e nel chiaroscuro delle clematidi vedeva chinarsi su di sé dei visi che mai più avrebbe rispecchiato. L’acqua si espandeva dolcemente sul suo letto di muschio e senza posa fuggiva la sorgente. Senza posa fluiva, fuggiva per sempre. Dov’erano le acque di ieri e dell’altro ieri e degli anni e degli anni passati? La terra e il cielo a quel pensiero sbocciavano in un fascio di sogno dove tutta la vastità del mare si confondeva alla vastità dell’aria. Nuvole bianche, voragini di limpido blu, tremolìo a mezzogiorno della terra lontana. E mai più quell’acqua tornerebbe a specchiare quel viso, dolente e pensoso, che si dimenticava di sé fissandosi nello specchio fuggevole, e si dimenticava sognando altri visi antichi venuti a specchiarsi prima, e che le acque d’un tempo avevano portato per i fossati, sotto i rami e i cieli, fino al blu dell’eternità. Di tutti quei visi che avevano tremolato nel freddo dello specchio cangiante, di cui ogni goccia se ne andava a poco a poco dalla terra madre, non restava niente. Come l’acqua erano defluiti, erano scivolati sotto il ramo sognante, avevano prestato il loro sguardo allo stellato, conosciuto i soli e la pioggia silenziosa, patito il soffiare del vento, e poi si erano confusi all’assenza del mondo. La sorgente eterna era sempre lì, piaga viva e bocca della serra, e i pomodori di quell’anno bevevano alla sua frescura l’orgoglio di essere per quell’anno, fra tutti gli anni del mondo, il frutto spettacoloso in cui bruciava il prestigio sontuoso dell’estate. L’estate silenziosa gonfiava i frutti e sognava sotto la sua volta di fuoco in un’attesa senza speranza. La vespa cincischiava, impaziente, un chicco d’uva ferito. L’acqua dolcemente andava con un canto tanto lieve che non copriva il fremito della vespa. I pomodori dispiegavano al sole la pelle lucente.

(Verd paradís, I.E.O. 1961)



LA PIETÀ DEL MATTINO

Staccati dal seno della notte

i morti aspettano sotto l’erba

ebbri del latte scuro

che ruscella giù dalle stelle.

Né l’oppio né gli incanti

né la stanchezza che piomba

sui corpi ardenti di vent’anni

fioccano forte come quel sogno.

Gli occhi aperti sul gorgo del cielo

in vita di continuo hanno bevuto

da un seno di stella il latte di gelo.

Sulle terrazze la pietà del mattino

li raccoglieva, stregati e perduti,

mentre la notte andava senza fine.



NON SO

Non so dove appendere il lume

in quella tenebra grande

dove si spande come fumo

un odore di sangue e di febbre.

Gli occhi dei monti sono gravati

da un peso più peso della terra,

e l’alba sporca non finisce

di staccarsi dal suolo.

Le mie mani cercano a tentoni

tutt’attorno mani fraterne

e sudore di carne umana,

ma trovano solo il vento

che si guadagna da vivere fra gli alberi

e il fremito del giorno nascente

è frigido come marmo.

(La pietat dau matin, I.E.O. 1963)



LE PAROLE

Le parole sono soldi bucati

per giocare agli astragali

voglio riempirmene il palmo.

E farne sprizzare il canto perduto

con lampi di luce nuova.

Hanno scordato quello che dicevano,

sono tornati vergini nello spazio.

Il soldo bucato è diventato nuovo.

Voglio farne dei soli

e lune e stelle

che insieme brilleranno.

Fra due singhiozzi di chitarra

si tende un secolo di dolore.



LA LINGUA SI È PERSA

La lingua si è persa in fondo al bosco.

Si è persa. Nessuno la chiama. E se apre bocca

Non esce suono.

La lingua si è persa. Non trovo la voce del carbonaio

fra i lecci.

Né la voce del carrettiere.

Né quella dei raschiatori.

E gli uccelli volano senza nome. Quelli che sapevano,

Come se fosse la morte a parlargli.

E le erbe hanno scordato il nome che avevano,

poiché nessuno le chiama più.

Nessuno per chiamare il pepolino, il raperonzo e l’acetosella,

E il sentiero si è perso in cammino

Ha perduto il nome e anche gli zoccoli

Non sa più dove va né di dove viene.

E serpeggia tra le erbe, tanto per fare.

Ritrova le piste della selvaggina,

si ritrova al bel tempo giovane quando era nuovo,

e vergine come una ragazza nuda.

Cerca il suo nome a ogni sosta

e ne sente l’eco sulla pietra infitta.

Piange nei solchi dei carri romani; sono morti i romani

che passavano da qui.

E nessuno risponde al suo lamento.

E il vecchio sentiero si è perso in cammino.

E il re di quaglie è pure andato via

per sempre. È vuoto lo stradello

dove si perse a piedi chissà quando.

Era stanco di non sentire

nessuna voce dirgli il suo nome.

E quelli che avevano la bocca fatta per parlare

quelli che parlavano all’asino

e che facevano bere il mulo

la terra gli ha chiuso la bocca.

E il loro posto nell’aria è vuoto.

Vergognosi della loro parlata,

si sono confusi a qualche nebbia

in qualche forra presso un ruscello.

E quando la nebbia si è alzata

l’erba luccicava nella radura

dei mille fuochi delle sue lacrime,

l’erba che ha scordato il suo nome.

E io resto muto e nudo sul sentiero.

La notte soltanto per me e per il mondo.

La notte soltanto per le biade e gli uomini.

La notte per raccogliere nel suo grembo di sogno

il sogno oscuro di noi, miseri tutti,

erbe, sentieri, uccelli, pietre e fiori,

che siamo malati e non lo sappiamo.

La notte che nella sua grotta di tenebra

con dita morte conta i suoi diamanti.

(Lo maucòr de l’unicòrn, Sud 1988)



LA TAVOLA

Alla tavola dove resto seduto

da tanti giorni han portato via le scodelle.

Da tanto tempo hanno tolto la tovaglia.

Siamo due o tre a spiarci

di qua e di là dalla tavola.

Non abbiamo abbastanza fiato in gola

per tirar fuori una sola parola.

Gli amici sono andati via e così le ombre

di tanti amici seduti qui

quando ci parlavamo tutti infervorati

e l’allegria rideva nel vespro.

Sono andati via anche i camerieri

che maneggiavano i vassoi

in ronda felice

e ci partecipavano anche i cani.

E se ne sono andati anche i soli,

è venuta l’oscurità

come une nebbia che penetra tutto.

Ma benché sia caduta la notte

non si accendono stelle in cielo.

E rimaniamo qui, a guardarci

senza sapere chi siamo, né perché

siamo seduti alla tavola nuda

e che altro sperare dalla notte.

Non sappiamo che fare né chi sarà

il primo ad alzarsi in piedi.

Un giorno, un’ora, una settimana

lascerà la sua sedia vuota

Mentre gli ultimi due

cercano, chiamano dal fondo dell’anima

la parola santa che potrebbe salvarli.

(Las abelhas dau silénci, inedito)