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Philippe Gardy, nato a Châlons-sur-Saône nel 1948, allievo di Robert Lafont al liceo di Nîmes, poi all’Università di Montpellier, ha coltivato fin da ragazzo la letteratura d’oc, di cui è una delle figure più rappresentative. Direttore di ricerca al CNRS, ha insegnato nelle università di Montpellier e di Bordeaux, pubblicando fondamentali saggi critici sulla scrittura d’oc moderna e contemporanea, dal Cinquecento ai nostri giorni (studi su Max Rouquette, Bernard Manciet, René Nelli, Marcela Delpastre, Robert Lafont ecc.) e varie edizioni di testi occitanici, dal Rinascimento al Settecento (Jean- Baptiste Castor Fabre, Histoîra dé Jean l’an prés; Pèire Godolin, Le Ramelet Mondin et autres œuvres; Jean de Cabanes, Enigmos). Co-fondatore, nel 1977, e responsabile per vari anni della rivista di sociolinguistica ‘Lengas’ (Montpellier), gli era affidata la collana ‘Pròsa occitana’ presso le edizioni Trabucaire (Perpignan), compito ora assunto da Jean-Claude Forêt, col quale Gardy continua a dirigere le edizioni di poesia occitanica Jorn. Abbondante e continua, benché esigente e discreta, la sua attività poetica comprende un quindicina di raccolte di grande economia formale: testi brevi, intensi e sofferti (Cantas rasonablas, Canti ragionevoli, 1968; Caramentrant al mes d’agost, Carnevale al mese d’agosto, 1969; Boca clausa còr, Bocca chiusa cuore, 1975; Lo païsatge endemic, Il paesaggio endemico, 1982), comunque inquietanti ed enigmatici anche quando accesi da bagliori euforici (Dançars dau pofre, Danze del polpo,1985; Per tantei fugidas egipciacas, Per tante fughe in Egitto, 1992). Il mistero doloroso del nostro essere al mondo percorre ancora Nòu sonets aproximatius (Nove sonetti approssimativi, 1997), La dicha de la figuiera (Il detto del fico, 2002), Mitologicas (Mitologiche, 2004), e soprattutto A la negada (2005), titolo ambiguo che significa a un tempo ‘all’annegamento’, ‘all’annegata’, ‘alla negata’, coprendo una quarantina di testi imperniati sull’assenza femminile sentita come frustrazione, simbolo di scacco esistenziale. La poesia di Gardy si colloca insomma quasi interamente sul versante dell’ombra. Ossessione del tempo, della fine e del vuoto, angoscia e tormento del vivere sono ricorrenti anche nelle due ultime raccolte, Nimesencas (2011, poi 2015) e Montpelhierencas (2014), che rimandano alle due città, Nîmes e Montpellier, dove il poeta ha vissuto i suoi anni giovani: istantanee preziose che riaffiorano dalle brume del passato, dal pozzo della coscienza, dal silenzio degli anni. Rievocata in absentia nel ricordo, Nîmes, paradossalmente, ha più realtà di Montpellier descritta in praesentia. Niente interviene a contraddire la rimembranza, mentre il tempo cancella l’istante via via che lo fa vivere. L’opera di Philippe Gardy è una meditazione permanente sul tempo e la realtà umbratile del mondo. È uscita quest’anno una raccolta di sue prose, L’atronòm inagotable (L’astronomo inesauribile).



IL DETTO DEL FICO

L’ombra è la figlia dell’ombra

e sua prima madre

da lei esce e in lei entra

come il rivo si perde nello stellato

e poi ritorna segreto

nell’oscurità fonda delle sue fonti inesauribili

qui la vita comincia

cuore di foglie e d’erbe

qui la vita finisce

pugno richiuso

sui sassolini innumerevoli del tempo

l’ombra nasce dal germogliare delle foglie

madre più materna di tutte le ombre materne

l’ombra nasce e cresce

tanto lieve è il suo moto che s’indovina

a tentoni

solo il batticuore infinitamente minuscolo

la lenta spinta fra le pietruzze del corpo gigante della terra

fino al momento

tanto lieve anch’esso

che dall’assenza d’ombra

sorge e riveste forme spaurite

il presagio di un corpo forse simile a una sagoma d’uomo

nella pace cupa del giorno

il presagio di una mano

sembra

il presagio paziente

di un fremito di dita

all’estremità della luce brucia

un’unghia di fuoco una briccica viva

di brace che annega nelle acque stagne

dell’ombra

una mano dito a dito

un mare di pelle e carne tenera

nel risveglio delle ore

acqua e terra confuse

un ricordo di fiume che riaffiora

come un desiderio di essere qui

ancora muto

immobile nella mobilità flessibile

di una siepe senza confini di paure ammassate

fremiti e fremiti il sudore i tremolii invisibili

di un desiderio

fra due spinte dell’ombra

calda da bruciarsi

dalla mano all’ombra della mano per nascere

dalla punta di un dito al palmo intorpidito

nel suo sogno di mano

l’altra mano

tanto assente tanto lontana

in un’altra vita

solo una parvenza intravista e perduta

l’unghia che scatta e morde

la pelle che si piega si piega

ancora e resiste

cavalla sensitiva

la pelle che entra nella pelle

vi cerca il suo sentiero di sete vergini

breccia dopo breccia

fra ombra e chiarore

il sentiero senza fine

che sorgerà griderà si strapperà

tutto germogliare

tutto zampillare di getti brillanti

alla punta azzurra della foglia carne

(La dicha de la figuiera, Trabucaire 2002)



LA VITA VERA

la vita vera

in fondo in fondo al deserto

quando la sabbia che non si potrà mai misurare

raggiunge il mare ultimo

il mare secco e azzurro

come un buco di vita

nel turbinìo senza fine del tempo

che mangia una per una

le creature dei suoi desideri mostruosi

la piaga aperta

sciame d’api

come un racemo di attesa

nel suo silenzio la sua parola

un gran corpo bianco

di tante albe perdute

al di là della carne

ondata

e prati

prati all’infinito dell’acqua

metamorfosata infine

bocca e fiore

l’immagine immobile

qui attaccata

dritta

giusto alla verticale presenza

del corpo

che ancora una volta vi annega

(A la negada, Letras d’òc 2005).



4 CARRIERA DEI LOMBARDS1

Chi ci passava un tempo

può ancora sentire nella viuzza stretta

quasi ammutolito ma testardo

il canto regolare e meccanico

delle macchine da stampa

e forse indovinare

fra il rumore delle auto

e di quando in quando

il dondolìo delle campane

al campanile della cattedrale

la voce d’inchiostro delle poesie

e il dipanarsi dei racconti

appena posati sulla carta

la linfa riconosce i suoi sentieri antichi

nella garriga vicina

e i ditischi

nel canale verso Saint-Gilles

continuano

inesorabili

la loro lenta e feroce

danza d’amore e di morte

1 Si tratta dell’indirizzo, a Nîmes, della tipografia Barnier dove venivano stampati fino agli anni Ottanta, ancora in linotype, i testi in lingua d’oc. Si allude qui a due romanzi di Robert Lafont, Lei camins de la saba (I sentieri della linfa,1965) e Lei maires d’anguilas (I ditischi,1966).



CI FU UN TEMPO

Ci fu un tempo

che vivevamo

inconsapevoli con i morti d’una volta

li frequentavamo come amici senza viso

imparavamo le loro frasi e cadenze

per recitarcele

quando bisognava trovare qualche ragione di vivere

poi venne l’ora

di vivere con i morti nostri

quelli che incrociavamo per strada

e familiari ci sfuggivano

e sparivano negli abissi profondi

dei mari del dolore

e dell’oblio

ora è venuto

il tempo che i nostri morti

possono essere solo i morti di domani

li sappiamo fantasmi d’intorno

ombre fra le ombre

sotto gli alberi

presenze oscure nell’erba

i loro passi

accompagnano i nostri

e il loro respiro

spesse volte

si confonde col ritmo penoso

della nostra vita

(Nimesencas [2012], L’aucèu libre 2015)



ORTO BOTANICO

Quando si guarda la città oltre le foglie e gli alberi

se ne indovina solo il ricordo antico annegato

nell’abbondanza quasi muta delle pietre

d’una volta e degli uomini d’oggi perduti nei loro sogni

fermato il tempo inchiodato il paesaggio

nei cerchi senza fine della vita e della morte

andiamo silenziosi e trasparenti nella nebbia

di una esistenza immobile e ci vediamo

lontano molto lontano al di là delle cortine del giorno

ombre senz’ombra cadaveri bianchi in ricerca paziente

di un altro che ci somigli e che ci regali, laggiù,

il dono troppo prezioso dei suoi amori.

(Montpelhierencas, L’aucèu libre 2014)



TISANE

Da qualche giorno il tempo mi mancava. Eppure l’avevo tutto e ad ogni ora... Tanto che sono andato a farmi visitare. E mi hanno detto, i dottoroni più accreditati, che era lui, il tempo, che avevo perso. Perso, era un modo di dire, una metafora, poiché in realtà non sapevano dov’era finito, né perché si fosse ritirato così dalla mia vita, senza dir niente. Poiché il tempo non si può misurare né concretizzare. Si può solo sentirlo, provarlo, a momenti, come la lancetta grande di un orologio che si ferma o, al contrario, prende la corsa e sembra che impazzisca.

Ora come ora, i minuti sono per me delle eternità in fila. E l’estate mi diventa primavera, e anche inverno e autunno, tutto mescolato. Il giorno in me si mescola alla notte. E ogni secondo fa tutt’uno con tutta la durata passata e a venire della mia vita. L’impressione di questa confusione è curiosa, a un tempo pace e tumulto, mare calmo e dolce dentro l’essere, da conciliare il sonno, e poi un séguito senza capo né coda di corse a perdifiato che mi attraversano il corpo senza posa come una frotta di lampi.

Il solo rimedio, a quanto mi hanno detto, sarebbe di tornare a infondermi il tempo fuggito, di bagnarmi in una soluzione di tempo che ne ravviverebbe il senso così prezioso. Ieri, tanto per fare, ho fatto bollire il cinturino di cuoio del mio orologio in mezzo litro d’acqua distillata. Era nero, e inoltre puzzava di bestia morta. Ci ho inzuppato il dito, poi tutta la mano. M’è venuta l’idea di bere quella tisana, ma non ne ho avuto il coraggio. Mi è parso tuttavia che la mia mano annerita si separasse da me, come se avesse provato delle sensazioni che il resto di me aveva dimenticate. Ho messo a bollire nell’acqua, insieme al cinturino, l’orologio. Non più di qualche secondo, perché il meccanismo non si bloccasse. E ci ho infilato l’altra mano e anche i due piedi. Così ho rischiato di bruciarmi l’alluce, poiché mi pareva necessario approfittare delle proprietà dell’acqua che ancora bolliva.

Il tempo della mia mano sinistra, per quella differenza di trattamento, non gira come quello dell’altra. Direi che è più lento, più indolente. Quanto ai piedi, ciascuno ha preso un suo moto, poiché uno ha dovuto rimanere nell’acqua un po’ più a lungo dell’altro. E non dico nulla dell’alluce, che essendomelo bruciato, mi son preso una crisi di frenesia galoppante. Tanto più che da allora ho inzuppato tutta la testa in un decotto bruciante di lancette di orologi svizzeri della miglior qualità, e adesso mi dimeno come un ballerino di tango stracollato.

Domani, è chiaro, dovrò far bollire nella vasca da bagno l’orologio del salotto, quello che mi ha regalato la nonna, che misura quasi due metri e che batte, tic e tac, le ore, le mezzore e i quarti. Purché non mi manchi il tempo.

(L’astronòm inagotable, Trabucaire 2015)