Dzalhoun è un paese composto da diverse borgate – bourdzà che hanno un nome in patois e un altro in italiano: quest’ultimo non corrisponde sempre alla traduzione letterale. I loro nomi sono: Crée- S.Rocco; Seint’Ana - S. Anna; Viracroeze , Creusa - Madonna; Vilò - S.Antonio; Ratèla - Rastella; Clòo - S.Andrea; Tsan, Moulée, Plan - S.Lorenzo; Grimoun - S.Giovanni; Tseina, Pouèizat, Paŕù, Breida - S.Giuseppe; Tsamberlan - S.Gregorio; Staquievèn - S. Stefano; Pradòne - Pradonio.

Ogni borgata ha una cappella dedicata ad un santo. Una sola è dedicata alla Madonna. La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Vincenzo, patrono del paese e protettore delle vigne, si trova su un’altura che è isolata rispetto alle borgate, tuttavia è un luogo importante di ritrovo di tutti noi Giaglionesi. davanti alla chiesa si svolgono le manifestazioni religiose più importanti ed è un luogo di gioco per noi bambini quando ci rechiamo alla lezione di catechismo.

La nostra ricerca è partita proprio dai punti d’incontro più significativi per il paese e abbiamo così voluto soffermarci sulle fontane che sono numerose nelle borgate e sul piazzale della chiesa. Ognuno di noi ha parlato della fontana più vicina alla sua casa e ognuno ha raccontato i giochi che fa vicino alla chiesa. Abbiamo poi invitato alcuni nonni che ci hanno fatto rivivere questi luoghi in un passato non troppo lontano attraverso i profumi, i colori e le loro sensazioni di bambini. I nostri testi sono tutti in italiano, quelli dei nonni in giaglionese. Noi non parliamo il patois del nostro paese ma lo comprendiamo abbastanza bene e soprattutto conosciamo degli oggetti del passato che ancora arricchiscono le nostre case anche se alcuni di essi non sono più utilizzati.

LE FONTANE DI S:ANTONIO- VILÒ

Nella nostra borgata ci sono due fontane: una è denominata “tarounoet” e l’altra che non ha nome si trova nella piazzetta vicino alla cappella.

Questa fontana è formata da tre vasche: due vicine allo sbocco dell’acqua sono formate da quattro pietre cementate tra loro, la terza che è la parte più antica è un blocco di pietra scavato. L’acqua sgorga da un tubo di metallo inserito in una colonna circolare staccata dalle vasche. La sorgente di questa fontana si trova sotto la “casa della roccia”, l’ultima casa di S. Antonio, all’interno di una grotta naturale. L’acqua nasce al di sotto di due grandi massi che sorreggono l’antica casa. I tubi che portano l’acqua della fontana sono di plastica mentre anticamente erano di terracotta.

In estate passo sovente vicino alla fontana di S. Antonio, quando vado a trovare i miei amici. A volte, con loro arrivo in bicicletta vicino alla fontana. Mi soffermo ad ascoltare il rumore dell’acqua che scorre. I miei amici Micol e Daniele mi hanno detto che a volte giocavano con degli aeroplanini di plastica, li facevano atterrare sui bordi della fontana o nell’acqua. In inverno, quando fa molto freddo, si formano dei grossi pezzi di ghiaccio sulle rotaie dove una volta si appoggiavano i secchi. Mia sorella mi ha raccontato che a volte lei succhiava con una canna di bambù l’acqua e poi la spruzzava addosso ai suoi amici.

(SILVIA)

Davanti alla mia fontana gioco con mio fratello e i suoi amici a pallavolo. D’estate per rinfrescarci ci spruzziamo l’acqua.

(SAVERIO)

Quando mia mamma, tempo fa andava a pulire la cappella di S. Antonio, che è vicina alla fontana, io giocavo sempre li vicino: facevo l’equilibrista o buttavo le pietre nella vasca per vedere quale faceva lo schizzo più grande. A volte giocavo con mio fratello, facendo attenzione che non cadesse dentro.

A volte giocavo con il cane di mia zia che si chiama Rockye e ci rincorrevamo.

(MARZIA)

Ogni borgata di Giaglione ha una fontana dove si possono lavare i panni. Io abito a Sant’Antonio e davanti a casa mia si trova una bellissima fontana in pietra. In inverno, quando fa molto freddo, si può trovare uno strato di ghiaccio nella vasca più grande. Allora vado a casa mia a prendere i soldatini e gli aeroplani, poi ritorno alla fontana per incominciare la battaglia sul ghiaccio. In estate gioco sempre con la terra e a volte vado a prendere con un secchiello l’acqua per fare i laghi… Mi piace tanto giocare vicino alla mia fontana.

(DANIELE)

In estate vado molto spesso a giocare vicino alla fontana di S.Antonio detta anche fontana del Taŕounoet. Vado lì in estate perché l’acqua è molto fresca. Vi andavo anche quando ero piccola insieme alla mia bisnonna, ci divertiamo a spruzzarci ed io facevo anche degli intrugli con acqua e sabbia. In autunno con mia mamma e a volte con mia zia invece raccolgo le more dai cespugli che crescono intorno alle fontane. In qualunque stagione andare al Taŕounoet è sempre divertente.

(LETIZIA)

Il mio paese è diviso in varie borgate, ogni borgata ha una o più fontane. Io abito nella borgata S.Lorenzo. Non passo molte volte presso questa fontana, quindi non la conosco bene, ma è la più vicina a casa mia. Trovo che sia molto bella. È piena di alghe molto decorative, soprattutto quando brillano al sole. Ci sono anche dei girini che sguazzano felici nell’acqua. Mi è sempre piaciuto poggiare i piedi sull’erba che cresce spontaneamente in quel luogo. Credo che di sera si senta il gracidare delle rane. Questa fontana mi piace molto al tramonto, ma forse all’alba è ancora più bella. Mi piace di più in primavera perché mi dà una sensazione di fresco. Desidero intensamente andare lì all’alba, ma non posso perché mi devo recare a scuola.

(GESSICA)

In estate, quand’ero piccola, con mia nonna e mia sorella mi recavo alla fontana di S.Lorenzo per prendere l’acqua. Essa era molto fresca ed eravamo impazienti di dissetarci. Quando mia nonna ci dava i bicchieri per bere, io e mia sorella ci lavavamo la faccia per rinfrescarci. Accanto alla fontana si trovava una vasca in cui nuotavano i girini: ci soffermavamo ad osservare i loro buffi spostamento. Adesso, ogni volta che bevo a una fontana, ricordo quella di S.Lorenzo.

(CECILIA)

LA FONTANA DI SAN LORENZO – MOULÉ

La fontana della nostra borgata è situata vicino alla cappella. È protetta da un tetto, sostenuto da una parte da due pilastri e dall’altra si appoggia al muro della cappella. La sua costruzione risale al 1846; è stata ristrutturata nel 1955.

Sembra che prima occupasse parte della strada e che in seguito all’avvento delle automobili sia stata spostata. In origine era composta da una sola vasca ricavata da un blocco di pietra. Ora è composta da due vasche. In quella più vicina al pilastro da cui sgorga l’acqua ci sono due rotaie in ferro su cui si appoggiavano i secchi da riempire. Poche persone utilizzano ancora la fontana, soltanto la nonna di Silvia e la zia di Francesca.

LA FONTANA DI SAN GIOVANNI – GRIMOUN

La fontana della mia borgata è quella di San Giovanni. È una fontana molto antica. La sua sorgente nasce sotto una roccia proprio lì vicino. In estate l’acqua è molto fresca e in inverno è tiepida: per questo non gela mai. La fontana è formata da tre vasche, una serve per lavare i panni, l’altra per risciacquarli e l’altra una volta serviva per dare bere agli animali perciò l’acqua doveva sempre essere pulita e mai insaponata. Questa fontana è coperta da un tetto, fatto con travi di legno e ricoperto con delle lose. Una volta si andava tutti a lavare alla fontana e si andava solo quando pioveva o c’era brutto tempo, perché quando faceva bello le donne andavano a lavorare alla campagna. Ora non c’è più nessuno che va a lavare alla fontana perché hanno tutti l’acqua in casa e la lavatrice.

La fontana di Giaglione la cui acqua è ancora potabile.

Vicino alla fontana gioco in estate quando arriva da Bussoleno la mia amica Martina che abita vicino a me durante le vacanze. Giochiamo con le bambole e con la sabbia che c’è lì vicino e immaginiamo di fare il caffè. A volte giochiamo a lavare, o a schizzarci l’acqua per scherzo. Fingiamo di lavare i vestiti delle bambole li appendiamo sul bastone che è sovrasta le vasche.

(ROMINA)

LE FONTANE DI SAN GIUSEPPE (TSÈINA POUÈIZAT BREIDA PAŔU)

Una delle quattro fontane di S.Giuseppe si trova vicino a un muro ricoperto di erbetta e muschio. La fontana è in cemento come il lavatoio. L’acqua sgorga da una cannella infissa nel muretto. La caratteristica di questa fontana è che si trova sotto un pergolato.

Quando vado alla fontana di S. Giuseppe dove abita mia zia Anna, io e Marco giochiamo con le macchinine. Le mettiamo sul lavatoio e le facciamo scivolare nella fontana e poi le riprendiamo.

(OMAR)

A volte vado da una mia compagna che abita in frazione San Giuseppe. Vicino a casa sua si trova una bellissima fontana, dove in inverno giochiamo e costruiamo degli igloo. In estate, quando sono stanco e accaldato, vado a bere l’acqua fresca di quella bella fontana che mi fa riprendere le forze. Provo gioia e felicità perché sono contentissimo di poter bere e giocare con l’acqua. È la più bella fontana che abbia mai visto.

(DARIO)

La fontana situata davanti a casa mia, è quella che conosco meglio. È in pietra e ha una bella vasca: dentro si trovano delle pietre che sembrano dei coralli e le alghe, che ricoprono il fondo, tendono a salire verso l’alto; questi due elementi la fanno sembrare a un fondo marino. In autunno mi diverto a buttarci dentro le foglie come se fossero delle barchette: gialle, rosse e alcune verdi. In inverno l’acqua della fontana è ghiacciata e faccio i vetri dell’igloo con le lastre di ghiaccio. In primavera invece sembra un mare fiorito di primule, viole e margherite; un mare tutto a colori. Infatti il vento porta i petali dei fiori sull’acqua della fontana. In estate, quando vado in bicicletta, sono sempre un po’ assetata e quindi vado a bere l’acqua. Io e un mio compagno ci divertiamo a immergere altre pietre per aumentare il numero dei coralli. L’acqua sgorga piccola dalla sorgente, anche in inverno. A me piace molto e quando mi avvicino, mi sembra di rinascere, dato che quella fontana mi ricorda quando ero più piccola.

(SIMONETTA)

Abito a S. Giuseppe. Spesso mi capita di passare vicino a una delle tre fontane della mia borgata. A volte in estate, gioco a costruire per i miei soldatini delle zattere con dei bastoncini di legno che poi faccio galleggiare in una delle fontana

(MIRCO)

LE FONTANE DI S.ANDREA – CLÒO

Nella mia borgata ci sono quattro fontane. Quella che si trova vicino a casa mia ormai non si trova vicino a casa mia ormai non si vede quasi più perché è ricoperta dai rovi. È formata da due vasche e l’acqua proviene da una sorgente che nasce proprio lì vicino. Purtroppo ormai questa sorgete è quasi asciutta. Provo un senso di pena nel vedere questa fontana abbandonata e mi piacerebbe vederla un giorno ripristinata.

Io abito in frazione S. Andrea. La fontana davanti a casa mia ha l’acqua potabile, infatti, quando raramente manca l’acqua in casa, andiamo a prendere quella della fontana. L’anno scorso io e mio papà abbiamo utilizzato l’acqua della fontana per innaffiare i fiori. Quando io vado in bici e pedalo in salita, ho sete, allora mi fermo accanto alla fontana, bevo e poi continuo la mia passeggiata. Questa fontana è molto utile perché mi dà l’acqua da bere, l’acqua per innaffiare i fiori e le verdure.

(ANDREA)

Un pomeriggio di sole sono andato a fare una passeggiata in una stradina del mio paese. Sono passato vicino alla fontana della frazione Madonna. Ho notato degli uccellini che si posavano sul bordo della fontana, erano venuti a bere; avevano il piumaggio nero e il becco giallo: facevano tenerezza.

Appena volati via, io mi sono appoggiato alla fontana e ho pensato: “Le fontane sono utili per abbeverare gli animali, lavare la verdura, lavare i panni; le donne una volta le utilizzavano molto”.

(PABLO)

LA FONTANA DELLA MADONNA – VIRACROEZA

Vicino alla casa di mia nonna c’è una fontana che è stata costruita nel 1903. Ora non si trova più nella sua posizione originale, poiché è stata spostata da mio papà quando ha costruito il garage. La fontana è in pietra grigia e si presenta divisa in due parti, una di queste si divide a sua volta, in due vasche più piccole.

LOU BACHAS PËCËT

Aval a Staquièven e aou Plan tacâ dou bachas gro nh a iun pëcët. Ce lavavoun la tartìfloes per pa spaurqué l’eiva damaun din lou bachas grôLavàvoun le tartìfloes pourtèles aou martsa. Tanti coc an ca i lh an li sepoun car co li chausíe ampiastrâ de pachoc o de lham li laviam ce dedin.

La mareina lhe don beiŕe aou nevoûdedin lou foudal avlé la golha.

LA BALANSA

In ogni borgata –bourdza esiste uno o più bachas. Ancora oggi sono di proprietà di tutti gli abitanti della borgata. un tempo la pulizia della fontana veniva eseguita a turno, da ogni famiglia che doveva svuotare le vasche e ripulirle. La fontana era un luogo d’incontro perché più volte in una giornata, tutti si recavano ad attingere l’acqua coni secchi – li sedzelin. In genere si usava la balansa, bastone leggermente ricurvo in metà, lungo circa 1 metro e mezzo con due tacche all’estremità per appendere i secchi. uno lo si appendeva davanti e l’altro, appoggiato sul bordo della fontana, lo si agganciava dopo. Sollevati, i due secchi si bilanciavano ed anche camminando non si disperdeva l’acqua. Un altro secchio si poteva portare a mano.

DIN L’EITRABLO E DIN LA VOUTA

L’acqua serviva in abbondanza soprattutto per abbeverare il bestiame. Per bëre le vatsoes, le fée, le tchauevre, li broc, e per preparare i beveroni – beveral, miscele di acqua e farina (di polenta, di crusca ecc.), patate e frutta cotta. Per la stalla si usavano i secchi di legno – li selhóun. L’acqua era utilizzata anche per la cantina: la si portava dalla fontana, prima della vendemmia, con le benatoes, recipienti in legno. Quest’acqua serviva per lavare le botti e i tini. Questi lavori in cantina si facevano dopo cena, dopo i lavori in campagna.

DIN LA MEIZOUN

L’acqua, l’eiva serviva sia gli animali che per le persone. L’acqua in casa la si sistemava in cucina din la quezina, in secchi li sedzelín che erano di rame, di lamiera zincata o smaltata. Questi secchi venivano appoggiati su un mobile composto da diversi ripiani chiamato l’arbeintsoúl’acqua che occorreva la si attingeva dal secchio con un mestolo particolare, la casa. In casa l’acqua serviva sia per cucinare i cibi “da mindzé”, sia per bere “per beŕe” che per rigovernare le stoviglie “les éisoes” (talhéu, cicoueloes, veiŕo, fourtselinoes, cutel, quelhie).

In generale per questo scopo si usava una bacinella “lou basin”. L’acqua della rigovernatura, nella quale, non si era messo naturalmente il detersivo, veniva in seguito data da bere alle mucche o ai maiali.

DIN IN CANTOUN DE LA TSAMBRA

In casa, ogni mattina, ci si lavava in camera da letto, dove in un angolo, c’era un porta catino. L’acqua veniva trasportata in una brocca che poi veniva appoggiata sotto il catino. Ogni tanto si faceva il bagno in una tinozza che si sistemava in cucina o nella stalla. Qualcuno lo faceva anche nel bachas della stalla.

AVEITA BEIN….

Quando i bambini di una volta buttavano le pietre nella fontana, i genitori dicevano loro: “Quando morirai, verrai a togliere le pietre con i denti” – Aveita bein que tón te meuŕoes, te te viénoes isé a gavì li peclo avé li déun.

Spesso dall’acqua della fontana scendevano vermicelli sottilissimi come filamenti. Gli adulti dicevano ai bambini di stare attenti a non ingoiarli perché questi animaletti potevano perforare l’intestino. Si diceva che potevano far morire. Aveita bein din l’eiva que te béivoes quei e satse pa de baŕteiŕoloes que te fóroun li buié.

Quando un bambino beveva troppa acqua gli si diceva : » non bere troppa acqua altrimenti ti verranno i rospi nella pancia ».

Beiva pa tan d’eiva doutrameun te vien li babe din lou veuntre.

LOU PAŔEIN OU COUÈNTE

In tein ou se vezèt almeno doué col din l’an : in col fran an prinsipi de l’an e in aoutro col vers l’outouin. Se bité a emilhé la bleincherió que lh’eŕe sporca, da lavé.Se bitave tot la leingeriób sporca din in basin que lh’èŕe de lamiera o ventramoent ina gerla de booc tipo in boutal reisa a metà. La roba lh’eŕe ben ansavouná o d’otramoen se bitave, jouintave de lasiva o de soda.

De solit i avet in pëcoet bachosot a meizoun daŕie lou fouíe…. aioun que bitavoun lo ugro peiŕuve per èitsoudé l’eiva. Anvece dou fouíe i iavet in pal plantá din ina muraia avée ina ceina per pënderié in peiŕuve d’aŕam, in gro peiŕuve. Din sa peiŕuve se eichoudave l’eiva da bité su la roba. Din d’aoutre meizoun anvece dou fouíe iavet ina fourneta, i la domandavoun ina fourneta. Se vezet ina eichoudiera da infileie lou booc, se bruzave lou booc iquié per eichoudé dloun sa peiŕuve d’eiva. Din la gerla se bitave tot la roba ben ansavouná la gerla iavet in pertui ba ou foun quelhe servèt dloun per arbaté l’eiva que lh’ere pasà su la leingeiró. Aprée se bitave su sta gerla ina grosa cuverta que lhe tienet pi almeno catro dei ou anque cou mé de síndroes. Le síndroes venhóun banhá.Se bitave l’eiva su e aprée leisave pasé sl’eiva eiquié da le sìndroes que servión asée per lavé, per poulidé la leingerió. Ba ou foun aprée ou sorté foŕa da ou pertuí lou lesé, se arbatave torna sa roba iquié, se bitave din lou peiŕuve se eitsoudave torna, se vezèt in aoutra coulá. Se verzet 9-10 coulá. Se bitave carque foelha de douŕié avle iquié dounávoun in profum a la leingerió que lhe sourtet pi poulida. A la fin de la bleinchó se gavave la leingerió da la gerla, venióun pourtà a ou bachas din de gróses cavánhoes iquié venióun bin rinsa din l’eiva couroenta. Lou lesí ou se tapave pa vió, ou s’annouvrave per poulidé li mare din le quezines.

(U.P., marzo 1998)

Un tempo si faceva almeno due volte all’anno: una volta proprio all’inizio dell’anno e un’altra verso l’autunno. Si metteva ad ammollare la biancheria sporca (Lett. che era sporca), da lavare. Si metteva tutta la biancheria sporca in un catino che era di lamiera zincata oppure in un mastello di legno, come una botte segata in mezzo. La roba era ben insaponata, oppure si metteva,….si aggiungeva della lasciva o della soda.

Di solito c’era una piccola vaschetta a casa, dietro al camino….lì ci mettevano un grosso paiolo per scaldare l’acqua…

Invece del camino c’era un palo piantato in un muro, con una catena per appenderci un paiolo di rame, un grosso paiolo. In quel paiolo si scaldava l’acqua da mettere sulla roba (da lavare). In altre case, invece del camino c’era il focolare: lo chiamavano fournète. Si faceva un fornello per infilarci la legna, si bruciava la legna per scaldare questo paiolo d’acqua. Nel mastello si metteva tutta la roba ben insaponata; il mastello aveva un foro sul fondo, che serviva per raccogliere l’acqua che era passata sulla biancheria. Poi su questo mastello si metteva un grosso telo che teneva almeno quattro dita, o forse anche più, di cenere. Le ceneri venivano bagnate. Si metteva sopra l’acqua e poi si lasciava passare quest’acqua attraverso le ceneri che servivano anche per lavare, per pulire la biancheria. Poi usciva il ranno dal foro giù in fondo: si raccoglieva di nuovo questa roba (cioè il ranno), si metteva dentro il paiolo, si scaldava di nuovo, si faceva un’altra colata. Si facevano nove, dieci colate. Si metteva qualche foglia di alloro con le ceneri. Queste foglie davano un profumo alla biancheria che usciva più pulita. Alla fine del bucato si toglieva la biancheria dal mastello, (i capi) venivano portati alla fontana in grosse ceste. Qui venivano ben risciacquati nell’acqua corrente. Il ranno non si buttava via, lo si usava per pulire i pavimenti di cemento nelle cucine.

DAVANTI ALLA CHIESA

La nostra chiesa è situata in una bella posizione panoramica, circondata da castagni secolari e prati estesi. Da qui, si vedono le maestose montagne, tra cui spicca il Rocciamelone, e si domina la valle. È un punto di ritrovo importante per tutti noi, Giaglionesi che, in particolare durante la festa di San Vincenzo e tante altre, ci riuniamo lì puntuali. La nostra festa patronale è una festa ricca di colori e di suoni. D’inverno mi piace ammirare la coltre di neve che ricopre tutto, mentre adesso, in primavera, noto tra l’erba nuova, i fiori variopinti, mentre, se alzo gli occhi, noto gli infiniti voli delle rondini, attorno al campanile.

Durante le belle giornate primaverili poi, avverto nell’aria, profumi piacevoli: i fiori dei prati vicini, del bosso, cioè quella lunga siepe che attornia il parco della rimembranza e del pruno selvatico che ad ogni primavera si rimette a nuovo!

Sempre nelle giornate primaverili, mi piace ascoltare il fruscio del vento tra le foglie della siepe e degli alberi vicini, lo scorrere dell’acqua nel canaletto a due passi dal sagrato, il garrire delle rondini che si confonde con le grida allegre di noi bambini e il rumore di trattori ed autocarri che riprendono la strada dei campi. In inverno invece c’è un gran silenzio interrotto solo dal gracchiare di qualche corvo.

I NOSTRI GIOCHI

In qualsiasi stagione dell’anno, quando aspetto di entrare in parrocchia per frequentare le lezioni di Catechismo o quando aspetto di entrare in chiesa la domenica per ascoltare la S.Messa, gioco con i miei amici. Spesso giochiamo ai quattro angoli sul sagrato, a rialzo nella zona verde vicina e a nascondino, intorno alla chiesa. In inverno ci divertiamo a lanciarci le palle di neve e a costruire pupazzi.

C’è un gioco simpatico che ci ha insegnato la catechista Teresina: i partecipanti devono camminare o correre cantando un’allegra canzone. Un giocatore ha il compito di dire “Stop!”. A quella parola tutti i giocatori devono stare immobili senza cantare: tra i concorrenti, quello che non esegue immediatamente l’ordine prenderà il posto del compagno che deve dire “Stop”.

L’atmosfera in questi momenti di gioco è sempre serena e le gaie risate di noi bambini risuonano tutt’intorno. La chiesa di Giaglione è situata su di un poggio e questo ci dà una sensazione di libertà e leggerezza. Da dietro la chiesa, guardando la valle di Susa, ci sembra quasi di volare. Quando giochiamo a nascondino sentiamo tra le siepi di bosso il fruscio delle foglie ed il loro caratteristico profumo.

PRIMA DEL CATECHISMO

Arrivo sempre qualche minuto prima alla lezione di catechismo e mentre aspetto di entrare nella casa del Parroco, mi guardo intorno. Le montagne sono ancora ricoperte di neve e lì vicino ci sono già alcune persone che stanno lavorando nelle vigne. Ora che è primavera sento anche il cinguettio degli uccelli, qualche cane che abbaia. Ogni tanto in lontananza passano delle automobili. I miei compagni arrivano cantando ed urlando.

LE VOCI DEI MIEI COMPAGNI

La nostra chiesa è situata su un’altura, e da lì noi bambini vediamo prati, campi, vigneti, alberi, la nostra scuola, il castello, il forte e molte case del nostro paese e dei paesi vicini. In primavera nel prato alla chiesa crescono molti fiori e noi bambini li raccogliamo. Quando arrivo per la lezione di catechismo sento da lontano le voci dei miei compagni che stanno già giocando intorno alla chiesa.

LI CARAMELÉ

Si an pasâ canque nos crion bocha atoendian qu’arivise Sen Visoen per mo qu’eŕ la pi grosa fèta dl’an. Noutri viélh, noutri paŕein demandían, nou mandáven su la plasa dl’egleiza per mo quel h avè li caŕamelé. E ce vendioun d mandaŕin, dè pourtigal d japouneizës, vendioun touta sort… damouŕoet na ieŕe pa tan ma iavet de subloet e canque te soufliá dedin vezet cumé fuse ina páouma. Ieŕe to si pi gran alh’eŕoun ja ën bloe gramoet li fouŕavoun e paŕi aschoupávoun e no poutian pa pi faŕe sounelis.

Un tempo, quando eravamo bambini, aspettavamo che arrivasse S.Vincenzo perché era la festa più importante dell’anno. I nostri vecchi ( i nostri paŕein, si dice (per dire i nonni) ci mandavano sulla piazza della chiesa perché c’erano i caramellari. E lì vendevano un po’ di tutto, mandarini, arance, noccioline americane…. giocattoli non ce n’erano molti, ma c’erano dei fischietti e quando soffiavi dentro faceva una specie di palla. C’erano tutti quelli più grandi – erano già un po’ cattivelli- li bucavano e così scoppiavano e noi non potevamo più farli fischiare.

SE VEZET GOLHA

Aprée li vielh discutióun su lou tein per mo que nou dezioun que se vezet golha vezet na bela anada que lou vint… rendu bien, per mo Sen Visoen ieŕ lou proutetour di reizin. Per mo que li tsamin aioun pal ou catram alouŕa vezet bien golha, alouŕa dizioun jò : « Se vezioun pa d vin sen poe malaraindzaet « Aprée lh avet co in juva : bitaoun ina fouiasa. Proenioun de tavoulétoes e de su lh avet d númer. Se ce qu’ou l’arpeiŕave lou poermíe a emplí to sa cartela ce avli numerb ou ganhave la fouiasa. Aloura ce ieŕ dzo cacaraen per mo qu’alouŕa irrán poŕo aian pa granqué de sord. Aprée livro to le faunsion iquié alavoun din le cantinoes. Na volta mandávoun amoun de Golh que lh’eŕe la cantina di alpin, aprée amoun da Tounin amoun su lou tsamin nuva. Bevioun in col, vezioun doué, tre partió aou cartes. E canque sourtióun foŕa landiavoun, ieroun mes chouc, alian cougèse ou alián a sina.

(A.R., aprile 1998)

Poi i vecchi discutevano, perché noi dicevamo che se c’erano pozzanghere di neve sciolta avrebbe fatte (lett: “Faceva”) una bella annata, il vino avrebbe reso bene, perché S.Vincenzo era il protettore dell’uva. Infatti le strade non erano asfaltate (lett. “non avevano il catramë) e allora si formavano parecchie pozzanghere e dicevano: “Se non facciamo del vino siamo poi messi male” Poi c’era anche un gioco: mettevamo una focaccia. Prendevamo delle tavolette sulle quali c’erano dei numeri. Quello che riusciva per primo a riempire tutta la sua certella con i numeri, vinceva la focaccia. A quel tempo era già qualcosa, perché allora erano poveri, non avevano molti soldi. Finite tutta la funzione religiosa, andavano nelle cantine. Una volta andavano da Golh, che era la cantina degli alpini, e poi su da Tunin, sulla statale del Moncenisio (lett. “sulla strada nuova”). Bevevamo una volta, facevamo due, tre partite alle carte. E quando uscivano barcollavano, erano mezzi ubriachi, andavano a coricarsi o andavano a cena.

JOUÀVOUN APRÉE VÉPRËS

Canque ieŕan bocha i alian la dimeindza matin a ounz’oùŕës a la mësó. Pré mëso tournián a maroenda, pré maroenda a duvës oùŕës alian a la doutrina. Aprée la doutrina vers tre oùŕës coumansa l véprës, alian a véprës. Can sourtian foŕa alian damouŕenous. Nou trouvian tuit ansen, alouŕa lou Preivn nou dounave li paloet que ieŕ de serclo de fer e le bòches. lou juve ieŕ de serclo de fer e le bòches. lou juve ie pi lou meimo. anvece le filhoes, lour jouàvouna saouté o a joué a la pàouma. E nouz aoutris que ieŕoun ja in bloe pi gran alian daŕié l’egleiza ma que lou Preive lou savi spa outroemoen nou tsapav per lhez ourelhoés. Bitian in pertui la dedin la tëpó ce aprée bitian in bloe d’eiva aprée in pcët to de carbouro. Aprée bitian in baraquin su fouŕà an ou per su. Aprée iun se bitav ba per quié ou cenèt lou dei per eitoupé que vezet in gas que sourtis pâ foŕa lou gas e l’aoutro ou l’aviscave n’alumeta. Canque ieŕ ben proest donian foua e ce lou baraquin ou l’aschupave e noz ieŕoun ben counten.

A.R., Aprile 1998

Quando eravamo bambini la domenica mattina andavamo a messa alle undici. Dopo la messa tornavano a casa, e dopo pranzo, alle due, andavamo al catechismo. Dopo il catechismo, verso le tre cominciavano i vespri, andavamo ai vespri. Quando uscivamo (di chiesi) andavamo a giocare. Ci trovavamo tutti insieme, e allora il Prete ci dava i “paletti” che erano dei cerchi di ferro e le bocce. (i due) giochi erano poi gli stessi. invece le bambine, giocavano a saltare, o al mondo o alla palla. E noi che eravamo già un po’ più grandi andavamo dietro la chiesa perché il Prete non lo sapesse, altrimenti ci prendeva per le orecchie. Facevamo un buco nella terra erbosa e poi mettevamo un po’ di acqua e poi un pezzettino di carburo. Poi mettevamo sopra un barattolo bucato. Poi uno si chinava, teneva il dito per tappare perché non uscisse il gas che si sviluppava (lett. perché faceva un gas, perché non uscisse il gas), e l’altro accendeva il fiammifero. Quando era pronto, davano fuoco e il barattolo scoppiava e noi eravamo contenti.

Hanno realizzato questa ricerca gli alunni

Brun Niccolò Pietro

Finetti Omar

Martina Silvia

Natale Letizia

Olocco Mirco

Rey Marzia

Sereno Romina

Sibille Saverio

Classe III

Campo Bagattin Andrea

Campo Bagattin Jouan Pablo

Cella Cecilia

Cipriano Gessica

Ferrando Daniele

Sereno Simonetta

Siciliano Dario

Classe IV

Annovazzi Erik

Belletto Francesca

Caffo Elena

Perino Gabriele

Classe V

Anna Rostagno Telmon

Insegnante