Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2014

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Nòvas n.135 Mai 2014

Premio per la Lingua Occitana: Danielle Julien

Diluns de nebla

"Premio Ostana scritture in Lingua Madre" edizione 2014

Premio per la Lingua Occitana: Danielle Julien
italiano

Nata nel 1944 a Tarascone, in Provenza, sotto i bombardamenti nella notte fra il 6 e 7 giugno, ovvero la notte dello sbarco degli alleati. (È l’inizio della mia story tailing, come si dice in dialetto anglosassone).

Più vecchia di quattro figli, cresciuta in campagna, prima nella fattoria della mia nonna paterna, dove lavorava mio padre, poi nella piccola città di Tarascone, ma sempre vicino alla fattoria, quando mio padre incominciò a lavorare nelle ferrovie dello stato. Tutto ciò per dire che sentii il provenzale che mia nonna parlava agli operai agricoli ed a mio padre. A me e ai miei fratelli e sorelle, invece, parlava francese. Mio nonno materno parlava nizzardo con la gente della sua età, ed io passai qualche mese con lui a Cagne sur Mer. Mi accorsi poi, quando divenni adulta, che la lingua che utilizzavo era cosparsa di parole e forme occitane.

Frequentai le scuole superiori a Nimes dal 1961 al 1965, nel 1964 mi sposai ed in seguito diventai maestra elementare in alcuni villaggi e a Beaucaire. Incontrai Jordi Gros, Aimat Serre nell’ambito del lavoro pedagogico. Seguii l’Universitat Occitana d’Estiu nel 1974 a Borg de Valence. Fu quello il mio primo incontro “colto” con la lingua, la storia, la letteratura e tutto il resto di cui non sapevo nulla. Incontrai anche Robert Lafont, che divenne un amico. Allora ero abbastanza politicizzata (lo sono ancora) ed erano i suoi scritti di geo e sociopolitica, le sue analisi ad interessarmi maggiormente, il suo impegno nelle battaglie sociali e le sue riflessioni su quei temi. Lo accompagnai in un incontro di lavoro con il sindacato dei minatori di Ladrecht nel 1980, alla Confederazione del Lavoro di Alès. Avevo bisogno di trovare una concordanza, una logica fra la mia ricerca linguistica e le mie analisi politiche. E fu Lafont a indicarmi quel cammino, anche attraverso la sua scrittura e la sua opera letteraria.

Pur lavorando, ripresi gli studi (per corrispondenza) all’Università Paul Valery di Montpellier nella facoltà di lettere moderne, inserendo tutto dov’era possibile dell’occitano. Uno studio su “Le donne della Festa” di Lafont, un piccolo studio su Flamenca e poi la tesi su La Festa.

Il mio lavoro professionale era di direttrice di una scuola elementare a Beaucaire, dove nel 1982 aprii la prima scuola pubblica bilingue. Fui poi consulente pedagogica in lingua e cultura regionale per il dipartimento del Gard e all’IUFM di Nimes, incaricata dei corsi alla Fac, nel Vauban.

Ho avuto numerosi scambi con Lafont ed ho seguito tutto il suo lavoro di scrittura, ricevendo ogni volta una copia dei suoi manoscritti. Militante occitanista, sono stata per 2 anni presidente del MARPOC di Nimes.

Da quando sono andata in pensione, nel 2002, mi diletto nell’attività di scrittrice per l’infanzia e non con racconti tradizionali, passeggiate raccontate... Scrivo racconti, poesie e novelle alternando le due lingue, una specie di dovere di memoria nei confronti di mio padre (un famoso narratore), di mia nonna e del mio paesaggio interiore formato sin dall’infanzia.

Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: 

Viatge d’ivèrn Ed. Trabucaire 1999.

Premio Jaufre Rudel; Adieu Paure…

Ed. Solei d’Autan. Lerida 2007.

Premio Les Taliures; Recanton de pregàrias.

In Caminant. Ed. Cardabèla 2002, La vielha que dança in Veus paralleles/Voses Parallèlas.

Ed. Institució de les lletres catalanes.

2010; La ròda  in Anthologie des Voix de la Méditerranée. 2010.

Ha tradotto: La Festa di Robert Lafont. Tròçs causits e revirats. Ed. Atlantica. Institut Occitan. 2000; Le Petit Décaméron. Traduzione de Lo Decameronet di Robert Lafont. Ed. Trabucaire. 2008.

È in preparazione: Letras. Bilingua, IEO Languedoc.


ANTOLOGIA Danielle Julien

Lunedì di nebbia

Le 6 e mezza del mattino, il camion della spazzatura esce dalle nebbie. Va tutto bene. Soltanto che non siamo di lunedì. Come mai? Hanno cambiato giorno? Mi vesto in fretta ed esco per vedere cosa succede. Giungo sul marciapiede appena in tempo perché il camion mi passi accanto al naso. Non sembra esserci nessuno al volante. Malgrado ciò si arresta a qualche passo ed un uomo nerovestito, il viso coperto un passamontagna nero, balza giù dal mezzo e, con una lunga forca nelle mani e con un gesto ampio e possente, come quello del contadino che carica una balla di paglia sul carretto, afferra il pesante pacco che trascina al suolo e lo butta nella benna. Un cadavere, è un cadavere! Vedo braccia e gambe che penzolano. Non so come faccia a sollevarlo da solo. Alzo lo sguardo e mi guardo attorno. La strada è circondata da edifici crollati. Alcuni cumuli di rovine fumano. Avanzo. Scaglie di pareti ammonticchiate gridano ciò che furono: piastrelle da cucina verniciate di quel blu che ti riempie le narici di un vento largo e rinvigorente, intonaci cadenti di un salone un po’ vecchio e polveroso che odora di thè e di biscotti alla cannella, ceramica bianco avorio che ricorda una sala da bagno. Fra due frammenti appuntiti e ruvidi, brandelli di tappeto cercano di fuggire. Avanzo ancora. Il camion ha avuto il tempo di ammassare altri cadaveri. Ed ora, all’incrocio di due strade, rallenta ed un altro camion che gli assomiglia come un gemello arriva sulla destra. Anch’esso rallenta, poi si allontana aprendo il gas. Ho avuto il tempo di vedere che è colmo, colmo di cadaveri, poiché alcune gambe e braccia vi sporgono. Gambe soprattutto, sanguinanti, su cui restano appiccicati lembi di pantaloni. Alcuni piedi sono scalzi, altri portano ancora delle ciabatte, sono perfino riuscito a vedere un tacco a punta verniciato, che prolungava ancora una caviglia fine e bianchiccia.

Il silenzio è morbido, ovattato, non sento soltanto il brusio dei miei passi quando il mio piede affonda nelle macerie. Mi torco le caviglie, sudo e ansimo. Giungo su una piazza ombreggiata da grandi platani che hanno in punta ai loro rami striminziti povere foglie stropicciate. Da ogni lato all’estremità dei rami penzola la spoglia mezza essicata di un gatto rosso, un gatto d’autunno, penso ad un tratto.

In mezzo alla piazza, una fonte squadrata sputa la sua acqua che porta con sé mischiati polvere, sangue, una gallina morta, simbolo disincarnato della gallina bagnata, povera briciola dall’occhio vitreo. Poco distante la corsa dell’acqua è fermata da un cumulo di cartacce che si gonfiano ingordamente. Accanto al cumulo, pezzi di lamiera contorti da una colica febbrosa. Il più grande ha un grosso buco nero nel mezzo nel quale s’intravedono libri aperti, rovinati, al loro ultimo stadio.

Non sento alcuna inquietudine, continuo ad avanzare ciò malgrado con un’angoscia sottile, come per un incontro importante, una specie di attesa di non so che cosa. Mi perdo in strade sconosciute e giungo davanti ad una grande porta di legno scolpita. Il martello è al suolo, spaccato, ed anche la porta è a brandelli. Entro in un ampio vestibolo di piastrelle bianche e nere che fuggono sotto una scala di marmo. La sfera della rampa, in basso della scala, assomiglia alla grossa sfera di marmo bianco che più d’una volta nell’infanzia provammo a rompere. A colpi di scopa, a pugni, finché un giorno di grande collera mio fratello non si ruppe la mano. La ricordo, è lei, la sfera indistruttibile della grande casa deserta di mio nonno. Ci era proibito salire alle stanze, ci andavamo in punta di piedi e ad un tratto ci mettevamo a gridare come folli in un locale vuoto, polveroso e buio. L’eco delle nostre grida ci dava brividi di piacere e di paura.

Prendo la scala e, giunto in alto, seguo il lungo corridoio bordato da poltrone sfondate, poveri soldati sbrindellati che fanno finta di montare ancora la guardia. Avanzo fino ad incontrare un’altra scala, questa volta di legno, anch’essa, la ricordo, è quella che prendevamo di nascosto per salire al fienile della fattoria. Le ragnatele si appiccicavano alle nostre braccia nude e brividi ci percorrevano la schiena. D’un tratto odevamo un topo scappare, le sue zampette raschiavano le assi e noi lo immaginavamo una bestia nera con gli artigli.

L’infanzia, sempre, come una resina viscosa o come un fazzoletto di seta.

Non temo più le ragnatele e continuo a salire, ma la scala si fa sempre più angusta, le pareti si stringono a me. Ora devo avanzare di lato, ho il naso sul gesso vecchio e ruvido che odora di polvere e d’erbe secche. Avevo dimenticato ch’era così stretta. Fatico a respirare, il sudore mi scorre lungo la colonna vertebrale e le unghie incominciano a fregare sulla parete ruvida. Per fortuna, una fine bacchetta di luce porta la danza dei semini d’oro e mi mostra il cammino. Con un’ultima spinta che mi strangola, giungo di fronte alla piccola finestra. Pure questa la conosco, conosco il blu livido e stinto delle sue assi e lo spazio che le divide, lì dove puoi guardare con un occhio e scoprire il mondo a fette.

Spingo la persiana e salto, senza il minimo sforzo, sulla grande terrazza. La lunga pianura si estende davanti ai miei occhi. Respiro lo spazio e il silenzio.

E improvvisamente, vedo una distesa di camion della spazzatura. Si assomigliano tutti, avanzano come formiche disegnando una gigantesca ragnatela verso un luogo che non posso vedere. Il silenzio, sempre il silenzio, che mi circonda con i suoi bozzoli setosi, ed anche le nebbie sono sparite. Dalla terrazza prendo una piccola scala di pietre a secco, rossiccie, da cui spuntano piante storte e spinose. Macchie vinacee sporcano le giunture spaccate. In basso, una porticina in ferro vecchio che stride la sua disperazione quando la spingo. Prendo un sentiero in mezzo a un oliveto. Da ambedue i lati, gli ulivi allungano i loro rami anneriti; attorno ad ogni tronco, per terra, le olive cadute che nessuno ha raccolto diegnano un cerchio largo e nero. Mi rammarico di quello spreco quando due grandi uccelli silenziosi si posano sopra di me, abbasso la testa e mi proteggo con le braccia, grido per scacciarli, ma dalla mia bocca non esce alcun suono; malgrado ciò si turbano e vanno a posarsi in un cumulo d’olive cadute. Cercano, raspano senza smettere di fissarmi con i loro minacciosi occhi neri, poi prendono nuovamente il volo.

Continuo a camminare nell’oliveto, tutti quei cerchi d’olive cadute creano come un grande gioco degli esseri del cielo: uccelli, aeroplani o visitatori venuti da un altro pianeta. I miei piedi sentono i ciottoli che mostrano il naso dalla terra inaridita. Fortunatamente, poco lontano vedo un sentiero erboso, che imbocco con piacere. È qui che, dalla frescura e la morbidezza dell’erba, mi accorgo di essere scalzo. Calpesto tarassachi stellati, crespini lattiginosi, sottili graminacee e centauree secche. Il sentiero mi sembrava lungo e tuttavia in un battibaleno mi trovo sulla spiaggia. Il sole picchia, ma la sabbia è fredda, dune e buchi ne fanno una spiaggia lunare. Penso fra me che un gruppo di bambini deve aver giocato qui, costruire castelli che il tempo ha ridotti e scavare buchi più profondi possibile per veder sgorgare l’acqua. Ma mi accorgo che quei bambini non devono soltanto aver giocato, ma anche distrutto: le festuche sono tutte sgambate, contorte, sparse, alcuni cespugli di giunchi sono divelti e ormai inariditi.

Davanti a me, sul bordo dell’acqua cammina una bambina, gattona con una lunga veste ed i piedi sfatti. È accompagnata da un cane grigio che le trotterella accanto. La sua andatura si accorda al ritmo del mare ed ogni onda le lava cerimoniosamente i piedi. È mia sorella, la mia sorellina, vorrei toccarla, parlarle. Cerco di affrettare il passo, ma stento ad avanzare in quella sabbia mobile e bucata. La chiamo per nome, ma nessuna parola esce dalla mia bocca. Ho la gola chiusa, la lingua appiccicata.

Di nuovo uccelli silenziosi, gabbiani questa volta, che girano in tondo sopra un mucchio di sporcizie. Brutte bestiacce, topi alati che si nutrono dei rifiuti delle città. Tutto ad un tratto, eccoli che si alzano in un sol volo e capisco: sulla sabbia non avanza soltanto un camion della spazzatura, ma una pala meccanica, il braccio dispiegato come un naso mostruoso. Mi avvicino quanto posso e vedo ancora una volta che sono dei cadaveri radunati dalla pala. Un mucchio di cadaveri, tutti bagnati come la gallina di poco fa’. La pala carica, manovra, si volge e se ne va adagio, poiché non deve essere facile muoversi nella sabbia. Una volta giunta al bordo della strada nera scarica il suo contenuto dentro un camion che attende e torna al suo compito.

Anch’io attraverso la spiaggia e seguo come posso, facendo ben attenzione a non cadere o rompermi una gamba in un buco. Ritto su una duna, ora vedo tutta la ronda di camion. Vanno tutti verso un punto che non posso ancora vedere.

Avanzo e avanzo ancora, la mia marcia sembra senza fine, ma all’improvviso, lo spettacolo mi si para davanti. Tutti i camion, in un folle girotodo, arrivano carichi e svuotano il loro contenuto di cadaveri – perché di cadaveri si tratta - in buchi scavati da un’altra pala meccanica. I buchi sono allineati in solchi paralleli. La pala scava, il camion scarica, la pala copre il buco con la terra. Man mano che un solco è terminato - scavo, riempimento, copertura - si vede spuntare da ogni buco un piccolo germoglio verde, mentre un nuovo solco viene incominciato. Levando lo sguardo, vedo una foresta lunga e verde a perdita d’occhio, una foresta in cui gli alberi sono via via più grandi. Più sono lontani, più sono grandi. Il tempo di scavare e riempire tre o quattro solchi e i germogli son già divenuti alberelli coperti di foglie. Resto a bocca aperta.

Quando un uomo vestito di nero mi si avvicin, sento una specie di paura, non l’ho visto arrivare, tuttavia vado a chiedergli delle spiegazioni. Nell’istante in cui mi è più vicino, un rumore d’inferno, il primo in quel mondo di silenzio, un rumore che perfora le orecchie e mi fa sobbalzare. Il sudore mi raggela, anch’io voglio gridare ed apro gli occhi. È la mia sveglia sul comodino che è appena squillata. Sono fradicio come una gallina, aggrovigliato nelle lenzuola che m’impediscono di muovermi e schiacciato dal gatto che si rotola sul mio letto. Premo sulla sveglia come posso per farla smettere. Sono le 6 e mezza del mattino. Il camion della spazzatura esce dalle nebbie. Va tutto bene. Siamo di lunedì e devo andare al lavoro.


occitan

6 oras e mièjas dau matin, lo camion deis escobilhas sortís dei neblas. Tot va ben. Manca que siam pas diluns. Coma se fa? An cambiat de jorn? Me vestisse a la lesta e sortisse per veire çò que n’es. Arribe sus lo trepador just que lo camion me passa a ras dau nas. Sembla que i aga degun au volant. Pasmens s’arresta a quauquei pas e un òme, tot vestit de negre, la cara entortovilhada sota una cagola negra sauta dau camion, una lònga forca ai mans e dins un gèst larg e fòrt, aquèu dau paisan cargant la bala de palha sus la carreta, aganta lo paquetàs que rebala au sòu e l’escampa dins la bena. Un cadabre, es un cadabre! Braçs e cambas se brandolan. Sabe pas coma fa per l’auborar solet. Lève la testa, agache a mon entorn. La carriera es bordada ren que d’imòbles abausonats. Quauquei molons de roinas fumejan. Avance. D’asclas de parets amonteiradas udolan çò que fuguèron: malons de cosina vernissats d’aqueu blau que t’emplis lei narras d’un vent larg reviscolant, tenchas passidas d’un salon un pauc vielhòt e poussós que sentís lo tè e lei bescuelhs a la canèla, ceramica blanc d’evòri d’un remembre de sala de banh. Entre dos tròçs aguts e raspós, d’estrassas de tapís assajan de s’escapar. Fau avans. Lo camion a agut temps d’amassar d’autrei cadabres. Es ara a la crosada de doas carrieras, ralentís, un autre camion que li sembla coma un besson arriba sus sa drecha. Eu tanben ralentís, puèi s’aluenha en tornant metre lei gas. Ai agut lo temps de veire qu’es comol, comol de cadabres, d’abòrd que de cambas e quauquei braçs despassan. De cambas subretot, sagnosas, ont demòran pegadas de pelhas de bralhas. De pès son descauçs, d’autrei pòrtan encara de sabatas, ai meme agut lo temps de veire un tacon agulha vernissat, qu’esperlongava encara una cavilha fina e blanquinèla.

Lo silenci es mofle, cotonós, entende pas solament lo bruch de mei pas quora mon pè s’enfonsa dins leis escombres. Me tòrce lei cavilhas, suse e bofe. Arribe sus una plaça ombrejada de grandei platanas que servan au bot de sei brancas maigrinèlas de paurei fuelhas estrifadas. De cada costat d’una branca ultima pendoleja la despolha mitat secada d’un cat rós, un cat d’automne, me pense d’un còp.

Au mitan de la plaça, una font esclapada escupís son aiga que s’empòrta mesclats, de pòussa, de sang, una galina mòrta, simbòl desincarnat de la galina banhada, paura breniga de l’uelh vitrós. Un pauc mai luenh la corsa de l’aiga es tancada per un molon de papieràs que s’espompís goludament. A costat dau molon, de tròçs de tòla torçuts per una colica febrosa. Lo mai grand a un gròs trauc negre en son mitan que se i vei d’a travèrs de livres dubèrts, escagassats, qu’acaban de se consumar.

Sente pas ges d’inquietud, contunhe d’avançar ambé pasmens una angoissa leugièra, coma per un rendetz-vos important, una mena d’espèra de sabe pas de que. Me perde dins de carrieras desconegudas e arribe davans una granda pòrta de bòsc escauprada. Lo marteu es au sòu, espetat, mai la pòrta es a brand. Dintre dins un vestibul grandaràs de malons blancs e negres que fugisson sota un escalier de marmor. La bola de la rampa, en bas de l’escalier sembla a la gròssa bola de marmor blancàs qu’assajeriam mai d’un còp d’esclapar dins nòstra enfància. A còp d’escoba, a còp de ponh, fins qu’un jorn de granda colèra mon fraire se i esclapèt la man. La remète, es ela, la bola indestructibla dau grand ostau desertic dau papet. Nos èra defendut de montar a l’estanci, i anaviam sus la poncha deis arteus e d’un còp cridaviam coma de nècis dins un membre vuege, poussós e sorne. Lo resson de nòstra bramada nos balhava de frejolums de plaser e de petòcha.

Prene l’escalier e arribat en aut, seguisse lo corredor lòng, bordat de fautuelhs escrancats, paurei sordats espelhandrats que fan mina de montar encara la garda. Avance tant, qu’arribe a un autre escalier, de bòsc aquèste còp, eu tanben, lo remète, es aquèu que preniam a la chut chut per escalar dins la feniera dau mas. Lei telaranhas se pegavan a nòstrei braçs nus e de frejolums nos percorrisián leis esquinas. D’un còp aussisiam la fugida d’un garri, sei patas rasclavan lei pòsts e pensaviam de babau grifut.

L’enfància, totjorn, coma una pega mostosa ò coma un mocador de seda.

Crènhe pas pus lei telaranhas e contunhe mon ascencion, mai l’escalier ven de mai en mai estrech, lei parets se sarran de ieu. Ara me fau avançar de galís, ai lo nas sus lo gip vielh e raspós que sent a pòussa d’erbas secas, aviáu oblidat, qu’èra tant estrech. Ai de pena per alenar, la susor me regola lòng dau rasteu e meis onglas començan de s’estrifar sus lo rufe de la paret. Urosament, una fina bagueta de soleu mena la dança dei granetas d’aur e me mòstra lo camin. Dins una darriera butada que m’escana, arribe davans lo fenestron. Eu tanben lo coneisse, coneisse lo blavinèu destenchurat de sei pòsts, e l’espaci que lei dessepara, aquí ont pòs regardar d’un uelh e descobrir lo monde en lescas.

Bute lo contravent e saute, sensa lo pus mendre esfòrç, sus una granda terrassa. La plana lònga s’espandís davans meis uelhs. Alene l’espaci e lo silenci.

E subran, de camions de bordilhas, ne’n vese pertot. Se semblan totei, avançan coma de formigas en dessenhant una telaranha giganta vers un endrech que pòde pas veire. Lo silenci, totjorn lo silenci, que m’enròda de son cocon sedós, mai i a pas pus de neblas. De la terrassa prene un pichòt escalier de peiras secas, rossinèlas ont grelha un plantum torçut e espinhós. De tacas vinassosas embrutisson lei jonhs espetats. En bas, un portilhon de vielha ferralha que cracina son desespèr quora lo bute. Prène la dralha au mitan d’una oliveta. D’un costat coma de l’autre, leis oliviers estiran sei brancas toteis ennegridas; a l’entorn de cada tronc, au sòu, leis olivas tombadas que degun a pas acampat, dessenhan un ceucle negre e larg. Planhisse lo degalhatge quora dos grands auceus silenciós se ronsan sus ieu, baisse la testa e m’apare amb lei braçs, cride per lei caçar, mai ges de son sortís pas de ma boca, pasmens se desviran e se pausan dins lo molon d’olivas tombadas. Cercan, gratussan, sensa quitar de me fissar de seis uelhs negres menaçós puèi tornan prene son envòl.

Contunhe de caminar dins l’oliveta, toteis aquelei ceucles d’olivas tombadas fan coma un grand jòc per leis èstres dau ceu: auceus, avions o vesitaires venguts d’un autre planèta. Mei pès sentisson lei còdols que nasejan de la tèrra dessecada. Urosament que vese pas luenh un camin erbut qu’endralhe amé plaser. Es aquí que m’avise que siáu pedescauç de tant que sentisse lo mofle e lo fresc de l’erba. Prautisse de morres porcins estelats, de cardèlas lachosas, de bauca fineta e de bragalon secat. Lo camin me semblava lòng e pasmens en un ren de temps siáu sus la plaja. Lo soleu pica mai la sòrra es freja, de montilhas e de traucs ne’n fan una plaja lunària. Me pense qu’un molon de nenets a degut jogar aquí, bastir de casteus que lo temps a demesit e cavar de traucs lei mai fons possible per veire sorgentar l’aiga. Mai m’avise qu’an pas fach ren que jogar leis enfants, an destrusit: lei ganivèlas son totei escrancadas, torçudas, espatarradas, de matas d’ajoncs son desrabadas e acaban de se secar.

Davans ieu, sus lei bregas de l’aiga, camina una filheta, chatona en ròba longa e pèus desfachs. Es acompanhada d’un chin gris que trotineja a son costat. Son anar s’acòrda au ritme de la mar e cada ersa li lava lei pès ceremoniosament. Es ma sòrre, ma sorreta, la voudriáu tocar, li parlar. Assaje de m’abrivar, mai ai de pena per avançar dins aquela sòrra movedissa e traucada. La sòne, per son pichòt nom, mai ges de paraula sortis pas de ma boca. Ai la garganta tancada, la lenga pegada.

Tornamai d’auceus silenciós, son de gabians aqueste còp, que viran en redon en dessus d’un amolonament de saloparíás. Marridei bestiassas, garris aluts que se noirrison de la merda dei vilas. Tot per un còp lei vaqui que montan en un solet vòl e comprene: sus la sabla s’avança non pas un camion dei bordilhas mai una pala mecanica, godet desplegat coma un nas mostruós. Me sarra tant que pòde e vese que son encara un còp de cadabres que la pala acampa. Un molon de cadabres, totei banhats coma la galina de totara. La pala carga, manòbra, vira e se’n va plan planet que dèu pas èstre aisit de rotlar dins la sabla. Un còp en riba de la rota negra descarga sa palatada dins un camion que l’espèra e tòrna a son pretzfach.

Ieu tanben traverse la plaja e seguisse coma pòde, en fasent ben mèfi de me pas tombar ò de me pas copar la camba dins un trauc. Quilhat sus una montilha, vese, ara tota la ronda dei camions. Van totei vers un ponch que pòde pas encara veire.

Avance, avance, avance, ma marcha sembla sensa fin, mai subte, l’espectacle es aquí. Totei lei camions que menan una ronda bauja, Arriban comols e vuejan cadun son cargament de cadabres perque son ren que de cadabres dins de traucs cavats per una autra pala mecanica. Lei traucs son alinhats segon de regas paralèlas. La pala cava, lo camion descarga, la pala buta la tèrra per tapar lo trauc. A flor e mesura qu’una rega es acabada: cavada, emplida, tapada, se vei sortir de cada trauc un pichòt grelh verd, dau temps qu’una novèla rega es entamenada. En levant leis uelhs, vese una forest lònga e verda a perda de vista, una forest ont leis aubres son de mai en mai grands. Dau mai son luenh dau mai son grands. Lo temps de cavar e d’emplir tres ò quatre regas, lei grelhs verds son ja de pichòts arbronets cuberts de fuelhas. Ne’n siáu badabèc.

Quora un òme vestit de negre se sarra de ieu, sentisse una mena de paur, l’ai pas vist venir, pasmens li vau demandar d’explicacions. Au moment qu’es a ras de ieu un bruch d’infèrn, lo primier dins aqueu monde de silenci, un bruch que trauca leis aurelhas e me fa subresautar. Ai la susor que me sanglaça, vòle cridar a mon torn e dubrisse leis uelhs. Es mon revelh sus la tauleta de nuech que ven de sonar. Siáu banhat coma una galina, entortovilhat dins lei linçòus que m’empachan de bolegar e esquichat per lo cat que se viuta sus mon liech. Pique, coma pòde sus lo revelh per l’arrestar. Es 6 oras e mièjas dau matin. Lo camion deis escobilhas sortís dei neblas. Tot va ben. Siam ben diluns e me fau anar trabalhar.


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