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Nòvas n.145 Mai 2015

Premio Nazionale: Antonia Arslan

La Masseria delle Allodole / Antasdan

"Premio Ostana Scritture in Lingua Madre" edizione 2015

Premio Nazionale: Antonia Arslan
italiano

Antonia Arslan, padovana di origine armena, ha insegnato per molti anni Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova. È autrice, fra l’altro, di un fortunato testo su Dino Buzzati (Invito alla lettura di Buzzati), di saggi pionieristici sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla “galassia sommersa” delle scrittrici italiane dell’Ottocento (Dame, droga e galline; Dame, galline e regine).

Ha ritrovato le sue radici armene traducendo

Il canto del pane e Mari di grano di Daniel Varujan

e scrivendo i bestseller La masseria delle allodole (2004, tradotto in venti lingue e reso in film dai fratelli Taviani) e La strada di Smirne (2009).

Nel 2010 è uscito Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio, sulla sua esperienza nel tunnel del coma;

nel 2011 Il cortile dei girasoli parlanti;

nel 2012 Il libro di Mush, la storia di due donne che, durante il genocidio, salvano

un prezioso manoscritto;

nel 2013 i racconti del Calendario dell’Avvento.

Nel marzo 2015 pubblica il terzo volume della serie armena, “Il rumore delle perle di legno”.


IL VALORE DELLA CULTURA E DELLA LINGUA 

DEGLI ARMENI AL DI Là DEL GENOCIDIO 

nelle parole di ANTONIA ARSLAN

conversazione con Antonia ArSlan

a cura di Valentina Musmeci

Valentina Musmeci: Professoressa Arslan, nel 2004 esce il suo primo romanzo “La masseria delle allodole”, dedicato alla storia della sua famiglia e al genocidio armeno, con il quale vince un Premio Stresa e il Campiello. Il tema della cultura armena le era già caro e lo aveva sviluppato anche nei lavori precedenti, attraverso la traduzione dell’opera del grande poeta armeno Daniel Varujan, del quale ha tradotto le raccolte II canto del pane e Mari di grano. Ha così dato voce alla sua identità armena ma allo stesso tempo ha permesso la divulgazione di un testimone importante della sua cultura. Da allora lei sente la necessità di diventare attivista nel testimoniare anche in Italia il genocidio degli Armeni. Come nasce l’ispirazione per scrivere il primo romanzo? 

Antonia Arslan: È una sola la persona che mi ha stimolata a scrivere le storie che avevo dentro, ed è Siobhan Nash-Marshall, mia carissima amica, filosofa teoretica con studi sul tema dei genocidi, che mi ha dato la molla dicendomi: «Tu devi scrivere, devi cominciare a parlarne». C’era già, in realtà, una mia necessità interna, cominciavo a sentire che i racconti di mio nonno e delle altre persone fuggite in Libano o in Siria che venivano a trovarci in Italia, mi tornavano troppo spesso alla mente. Questa specie di deposito di emozioni e di storie che io avevo dentro a un certo punto della mia vita è cominciato ad emergere, le parole stesse dei fatti sentiti da mio nonno hanno cominciato a fluire. 

Avrebbe anche potuto non venire fuori, ma doveva riemergere, ormai dovevo raccontare attraverso le memorie sepolte della mia famiglia, ho provato a dissepellirle, rielaborarle per testimoniare una memoria importantissima. 

V.M.: Come le è stata trasmessa l’idea di genocidio dalla sua famiglia e da quale concetto di genocidio parte per la stesura del libro?

A.A.: Nella mia famiglia, così come all’interno della comunità armena, non si usava la parola genocidio, si utilizzava la definizione ‘disastro epocale’, quello che gli armeni chiamano ‘grande male’ (metz=grande e yeghèrn=male) o ‘la catastrofe’ (aghèt). Man mano che la coltre di silenzio è stata sollevata, un po’ in tanti paesi gli studi sono stati approfonditi, le testimonianze e le memorie dirette degli armeni sopravvissuti si sono aggiunte ai testimoni in Anatolia e nell’Impero Ottomano, e la prova che questo disastro avesse dei contorni più definiti fu innegabile. Poi, 35 anni fa, si è vista la modalità genocidaria, si è visto il collegamento con il genocidio degli ebrei, ricordiamo che tedeschi e austriaci erano alleati dell’Impero Ottomano durante la Prima Guerra mondiale, quindi le connivenze storiche hanno avuto un’influenza importante.

Per i miei, in casa, era un dato di fatto, non si teneva nascosto. Era cosa certa e così era per me al momento della stesura. 

V.M.: Siamo nell’anno del centenario, avvenuto il 24 aprile scorso. Quali passi sono stati fatti e quali ancora da fare?

A.A.: Siamo in un momento importante perché questa piaga aperta degli armeni viene riconosciuta dopo 100 anni come esistita realmente. Si immagini i poveri sopravvissuti trovatisi in nuovi sistemi sociali, all’interno di nazioni il cui popolo non aveva mai sentito parlare di ciò che era capitato agli Armeni e che in qualche modo non ci credevano, ai quali finalmente viene riconosciuta una ferita che portano dentro. Ma soprattutto è stata fatta chiarezza sulla definizione di cosa sia un genocidio. La definizione precisa di genocidio è di Raphael Lemkin, avvocato ebreo polacco che studiò la tragedia armena, nel 1944, termine che deriva da genos (greco per famiglia, tribù o razza) e dal suffisso -cidio (latino per uccisione). Lemkin definisce il particolare tipo di sterminio contenuto nel genocidio, affermando che ha una struttura particolare: viene gestito in modo organizzato da un governo e mira alla definitiva eliminazione di una minoranza (non sottometterla, ma eliminarla). Questa definizione viene riconosciuta nel 1948 dalle Nazioni Unite nei casi in cui i massacri siano basati su motivi etnici, razziali o politici con una Convenzione siglata nel 1951, la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di Genocidio. A mio avviso, sotto la scelta del genocidio c’è una forma di autolesionismo di un governo, perché spesso così si priva di una forza lavoro o di una forza patriottica importante, questo è avvenuto sia con gli Armeni nel 1915 e anni seguenti, sia con gli Ebrei durante la Shoa. 

V.M.: La definizione di genocidio è importantissima e ci dà i termini all’interno dei quali deve essere condotto un massacro di dimensioni epocali, ma per definire i termini in cui è avvenuto il negazionismo sino ad oggi, a suo avviso qual è la motivazione alla base?

A.A.: La negazione del genocidio ha soprattutto una motivazione storica: nel 1924 con il Trattato di Losanna i potenti occidentali, reduci dalla Prima guerra mondiale, accettano di non parlare più di Armeni, diciamo per accordarsi con il capo della nuova Turchia, il generale Mustafa Kemal, che non è personalmente responsabile dei massacri armeni ma che ne prese anche l’eredità. Il primo dopoguerra si chiude a spese di questo popolo, e non se ne parla più per quarant’anni, questa era una condizione del trattato. Appena finita la guerra, il sultano aveva avviato dei processi a Costantinopoli, simili ai processi di Norimberga, tra l’altro molti hanno una quantità di somiglianze interessanti tra loro, e cominciavano a mettere in luce i fatti, fecero condanne che poi si interruppero proprio perché la situazione storica era cambiata e l’Impero Ottomano stava crollando. La repubblica di Turchia nasce su una rimozione collettiva. 

V.M.: Come sta vivendo questo periodo di celebrazioni e di dichiarazioni (Eg. Papa Francesco ha definito genocidio i massacri del 1915 durante l’omelia del 12 aprile nella Basilica di San Pietro) e quale importanza storica hanno?

A.A. n Vivo con molta gioia questo momento, finalmente se ne parla ad ampio raggio, certo in parte è stato scatenato dalla presa di posizione di Papa Francesco che ha detto la verità con molta semplicità. Ma non è stato il primo Papa, già Benedetto XV ne stabiliva il significato con una lettera al sultano definendoci “gente armena che vien condotta quasi all’estinzione”, indicando che alla base c’era qualcuno che governava il massacro e la volontà di eliminazione di un popolo. Giovanni Paolo II aveva già usato la parola genocidio, ma non ufficialmente come Papa Francesco che ha avuto un’eco mediatica molto forte. 

Due i grossi risultati, il primo è che ai 21 paesi europei che avevano riconosciuto (non in funzione anti-turca, ma in funzione anti-negazionista, definendo che ogni nazione deve fare i conti col proprio passato) il genocidio, si sono aggiunti l’Austria e la Germania, e lo ritengo un enorme risultato. Poi sono diventati 43 gli stati americani che hanno riconosciuto il genocidio, su 50, anche se Obama ancora una volta non ha detto la parola genocidio come aveva promesso prima della sua elezione. 

Più importante di tutto è la percezione collettiva, che stava già mutando negli anni scorsi. In Italia man mano che passavano gli anni la percezione di questa tragedia si allargava proprio come sasso che fa i cerchi nell’acqua, divenendo percezione diffusa. Sta adesso a noi che non venga dimenticata, non solo per gli armeni ma anche per quello che è un genocidio, per far comprendere che all’interno degli esseri umani c’è il massimo del bene e il massimo del male ma l’importante è l’uso che se ne fa. Questa volontà di un governo di compiere un genocidio diventa anche una specie di dissuasione, per tutto il suo popolo attraverso lo stimolo dell’avidità, della cupidigia, attraverso il fatto che un governo ti giustifica. È una scuola negativa. Persuadere un intero popolo dicendo che è lecito eliminare una minoranza non si basa sulla crudeltà singola ma sulla avidità collettiva. Faccio un esempio, se dico a qualcuno che il suo vicino di casa non ci sarà più e si potrà impadronire dei suoi beni e della sua casa, questo autorizza un’azione che in fondo, se lui si volta dall’altra parte, nessuno punirà e lui potrà impadronirsi dei beni dello scomparso. Un percorso come questo è uno stimolo all’avidità, allo scegliere il male invece che il bene. I giusti sono coloro che non si voltano dall’altra parte e fanno una scelta, “Per quanto mi si offre, nemmeno costretta io farò questo”, è faticoso da dire. 

Sono tanti, tanti episodi nella storia messi insieme, per esempio Monaco dista da Dachau pochi km, sicuramente tutti sapevano, era il governo che li giustificava; questo è successo anche nella Russia comunista, con milioni di morti di contadini ucraini; in forma addirittura trasparente è accaduto lo stesso nel caso del Ruanda, Utu e Tutzi vivevano abbastanza vicini, poi con la propaganda radiofonica hanno cominciato ad ammazzare se stessi. 

C’è un passaggio nel film che i fratelli Taviani hanno realizzato de “La masseria delle allodole” in cui è reso in modo eccellente questo discorso della cupidigia. 

V.M.: È appena uscito il suo ultimo libro: di cosa racconta “Il rumore delle perle di legno”?

A.A.: Mentre “La strada di Smirne” è il seguito de “La masseria delle allodole”, questo romanzo compie un salto e arriva alla mia storia, e racconta dell’incrocio, andato molto bene, di due famiglie, una armena e una italiana, sullo sfondo della Seconda Guerra mondiale e poi degli anni ‘50. Qui la figura di mia madre assume, mio malgrado, una rilevanza che neanche io mi aspettavo. Anche questo è uscito per Rizzoli, come gli altri due.

V.M.: Lei non ha potuto imparare l’Armeno, come vive questa situazione e come considera la tutela della lingua madre per una minoranza? 

A.A.: Questo è per me un taglio, una privazione di cui io soffro. Mi sono molto spesa nei miei libri per la tutela dell’identità, ma non della lingua: mio nonno con la sua angoscia e il suo senso di colpa per quello che gli era accaduto, dopo la scomparsa della sua famiglia si ritrova di educare i figli senza far loro imparare la lingua, sebbene fossero due uomini di cultura, sia mio padre che mio zio erano professori universitari di Storia dell’Arte e di Lettere. 

Personalmente vivo l’impossibilità di esprimermi in armeno con rimpianto, perché avere una dimensione parentale di condivisione di memorie in lingua minoritaria rafforza l’appartenenza. Ricordo ad una cena di Parigi, quando si è raccolta tutta la famiglia di mio padre, la frustrazione di non poter comunicare con loro. Gli strumenti, le sfumature, gli echi linguistici e sensoriali che una lingua ti dà non sono traducibili con una lingua straniera. 

Io riconoscerei una parola armena tra mille ma non è la mia lingua madre, non sono in grado di parlarlo. Ho tradotto Varujan, ma avevo bisogno di un tramite, di un filologo di armeno che affiancasse il mio lavoro. 

La lingua armena nel mondo è a rischio, siamo ormai alla terza o quarta generazione, le scuole non sono molte, in Francia c’è ad esempio, ma la comunità italiana è piccolissima. Ci vuole uno sforzo importante per mantenerla. 

V.M.: Per contro la cultura armena gode di una grande vitalità: è vivacemente testimoniata ancor oggi in territorio armeno, ed esiste anche un suo alfabeto preciso. Come resistono sino ad oggi la cultura e l’alfabeto armeno e che caratteristiche hanno? 

A.A.: L’alfabeto armeno è un alfabeto che serve solo agli Armeni, per la gestione burocratica e per la produzione interna, ovviamente anche quella narrativa. Fu inventato nel V secolo da un monaco che si chiama Mesrop Mashtots affinché gli Armeni avessero una lingua scritta. L’alfabeto armeno consta di 38 lettere e ogni suono corrisponde ad una lettera precisa. In italiano ci sono 21 lettere e tanti suoni, per cui con 2 lettere faccio un suono, mentre l’armeno è una lingua indoeuropea, parallela al greco antico e al sanscrito antico. Ha un suo sviluppo autonomo, viene molto usata per le traduzioni, per avere le sacre scritture tradotte nella lingua armena. Mashtots è stato un personaggio straordinario, si è ispirato all’esterno fondando gli elementi dell’identità nazionale attraverso una estetica esteriorizzata. 

Un elemento importantissimo della cultura armena sono i manoscritti e le miniature medioevali. L’espressione artistica degli Armeni è prettamente quella musicale, di pari la scrittura di libri e di miniature è stata così proficua da creare un ramo a parte, in cui ci sono testi elegantissimi ed immagini stupende. 

Questo culto per il libro fa si che per tutto il Medioevo si sviluppi in Armenia una cultura di traduzione e di invenzione che attraversa un periodo lunghissimo. Si sviluppano le Università, i Monasteri, si approfondiscono le scienze grazie a scienziati e grandi storici, mistici medioevali, tra cui Gregorio di Narek. 

Grande fu la fioritura di cultura e di eccellenze anche nell’architettura armena, la scultura fu molto originale ed estremamente antisismica, se non abbattute per motivi etnici, le costruzioni armene resistono dal V secolo ad oggi. In tutta la Turchia sono state scientificamente distrutte, nell’attuale Armenia resistono vari esempi di mura, di monasteri di sublime essenzialità, la cui costruzione è connotata come “architettura armena”. 

I monaci ed i mercanti hanno portato ovunque le strutture architettoniche dalle caratteristiche precisamente armene. 

La scultura subì la distruzione più grande ma si trovano ancora esempi magnifici in chiese molto antiche con straordinari bassorilievi sulle facciate.

Un ambito di rilievo ha sicuramente l’arte delle croci di pietra.

Si può dire che siano una caratteristica del paesaggio armeno, si tratta di croci di pietra ininterrotte da 1500 anni, che segnano e testimoniano momenti di lutto, di festa, matrimoni, nascite di figli. Sono croci di cristiani ma non c’è il corpo di Cristo. Ci sono invece fiori e frutti che simboleggiano la rinascita. 

V.M. : Sul condizionamento della religione cristiana non abbiamo approfondito, immagino vi siano delle motivazioni collegate...

A.A.: La religione è secondaria nella questione armena, non fu il motivo del genocidio ma il pretesto. Gli inventori di questo tipo di strage erano atei e laici e il governo dei giovani turchi però si è servito della religione per coinvolgere tutti. Gli armeni sono cristiani apostolici, vicini alla chiesa latina e agli ortodossi, è uno dei 19 riti orientali. 

Il fatto che siano dei cristiani ad essere uccisi diventa una regola, le menti sono atee ma per ottenere il seguito della massa bisognava trovare il pretesto religioso. Attuare l’identificazione della vittima con il male. 

V.M. : Oggi come vede il futuro del popolo armeno?

A.A. : Vedo che ha una grande fortuna perché esiste una nazione chiamata Armenia, questo rispetto ad altri popoli che sono stati massacrati è bellissimo. Era la parte di Armenia che stava con la Russia, è piccola e povera, ma la relazione con l’unione sovietica è rimasta in piedi, resiste. Ha una struttura statuale, c’è uno stato: la lingua del commercio e della burocrazia è l’armeno, cosa non da poco per evitare un impoverimento totale. Speriamo che le due nazioni sopra e sotto, per dirla in termini poco eleganti, la Turchia ed l’Azerbaigian, che sono alleate, non riescano a schiacciarla, ora le frontiere con la Turchia sono chiuse, questo crea un grave danno perché tutto diventa più caro in Armenia. 

Dà speranza la situazione contesa del Nagorno Karabak, che, pur abitata da armeni, è oggi una regione indipendente. 

La Masseria delle Allodole

Antonia Arslan, prima edizione, Rizzoli 2004

Prendemmo la strada sotto i portici per andare dal Santo. Era il 13 giugno, il giorno del mio onomastico. Pioveva e io non volevo muovermi, ma il nonno Yerwant, il patriarca a cui nessuno disobbediva, aveva detto “È ora che la bambina conosca il suo santo. È già quasi troppo tardi, ha cinque anni. Non sta bene far aspettare i santi. E dovete portarcela a piedi”. Lui ci avrebbe raggiunto con la sua automobile Lancia, e con Antonio, l’autista.

Così, percorsi con la zia le due lunghe strade porticate che conducono alla basilica, con la zia Henriette, piccola piccola, dal gran naso armeno e dai lucidi capelli neri a caschetto, che aveva molti segreti e se li teneva ben stretti, non portava mai tacchi bassi e non permetteva che aprissi la sua borsetta. Neppure lei era contenta dell’ordine del nonno: aveva caldo, aveva “quasi” mal di testa, pensava che andare alla basilica nel giorno del Santo fosse poco fine, cose da provinciali e da turisti, temeva di perdermi, si angosciava per nulla, come sempre.

Zia Henriette era una sopravvissuta al genocidio del 1915. Creatura delle diaspora, non aveva più una lingua madre. Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale: come una straniera. In tutte faceva patetici sbagli, e non volle mai raccontare la storia della sua sopravvivenza. Aveva dimenticato anche la sua età (in Italia quando sbarcò, era così minuta e patita che le tolsero due o tre anni). Ma ogni sera a casa nostra, veniva a cena portando vassoi di biscotti alla moda austriaca, enormi vasi di yogurt fatto in casa, paklavà colmo di noci e di miele e la sua presenza riempiva la casa di memorie oscure...

...Gli zingari cantavano, nella loro lingua misteriosa. Ed ecco che anche il nonno cantava, nella sua lingua misteriosa, parole così dolci che non sembrava nemmeno lui a pronunciarle, con voce profonda, come rivolto a se stesso; e io dal basso, vicino a lui, ascoltavo, ascoltavo; e mi pareva di essere a casa, mi pareva proprio di rientrare in un nido caldo. “Signore, perdonami” diceva il nonno nell’antica lingua; “Signore pietà; Gesù Salvatore, abbi pietà di noi. O Santissima Trinità, concedi la pace al mondo, splendore alla Chiesa; alla nostra nazione armena amore e unità; guarigione ai malati e il regno ai dormienti”.

In quel momento si udì una voce forte e risoluta, che disse (e a me pareva che venisse da un misterioso Ognidove, ma era un predicatore dal pulpito, che io non vedevo): “Parola del santo frate Antonio. Cristo si paragona alla chioccia: “Come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali…”. Osserva che la chioccia si ammala quando i pulcini sono ammalati; li chiama a mangiare fin tanto che diventa rauca; li protegge sotto le ali e resiste al nibbio con le penne irte per difenderli. Così Cristo, sapienza di Dio, per noi infermi si è fatto infermo, come dice Isaia “Lo abbiamo osservato: è disprezzato e l’ultimo degli uomini, cioè il più reietto; uomo dei dolori che ben conosce il patire”.

Mi piaceva l’idea della chioccia. Conoscevo le chioccie, sapevo come si comportano; e avevo anche avuto un pulcino. Anche se mia mamma, riflettevo, la mia giovane mamma baldanzosa, di sicuro non è una chioccia... E nella mia testa la guarigione dei malati della preghiera del nonno, la sede dell’Armenia, le premure del materno Dio-chioccia di cui parlava la voce, l’odore degli zinagari e l’immensa cavità protettiva della basilica si fusero in una sensazione di sicurezza totale, di felicità così intensa che cominciai a piangere...

 

ANTASDAN

(Antica benedizione per i campi dei quattro angoli 

del mondo - 1914)

di Daniel Varujan da “Il canto del pane

Nelle plaghe dell’Oriente

sia pace sulla terra...

Non più sangue, ma sudore

irrori le vene dei campi,

e al tocco della campana di ogni paese

sia un canto di benedizione.

Nelle plaghe dell’Occidente

sia fertilità sulla terra...

Che da ogni stella sgorghi la rugiada

e ogni spiga si fonda in oro,

e quando gli agnelli pascoleranno sul monte

germoglino e fioriscano le zolle.

Nelle plaghe dell’Aquilone

sia pienezza sulla terra...

Che nel mare d’oro del grano

nuoti la falce senza posa,

e quando i granai s’apriranno al frumento

si espanda la gioia.

Nelle plaghe del Meridione

sia ricca di frutti la terra...

Fiorisca il miele degli alveari,

trabocchi dalle coppe il vino,

e quando le spose impasteranno il pane buono

sia il canto dell’amore..


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