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FIORI - Arthur Schnitzler

FLORS - Arthur Schnitzler

di Peyre Anghilante

FIORI - Arthur Schnitzler
italiano Sono andato in giro tutto il pomeriggio per le strade su cui cadeva lentamente la neve bianca e silenziosa, - ed ora eccomi a casa, la lampada è accesa, fumo il mio sigaro, i libri sono sul tavolo e tutto è disposto in modo tale che potrei sentirmi pienamente a mio agio... Ma è inutile, sono costretto a pensare sempre e soltanto alla stessa cosa. .
Non era lei morta da tempo per me?... sì, morta, o addirittura, come pensavo col pàthos puerile dei traditi, «peggio che morta?»... E ora, da quando so che non è «peggio che morta», no, semplicemente morta, così come tanti altri che giacciono fuori, profondamente sotto terra sempre, sempre, quando è primavera e quando viene l'estate afosa, e quando cade la neve come oggi... senza alcuna speranza di ritorno - d'allora so che anche per me lei non è morta nessun istante prima che per gli altri. Dolore? - No. Non è che il comune senso di paura che ci prende quando cala nella tomba qualcosa che una volta ci ha appartenuto e la cui esistenza abbiamo ancora chiara dinanzi agli occhi, col brillare dello sguardo e col suono della voce.
Certo fu molto triste, quando allora scoprii il suo tradimento;... ma quanti altri sentimenti si aggiungevano ancora alla tristezza!... La rabbia e l'improvviso odio e la nausea dell'esistenza e - ah sì certo! - la vanità offesa; - sono giunto solo a poco a poco al dolore! Poi sopravvenne un conforto che si trasformò in beneficio: la convinzione che anche lei doveva soffrire. - Le ho ancora tutte, ogni istante le posso rileggere, quelle decine di lettere, che imploravano perdono, singhiozzavano, si lamentavano! - La vedo ancora dinanzi a me, nel suo scuro abito inglese, col cappellino di paglia, mentre ferma all'angolo della strada, all'imbrunire, mi seguiva con lo sguardo quando uscivo dal portone... E penso ancora anche a quell'ultimo appuntamento, lei mi stava dinanzi con quei grandi occhi pieni di stupore nel tondo viso di bambina che allora era così pallido e smunto... Non le diedi la mano quando se ne andò; - quando se ne andò per l'ultima volta. - E dalla finestra l'ho vista ancora camminare fino all'angolo della strada, dove è sparita - per sempre. Ora non può ritornare...
L'ho saputo per caso. Sarebbero potuti passare ancora settimane, mesi. Ho incontrato stamattina suo zio, che non avevo visto da un anno, e che si ferma solo raramente a Vienna. In passato gli avevo parlato solo poche volte. La prima tre anni fa, in una serata in cui si giocò a birilli, in quell'occasione era venuta anche lei con sua madre. - E poi l'estate successiva: allora ero con alcuni amici alla «Csarda» al Prater. E al tavolo accanto a noi sedeva lo zio con due o tre signori, molto gioviale, quasi allegro, brindò alla mia salute. Prima di lasciare il giardino si fermò ancora accanto a me e, come un gran segreto, mi disse che la nipote spasimava per me! - Poiché ero un po' brillo, mi sembrò strano, buffo e addirittura avventuroso che il vecchio me lo raccontasse qui tra i suoni del Cymbal e gli acuti dei violini, - proprio a me che lo sapevo così bene e che sentivo ancora sulle labbra il profumo del suo ultimo bacio... E stamattina! C'è mancato poco che gli passassi davanti senza vederlo. Gli ho chiesto di sua nipote, più per cortesia che per interesse... Non avevo più sue notizie; anche le lettere non erano più giunte da tempo; inviava regolarmente solo i fiori: ricordo di uno dei nostri giorni più felici; arrivavano una volta al mese; senza alcun biglietto, silenziosi, umili fiori... - Quando s'è sentito fare quella domanda, il vecchio signore è rimasto molto sorpreso. Come... non sa che la povera fanciulla è morta una settimana fa? Ho provato un gran spavento. - Poi egli mi ha raccontato ancora di più. Che lei era da tempo malaticcia, ma che non era stata neppure una settimana a letto... E di che cosa soffriva?... «Depressione... Anemia... I medici non sanno mai nulla di preciso.»
Sono rimasto ancora a lungo fermo al posto dove il vecchio m'aveva lasciato; - ero spossato, come dopo aver sopportato grandi fatiche. - E ora ho l'impressione che debba considerare questo di oggi come un giorno che rappresenti una fase nuova della mia vita. Perché? - Perché? Mi è accaduto soltanto qualcosa di esteriore. Non sentivo più nulla per lei, a stento me la ricordavo ancora. Mi ha fatto bene scrivere tutto ciò: mi sono calmato... Comincio a sentire il conforto della mia casa. - È inutile e autodistruttivo continuare a pensarci... Ci sarà ben qualcuno che ha oggi un motivo più profondo di me per affliggersi.
Ho fatto una passeggiata. Sereno giorno d'inverno. Il cielo così pallido, così freddo, così lontano... Sono calmissimo. Il vecchio signore che ho incontrato ieri... mi sembra come se fosse accaduto molte settimane fa. - E se penso a lei, posso immaginarmela in contorni stranamente nitidi e precisi; manca solo una cosa: l'ira che si associava ancora al mio ricordo fino agli ultimi tempi. Veramente non riesco a immaginarmi che lei non è più su questa terra, che giace in una bara, che la si è sepolta... Non ne soffro per nulla. Il mondo mi è apparso oggi più silenzioso. A un certo momento mi sono convinto che non esistono affatto gioia e dolore; - no, ci sono solo smorfie di piacere o di dolore; ridiamo e piangiamo e invitiamo l'anima ad assistervi. Potrei ora sedermi e leggere libri profondissimi, seri, e penetrerei presto tutta la loro saggezza. Oppure potrei fermarmi dinanzi ad antichi quadri, che prima non mi hanno detto nulla, e ora mi si aprirebbe la loro oscura bellezza... E se penso a qualche persona cara che mi è morta, il cuore non si contrae come nel passato - la morte è diventata qualcosa di amichevole; va in giro tra noi e non vuole farci nulla di male.
Neve, alta candida neve su tutte le strade. La piccola Gretel è venuta da me e ha trovato che avremmo dovuto fare finalmente una corsa in slitta. E così siamo stati in campagna e siamo volati veloci per i sentieri chiari e gelati tra il tintinnìo dei sonagli, il cielo pallido sopra di noi, veloci, veloci tra colline bianche, lucenti. Gretel si appoggiava alla mia spalla, guardando con occhi contenti la lunga strada dinanzi a noi. Arrivammo a un'osteria che conoscevamo bene fin dall'estate, dal tempo in cui giaceva in mezzo al verde, e che ora sembrava così cambiata, così solitaria, così senza contatto col resto del mondo, come se la si dovesse riscoprire. La stufa accesa nell'osteria mandava un calore così forte, che dovemmo spostare il tavolo; poiché la guancia sinistra e l'orecchio della piccola Gretel erano diventati rossi. Allora dovetti baciarle la guancia più pallida. Poi il ritorno, già nella semioscurità. Gretel si strinse a me e prese le mie mani nelle sue. - Poi disse: «Oggi sei finalmente di nuovo mio». Così, senza pensarci su, aveva trovato la parola giusta, e ciò mi rese allegro. Può anche darsi che l'aria pungente della campagna sotto la neve abbia liberato di nuovo i miei sensi, poiché mi sento più libero e lieto che in tutti gli ultimi giorni.
Recentemente, mentre ero disteso sul divano in dormiveglia, s'insinuò di nuovo in me un'idea strana. Mi sembrò di essere freddo e insensibile. Come uno che senza lacrime, senza alcuna capacità di sentire, stia fermo dinanzi a una tomba, in cui sia stato calato un essere amato. Come uno che si sia indurito a tal punto che nemmeno l'orrore di una morte giovane possa placarlo... Sì, implacabile, così mi sentivo...
Passato, è tutto passato. La vita, il piacere e questo pochino di amore cacciano via tutti gli stupidi pensieri. Sono di nuovo più spesso tra gli uomini. Voglio loro bene, sono innocui, chiacchierano di ogni sorta di cose allegre. E Gretel è una cara, tenera creatura, ed è bellissima, quando se ne sta così vicino a me nel vano della finestra, il pomeriggio, e i raggi del sole scintillano sulla sua testa bionda.
Oggi è accaduta una cosa strana... È il giorno in cui lei mi mandava ogni mese i fiori... E i fiori sono giunti di nuovo, come... come se nulla fosse cambiato. - - Sono giunti di buon mattino con la posta, in una bianca scatola di cartone, lunga e stretta. Era ancora molto presto; il sonno mi appesantiva ancora la fronte e gli occhi. E solo quando ho aperto la scatola sono tornato del tutto in me... Allora mi sono quasi spaventato... Tenuti graziosamente insieme da un filo dorato, c'erano garofani e violette... Giacevano come in una bara. E quando li ho presi in mano, un brivido mi ha attraversato il cuore. - So come mai sono giunti anche oggi. Quando sentì avvicinarsi la malattia, quando forse già ebbe un presentimento della morte vicina, ha fatto ancora la solita ordinazione dal fioraio. Non sarebbe dovuta mancarmi la sua tenerezza. - Certo, così si spiega la spedizione; come una cosa del tutto naturale, qualcosa di commovente forse... Eppure, mentre reggevo in mano quei fiori, ed essi sembravano tremare e inchinarsi, dovetti sentirli di nuovo, contro ogni ragione e ogni volontà, come qualcosa di spettrale, come se venissero da lei, come se fossero il suo saluto... come se volesse sempre, anche adesso da morta, narrare del suo amore, della sua - fedeltà in ritardo. - Ah, non capiamo la morte, non la capiremo mai; e ogni essere è in realtà solo allora morto, quando sono morti anche tutti quelli che lo hanno conosciuto... Oggi ho preso in mano i fiori anche in modo diverso dal solito, con più delicatezza, come se si potesse far loro del male se li si toccasse troppo duramente... come se le loro silenziose anime potessero cominciare a gemere sottovoce. E mentre ora sono dinanzi a me sulla scrivania, in un vaso sottile verde pallido, mi pare che si inchinino a ringraziare tristi. Tutta la pena di un desiderio inutile mi viene incontro col loro profumo, e credo che essi potrebbero raccontarmi qualcosa se capissimo il linguaggio di tutti gli esseri viventi e non solo di quelli dotati della parola.
Non voglio lasciarmi sconcertare. Sono fiori, niente di più. Sono saluti dall'aldilà... Non è un richiamo, no, non è un richiamo dalla tomba. - Sono fiori, e una qualsiasi commessa in un negozio li ha legati insieme del tutto meccanicamente, ci ha messo un po' di ovatta attorno, li ha riposti nella scatola bianca e poi li ha spediti. - E ora essi sono qui, perché sto a pensarci su?
(Continua sul prossimo numero di Nòvas)
occitan

Siu anat en vir tot l’après-metzjorn per las vias ente calava lentament la neu blancha e silenciosa; e aüra me-vaicí a maison, lo lume es avisc, fumo ma cigala, lhi libres son sus la taula e tot es ardreiçat d’un biais tal que poleriu me sentir plenament a mon aise... Mas ren, siu constrech a pensar sempre e solament a la mesma causa.

Fai pas de temps qu’ilhe es mòrta per mi? ... sí, mòrta, o fins a mai, coma pensavo embe aquel pathos pueril di tradits, «pejo que mòrta?»... E aüra, depuei que sai qu’es ren «pejo que mòrta», no, simplament mòrta, coma tanti d’autri que jason aquí defòra, sota tèrra, sempre, sempre, quora es de prima e quora ven l’istat atofat, o quora la neu tomba coma encuei... sensa deguna esperança de retorn; d’alora sai que decò per mi es pas mòrta degun instant derant que per lhi autri. Dolor? No. Es ren que lo comun sens de paor que nos pren quora cala dins la tomba qualquaren qu’un bòt nos es apartengut e dont l’existença avem encara clara derant lhi uelhs, embe lo brilhum de l’esgard e lo sòn de la vòutz.

Segur es estat ben trist, quora ai descubèrt son tradiment... mas qué tanti sentiments se jontavon a la tristessa!... La ràbia e l’òdi emprovís e lo descòr dal viure e... ah ja, segur! La vanitat ofendua... Siu arribat pauc a pauc al dolor! Puei es arribat un confòrt que s’es transformat en benefici: la convincion que decò ilhe devia sufrir. Las ai encara totas, las puei léser en chasque moment, aquelas desenas de letras qu’emploravon perdon, sangluteavon, se planhion! La veo encara derant mi, dins son escura vèsta anglesa, lo chapelet de palha, mentre rma al canton de la via, al calabrun, me seguia embe l’esgard quora salhiu dal portal... E penso encara an aquel darrier apontament, ilhe m’era derant embe si uelhs grands plens d’estupor dins lo reond morre de mainaa qu’era tant palle e esblavit alora... Lhi ai pas donat la man quora se’n es anaa, quora se’n es anaa per lo darrier bòt. E da la fenèstra l’ai vista encara chaminar fins al canton de la via, ente es despareissua... per sempre. Aüra pòl pas pus tornar...

L’ai saubut per cas. Aurion polgut passar de setmanas, de mes. Ai rescontrat son barba aqueste matin, qu’aviu pas pus vist depuei un an, e que rarament se rma a Vièna. Dins lo passat lhi aviu parlat masque gaire de bòts. Lo premier fai tres ans, un sera que juavon a las quilhas. Decò ilhe era vengua embe sa maire. E puei, l’istat d’après: ero a la “Csarda” embe d’amís, al Prater. El era setat a la taula da pè ensem a dui o tres senhors, ben jovial, esquasi alègre, a bridat a ma santat. Derant de laissar lo jardin s’es fermat mai da cant a mi e, coma en grand secret m’a confiat que sa neça me calinhava! Coma ero un pauc begut, m’a pareissut dròlle, amusant e fins a mai aventurós que lo vielh m’o contiesse aquí, entre lhi sòns dal Cymbal e lhi aguts di violons... Pròpi a mi que lo saubiu tan ben e qu’encara aviu sus la bocha lo profum de son darrier bais. E aqueste matin! Ai passat pròch de lhi passar derant sensa lo veire. Lhi ai demandat de sa neça, per cortesia mai que per interès... Aviu pus de sas notícias, e depuei de temp decò las letras eron pus arribaas; mandava regularament ren que las flors; sovenir d’un di nòstri jorns pus bèls; arribavon un bòt al mes; sensa degun bilhet, de silenciosas, úmilas flors...

An aquela demanda, lo vielh senhor es restat putòst estabosit. Coma... lo saubetz pas que la paura filha es mòrta fai una setmana? Siu restat sesit. Puei m’a contiat de mai. Que da un pauc de temp malauteava, mas qu’era demoraa a liech nimanc una setmana... E de çò que sufria? «Depression... Anemia... lhi metges san pas jamai ren de precís.»

Siu restat encara a lòng ente lo vielh m’avia laissat; ero esquintat, coma après aver patit de gròssas fatigas. E aüra me semelha que deve considerar queste d’encuei coma un jorn que represente un nòu temp de ma vita. Perqué?... Perqué? M’es capitat masque qualquaren d’exterior. Sentiu pas pus ren per ilhe, a pro pena la soveniu encara. M’a fach de ben escriure tot aquò: me siu calmat... Començo a sentir lo confòrt de ma maison. Es inútil e autodestructiu continuar a lhi pensar... Lhi aurè ben qualqu’un encuei qu’a un motiu mai profond de mi per se chalmir.

Ai fach una passejada. Clara jornaa d’uvèrn. Lo cèl es parelh palle, parelh freid, parelh luenh... Siu pro calm. Lo vielh senhor qu’ai rescontrat ier... me pareisson de setmanas d’aquò. E se penso a ilhe, la puei veire embe una claressa estonanta; una causa lhi es pus: l’òdi qu’enti darriers temps acompanhava encara mon recòrd. Verament arribo pas a creire qu’ilhe es pas pus sus aquesta tèrra, que jai dins una bara, qu’es estaa soterraa... Ne’n sufrisso pas dal tot. Lo mond encuei m’es semelhat pus silenciós. A un cèrt moment me siu convençut que lhi a pas gis de jai e de dolor... no, masque de grimassas de plaser e de dolor; riem e plorem e convidem l’anma a lhi assíster. Aüra poleriu m’assetar e léser de libres profonds, seriós e lèu penetrariu tota lor satgessa. O me fermar derant de quadres antics, que m’an pas jamai dich ren, e aüra lor escura belessa se durberia a mi... E se penso a qualque persona chara que m’es mòrta, lo còr se sarra pas coma un bòt, la mòrt es devengua qualquaren d’amical, virondea entre nosautri e nos vòl pas far ren de mal.

Neu, auta e blancha neu per tuchi lhi chamins. La pichòta Gretel es vengua en çò miu e a trobat que finalament auríem degut far un vir sus la lieia. coma aquò sem estats en campanha e sem volats lèsts per lhi viòls clars e jalats entre lo tindar des sonalhas, lo cèl palle sobre nosautri, lèsts, lèsts entre las colinas blanchas e lusentas. Gretel s’apojava a mon espatla, en agachant embe d’uelhs contents la lònja via derant nosautri. Sem arribats a un’òste que coneissíem ben depuei l’istat, al temp que demorava al metz dal vèrd, e qu’aüra semelhava tan chambiat, tan solet, tant isolat dal mond, coma se én lo devesse mai descurbir. L’estua avisca mandava una chalor tan fòrta que nos a chalgut meirar la taula, perque la jauta manchina e l’aurelha de la pichòta Gretel eron venguas totas rossas. Pr’aquò m’a chalgut lhi baisar la jauta pus pàllia. Puei lo retorn, já al calabrun. Gretel s’es sarraa còntra mi e a pilhat mas mans dins las sias. E a dich: «Encuei sies torna miu, finalament». Parelh, sensa lhi pensar sus, avia trobat la paraula justa, e aquò m’a rendut jaiós. Benlèu es l’aire ponhent de la campanha dessot la neu que m’a reviscolats lhi sens, perque me sento pus libre e content qu’en aquesti darriers jorns.

Fai pas gaire, mentre ero cojat a metz sòm sal sofà, s’es já mai insinuaa dins mi un’idea estranja. M’es semelhat d’èsser freid e insensible. Coma un que sensa grimas, sensa deguna capacitat de sentir, reste rm derant una tomba, ente sie estat calat un èsser amat. Coma un endurcit a tal ponch que nimanc l’orror d’una jove mòrt pòle repasiar ... Sí, implacable, coma aquò me sentiu...

Passat, es tot passat. La vita, lo plaser e aqueste briconet d’amor chaçon tuchi lhi pensiers badòls. Siu torna pus sovent entre lhi òmes. Lor vuelh ben, son inofensius, devison de tota sòrta de causas alègras. E Gretel es una chara, tenra creatura, e es tan jòlia quora resta parelh da cant a mi a la fenèstra, l’après-metzjorn, e lhi rais dal solelh luson sus sa tèsta blonda.

Encuei m’es capitaa una causa estranja... Es lo jorn que chasque mes ilhe me mandava las flors... E las flors son mai arribaas, coma... coma se ren foguesse chambiat. Son arribaas de bòn matin embe la pòsta, dins una blancha boata de carton, lònja e estrecha. Era encara ben bon’ora; lo sòm m’apesantia encara lo frònt e lhi uelhs. E masque quora ai dubèrt lo pacon siu revengut en mi dal tot... Me siu esquasi espaventat... Tenguts graciosament da un fil dorat, lhi avia de garòfos e de violetas... Jasion coma dedins una bara. E quora lhi ai pilhats en man, un tramolin m’a traversat lo còr. Lo sai perque decò encuei son arribaas. Quora a sentut la malatia, quora benlèu a já agut un presentiment que la mòrt s’aprochava, a fach l’ordinacion dal florier, coma de costuma. M’auria pas degut mancar sa tenressa. coma aquò se comprén l’expedicion; coma una causa dal tot naturala, qualquaren d’esmovent benlèu... E totun, en resent en man aquelas flors, que pareission tramolar e s’enclinar, las ai deguas sentir mai, còntra chasque rason e volontat, coma quaquaren d’espectral, coma se arribesson da ilhe, coma se foguesson son salut... coma se volguesse mai, decò aüra da mòrta, contiar de son amor, de sa… fedeltat tardiva. Ah, comprenem pas la mòrt, la comprenerèm jamai; e chasque èsser en realitat masque alora es mòrt, quora son decò mòrts tuchi aquilhi que l’an coneissut... Encuei ai decò pilhat las flors d’un biais diferent, pus delicat, coma se polguesse las blessar en las tochant tròp durament... coma se lor anmas silenciosas polguesson començar a gemir sot-vòutz. E mentre aüra son derant mi sus l’escrivania, dins un prim vas verdolet, me pareis que se clinen malaürosas a rengraciar. M’arriba embe lor profum tota la pena d’un desir inútil, e creo que polerion me contiar de causas se nos foguesse accessible lo lengatge de tuchi lhi èssers vivents e pas masque d’aquilhi dotats de paraula.

Vuelh pas laissar-me estonar. Son de flors, ren de mai. Son de saluts dal delai... Es pas un crit, no, es pas un crit da la tomba. Son de flors, e una qual se sie comessa dins un negòci las a gropaas ensem dal tot mecanicament, lhi a butat un pauc d’oata al d’entorn, las a pausaats dins la boata blancha e las a expedias. E aüra son aicí, perqué isto a pensar-lhi sus?


(Seguís al numre de Nòvas que ven)