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La signora col cagnolino (seconda parte) - Anton Pavlovič Čechov

La dòna embe lo chanet (2° part) - Anton Pavlovič Čechov

di Peyre Anghilante

La signora col cagnolino (seconda parte) - Anton Pavlovič Čechov
italiano III
A Mosca, a casa sua, tutto era già come d'inverno. Si accendevano le stufe, e il mattino, quando i ragazzi prendevano il tè prima di recarsi al liceo, faceva scuro ancora, e la vecchia istitutrice accendeva per un po' di tempo le luci.
Cominciava già a gelare. Quando cade la prima neve, il primo giorno in cui si può andare in slitta, è piacevole veder la terra e i tetti così bianchi; si respira liberamente a pieni polmoni e ci si ricorda dei propri giovani anni. I vecchi tigli, le betulle bianche di brina hanno un'aria come infantile; sono più prossimi al nostro cuore che non i cipressi e le palme, e accanto a loro non vien più voglia di pensare alle montagne o al mare.
Gùrov era un moscovita. Aveva fatto ritorno a Mosca in una bella giornata di gelo; e quando, dopo rivestita la sua pelliccia e rimessi i suoi guanti caldi per fare una passeggiata sulla Petrovka, e ebbe udito, il sabato sera, lo scampanio delle chiese, il viaggio che aveva fatto poc'anzi, e i luoghi che aveva allora lasciato, perdettero per lui ogni incanto. Inveiva contro la Crimea, Jàlta, i Tartari, le donne, e assicurava che la Svizzera è più bella della Crimea.
S'immerse nuovamente, a poco a poco, nella vita di Mosca, divorandosi tre giornali al giorno, per poi asserire che non leggeva, per principio, i giornali di Mosca. Ricominciarono ad attirarlo i ristoranti, i circoli, i grandi pranzi, le feste giubilari. Già lo lusingava il fatto che degli avvocati noti, degli artisti celebri, frequentassero la sua casa; e che al circolo dei dottori egli giocasse a carte con un professore. Di nuovo era capace di mangiarsi un'intera porzione di seljànka[i].
Supponeva che in meno di un mese l'immagine di Anna Sergèevna si sarebbe velata nella sua memoria e non gli sarebbe apparsa che di quando in quando nei sogni, col suo sorriso commovente, come era accaduto con altre donne. Ma trascorse più di un mese, si fu in pieno inverno, e nel suo ricordo tutto rimaneva vivo come se non si fosse separato da Anna Sergèevna che il giorno innanzi. E i ricordi gli si ravvivavano sempre di più.
Sia che dal suo studio intendesse nel silenzio della sera la voce dei suoi figli che studiavano la lezione, sia che sentisse cantare una romanza, suonare l'organetto in un ristorante, o il vento gemere nel caminetto, gli s'ingrandiva nella memoria il pensiero di quanto era avvenuto sul molo, e l'alba nebbiosa sui monti, e il battello che giungeva da Teodosia e i baci. A lungo camminava nella sua stanza inseguendo i ricordi, sorridendo. Poi i ricordi gli si tramutavano in fantasticherie e il passato si confondeva, nella sua immaginazione, con l'avvenire.
Non vedeva Anna Sergèevna in sogno, però essa lo seguiva dovunque, come la sua ombra. Allorché chiudeva gli occhi, la vedeva come fosse stata lì; ma essa era ancora più giovane, più bella e più tenera che nella realtà. Anche lui si vedeva nel ricordo assai migliore che non fosse stato allora a Jàlta. La sera ritrovava nella propria biblioteca e presso il focolare e in tutti gli angoli gli sguardi di Anna Sergèevna; sentiva il suo soffio, il fruscio carezzevole delle sue vesti. Per via seguiva le donne con gli occhi cercandone una che le somigliasse. Provava un bisogno imperioso di far parte a qualcuno dei suoi ricordi; ma a casa non poteva parlare del suo amore, e fuori casa non aveva nessuno con cui confidarsi. Non era ai suoi inquilini o ai colleghi di banca che avrebbe potuto fare delle confidenze. D'altronde, che cosa avrebbe potuto dire loro? Aveva amato? C'era stato nella sua relazione con Anna Sergèevna qualcosa di bello, di poetico, di edificante, o anche solo di interessante?
Era perciò costretto a parlare in modo vago dell'amore, delle donne, e nessuno dubitava di quanto avveniva in lui. Solo sua moglie aggrottava le sopracciglia scure, e diceva: «La parte dell'uomo fatuo non ti si addice per nulla, Dmìtrij.»
Una volta, di notte, uscendo dal circolo dei medici con un compagno di gioco, un funzionario, non poté trattenersi e disse: .
«Sapeste che donna incantevole ho conosciuto a Jàlta!»
«Quando?»
«Quest'autunno. Non si può dire che fosse di una bellezza eccezionale, ma essa ha fatto su me un'impressione irresistibile; ancora non me ne sono rimesso.»
Il funzionario prese posto nella slitta e quando questa si mise in moto, si voltò d'un tratto gridandogli:
«Dmìtrij Dmìtrič!»
«Che c'è?»
«Avevate ragione poco fa: lo storione non era fresco!»
Chissà perché, quelle parole così banali indignarono Gùrov. Gli sembrarono infinitamente grossolane e umilianti. Che costumi selvaggi! Che gente! Che notti disordinate, che giornate vuote e senza interesse! Gioco accanito, ghiottonerie, ubriachezza, e sempre le stesse conversazioni sugli stessi argomenti.
Degli affari inutili e un parlare monotono occupavano la maggior parte del tempo. Un vivere pesante, assurdo, strozzato, da cui non si può né uscire né fuggire: come chiusi in un manicomio o in un penitenziario.
Gùrov, sdegnato, non potè chiudere gli occhi, quella notte. E l'indomani ebbe mal di capo tutto il giorno. Dormì male anche le notti seguenti, passate a meditare seduto sul letto o a percorrere la camera in lungo e in largo. Tutto lo infastidiva, i suoi figlioli, la banca. Non aveva voglia di uscire né di parlare. Alle orecchie gli ritornavano quelle parole:
«Lo storione non era fresco.»
In dicembre, nel periodo delle feste, disse alla moglie che andava a Pietroburgo per occuparsi di un giovane, e si recò a S... Perché? Non lo sapeva nemmeno lui. Aveva desiderio di vedere Anna Sergèevna, di parlarle, di ottenere da lei un appuntamento, se era possibile.
Arrivò a S.. di buon mattino e prese all'albergo la camera migliore, quella in cui un tappeto grigio come i cappotti dei soldati ricopriva il pavimento. Sul tavolo stava un calamaio ricoperto di polvere, che rappresentava un guerriero a cavallo, che alzava il braccio col cappello, e a cui mancava la testa.
Lo svizzero gli diede tutte le informazioni necessarie. Il signor von Dideritz abitava in Via vecchia dei Vasai, presso l'albergo, in una casa sua. Era ricco, aveva cavalli, nella città tutti lo conoscevano. Il portiere pronunciava il suo nome: Drydrytz[ii].
Gùrov, senza fretta, si recò nella via indicata e trovò la casa, in faccia alla quale si allungava difatti una gran stecconata di legno grigio, sparso di chiodi.
«É vero: un simile steccato fa proprio venir la voglia di scapparsene,» pensò Gùrov, adocchiando le finestre.
Si disse che, essendo giorno festivo, il marito era certo in casa: sarebbe stato d'altronde una mancanza di tatto, sopraggiungere così d'improvviso, e portare scompiglio in casa; però, se scriveva, le sue parole potevano capitare sotto gli occhi del marito, ogni cosa sarebbe perduta. Meglio rimettersi al caso.
Andò su e giù, lungo lo steccato grigio, in attesa di eventi. Vide nella corte un mendicante, e intese i cani abbaiare. Un'ora dopo percepì il suono fievole e indistinto di un pianoforte. Doveva essere Anna Sergèevna che suonava. Più tardi la porta s'aprì, e venne fuori una vecchia accompagnata dal cagnolino bianco, che Gùrov conosceva bene. Volle chiamare il cane; ma d'improvviso, il cuore gli prese a battere così forte, che l'emozione gliene fece scordare il nome.
Continuava ad andare e venire, detestava sempre più lo steccato grigio. Pensava con irritazione che Anna Sergèevna l'aveva dimenticato, che essa si distraeva ora, senza dubbio, con un altro: cosa del resto affatto naturale, in una giovane donna, costretta ad avere da mattina a sera un maledetto stecconato davanti agli occhi... Rientrò all'arbergo, salì in camera e rimase per lungo tempo seduto sul divano, non sapendo che fare. Andò poi a pranzo; e più tardi si addormentò, e dormì lungamente.
«Com'è da stupidi e com'è noioso,» pensò svegliandosi e vedendo i vetri oscuri (la sera era già scesa). «Perché mi sono addormentato?»
Seduto sul letto dalla coperta grigia pari a quelle che si trovano negli ospedali, scherniva se stesso, con dispetto: «Eccoti la tua dama col cagnolino, eccoti l'avventura! Ora sei inchiodato qui!»
Quel mattino, alla stazione, aveva osservato un grande manifesto che annunciava per la sera la prima rappresentazione di un'operetta, la Geisha; se ne ricordò, e andò a teatro.
«E' probabile,» si disse, «che lei assista alle prime rappresentazioni.»
La sala era piena. Come in tutti i teatri di provincia una nebbiolina si librava al di sopra del lampadario. La galleria si agitava rumorosamente. Nella prima fila delle poltrone d'orchestra si vedevano gli elegantoni della città, ritti, con le mani dietro la schiena. Nel palco del governatore era seduta, sul davanti, sua figlia, con un boa sulle spalle. Il governatore si nascondeva modestamente dietro una tenda; non si vedevano che le sue mani. Il sipario si agitava, i musicisti accordavano lungamente i propri strumenti. Mentre il pubblico entrava e sedeva, Gùrov cercava avidamente con gli occhi dentro la sala.
Anna Sergèevna finalmente entrò e andò a sedersi nella terza fila delle poltrone. Scorgendola, Gùrov sentì una stretta al cuore. Comprese che nessuno al mondo gli era più vicino, più caro, né aveva per lui uguale importanza. Quella piccola donna senza nulla di notevole, perduta dentro la folla provinciale, con in mano un occhialino qualunque, riempiva in quel momento tutta la sua vita. Essa era per lui l'unica fonte di affanno e di gioia, e la sola felicità ch'egli bramava. Al suono dei poveri strumenti dell'orchestra, dei violini miserabili, egli pensava a lei, a com'era bella. Pensava e fantasticava.
Entrò con Anna Sergèevna un giovanotto molto alto, corpulento, un po' curvo, dalle basette corte, e le si sedette a fianco; a ogni passo dondolava la testa come salutasse qualcuno. Doveva essere il marito, cui una volta a Jàlta, nello sfogo di un sentimento di amarezza, Anna Sergèevna aveva dato la qualifica di lacchè. E veramente, con quella sua lunga figura e le basette, la testa leggermente calva, il suo aspetto poteva somigliare a quello di un cameriere; aveva un sorriso dolce, e il distintivo universitario che gli brillava all'occhiello somigliava al numero che portano i camerieri dei ristoranti.
Al primo intermezzo andò nel fumoir, e Anna Sergèevna rimase al suo posto. Gùrov, che pure aveva una poltrona d'orchestra, si avvicinò a lei e disse, sforzandosi di sorridere, ma con una voce che tremava:
«Vi saluto.»
Essa gettò uno sguardo su di lui e impallidì; lo guardò di nuovo, con terrore, non credendo ai suoi occhi; e con la mano strinse forte il ventaglio e l'occhialino. Era evidente che lottava perché le sue forze non venissero meno. Tacquero ambedue. Essa rimaneva seduta; e lui, in piedi, sgomentato dal suo turbamento, non osava sedersi vicino. I violini e il flauto accordati finalmente, presero a suonare; e d'un tratto Anna Sergèevna e Gùrov si sentirono invadere dalla paura. Sembrò loro che li guardassero da tutti i palchi.
Essa allora si alzò e si diresse precipitosa all'uscita. Lui la seguì. E camminarono storditi per i corridoi, salendo e scendendo le scale; una folla di magistrati, professori o funzionari del ministero degli appannaggi, tutti in uniforme con distintivi, passava davanti a loro. Si accorgevano, dai vestiti, dalle pellicce, delle signore; sentirono una forte corrente d'aria che portava un odore di mozziconi di sigarette buttate. E Gùrov, a cui il cuore batteva sino a spezzarsi, pensava: «Che martirio, che sofferenza! Mio Dio, perché tutte queste persone, questa orchestra?»
Ricordò a un tratto che la sera in cui aveva accompagnato Anna Sergèevna alla stazione, egli s'era detto che ogni cosa era finita fra loro, che mai più si sarebbero riveduti. Invece, com'erano lontani ancora dalla fine!
Dinanzi a una piccola scala stretta e buia su cui era scritto: «Entrata all'anfiteatro», Anna Sergèevna si fermò.
«Come mi avete fatto paura!» disse respirando a fatica, pallida ancora e stupefatta; «ne sono quasi morta! Perchè siete venuto?»
Più su, nel pianerottolo, due liceali fumavano delle sigarette e li guardavano; ma Gùrov, perdendo la testa, attirò a sé Anna Sergèevna e le coprì di baci la persona, il collo, le mani.
«Che fate! Che fate! » gli disse lei atterrita, respingendolo. «Siamo pazzi tutti e due! Partite questa sera stessa, subito! Ve ne scongiuro, per quel che avete di più sacro. Ve ne supplico! C'è qualcuno.»
Qualcuno, invero, saliva le scale.
«Bisogna che voi partiate,» mormorò Anna Sergèevna.
«Capite, Dmìtrij Dmìtrič? Verrò a vedervi a Mosca. Non sono stata mai felice, non lo sono e non lo sarò mai; non fatemi dunque soffrire ancora di più! Vi giuro verrò da voi a Mosca. Ma ora, separiamoci! Mio amore, mio amato, lasciatemi!»
Gli serrò le mani e rapida cominciò a scendere le scale, continuamente volgendosi verso di lui; e si poteva vedere dai suoi occhi che, veramente, essa non era felice. Gùrov rimase un istante fermo, in ascolto. Quando non sentì più nulla, si recò al guardaroba e uscì dal teatro.

IV

Anna Sergèevna andò periodicamente a trovarlo a Mosca. Ogni due o tre mesi partiva da S... dicendo al marito che andava a consultare a Mosca un grande specialista per le malattie delle donne. Il marito le credeva e non le credeva. Giunta a Mosca, scendeva all'albergo «II Bazar Slavo» e mandava un fattorino ad avvertire Gùrov. Questi la raggiungeva, e nessuno ne sapeva nulla.
Un mattino d'inverno, mentre si recava da lei (il fattorino era venuto la sera innanzi, ma non l'aveva trovato) Gùrov accompagnava la figlia al liceo, che era sulla stradà. La neve cadeva a grosse falde.
«Abbiamo tre gradi sopra zero e tuttavia, vedi, nevica,» diceva a sua figlia. «Questo perché solo la superficie della terra è calda, mentre negli strati alti dell'atmosfera la temperatura è diversa. »
«Papa, perché d'inverno non si sente il tuono?»
Gùrov spiegò anche questo. Parlava e pensava che, ecco, era lì sul punto di recarsi ad un appuntamento d'amore, e nessuno, nessuna anima viva lo sapeva, né probabilmente lo avrebbe mai saputo. Egli aveva due vite: una in piena luce, che vedeva e conosceva chiunque volesse, vita piena di verità e menzogne convenzionali; e un'altra che si svolgeva in segreto. E per una strana coincidenza di circostanze, forse casuale, tutto ciò che era per lui importante, interessante, indispensabile, tutto ciò ch'egli aveva in sé di sincero e di schietto, e formava come il cuore della sua vita, ecco, rimaneva ignorato dagli altri. Al contrario, quel che era menzogna, e l'involucro per così dire cui si copriva - il suo impiego alla banca, ad esempio, le sue discussioni al circolo, i suoi «esseri inferiori», le sue comparse in società con la propria moglie - tutto questo era in piena evidenza. Giudicò gli altri da se stesso, diffidando di ciò che vedeva, e dicendosi che il «velo del mistero», come i veli della notte, copre sempre negli altri la vera vita, quella che conta. Ogni esistenza particolare riposa sul mistero; e forse è un po' la ragione per cui ogni persona perbene tiene tanto a che si rispettino i suoi segreti.
Dopo aver accompagnato la figlia al liceo, Gùrov si recò al «Bazar Slavo». Lasciò da basso la pelliccia, salì, e bussò piano alla porta. Trovò Anna Sergèevna, col suo abito grigio che egli preferiva a tutti gli altri. Il viaggio e l'attesa l'avevano stancata; attendeva dal giorno prima; era pallida, e lo guardò senza sorridere. Appena fu entrato, venne a rannicchiarsi contro il suo petto; il loro bacio fu lungo e lento, come non si fossero visti da due anni.
«Ebbene,» le chiese, «che c'è di nuovo, laggiù?»
«Aspetta, te lo dirò. Per il momento non posso.»
Le lagrime le impedivano di parlare. Si volse e portò il fazzoletto agli occhi.
«Lasciamo che si sfoghi,» pensò lui. «Intanto mi siedo», e si accomodò in una poltrona.
Poi suonò e fece portare del té. Mentre lo prendeva, essa rimaneva in piedi, voltata dalla parte della finestra.
Piangeva per l'agitazione, per l'amara coscienza della loro vita così penosa; non si vedevano se non di nascosto, dovevano nascondersi come dei ladri. Le loro due vite non erano spezzate?
«Via, via, smetti di piangere,» egli le disse.
Era chiaro per lui che il loro amore non sarebbe finito così presto. Anna Sergèevna si attaccava a lui sempre di più, lo adorava, e sarebbe stato insensato dirle che il loro amore sarebbe finito. Non ci avrebbe creduto. Le si avvicinò e la prese tra le braccia; la coprì di carezze, la consolò; e scorse sé, d'improvviso, nello specchio. Il suo capo cominciava a incanutire. Fu colpito nel vedersi tanto invecchiato e imbruttito, in quei pochi ultimi anni: le spalle di Anna Sergèevna, che sentiva sotto le sue mani, erano calde e tremanti. Provò compassione per quella vita ancora così calda e così bella che, come la sua, avrebbe cominciato ben presto, in maniera evidente, ad appassire e avvizzire. Perché lei lo amava tanto? Egli era sempre apparso alle donne diverso da quello che era. Non era lui che esse amavano, ma un essere creato dalla loro immaginazione e ch'esse cercavano, avidamente, in tutta la loro vita. Dopo, pur accorgendosi del loro errore, continuavano lo stesso ad amarlo; e non una era stata felice con lui. Il tempo passava; egli faceva nuove conquiste; se ne stancava; e non aveva mai amato realmente. Tante cose c'erano state in quelle relazioni, ma amore mai.
Solo adesso che la sua testa diveniva grigia amava realmente, sul serio; per la prima volta nella sua vita.
Anna Sergèevna e lui si amavano come due esseri molto vicini l'uno all'altro, intimi come un marito e una moglie, e come due teneri amici. Sembrava loro che la sorte li avesse destinati l'uno all'altra; ed era incomprensibile che lui fosse ammogliato, lei maritata. Una cosa mostruosa. Erano come due uccelli migratori, maschio e femmina, presi insieme, e messi in due gabbie separate. Si perdonavano vicendevolmente tutto ciò di cui si vergognavano nel loro passato, e sentivano che il loro amore li aveva entrambi trasformati.
Un tempo, Gùrov si consolava, nei momenti di tristezza, con ogni sorta di argomenti che gli venivano in testa; ma ora non pensava più a ragionare. Provava una profonda compassione; voleva essere sincero e tenero.
«Via, smetti di piangere, povera cara,» disse; «hai pianto abbastanza. Parliamo un po', troveremo quale cosa.»
Discorsero lungamente, discutendo sul modo di non avere più da nascondersi di continuo, da mentire, da vivere in due città diverse, divisi così a lungo l'uno dall'altra; e di rompere tutti quegli insopportabili ostacoli. Come fare? chiedeva lui disperato: come?
E sembrava loro che, ancora un poco, e la soluzione si sarebbe trovata; e allora avrebbe avuto inizio una vita nuova e bella. Era chiaro però, a ciascuno, che erano lontani lontani dall'arrivarci; e che il più difficile, il più complicato, era appena cominciato.

(1) Zuppa di cavolo acido, carne, cetrioli.
(2) Spesso, negli alberghi, i portieri, i capocamerieri, ecc., erano svizzeri o tedeschi
occitan III

A Mòsca, a sa maison, tot era já coma d’uvèrn. S’aviscavon las estuas e lo matin, quora las mainaas prenion lo tè derant d’anar al licèu, fasia encara nuech e l’anciana institutritz aviscava per un pauc de temp lhi lumes. Començava já a jalar. Quora chei la premiera neu, lo premier jorn qu’én pòl anar sus la lieia, es bèl veire la tèrra e lhi cubèrts parelh blancs; én respira a plens polmons e én se soven di siei joves ans. Lhi vielhs telhs, las bèulas blanchas de rosaa an un aire coma enfantil; son pus près de nòstre còr que non pas lhi ciprés o las palmas, e da cant a ilhs ven pas pus l’envea de pensar a las montanhas o a la mar.

Gurov era un moscovit. Era tornat a Mòsca dins una bèla jornaa de gèl; e quora, après aver vestit mai sa pelissa e rebutat li gants chauds per anar far un’espassejada sus la Petrovska e aver auvit, lo sande sera, lo campanear de las gleisas, lo viatge que venia de far e lhi luecs qu’alora avia laissats perderon per el tot enchant. Bramava còntra la Crimea, Jalta, lhi Tartars, las fremas, e assegurava que la Soïssa era pus bèla de la Crimea. Se plonget mai, pauc a pauc, dins la vita de Mòsca, en devorant tres jornals al jorn, per sostenir puei que lesia pas, per principi, lhi jornals de Mòsca. Començavon mai a l’atraire lhi restorants, lhi cèrcles, las gròssas merendas, las stas jubilaras. Já lo careceava lo fach que d’avocats renomats, d’artistas celèbres frequentesson sa maison; e que al cèrcle di doctors juesse a cartas ensem a un professor. Era já mai bòn a s’engolar un’entiera porcion de Seliànka1.

Pensava qu’en menc d’un mes l’image de Anna Sergèevna se seria velaa dins sa memòria e lhi seria pareissua masque de tant en tant dedins lhi sumis, embe son sorís esmovent, coma era estat embe d’autras fremas. Mas passet mai d’un mes, foguet l’uvèrn plen, e dins son recòrd tot restava viu coma se se foguesse separat da ilhe masque lo jorn derant. E si recòrds s’avivavon totjorn mai.

Sia que da son estudi entendesse, dins lo silenci de lo sera, la vòutz de si filhs qu’estudiavon la leiçon, sia qu’auvesse chantar una romança, sonar l’armòni dins un restaurant, o l’aura gemear dins la chiminea, s’afortia dins sa memòria lo pensier d’aquò que s’era passat sus lo mòle, e l’alba brumosa sus lhi monts, e lo batèl qu’arribava da Teodòsia, e lhi bais. Virava a lòng dins son estància en anant après ai recòrds, en sorient. Puei lhi recòrds venion de fantasticarias e lo passat se confondia, dins son imaginacion, embe l’avenir.

La veïa pas en sumi, mas ilhe lo seguia da pertot, coma son ombra. Quora sarrava lhi uelhs, la veïa coma se foguesse estaa aquí, mas encara pus jove, pus bèla e pus tenra que dins la realitat. Decò el se veïa dins lo recòrd ben melhor de quant foguesse estat alora a Jalta. Lo sera retrobava dins sa bibliotèca, da cant al foier e en tuchi lhi cantons l’esgard d’Anna Sergèevna; sentia son sofle, lo fregum careçeant de sas vèstas. Per la via seguia embe lhi uelhs las fremas ne’n cerchant una que lhi semelhesse. Provava un besonh imperiós de confiar a qualqu’un si recòrds; mas a maison polia pas parlar de son amor, e fòra maison avia pas degun embe lo qual se confiar. Era pas a si vesins o ai collègas de banca qu’auria polgut far de confidenças. D’autre cant, çò qu’auria polgut lor dir? Avia amat? Lhi avia agut dins sa relacion embe Anna Sergèevna qualquaren de bèl, de poètic, d’edificant, o bèla masque d’interessant?

Pr’aquò era constrech a devisar d’una maniera vaga de l’amor, de las fremas, e degun dubitava de çò que se passava dedins el. Masque sa frema froncia las parpelhas brunas e disia:

«La part de l’òme fat te vai pas dal tot, Dmitrij».

Un bòt, de nuech, en sortent dal cèrcle di metges embe un companh de juecs, un foncionari, polguet pas se tenir e diset:

«Se saubéssetz que jòlia frema ai conoissut a Jalta!»

«Quora?»

«Aqueste auton. Se pòl pas dir que foguesse d’una beltat excepcionala, mas m’a fach un’impression irresistibla; me’n siu pas encara repilhat».

Lo foncionari prenguet plaça dins la veitura e quora aquela se boget se viret de colp, en lhi bramant:

«Dmitrij Dmitrič!»

«Qu’a-la?»

«Avíetz rason derant: l’estorion era pas fresc!»

Per un motiu estrange, aquelas paraulas tan banalas indigneron Gurov. Lhi semelheron infinitament grossieras e umiliantas. Que costumas salvatjas! Que gent! Que nuechs deschabestraas, que jornaa vueidas e sensa interès! Juec acharnit, golardisas, embriaguessa e sempre lhi mesmes devís sus lhi mesmes arguments.

D’afars inútils e un parlar monòton ocupavon la major part dal temp. Un viure pesotge, absurd, estroçat, dal qual én pòl pas ni sortir ni escapar: parelh coma èsser enclaus dedins un manicòmi o una preison.

Gurov, desdenhat, polguet pas sarrar lhi uelhs aquela nuech. E l’endeman auguet mal de tèsta tot lo jorn. Durmet mal decò las nuechs d’après, passaas a meditar setat sal liech o a virar en lòng e en larg per l’estàcia. Tot l’agaçava, si filhs, la banca. Avia pas vuelha de sortir ni de parlar. Lhi tornavon a las aurelhas aquelas paraulas:

«L’estorion era pas fresc».

En desembre, dins lo periòde de las stas, diset a la frema qu’anava a Sant Peireborg per s’ocupar d’un jove, e partet per S... Perqué? Nimanc el lo saubia. Avia vuelha de veire Anna Sergèevna, de lhi parlar, d’obtenir da ilhe un apontament, se aquò era possible.

Arribet a S... de bòn matin e prenguet a l’aubèrge la chambra melhora, ente un tapís grís coma lo paletò di soldats curbia lo sòl. Sus la taula lhi avia un ancrier cubèrt de possiera que representava un guerrier a caval qu’auçava lo braç embe lo chapèl e al qual mancava la tèsta.

Lo soïsse lhi donet totas las informacions dont avia besonh. Lo senhor Von Dideritz istava en Via vielha di Vasiers, près de l’aubèrge, dins una maison sia. Era ric, avia de cavals, en vila tot lo monde lo conoissia. Lo portier prononciava son nom Drydrytz2.

Gurov, sensa pressa, anet dins la via indicaa e trobet la maison, derant la quala s’eslonjava una granda clea de bòsc gris espanteaa de clòs.

«Es ver: una clea parelh fa pròpi venir vuelha d’escapar», penset Gurov, en guinchant las fenèstras. Se diset que, en essent jorn festiu, de segur l’òme era en cò siu: e totun seria estaa una mancança de duech arribar coma aquò e menar lo rabèl dins la maison; d’autre cant, se escrivia, las paraulas polion capitar sot lhi uelhs de l’òme, tot seria estat perdut. Mielh se reméter al cas.

Anet amont e aval per la clea grisa, en atendent çò qu’anava se passar. Veiet dins la cort un mendicant e auvet lhi chans japar. Passaa un’ora entendet lo sòn feble e indistint d’un pianofòrt. Devia èsser Anna Sergèevna que sonava. Pus tard l’uis se durbet e sortet una vielha acompanhaa dal chanet blanc, que Gurov conoissia ben. Foguet aquí per sonar lo chan; mas tot d’un crèp, son còr se butet a picar tan fòrt que l’emocion lhi faset desmentiar son nom.

Continuava a anar e venir, detestava sempre mai aquela clea grisa. Pensava agaçat que Anna Sergèevna l’avia desmentiat, que sensa dúbit aüra se devertia embe un autre: causa naturala, d’autre cant, per una jove dòna constrecha a aver dal matin a lo sera aquela maledeta clea derant lhi uelhs... Rintret a l’aubèrge, montet dins sa chambra e restet a lòng sal sofà, pas saubent çò que far. Puei anet a dinar; e pus tard s’endurmet, e durmet longtemp.

«Coma es da fòls e coma es enuiós», penset en se revelhant e en veient lhi veires escurs (lo sera era já calat). «Qué diaul me siu endurmit?»

Assetat sal liech da la cubèrta grisa pariera an aquelas que se tròbon enti espidals, s’esquernia, embe despet: «Vaicí ta dama embe lo chanet, vaicí ton aventura! Aüra sies encloat aicí!»

Aquel matin, a l’estacion, avia gachat un grand manist qu’anonciava per lo sera la premiera representacion de n’opereta, la Geisha; se’n sovenguet e anet a teatre.

«Es probable», se diset, «qu’ilhe assiste a las premieras representacions».

La sala era borraa. Coma en tuchi lhi teatres de província una nèbla fina s’enairava sobre lo lampadari. La galeria fremesia de bruchs. Dins la premiera fila de las poltronas d’orquèstra se veïon lhi elegantons de la vila, drechs, embe las mans darreire l’eschina. Dins la lòtja dal governator, sus lo denant, era setaa sa filha, embe un bòa sus las espatlas. Lo governator se parava darreire una cortina; se veion ren que sas mans. Lo sipari s’agitava, lhi musicaires acordavon a lòng lors enstruments. Mentre lo públic intrava e prenia plaça, Gurov cerchava avidament embe lhi uelhs al metz de la sala.

Finalament intret Anna Sergèevna e anet s’assetar dins la tèrça fila de poltronas. L’entreveient, Gurov sentet son còr se sarrar. Comprenguet que degun al mond lhi era pus pròche, pus char, ni avia per el tant d’importança. Aquela frema menua, sensa ren d’apareissent, perdua dins un monde provincial, embe en man una luneta qual se sie, emplenia en aquel moment tota sa vita. Era per el la soleta font d’afan e de jòi, e lo solet bonaür qu’el bramava. Al sòn di paures instruments de l’orquèstra, di violons miserables, el pensava a ilhe, a coma era bèla. Pensava e sumiava.

Intret embe Anna Sergèevna un jove pro aut, corpulent, un pauc corbat, lhi favorins talhats corts, e s’assetet da cant a ilhe; a chasque pas dindaneava la tèsta coma se salutesse qualqu’un. Devia èsser l’òme, qu’un bòt a Jalta, dins un esfòc d’amaressa, ilhe avia definit un lacai. E da bòn, embe aquela sia figura eslonjaa, lhi favorins e la tèsta un pauc pelaa, son aspèct polia ben semelhar an aquel d’un camerier; avia un sorrís dòuç e la plaqueta universitària que lusia a sa botoniera semelhava lo numre que pòrton lhi cameriers dedins lhi restaurants.

Al premier intermèdi anet dins lo fumoir e Anna Sergèevna restet a sa plaça. Gurov, qu’avia decò una poltrona d’orquèstra, s’aprochet a ilhe e diset, s’esforçant de sorire, mas embe la vòutz que tramolava:

«Vos saluto».

Ilhe campet un esgard sus el e esblanchet; l’agachet mai, embe terror, en pas creient a si uelhs; e embe la man sarret fòrt lo ventalh e la luneta. Era evident que lutava per que las fòrças lhi manquesson pas. Taseron tuchi dui. Ilhe demorava setaa; e el, en pè, esfraiat da son turbament, encalava pas s’assetar. Lhi violons e la flaüta finalament encordats, comenceron a sonar; e tot d’un crèp lhi dui se senteron envaïr da la paor. Lor pareisset que lhi agachesson da totas las lòtjas.

Alora ilhe s’aucet e s’empresset vèrs la sortia. El lhi anet après. E chamineron estordits per lhi corredors, montant e calant lhi eschaliers; una fola de magistrats, professors o foncionaris dal ministèri di apanatges, tuchi en unifòrm e distintiu, passava derant lor. S’apercebion, da las vèstas, da las pelissas, de las senhoras; senteron una fòrta corrent d’aire que menava un odor de mochonets de cigarretas campaas. E Gurov, embe lo còr que lhi picava fins a se troçar, pensava: «Que martiri, que patiment! Mon Diu, perqué tot aquel monde, aquela orquèstra?»

An un bòt se sovenguet que lo sera qu’avia acompanhaa Anna Sergèevna a l’estacion, ilhe lhi avia dich qu’entre lor tot era finit, que se serion pas pus jamai revists. E ensita, coma eron encara luenhs da la fin!

Derant una pichòta eschala sombra e estrecha ente era escrich: «Intrada a l’anfiteatre», Anna Sergèevna s’arrestet. «Coma m’avetz espaventaa!», diset en tranflant, encara espàllia e esbabuchia. «Ne’n siu esquasi mòrta! Perqué setz vengut?»

Mai amont, sal planeròt, dui liceals fumavon en lhi agachant; mas Gurov, en perdent la rason, l’engantet e lhi curbet de bais la persona, lo còl, las mans.

«Qué fasetz! Qué fasetz!» Diset ilhe esbuïa, en lo possant arreire. «Sem mats tuchi dui! Partetz aqueste sera mesme, d’abòrd! Vos prego, per çò qu’avetz de pus sacre. Vos súplico! Lhi a qualqu’un».

Qualqu’un, per da bòn, montava lhi eschaliers.

«Chal que partetz», mormoret Anna Sergèevna. «Comprenetz, Dmitrij Dmitrič? Venerei vos trobar a Mòsca. Siu pas jamai estaa aürosa, lo siu pas e lo serei pas jamai; fasetz-me pas sufrir mai d’aquò! Vos juro, venerei a Mòsca en cò vòstre. Mas aüra, separem-nos! Mon amor, mon amat, laissatz-me!»

Lhi sarret las mans e lèsta comencet a calar lhi eschaliers, se virant d’un contuni vèrs el; e da si uelhs se polia veire que da bòn ilhe era pas aürosa. Gurov restet rm un instant d’escotons. Quora auvet pus ren, anet al gardaròba e sortet dal teatre.

IV

Anna Sergèevna anava lo trobar de temp en temp a Mòsca Chasque dui o tres mes partia da S... en disent a l’òme qu’anava consultar un grand especialista per las malatias de las fremas. L’òme lhi creïa e lhi creïa pas. Arribaa a , calava a l’aubèrge «Lo Bazar Eslau» e mandava un factorin a avertir Gurov. El la rejonhia e degun ne’n saubia pas ren.

Un matin d’uvèrn, mentre anava da ilhe (lo factorin era vengut lo sera derant, mas l’avia pas trobat), Gurov acompanhava la filha al licèu, qu’era sal chamin. La neu cheïa a patàs.

«Fai tres grads sobre zèro e totun, vees, chei neu», disia a sa filha. «Aquò perque masque la superfícia de la tèrra es chauda, dal temp que mai en aut dins l’atmosra la temperatura es diferenta».

«Paire, perqué d’uvèrn se sent pas lo tròn?»

Gurov lhi expliquet decò aquò. Devisava e pensava qu’era aquí per anar a un encòntre d’amor e que degun, degun lo saubia pas, ni benlèu l’auria jamai saubut. El avia doas vitas: una en plena lutz, que qui se vuelhe veïa e conoissia, una vita plena de veritats e de messonjas convencionalas; e un’autra que se passava en secret. E per un’estranja endevenença, benlèu casuala, tot çò que per el era important, interessant, indispensable, tot çò qu’el avia dedins de sincèr, de franc e formava coma lo còr de sa vita, te aquí, restava estremat a lhi autri. Al contrari, aquò qu’era messonja, e l’envolopa per dir parelh dont se curbia - son emplec a la banca, per exèmple, sas discussions al cèrcle, lhi siei “èssers inferiors”, - tot aquò era al clar dal jorn. Jutget lhi autri da el mesme, en mesfiant d’aquò que veïa e en se disent que lo “vel dal mistèri”, coma lo vel de la nuech, cuèrb sempre dins lhi autri la vita vera, aquela que còmpta. Chasque existença particulara repausa sal mistèri; e benlèu es un pauc la rason per la quala chasque persona da ben ten tant a que si secrets sien respectats.

Après aver acompanhaa la filha al licèu, Gurov anet al «Bazar Eslau». Laisset en bas la pelissa, montet assús e picoteet a la pòrta. Trobet Anna Sergèevna embe sa vèsta grisa qu’el preferia a totas las autras. Lo viatge e l’atenta l’avion fatigaa; atendia dal jorn de derant. Era pàllia e l’agachet sensa sorire. A pena foguet intrat, s’anet agremolir còntra son pitre; lor bais foguet lòng e lent, coma se se foguesson pas vists depuei dui ans.

«E ben,» lhi demandet, «qu’a-la de nòu ailen?»

«Atend, t’o direi. Per lo moment puei pas.»

Las grimas lhi empedion de parlar. Se viret e portet lo mochet a lhi uelhs.

«Laissem que s’esfògue», penset. «Entrementier me seto», e s’abauset dins una poltrona.

Sonet lo choquin e faset portar de tè. Dal temp que lo prenia ilhe restava en pè, viraa dal cant de la fenèstra. Plorava per l’agitacion, per l’amara consciença de lor vita tan penibla; se veïon ren que d’estremat, devion s’estremar coma de ladres. Eron pas lors doas vitas troçaas?

«Via, via, quita de plorar,» faset el.

Era clar per el que lor amor seria pas finit tan fito. Anna Sergèevna s’estachava sempre mai a el, lo adorava, e seria estat insensat lhi dir que lor amor seria finit. Lhi auria pas cregut. S’avesinet e la prenguet dins si braç; la curbet de careças, la consolet; e tot d’un crèp s’entreveiet dins l’espech. Sa tèsta començava a grisear. Foguet colpit de se veire tant envielhit e embrutit dins aquilhi gaires darriers ans: las espatlas de Anna Sergèevna, que sentia desot sas mans, eron chaudas e tramolantas. Provet de compassion per aquela vita encara tan chauda e tan bèla que, coma la sia, auria començat ben fito, d’un biais evident, a passir e flapir. Perqué ilhe l’amava tant? El era sempre pareissut a las fremas diferent d’aquel que era. Era pas el que amavon, mas un èsser creat da lor imaginacion e qu’elas cerchavon, avidament, en tota lor vita. Puei, bèla en s’avisant de lor fauta, continuavon totun a l’amar; e pas una era estaa aürosa embe el. Lo temp passava; el fasia de nòvas conquistas, puei s’estofiava; e avia jamai amat realament. Ben de causas lhi avia agut dins aquelas relacions, mas d’amor jamai.

Masque aüra que sa tèsta venia grisa amava realament, per da bòn; per lo premier bòt dins sa vita.

Anna Sergèevna e el s’amavon coma dui èssers ben pròches l’un de l’autre, íntims coma un òme e una frema, o coma dui tenres amís. Lor semelhava que la sòrt lhi auguesse destinats l’un a l’autre; e era incomprensible que foguesson mariats. Una causa mostruosa. Eron coma dui auçèls migraires, mascle e fumèla, pres ensem e butats en doas gàbias separaas. Se perdonavon l’un a l’autre tot aquò dont avion onta dins lor passat, e sention que lor amor lhi avia transformats.

Un temp, dins lhi moments de tristessa, Gurov se consolava embe tota sòrta d’arguments que lhi venion en tèsta; mas aüra pensava pas pus a rasonar. Provava una profonda compassion; volia èsser grinós e sincèr.

«Sú, quita de plorar, paura chara», diset; «As plorat pro. Devisem un pauc, trobarèm qualquaren».

Deviseron a lòng, en discutent sus la maniera de dever pus s’estremar d’un contunh, mentir, viure en doas vilas diferentas, dividuts tant a lòng l’un da l’autre; e de rómper tuchi aquilhi obstacles insuportables. Coma far? demandava el desperat: coma?

E lor semelhava que, encara un pauc, e la solucion se seria trobaa; e alora seria començaa una vita nòva e bèla. Mas era clar a chascun qu’eron ben luenh de lhi arribar; e que lo mai dur, lo mai complicat, era just començat.

1 Sopa de chaul aigre, charn, cocombres.

2 Sovent, dins lhi aubèrges, lhi portiers, lhi caps cameriers, etc., eron soïsses o tedescs.

A Mosca, a sa maison, tot era já coma d'uvèrn. S'aviscavon las estuas e lo matin, quora las mainaas prenion lo tè derant d'anar al licèu, fasia encara nuech e l'anciana institutritz aviscava lhi lumes per un pauc de temp. Començava já a jalar. Quora chei la premiera neu, lo premier jorn qu'én pòl anar sus la lieia, es bèl veire la tèrra e lhi cubèrts parelh blancs; én respira a plen aire e én se soven di siei joves ans. Lhi vielhs telhs, las bèulas blanchas de rosaa an un aire coma enfantil; son mai pròches de nòstre còr que non pas lhi ciprés o las palmas, e da pè d'ilhs ven pas mai envea de pensar a las montanhas o a la mar.
Gurov era un moscovit. Era tornat a Mosca dins una bèla jornaa de gèl; e quora, après aver vestit mai sa pelissa e rebutats lhi siei gants chauds per anar far una promenada sus la Petrovska e aver auvit, lo sande sera, lo campanear de las gleisas, lo viatge que venia de far, e lhi pòst qu'enlora avia laissats perderon per el tot enchant. Bramava còntra la Crimea, Jalta, lhi Tartars, las fremas, e assegurava que la Soïssa era pus bèla de la Crimea. S'enfonset mai, pauc a pauc, dins la vita de Mosca, devorant tres jornals al jorn, per sosténer puei que lesia pas, per principi, lhi jornals de Mosca. Já començavon a l'atraire lhi restorants, lhi cèrcles, las gròssas merendas, las fèstas jubilaras. Já lo careceava lo fach que d'avocats renomats, d'artistas celèbres frequentesson sa maison; e que al cèrcle di doctors juesse a cartas ensem a un professor. Era já mai bòn a s'engolar un'entiera porcion de Seliànka(1).
S'imaginava que en menc d'un mes l'image de Anna Sergèevna seria avalia de sa memòria e seria pareissua que de temp en temp dins lhi sumis, embe son sorrís esmovent, coma era estat embe d'autras fremas. Mas passet mai d'un mes, foguet l'uvèrn plen, e dins son recòrd tot restava viu coma se se foguesse separat da ilhe ren que lo jorn avant. E lhi recòrds s'avivavon totjorn mai dins sa tèsta.
Sia que de son estudi entendesse, dins lo silenci de lo sera, la vòutz de si filhs qu'estudiavon la leiçon, sia qu'auvesse chantar una romança, sonar l'armòni dins un restorant, o l'aura gémer dins la chiminea, se renforçava dins sa memòria lo pensier d'aquò qu'era capitat sus lo mòle, e l'alba brumosa sus lhi monts, e lo batèl qu'arribava da Teodòsia, e lhi bais. Virava a lòng dins son estància en anant après ai recòrds, en sorrient. Puei aquilhi recòrds venion de fantasticarias e lo passat se confondia, dins son imaginacion, embe l'avenir.
La veïa pas en sumi, mas ilhe lo seguia d'en pertot parelh que son ombra. Quora sarrava lhi uelhs, la veïa coma foguesse estaa aquí, emai encara pus jove, pus bèla e pus tenra que dins la realitat. Decò el se veïa dins lo recòrd ben melhor de quant foguesse estat enlora a Jalta. Lo sera retrobava dins sa bibliotèca, da cant dal foier e en tuchi caires lo regard d'Anna Sergèevna; sentia son sofle, lo froissar careçeant de sas vèstas. Per la via seguia embe lhi uelhs las fremas ne'n cerchant una que lhi semelhesse. Provava un besonh imperiós de confiar a qualqu'un si recòrds; mas a maison polia pas parlar de son amor, e defòra avia pas degun da se confiar. Era pas a si vesins o ai collègas de banca qu'auria polgut far de confidenças. D'autre cant, çò que lhi auria polgut dir? Avia amat? Lhi avia agut dins sa relacion embe Anna Sergèevna qualquaren de bèl, de poètic, d'edificant, o decò masque d'interessant?
Pr'aquò era constrech a devisar en maniera vaga de l'amor, de las fremas, e degun coneissia çò qu'avia dedins. Masque sa frema froncia las parpelhas brunas e disia:
«La part de l'òme fat t'ista pas dal tot, Dmitrij».
Un bòt, de nuech, en sortent dal cèrcle di metges embe un companh de juec, un foncionari, polguet pas se tenir e diset:
«Se saubessetz que frema jòlia ai coneissut a Jalta!»
«Quora?»
«Aqueste auton. Se pòl pas dir que foguesse d'una beltat excepcionala, mas m'a fach un'impression irresistibla; me'n siu pas encara remés».
Lo foncionari prenet plaça dins la veitura e quora aquela se boget se viret de còlp, en lhi bramant:
«Dmitrij Dmitrič!»
«Qué lhi a?»
«Avíetz rason derant: l'estorion era pas fresc!»
Per un motiu estranh, aquelas paraulas tan banalas indigneron Gurov. Lhi semelheron infinitament grossieras e umiliantas. Que costumas salvatjas! Que gent! Que nuechs deschabestraas, que jornaa vueidas e sensa enterès! Juec acarnit, golardarias, embriaguesa e sempre lhi mesmes devís sus lhi mesmes arguments.
D'afars inútils e un parlar monòton ocupavon la major part dal temp. Un viure pesoge, absurde, estroçat, dal qual én pòl pas sortir ni escapar: parier d'èsser enclavats dins un manicòmi o una preison.
Gurov, desdenhat, polguet pas sarrar lhi uelhs aquela nuech. E l'endeman auguet mal de tèsta tot lo jorn. Durmet mal decò las nuechs d'après, passaas a meditar setat sus lo liech e a virar en lòng e en larg per l'estàcia. Tot l'agaçava, lhi filhs, la banca. Avia pas envea de sortir ni de parlar. Lhi tornavon a la ment aquelas paraulas:
«L'estorion era pas fresc».
En desembre, dins lo periòde de las fèstas, diset a la frema qu'anava a Sant Peireborg per s'ocupar d'un jove, e partet per S... perqué? Nimanc el lo saubia. Avia vuelha de veire Anna Sergèevna, de lhi parlar, d'obtenir da ilhe un apontament, s'aquò era possible.
Arribet a S... de bòn matin e prenet a l'aubèrge la chambra melhora, ente un tapís grís coma lo paletò di soldats curbia lo sòl. Sus la taula lhi avia un ancrier cubèrt de possiera que representava un guerrier a caval qu'auçava lo bráç embe lo chapèl e al qual mancava la tèsta.
Lo soïsse lhi donet totas las informacions dont avia besonh. Lo senhor Von Dideritz demorava en Via vielha di Vasiers, près de l'auberge, dedins una maison sia. Era ric, avia de cavals, en vila tot lo monde lo coneissia. Lo portier prononciava son nom Drydrytz(2).
Gurov, sensa pressa, anet a la via indicaa e trobet la maison, derant la quala s'eslonjava una granda clea de bòsc gris espanteat de clòs.
«Es pro ver: una clea pariera fai pròpi venir vuelha d'escapar», penset Gurov, en guinchant las fenèstras. Se diset que, en essent jòrn festiu, de segur l'òme era a maison: e totun seria estaa una mancança de duech arrribar com aquò e portar lo rabèl dins la maison; d'autre caire, se escrivia, las paraulas polion capitar sot l'uelh de l'òme, tot seria estat perdut. Mielh se reméter al cas.
Anet amont e aval, lòng la clea grisa, en atendent çò qu'anava capitar. Veiet dins la cort un mendicant e auvet japar lhi chans. Passaa un'ora entendet lo sòn feble e indistint d'un pianofòrt. Devia èsser Anna Sergèevna que sonava. Pus tard l'uis se durbet e apareisset una vielha acompanhaa dal chanet blanc, que Gurov coneissia ben. Faset per sonar lo chan, mas d'un crèp lo còr se butet a picar tan fòrt que l'emocion lhi faset desmentiar lo nom.
Continuava a anar e venir, detestava sempre mai aquela clea grisa. Pensava agaçat que Anna Sergèevna l'avia desmentiat, que sens dúbit aüra se destraïa embe un autre: causa naturala, d'autre cant, per una dòna jove constrecha a aver dal matin a lo sera aquela maledeta clea derant lhi uelhs... Rintret a l'auberge, montet dins sa chambra e restet a lòng sal sofà, ren saubent çò que far. Puei anet a disnar; e pus tard s'endurmet, e durmet lonjament.
«Coma es da nècis e coma es nuiós», penset en se revelhant e en veient lhi veires escurs (lo sera era já calat). «Perqué me siu endurmit?»
Setat sus lo liech da la cubèrta grisa pariera an aquelas que se tròbon enti espidals, s'esquernia d'el, embe despèct: «Vaicí ta dama embe lo chanet, vaicí ton aventura! Aüra sies encloat aicí!»
Aquel matin, a l'estacion, avia gachat un grand manifèst qu'anonciava per lo sera la premiera representacion de n' opereta, la Geisha; se'n sovenet e anet a teatre.
«Es probable», se diset, «qu'ilhe assiste a las premieras representacions».
La sala era borraa. Coma en tuchi lhi teatres de província una nèbla fina s'enairava al dessobre dal lampadari. La galeria fremesia de bruchs. Dins la premiera fila de las poltronas d'orquèstra se veïon lhi elegantons de la vila, drechs, embe las mans darreire l'eschina. Dins la lòtja dal governator, sus lo denant, era setaa sa filha, embe un bòa sus las espatlas. Lo governator se parava darreire una cortina; se veion ren que sas mans. Lo sipari s'agitava, lhi musicaires acordavon a lòng lors enstruments. Mentre lo públic intrava e prenia plaça, Gurov cerchava avidament embe lhi uelhs dedins la sala.
Finalament intret Anna Sergèevna e anet se setar a la tèrça fila de poltronas. La veient, Gurov sentet lo còr se sarrar. Comprenet que degun al mond lhi era pus pròche, pus char, ni avia per el un'importança pariera. Aquela frema menua, sensa ren d'apareissent, perdua dins un monde provincial, embe en man una luneta quala se sie, emplenia en aquel moment tota sa vita. Era per el la soleta fònt d'afan e de jai, e lo solet bonaür qu'ele bramava. Al sòn di paures enstruments de l'orquèstra, di miserables violons, el pensava a ilhe, a coma era bèla. Pensava e sumiava.
Intret embe Anna Sergèevna un jove pro aut, corpulent, un pauc corb, lhi favorins talhats corts, e lhi s'assetet da cant; a chasque pas dindaneava la tèsta coma salutesse qualqu'un. Devia èsser l'òme, qu'un bòt a Jalta, dins un esfòg d'amaressa, ilhe avia definit un lacai. E da bòn, embe aquela sia figura alonjaa, lhi favorins e la tèsta un pauc pelaa, son aspèct polia ben semelhar an aquel d'un camerier; avia un sorrire dòuç e la plaqueta universitària que lusia a sa botoniera semelhava al numre que pòrton lhi cameriers dins lhi restaurants.
Al premier intermèdi anet dins lo fumoir e Anna Sergèevna restet a sa plaça. Gurov, qu'avia decò una poltrona d'orquèstra, s'aprochet a ilhe e diset, s'esforçant de sorrire, mas embe la vòutz que tramolava:
«Vos saluto».
Ilhe lancet un esgard sus el e venet espàllia; lo gachet mai, embe terror, creient pas a si uelhs; e embe la man estrenhet fòrt lo ventalh e la luneta. Era evident que lutava perque sas fòrças lhi venesson pas a menc. Taseron tuchi dui. Ilhe demorava setaa; e el, en pè, esfraiat da son turbament, encalava pas s'assetar. Lhi violons e la flaüta finalament encordats, comenceron a sonar; e d'un crèp lhi dui se senteron envaïr da la paor. Lor pareisset que lhi guinchesson da totas las lòtjas.
Alora ilhe s'aucet e s'empresset vèrs la sortia. El lhi anet après. E vagueron estordits per lhi corredors, montant e calant lhi eschaliers; una fola de magistrats, professors o foncionaris dal ministèri di apanatges, tuchi en unifòrm e distintiu, passava derant ilhs. S'apercebion, da las vèstas, da las pelissas, des senhoras; senteron una fòrta corrent d'aire que portava un odor de mochonets de cigarretas campaas. E Gurov, embe lo còr que lhi picava fins a se troçar, pensava: «Que martiri, que patiment! Mon Diu, perqué tot aquel monde, aquela orquèstra?»
An un bòt se sovenet que lo sera qu'avia acompanhaa Anna Sergèevna a l'estacion, ilhe lhi avia dich qu'entre ilhs tot era finit, que jamai pus se serion revists. E ensita, coma eron encara luenhs da la fin!
Derant na pichòta eschala estrecha e escura ente era escrich: «Intrada a l'anfiteatre», Anna Sergèevna se fermet. «Coma m'avetz espaventaa!» diset en tranflant, encara pàllia e estonaa; «N'en siu quasi mòrta! Perqué setz vengut?»
Mai amont, sus lo planeròtol, dui liceals fumavon en lhi agachant; mas Gurov, en perdent la rason, l'agafet e lhi curbet de bais la persona, lo còl, las mans.
«Qué fasetz! Qué fasetz!» Diset ilhe terrifiaa, lo possant arreire. «Sem mats tuchi dui! Partetz aqueste sera! Vos emploro, pr'aquò qu'avetz de pus sacre. Vos n'en prego! Lhi a qualqu'un.»
Qualqu'un, per da bòn, montava lhi eschaliers.
«Chal que partetz», murmuret Anna Sergèevna. «Comprenetz, Dmitrij Dmitrič? Venerei vos trobar a Mosca. Siu pas jamai estaa aürosa, lo siu pas e lo serei pas jamai; fasetz-me pas sufrir encà de mai! Vos juro, venerei a Mosca da vos. Mas aüra, separem-nos! Mon amor, mon aimat, laissatz-me!»
Lhi sarret las mans e lèsta comencet a calar lhi eschaliers, se virant de contuni vèrs el; e se polia veire da si uelhs que da bòn ilhe era pas aürosa. Gurov demoret fèrm un instant, a l'escòut . Quora auvet pus ren, anet al gardaròba e sortiet dal teatre.

IV

Anna Sergèevna anava de temp en temp a Mosca a lo trobar. Chasque dui o tres mes partia da S... en disent a l'òme qu'anava consultar un grand especialista per las malatias de las fremas. L'òme lhi creïa e lhi creïa pas. Arribaa a Mosca, calava a l'auberge «Lo Bazar Eslau» e mandava un factorin a avertir Gurov. El la rejonhia e degun n'en saubia pas ren.
Un matin d'uvèrn, mentre anava da ilhe (lo factorin era vengut lo sera derant, mas l'avia pas trobat), Gurov acompanhava la filha al licèu, qu'era sus lo chamin. La neu cheïa a patàs.
«Fai tres grads sobre zèro e totun, vees, la charamalha», disia a sa filha. «Aquò perque masque la superfícia de la tèrra es chauda, mentre que mai en aut dins l'atmosfèra la temperatura es diferenta».
«Paire, perqué d'uvèrn én auv pas lo tròn?»
Gurov lhi expliquet decò aquò. Devisava e pensava que, era aquí per anar a un encòntre d'amor e degun, degun lo saubia pas, ni benlèu l'auria jamai saubut. El avia doas vitas: una en plena lutz, que veïa e coneissia qui se sie volguesse, una vita plena de veritats e messonjas convencionalas; e un'autra qu'avenia en secret. E per un'estranja coïncidença de circonstanças, benlèu casuala, tot çò qu'era per el important, interessant, indispensable, tot çò qu'el avia de sincèr, de franc e formava coma lo còr de sa vita, vaquí, restava estremat a lhi autri. Al contrari, aquò qu'era messonja, e l'invòlucre per dir-la parelh dal qual se curbia - son emplec a la banca, per exemple, sas discussions al cèrcle, lhi siei «èsser inferiors», - tot aquò era al clar dal jorn. Judiquet lhi autri da el mesme, en mesfiant d'aquò que veïa e se disent que lo «vel dal mistèri», coma lhi vels de la nuech, cuèrb sempre dins lhi autri la vera vita, aquela que còmpta. Chasque particulara existéncia repausa sus lo mistèri; e benlèu es un pauc la rason per la quala chasque persona da ben ten tant a que se respecten si secrets.
Après aver acompanhaa la filha al licèu, Gurov anet al «Bazar Eslau». Laisset en bas la pelissa, montet assús e piquet plan a la pòrta. Trobet Anna Sergèevna embe sa vèsta grisa qu'el preferia a totas autras. Lo viatge e l'atenta l'avion fatigaa; atendia dal jorn de derant. Era pàllia e l'agachet sensa sorrire. A pena intrat, anet s'agremolir còntra son pitre; lor bais foguet lòng e lent, coma se se foguesson pas vists despuei dui ans.
«E ben,» lhi demandet, «qu'a la de nòu, ailen?»
«Atend, te lo direi. Per lo moment puei pas.»
Las grimas lhi empedion de parlar. Se viret e portet lo mochet a lhi uelhs.
«Laissem que s'esfògue,» penset. «Entrementier me seto», e s'abauset dins una poltrona.
Sonet lo choquin e faset portar de tè. Dal temp que lo prenia ilhe restava en pè, viraa dal cant de la fenèstra. Plorava per l'agitacion, per l'amara consciença de lor vita tan penibla; se veïon ren que d'estremat, devion s'estremar coma de ladres. Eron pas lors doas vitas troçaas?
«Via, via, quita de plorar,» lhi diset el.
Era clar per el que lor amor seria pas finit tant lèu. Anna Sergèevna s'estachava sempre mai a el, lo adorava, e seria estat insensat lhi dir que lor amor seria finit. Lhi auria pas cregut. S'avesinet e la prenet dedins si braç; la curbet de careças, la consolet; e d'un crèp s'entreveiet dins l'espech. Sa tèsta començava a grisear. Foguet colpit de se veire tant envielhit e embrutit en aquilhi gaire darriers ans: las espatlas de Anna Sergèevna, que sentia sot sas mans, eron chaudas e tremantas. Provet de compassion per aquela vita encara tan chauda e tan bèla que, coma la sia, auria començat ben vite, d'un biais evident, a passir e flapir. Perqué ilhe l'amava tant? Ele era sempre pareissut a las fremas diferent d'aquel que era. Era pas el que amavon, mas un èsser creat da lor imaginacion e qu'elas cerchavon, avidament, en tota lor vita. Puei, bèla en s'avisant de lor fauta, continuavon totun a l'amar; e pas una era estaa aürosa embe el. Lo temp passava; el fasia de nòvas conquistas, puei s'estofiava; e avia pas jamai amat realament. Tantas causas lhi avia agut en aquelas relacions, mas d'amor jamai.
Masque aüra que sa tèsta venia grisa amava realament, per da bòn; per lo premier bòt en sa vita.
Anna Sergèevna e ele s'amavon coma dui èssers ben pròches l'un a l'autre, intims coma un òme e una frema, o coma dui tenres amís. Lor semelhava que la sòrt lhi auguesse destinats l'un a l'autre; e era incomprensible que foguesson mariats. Una causa mostruosa. Eron coma dui auçels migraires, mascle e fumèl, pres ensem e butats en doas gàbias separaas. Se perdonavon l'un l'autre tot aquò dal qual avion onta dins lor passat, e sention que lor amor lhi avia transformats.
Un temp, dins lhi moments de tristessa, Gurov se consolava embe tota sòrta d'arguments que lhi venion en tèsta; mas aüra pensava pus a rasonar. Provava una profonda compassion; volia èsser grinós e sincèr.
«Su, quita de plorar, paura chara», diset; «As plorat pro. Devisem un pauc, trobarèm qualquaren».
Deviseron a lòng, en discutent sus la maniera de dever pus s'estremar de contuni, mentir, viure en doas vilas diferentas, divís tant a lòng l'un da l'autre; e de rómpe tuchi aquilhi obstacles insuportables. Coma far? demandava ele desperat: coma?
E lor semelhava que, encara un pauc, e la solucion se seria trobaa; e alora seria començaa una vita nòva e bèla. Mas era clar, a chascun, qu'eron ben luenh da lhi arribar; e que lo mai difícil, lo mai complicat, era a pena començat.

1) Sopa de chaul aigre, charn, cocombres.
2) Sovent, dins lhi aubèrges, lhi portiers, lhi caps cameriers, etc., eron soïsses o tedescs