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La signora col cagnolino - Anton Pavlovič Čechov

La dòna embe lo chanet - Anton Pavlovič Čechov

di Peyre Anghilante

La signora col cagnolino - Anton Pavlovič Čechov
italiano Si diceva che una faccia nuova aveva fatto la sua comparsa sulla passeggiata lungo il mare: una signora con un cagnolino. Dmìtrij Dmìtrič Gùrov, da due settimane a Jàlta, cominciava a interessarsi ai nuovi venuti. Seduto nella veranda del caffè Vernet, vide un giorno passare una giovane donna, bionda, di statura media, con un berretto, seguita da un cagnolino bianco. La incontrò in seguito, più volte al giorno, nel giardino pubblico o in piazza. 
Passeggiava sola, sempre col berretto e col cagnolino bianco. Nessuno la conosceva. La chiamavano così: la signora col cagnolino.
«Se è qui senza marito e senza conoscenti,» pensò Gùrov, «non mi rincrescerebbe di fare la sua conoscenza.» 
Benché non avesse ancora quarant'anni, aveva già una figlia di dodici anni e due figli che andavano al liceo. Gli avevano dato moglie presto, al tempo in cui faceva il secondo anno di università; e adesso, sua moglie sembrava più vecchia di lui. Essa era di statura grande, con sopracciglia nere, rigida, seria, grave, e, come soleva definirsi da sé, un essere pensante. Leggeva molto, e trascurava di mettere il segno forte alla fine delle parole; scrivendo, chiamava suo marito Dimìtrij, invece di Dmìtrij. Ma egli la trovava poco intelligente, corta di idee e senza eleganza; la temeva, e non gli piaceva stare in casa. Da lungo tempo aveva cominciato a ingannarla, la ingannava spesso, ed è probabilmente per questo che trattava le donne con un certo disprezzo, e quando si parlava di donne in sua presenza, esclamava: «Esseri inferiori!»
Gli pareva che le amare esperienze già fatte gli conferissero il diritto di considerarle a quel modo; però non avrebbe potuto vivere due giorni senza quegli esseri inferiori. Si trovava a disagio nella società degli uomini, vi si annoiava, restava freddo e silenzioso. Invece con le donne si trovava a suo agio, sapeva parlar loro gradevolmente e comportarsi nel modo più opportuno. Con loro, persino il silenzio non lo imbarazzava. C'era nel suo carattere, e nel suo stesso essere, qualcosa di seducente e di inafferrabile che le disponeva a suo favore, e le attirava. Egli lo sapeva, e sentiva una specie di forza che lo spingeva verso di Ioro.
Una lunga esperienza gli aveva insegnato che ogni relazione dà all'inizio una piacevole varietà alla vita, e si presenta come una gradita avventura; che però si trasforma, dopo, tra gente per bene, e specialmente tra i moscoviti, che sono casalinghi e indecisi, in un problema complicato all'estremo, che rende infine la situazione difficile.
Ma, ogni volta che Gùrov incontrava una donna carina, l'esperienza gli si cancellava tutta dalla memoria. Provava una irresistibile sete di vita, tutto gli sembrava facile e divertente.
Ed ecco che, una sera che pranzava in giardino, vide la signora col berretto dirigersi verso un tavolo vicino, e sedersi. L'espressione del viso, il suo portamento, l'abito, l'acconciatura, ogni cosa gli diceva ch'essa apparteneva a un ambiente rispettabile: che era maritata, che si trovava sola a Jàlta, da poco; e che vi si annoiava. Nei racconti sulla licenziosità dei costumi nei luoghi di villeggiatura c'è molto di bugiardo, ed egli li disprezzava sapendo che simili racconti venivano inventati per lo più da persone che avrebbero volentieri peccato se avessero potuto; tuttavia, quando la signora venne a porsi a tre passi da lui, si rammentò di quei discorsi di facili conquiste, di gite in montagna; e l'idea di una breve, rapida relazione, di un romanzo con una donna di cui ignorava anche il nome, s'impossesso di lui. Attirò a sé dolcemente il cagnolino; e quando questo si avvicinò, prese a minacciarlo col dito. Il cane ringhiò. Gùrov ripeté il gesto.
La signora se ne avvide, e abbassò gli occhi: 
«Non morde,» disse arrossendo.
«Si può dargli un osso?» 
La signora fece cenno di sì; e allora Gùrov chiese con aria affabile:
«È molto che siete a Jàlta?», 
«Cinque giorni.»
«Per me, tra poco, saranno quindici.» 
Tacquero un istante.
«II tempo passa presto,» disse lei senza guardarlo; «nondimeno ci si annoia assai.»
«Tutti amano dire che qui ci si annoia. Gente che abita non si sa dove, a Bèlev o a Žìzdra, e non vi si annoia, appena arriva qui, grida: Ah, che noia! Che polvere! Si direbbe che vengano da Granata.»
Ella rise. Continuarono a mangiare in silenzio, come ignorandosi a vicenda. Ma dopo cena se ne andarono a fianco l'uno dell'altra, e si avviò una conversazione facile, scherzosa come fra persone libere, contente, alle quali non importi dove si va e di cosa si parla. Parlavano della luce strana del mare. L'acqua era di un violetto tenero e caldo, e la luna vi tracciava una striscia dorata. Parlavano dell'aria pesante, dopo una giornata così calda. Gùrov narrò che era di Mosca, che aveva fatto degli studi filologici, ma era adesso impiegato in una banca; che a un certo momento aveva voluto essere artista in un teatro d'opera, e però più tardi aveva abbandonato quel progetto; che possedeva due case a Mosca. Lei gli disse a sua volta che era stata educata a Pietroburgo, ma si era maritata a S..., dove dimorava da due anni. Sarebbe rimasta lì, a Jàlta, ancora un mese. Suo marito, che aveva lui pure bisogno di riposo, sarebbe probabilmente venuto lì a trovarla. Fu incapace di spiegare in quale ufficio il marito fosse impiegato, se alla direzione del governatorato o alla delegazione dell'assemblea provinciale, e di ciò rise lei stessa. Gùrov seppe anche che si chiamava Anna Sergèevna. Rientrando pensò a lei. Si disse che l'indomani l'avrebbe incontrata senza dubbio ancora, e che non poteva essere altrimenti. Coricandosi, pensò che ancora non molto tempo addietro essa era una piccola collegiale, come sua figlia lo era attualmente. Ricordò quanta timidezza e imbarazzo c'era nel suo ridere e nella sua conversazione. Si sarebbe detto che fosse la prima volta nella sua vita a trovarsi sola; la prima volta che era seguita, che era guardata, che le si parlava con uno scopo segreto, ch'essa non poteva non indovinare. Ricordò il suo collo esile e flessibile, i suoi begli occhi grigi.
«Eppure c'è in lei qualcosa che fa pena,» pensò addormentandosi.
II
Una settimana era trascorsa dal giorno in cui s'erano conosciuti.
Era un giorno festivo. Dentro le camere si soffocava e fuori il vento sollevava turbini di polvere, portava via i cappelli. Si era di continuo assetati, e Gùrov andava spesso nel padiglione dello stabilimento balneare e portava a Anna Sergèevna dello sciroppo o dei gelati. Non si sapeva dove rifugiarsi per fuggire il caldo.
La sera, quando cominciò a fare fresco, si recarono sulla scogliera, all'arrivo di un battello. Sull'imbarcadero, vi era molta gente venuta ad aspettare qualcuno, con in mano dei mazzi di fiori. Anche qui saltavano agli occhi le due particolarità del pubblico elegante di Jàlta: signore anziane vestite come le giovani, e molti generali. '
II mare era agitato; il battello giunse tardi, dopo il tramonto. Bordeggiò a lungo, prima di attraccare. Anna Sergèevna guardava con l'occhialino il battello e i passeggeri, come a cercare qualcuno di sua conoscenza. 
Quando si volse verso Gùrov, gli occhi le brillarono. Parlava molto; i suoi discorsi erano sconnessi, scordava subito ciò che poco prima aveva chiesto. Alla fine, perdette il suo occhialino nella folla.
La folla elegante si disperse; non si distinguevano più le persone. Il vento si era calmato del tutto. Gùrov e Anna Sergèevna indugiarono come se avessero atteso qualcuno che doveva scendere dal battello. Ora la donna taceva e odorava un mazzetto di fiori, senza guardare Gùrov.
«Si sta un po' meglio,» egli disse. «Andiamo da qualche parte? Volete fare una passeggiata in vettura?»
Lei non rispose nulla. 
Allora egli la guardò fisso; e a un tratto, prendendola fra le braccia, la baciò sulla bocca. Avvertì il profumo e la freschezza dei fiori. Guardò furtivamente intorno, temendo che lo avessero veduto.
«Andiamo da voi..,» le disse a bassa voce. E si misero a camminare in fretta.
Nella stanza di lei l'aria era soffocante e impregnata di un profumo che essa aveva acquistato in un negozio giapponese. Gùrov la guardò pensando agli incontri che si fanno nella vita. Si ricordava di donne incuranti che l'amore rendeva gaie, riconoscenti della felicità che aveva loro dato, anche quando quella felicità era stata assai breve. Ricordava altre donne, come la sua, che amavano senza sincerità, con grandi frasi e atti isterici, quasi si trattasse di cose altrimenti importanti, che non d'amore e passione. Ricordava due o tre altre donne, bellissime e fredde, il cui viso esprimeva, così, a un tratto, un'autentica ferocia, un desiderio ostinato di prendere, di strappare alla vita più di quanto essa può dare. Non erano più donne nella prima giovinezza, però capricciose, autoritarie, poco intelligenti, incapaci di ragionare. Quando Gùrov diveniva nei loro riguardi più freddo, la loro bellezza destava in lui una specie di odio, e i pizzi della loro biancheria gli apparivano come scaglie di pesci. 
Invece, in questa giovane donna, v'era mancanza di ardimento, maldestra e inesperta giovinezza, e un sentimento di disagio. E tutti e due restavano inquieti come se da un momento all'altro stessero per bussare alla porta.
Anna Sergèevna, «la signora col cagnolino», prese un atteggiamento singolare di fronte a quel che era accaduto: si sentiva che si considerava ora come una donna perduta, così almeno pareva, e ciò sembrava strano, inopportuno. I suoi tratti erano tirati e quasi vizzi, i lunghi capelli le pendevano ai lati del viso; rimaneva pensosa, oppressa come una peccatrice nelle vecchie immagini. 
«Ciò è male,» disse, «voi sarete il primo, ora, a disprezzarmi.»
Gùrov tagliò una fetta d'anguria che stava sul tavolo, e non rispose.
Mezz'ora passò in silenzio.
Anna Sergèevna era commovente; emanava da lei la purezza di una donna onesta, che ha vissuto poco. Una sola candela, posata sul tavolo, rischiarava appena i suoi lineamenti; ma s'indovinava che soffriva, dentro, nell'anima.
«Perché dovrei cessare di stimarti?» le chiese Gùrov. «Non pensi a quello che dici.»
«Che Dio mi perdoni!» disse lei; e i suoi occhi si riempirono di lacrime. «È terribile.»
«Non hai bisogno di giustificarti.»
«E come potrei giustificarmi? Sono una donna volgare, bassa, e mi disprezzo, e non penso neanche a giustificarmi. Non ho tradito mio marito, ma me stessa. Mio marito è forse un uomo onesto, buono, ma è un lacchè. Non so cosa faccia, quali mansioni abbia, so solo che è un lacchè. Quando mi sposai avevo vent'anni. Avevo la curiosità di conoscere una vita migliore; poiché, mi dicevo, questa esiste. E avevo voglia di vivere. Vivere. Bruciavo di questa curiosità. Voi non comprenderete forse, ma io vi giuro che non potevo più contenermi; avveniva in me qualcosa d'indefinibile. Alla fine non resistetti più. Dissi a mio marito che ero ammalata e venni qui. Qui sono stata per tutto il tempo come sperduta, come folle. Ed ecco, sono diventata una donna come tante altre, che chiunque può disprezzare.» 
Questo discorso cominciava ad annoiare Gùróv; il tono innocente lo irritava, e un simile pentimento era così inatteso e fuori luogo, che se la giovane donna non avesse avuto gli occhi colmi di lagrime si sarebbe potuto credere che scherzasse, o recitasse una parte.
«Non comprendo,» disse piano, «cosa vuoi insomma?» Essa nascose il viso nel suo petto e si strinse a lui. 
«Credetemi, credetemi... io amo la vita onesta, pura, e il peccato mi è odioso. Non comprendo io stessa ciò che faccio. Si dice tra la gente che le tentazioni sono del diavolo; e davvero, posso dirlo ora di me; è il diavolo che mi ha tentato.»
«Via, basta, basta...» mormorò lui.
Guardò gli occhi di lei, smarriti e fissi, la baciò e le parlò dolcemente, con tenerezza; e a poco a poco essa si calmò e tornò a essere allegra. Entrambi si misero a ridere.
Quando uscirono, sul molo non c'era più nessuno; la città, coi suoi cipressi, sembrava morta. Ma il mare era sempre agitato e s'infrangeva contro la riva. Una barca beccheggiava sulle onde, e su di essa un piccolo fanale gettava una luce fioca.
Presero una vettura e andarono a Orianda.
«Ho appreso poco fa il tuo nome,» disse Gùrov, «l'ho letto giù, in portineria; sul quadro era scritto: von Dideritz. Tuo marito è tedesco? »
«No. Suo nonno credo fosse tedesco, ma lui è ortodosso.»
A Orianda si sedettero sopra una panca, non lontano dalla chiesa, e guardarono il mare senza dir nulla. Si distingueva appena Jàlta attraverso la caligine mattutina. In cima alle montagne, stavano appese delle nuvole bianche. Le foglie degli alberi non si muovevano, delle cicale cantavano; e il brusio monotono e sordo del mare, giungendo dal basso, parlava del riposo e del sonno eterno che ci attende. Al tempo in cui ne Jàlta né Orianda esistevano, il mare brusiva già così, si sentiva quello stesso suono, e altri, per chissà quanto tempo, l'avrebbero inteso, così indifferente e sordo. In questo permanere, in una tale indifferenza alla vita e alla morte di ciascuno di noi, sta forse racchiuso il principio della nostra eterna salvezza, del moto incessante della vita sulla terra, e dell'incessante perfezionamento.
Seduto al fianco della giovane donna che appariva così bella nel chiarore dell'alba, calmato e incantato alla vista di quello scenario fantastico, del mare, delle montagne, delle nuvole, del vasto cielo, Gùrov pensava che, infine, se ci si riflette, tutto è bello in questo mondo: tutto, all'infuori dei nostri pensieri e delle nostre azioni, nei momenti in cui dimentichiamo i fini ultimi dell'esistenza, la nostra dignità umana.
Un uomo, un guardiano senza dubbio, s'appressò a loro, li guardò e continuò il suo cammino. Persino un particolare simile sembrò loro misterioso e bello. Si vide arrivare a lumi spenti, illuminato dall'aurora, un battello che veniva da Teodosia.
«C'è della rugiada sull'erba,» disse Anna Sergèevna, rompendo il silenzio.
«Sì, è tempo di tornare.» 
Rientrarono in città.
Si ritrovarono, in seguito, ogni pomeriggio sul molo. Pranzavano, cenavano insieme, passeggiavano, ammiravano il mare. Anna Sergèevna si lagnava di dormir male e di avere delle palpitazioni di cuore. Poneva a Gùrov sempre le stesse questioni, turbata dalla gelosia e dal timore che egli non la stimasse abbastanza. Spesso, in piazza o nel giardino, allorché nessuno stava vicino a loro, egli l'attirava a sé e la baciava appassionatamente. L'ozio assoluto, quei baci in pieno giorno accompagnati da uno sguardo furtivo, nel timore di essere visti, il caldo, l'odore del mare, e il viavai continuo di una folla agghindata, inattiva, sazia, l'avevano interamente rianimato.
Diceva ad Anna Sergèevna come fosse bella e seducente, si mostrava pieno di impazienze amorose e non la lasciava un minuto. Essa rimaneva spesso assorta e continuava a pregarlo di confessarle che egli non la stimava e non l'amava, e la considerava una donna volgare. Quasi tutti i giorni, la sera tardi, facevano una gita nei dintorni della città, a Orianda o alla cascata. La gita piaceva sempre. Invariabilmente le loro impressioni erano belle, magnifiche.
Aspettavano l'arrivo del marito; senonchè Anna Sergèevna ricevette da lui una lettera con la notizia che era sofferente agli occhi. Le chiedeva di ritornare al più presto, ed essa si preparò in fretta a partire.
«È bene ch'io parta,» disse a Gùrov, «è il destino che vuol così.»
Partì in vettura ed egli l'accompagnò. Il viaggio durò un'intera giornata. Alla stazione, nel momento di salire in carrozza, al secondo colpo di campana, essa gli disse: «Permettetemi che vi guardi ancora... Sì, così....» 
Non piangeva, ma era triste; sembrava malata, e il viso le tremava.
«Penserò di frequente a voi,» disse. «Che Dio vi protegga. Non conservate un cattivo ricordo di me. Ci separiamo per sempre, è necessario così; e sarebbe stato meglio non esserci incontrati. Che Dio sia con voi!»
II treno partì, rapido, le sue luci disparvero ben presto, e dopo un minuto persino il rumore non si avvertiva più: come se tutto congiurasse a mettere una brusca fine a quel dolce sogno, a quella follia.
Rimasto solo sulla banchina, Gùrov guardava nel buio lontano: ascoltava lo stridio dei grilli e il ronzio dei fili telegrafici, con l'emozione di uno che si sveglia. Diceva a se stesso che la sua vita contava un'avventura di più, un romanzetto finito ora, e di cui non gli restava che un ricordo.
Si sentiva triste, provava un leggero rimorso al pensiero che quella giovane donna, che non avrebbe riveduta più, non fosse stata felice con lui. Era stato cordiale e affabile; ma nei suoi atteggiamenti, nelle sue carezze, nelle sue maniere di comportarsi con lei, s'era insinuata un'ombra di ironia: la condiscendenza, un po' greve, di un uomo felice, il quale era, in effetti, due volte più vecchio di lei. Essa gli aveva ripetuto con insistenza che era buono, nobile, straordinario; le appariva dunque diverso da come era, e perciò egli l'aveva ingannata, involontariamente... 
Lì alla stazione si avvertiva già un sentore di autunno. La serata era fresca. «È tempo che anch'io ripigli la strada del nord,» pensò Gùrov, lasciando la banchina, «è tempo.»
occitan

Dision qu’un novèl morre era pareissut sus la promenada al lòng de la mar: una dòna embe un chanet. Dmitrij Dmitrič Gurov, depuei doas setmanas a Jalta, començavaa a s’interessar ai nòus arribats. Un jorn, assetat a la veranda dal cafè Vernet, veiet passar una frema jove, blonda, de talha mesana, embe una berreta, seguia da un chanet blanc. La tornet puei rescontrar, mai d’un bòt al jorn, al jardin públic o sus la plaça.

Se’n anava soleta, totjorn embe la berreta e lo chanet blanc. Degun la conoissia. La sonavon coma aquò: la dòna embe lo chanet.

«Se es aicí soleta e sensa òme», penset Gurov, «m’agradaria pas mal la conéisser». Avia pas encà quarant’ans, mas já una filha de dotze ans e dui filhs qu’anavon al licèu. L’avion mariat jove, al temp que fasia lo second an d’universitat; e aüra sa frema pareissia pus vielha d’el. Era granda, embe de celhas nieras, regda, seriosa, sombra e, coma avia la costuma de se definir, un èsser pensant. Lesia un baron e fasia pas cas de butar la marca fòrta a la fin des paraulas; en escrivent, sonava son òme Dimitrij14, non pas Dmitrij1. Mas el la trobava gaire intelligenta, corta d’ideas e pas ren fina; la crenhia, e lhi agradava pas istar a maison. depuei de temp avia començat a l’enganar, l’enganava sovent, e es benlèu pr’aquò que tractava las fremas embe un cèrt mesprèsi, e quora se devisava de fremas en sa presença a un moment esbrofava: «Èssers inferiors!».

Lhi semelhava que las amaras experienças qu’avia agut lhi donesson lo drech de las considerar coma aquò; pasmens, auria pas polgut viure dui jorns sensa aquilhi èssers inferiors. Era genat dins la societat de lhi òmes, s’enuiava, restava freid e silenciós. Dal temp qu’embe las fremas se trobava a son aise, saubia aver de duech e parlar agradable. Embe elas, mesme lo silenci lo genava pas. Lhi avia qualquaren de sedusent e d’inagantable dins sa persona que las butava en siu favor e las atraïa. El lo saubia e sentia una sòrta de fòrça que lo possava vèrs elas. Una lònja experiença lhi avia mostrat que chasque relacion dona al començament un’agradabla varietat a la vita e se presenta coma una jòlia aventura; mas que puei, entre la gent da ben, e sustot entre lhi moscovits, que son casaniers e indecís, s’engarrolha totjorn mai e a la fin rend la situacion complicaa.

Mas chasque bot que Gurov encontrava una frema jòlia l’experiença se cancelava tota de sa memòria. Provava un’irresistibla set de vita e tot lhi semelhava simple e amusant.

Un sera, mentre dinava dins lo jardin, veiet la dòna embe la berreta s’aprochar a un taulet da pè e s’assetar. Sa chara, son portament, son biais de vestir, sa penchenadura, tot disia qu’apartenia a un’ambient respectable: qu’era mariaa, que se trobava soleta a Jalta, da gaire de temp; e que s’enuiava. Dins lhi còntes sus la licenciositat des costumas dins luecs de viletjatura lhi a ben de busiard e el lhi mespresava, en saubent que lo mai eron inventats da de monde qu’auria volentier pechat s’auguesse polgut; totun, quora la dòna venguet se plaçar a tres pas da el, se sovenguet d’aquilhi discors de fàcilas conquistas, d’excursions en montanha; e l’idea d’una brèva, fugaça relacion, d’un romanç embe una frema dont saubia nimanc lo nom, lo prenguet. Sonet doçament lo chanet, e quora foguet da pè, lo menacet embe lo det. Lo chanet se butet a ronhar. Gurov repetet lo gèst.

La dòna se’n aviset e baisset lhi uelhs:

«Mòrd pas», diset en rosseant.

«Se pòl donar-lhi un òs?»

La dòna faset signe que sí; e alora Gurov demandet d’un aire afable:

«Fai de temp que setz a Jalta?»

«Cinc jorns».

«Per mi, d’aicí a gaire serèn quinze».

Taseron un moment.

«Lo temp passa fito», diset ilhe sensa l’agachar; «pasmens én s’enuia ben».

«A tuchi agrada dir qu’aicí én s’enuia. De monde qu’ista vai sauber ente, a Bèlev o Žízdra, e ailen s’enuia pas, a pena arriba aicí esbrofa: “Ah, que nueia! Que possiera!” Én diria que venen da Granada».

Ilhe riet. Continueron a minjar en silenci, coma se s’ignoresson. Mas après dinar se’n aneron l’un arramba a l’autre e naisset entre lor un devís aimable, badinaire coma entre de personas libras, jaiosas ai quals empòrta pas ente én vai e de çò qu’én devisa. Parlavon dal luire estrange de la mar. L’aiga era d’un violet tenre e chaud e la luna lhi traçava una raia doraa. Devisavon de l’aire pesotge après una jornaa tan chauda. Gurov contet qu’era de Mòsca, qu’avia fach d’estúdis filològics, mas aüra era emplegat dins una banca; que a un moment avia volgut èsser artista dins un teatre d’òpera, mas puei avia abandonat aquel projèct; qu’ailai a Mòsca avia doas maison. Ilhe lhi diset qu’era estaa educaa a Peireborg, mas s’era marriaa a S..., ente vivia depuei dui ans. Seria restaa aquí, a Jalta, encara un mes. Son òme, qu’avia besonh decò el d’un pauc de relam, benlèu seria vengut la trobar. Saubet pas dir en qual ofici l’òme foguesse emplegat, se a la direccion dal governatorat o a la delegacion de l’assemblea provinciala, e d’aquò riet ilhe mesma. Saubet decò que se sonava Anna Sergèevna.

En rintrant, penset a ilhe. Se diset que l’endeman l’auria mai encontraa, que polia pas èsser autrament. En se cojant, penset qu’encara pas ben de temp arreire ilhe era una pichòta collegiala, coma l’era aüra sa filha. Recordet qué d’embarràs, qué de crenta lhi avia dins son rire e son parlar. Én auria dich qu’era lo premier bòt dins sa vita a se trobar da soleta; lo premier bòt qu’era seguia, qu’era beicaa, que qualqu’un lhi parlava embe una mira secreta, que ilhe polia pas ren devinar. Recordet son còl prim e sople, si bèls uelhs grís.

«E pura dins ilhe lhi a qualquaren que fai pena», penset en s’endurment.

II

Una setmana era passaa dal jorn que s’eron conoissuts.

Era un jorn de sta. Dedins las chambras fasia tofa e defòra l’aura auçava de remolins de possiera, portava via lhi chapèls. Én avia totjorn set e Gurov sovent anava al padilhon de l’establiment balnear e portava a Anna Sergèevna de siròp o de glaçons. Én sabia pas dont se parar d’aquela chalor.

Lo sera, quora lhi auguet un pauc de fresc, se promeneron ai rochiers, a l’arribada d’un batèl. Sus lo mòle, un baron de gent qu’atendia embe de boquets de flors dins la man. Decò aquí sautavon a l’uelh las doas particularitats dal públic elegant de Jalta: d’ancianas senhoras vestias coma las joves, e tanti generals.

La mar era agitaa; lo batèl arribet tard, après lo trescòl. Bordeget a lòng derant d’acostar. Anna Sergèevna gachava embe lo binoclèt lhi passatgiers sus lo batèl, coma a cerchar qualqu’un que conoissia.

Quora se viret vèrs el, si uelhs luseron. Parlava un baron; si discors eron incoërents, desmentiava d’abòrd çò que venia de demandar. A la fin, perdet lo binoclèt al metz de la gent.

La fola eleganta se desperdet e après un pauc se distinguion pas mai las personas. Lo vent avia quitat. Gurov e Anna Sergèevna s’atarderon, coma s’auguesson atendut qualqu’un a calar dal batèl. Aüra la dòna tasia e nuflava un boquet de flors, sensa gachar Gurov.

«S’ista un pauc mielh», diset el. «Anem da qualque cant? Voletz far un viret en veitura?»

Ilhe respondet pas ren.

Alora el l’agachet fix; e a un moment, la prenent dedins si braç, la baiset su la bocha. Lhi arriberon lo profum e la freschessa de las flors. Puei se guinchet a l’entorn, timorós d’èsser vist.

«Anem en cò vòstre...» lhi diset sot vòutz. E s’enchamineron en prèssa.

Dins la chambra l’aire estofava e sentia d’un profum qu’ilhe avia chatat dins un negòci japonés. Gurov l’agachet en pensant a lhi encòntres qu’én fai dins la vita. Se sovenia de fremas incurantas regaudias da l’amor, reconoissentas dal bonaür que lor avia donat, mesme quora aquel bonaür era pas durat gaire. Ne’n sovenia d’autras, coma la sia, qu’amavon sensa sinceritat, embe de grandas frasas e d’acts istérics, coma se se tractesse de causas autrament importantas que non pas d’amor e de passion. Se sovenia de doas o tres autras fremas, bèlas e freidas, dont lo morre exprimia, parelh, d’un crèp, un’auténtica feròça, una brama de pilhar, d’eschancar a la vita mai d’aquò que pòl semóner. Eron pus de jovencèlas, mas capriciosas, autoritàrias, pas gaire intelligentas, incapablas de rasonar. Quora Gurov devenia pus freid embe elas, lor belessa l’agaçava e las dentèlas de lor linjaria lhi pareission coma d’escalhas de peis.

Ensita, dins aquela jove dòna, lhi avia mancança d’ardiment, de maladrecha e inexpèrta joventut, e un sentiment de gena. E tuchi dui restavon inquiets coma se da un moment a l’autre piquesson a la pòrta.

Anna Sergèevna, “la dòna embe lo chanet”, prenguet un’aptituda singulara derant aquò que s’era passat: se sentia que se considerava coma una frema perdua, o almenc parelh semelhava, e aquò pareissia dròlle, inoportun. Si trachs eron tirats e esquasi flapits, lhi lòngs pels lhi cheïon ai cants dal morre. Demorava pensosa, oprimua coma una pechaira dins las vielhas images.

«Aquò es mal,» diset, «vos serètz lo premier, aüra, a me mespresar».

Gurov copet una trancha d’angúria qu’era sus la taula, e respondet pas.

Mes’ora passet en silenci.

Anna Sergèevna era esmoventa; emanava da ilhe la puressa d’una frema onesta, qu’a viscut gaire. Sus la taula, un feble lume l’esclarzia a pena; mas s’endevinava que sufria dins ilhe.

«Perqué deuriu quitar de t’estimar?» demandet Gurov. « Penses pas an aquò que dises».

«Diu me perdone!» diset ilhe; e si uelhs s’empleron de grimas. «Es terrible.»

«As pas da manca de te justificar.»

«E coma poleriu? Siu una frema vulgara, bassa, e me mespreso, e lhi penso nimanc a me justificar. Ai pas tradit mon òme, mas mi mesma. Mon òme es benlèu una persona onèsta, bòna, mas es un lacai. Sai pas çò que face, ente trabalhe, sai masque qu’es un lacai. Quora me siu mariaa aviu vint ans. Ero curiosa de conéisser una vita melhora; perque, me disiu, lhi es de segur. E aviu vuelha de viure. De viure. Brusavo d’aquela curiositat. Benlèu comprenerètz pas, mas vos juro que poliu pus me retenir; me capitava dedins qualquaren d’indefinible. Sus la fin ai pas pus resistut. Ai dich a mon òme qu’ero malata e siu vengua aicí. Aicí siu estaa per tot lo temp coma perdua, coma fòla. E aüra, siu vengua una frema coma tantas, que qui se sie pòl mespresar.»

Aquel devís començava a enuiar Gurov; son ton innocent l’agaçava, e aquel pentiment era tant estonant e inatendut que s’auguesse ren agut lhi uelhs satits de plor, én auria polgut creire que rigolesse, o que recitesse una part.

«Compreno pas», diset plan, «enfin, çò que voletz?»

Ilhe estremet lo morre dins son pitre e se sarret a el.

«Creietz-me, creietz-me... mi amo la vita onesta, pura, e deploro lo pechat. mi mesma compreno pas çò que fau. Se ditz entre la gent que las temptacions son dal Diaul; e da bòn, puei lo dir aüra de mi; es lo Diaul que m’a temptaa».

«Via, pro, pro...» mormoret el.

Gachet si uelhs, perduts e fixs, la baiset e lhi parlet doçament, embe grinor; a pauc a pauc ilhe se calmet e tornet mai alègra.Se buteron tuchi dui a rire. Quora sorteron, sus lo mòle lhi avia pas pus degun; la vila, embe lhi siei ciprés, pareissia mòrta. Mas la mar era sempre agitaa e se brisava còntra la riba. Una barca se bauteava sus las ondas, e en dessús lumejava un pichòt fanal.

Prengueron una veitura e aneron a Orianda.

«Fai pas gaire ai emprés ton cognom», diset Gurov, «l’ai lesut aval, en portineria. Sus la targueta lhi avia marcat: Von Dideritz. Vòstre òme es tedèsc?»

«No. Creo qu’o foguesse son peté, mas el es ortodòx».

A Orianda s’asseteron sus una bancha, pas ben luenh de la gleisa, e gacheron la mar sensa dir mot. Jalta se distiguia a pena a travèrs la bruma matiniera. Al som des montanhas, istavon penduas de nívolas blanchas. Sus lhi àrbols bojava pas fuelha, de cigalas chantavon; e lo bruch parier e sord de la mar, en arribant d’en aval, parlava dal repaus e dal sòm etèrn que nos atend. Al temp que ni Orianda ni Jalta existion, la mar bruïa já parelh; s’auvia aquel mesme sòn, e d’autres, vai sauber per quant de temp, l’aurion auvit, parelh sord e indiferent. E dins aquela permanença, dins aquela indiferença a la vita e la mòrt de chascun de nos, es reclaus benlèu lo principi de nòstra etèrna salvessa, dal moviment contun de la vita sus la tèrra, de son incessant perfeccionament.

Assetat da cant a la jove dòna que pareissia tan jòlia dins la claror de l’alba, calmat e enchantat da la beltat d’aquel luec, des montanhas, de la mar, de las nívolas, dal cèl immens, Gurov pensava qu’a la fin, a ben veire, tot es bèl en aqueste mond: tot, gavat nòstri pensiers e nòstras accions, quora desmentiem las darrieras miras de l’existença, nòstra dignitat d’òmes.

Un òme, un gardian de segur, s’aprochet, lhi agachet e continuet son chamin. Mesme aquel particular lor pareisset misteriós e bèl. Se veiet arribar a lumes estenchs, esclarzit da l’auròra, un batèl que venia da Teodòsia.

«Lhi a de rosaa sus l’èrba», diset Anna Sergèevna, en copant lo silenci.

«Sí, es temp de tornar».

Rintreron en vila.

Se retroberon puei chasque après-metzjorn sus lo mòle. Dinavon, cinavon ensem, se promenavon, miravon la mar. Anna Sergèevna se planhia que durmia mal e qu’avia de palpitacions de còr. Fasia totjorn las mesmas demandas, tormentaa da la jalosia e dal timor que el l’estimesse pas pro. Sovent, en plaça o ental jardin, quora degun era pròche, el l’atirava a se e la baisava passionatament. L’òci absolut, aquilhi bais en plen jorn acompanhats da un esgard furtiu, dins lo timor d’èsser vists, la chalor, l’odor de la mar e lo contunh vai-e-ven d’aquel monde pomponat, inactiu, saule l’avion totalament reanimat.

Lhi disia coma foguesse bèla e sedusenta, se demostrava plen de pressas d’amor e la laissava pas una minuta. Sovent ilhe restava absorbia e continuava a lo pregar de lhi confessar que l’estimava pas e l’amava pas, e la considerava una frema vulgara. Esquasi tuchi lhi jorns, lo sera tard, se promenavon fòra vila, a Orianda o a la cascada. L’excursion plasia sempre. Tot lor semelhava bèl, plen de meravilha. Atendion l’arribada de l’òme; mas Anna Sergèevna recebet da el una letra embe la notícia que sufria a lhi uelhs e la pregava de tornar al pus lèst. coma aquò se preparet en pressa a partir.

«Es ben que parte», diset, «es lo destin que lo vòl».

Partet en veitura e Gurov l’acompanhet. Lo viatge duret un’entiera jornaa. A l’estacion, al moment de montar, quora la seconda clòca sonet, ilhe diset:

«Permetetz que vos gache encara... sí... coma aquò...»

Plorava pas, mas era trista; semelhava malata e sa chara tramolava.

«Vos pensarei sovent», diset. «Diu vos garde. Gardatz pas un marrit recòrd de mi. Nos separem per sempre, aquò es necessari, e seria estat mielh de s’èsser pas jamai encontrats. Diu sie embe vos!»

Lo tren partet, lèst, ben fito si lumes despareisseron e après una minuta mesme lo bruch s’auvia pas pus: coma se tot congriesse a butar una brusca fin an aquel sumi dòuç, an aquela folia.

Restat solet sus la banquina, Gurov gachava luenh dins l’escur: escotava lo cricar di grilhs e lo zonzonear di fils telegràfics, embe l’emocion d’un que se desvelha. Se disia que sa vita comptava un’aventura de mai, un romancet finit aüra e dont lhi demorava ren qu’un recòrd.

Era trist, provava un legier remòrs al pensier qu’aquela jove frema, qu’auria jamai pus vist, foguesse pas estaa aürosa embe el. Era estat cordial e aimable; mas dins son biais, dins sas careças, s’era insinuaa un’ombra d’ironia: la condescendença, un pauc grèva, d’un òme aürós, qu’era, en ect, dui bòts pus vielh d’ilhe. Ilhe lhi avia repetut embe insistença qu’era bòn, nòble, extraordinari; donc lhi pareissia diferent de coma era, e pr’aquò el l’avia enganaa, sens lo voler...

Aquí a l’estacion se percebia já un sentor d’auton. Lo sera era fresc. « Es temp que decò mi prene mai la via dal nòrd», penset Gurov en quitant la banquina, «es temp».

1 Derant la reforma dal 1918 existia un senh dedins l’alfabet que renforçava la consonanta precedenta. Son usatge era desacostumat, recerchat (coma escriure Dimítrij al luec de la mai correnta forma contracta).