Oggi a quelle pareti ci siamo avvicinati e le abbiamo attraversate sul sentiero degli Alpini, scavato nella roccia o sostenuto da imponenti massicciate, sui versanti orientali del monte Pietravecchia. Sostiamo ai piedi della cima di Marta e delle diroccate fortificazioni costruite tra il 1913 e il 1939, e anche durante la guerra. Opere monumentali, che dovevano contrastare la linea Maginot francese. Non servì a molto, pare che siano stati sparati non più di 300 proiettili, che non riuscirono a scalfire le postazioni opposte. Dopo l'8 settembre il fatto di guerra più saliente fu il furto di due cannoni da parte dei partigiani. Con il 25 aprile i forti e le caserme persero ogni funzione e cominciò un lento degrado che le ha portate allo stato di ruderi in cui le vediamo.
Tanto lo sforzo per portare le pietre con i muli, lavorare di piccone e di pala, per mettere in piedi muri a secco, scavare trincee, tanto corto il tempo della decadenza dei forti di Marta. Furono squadre esterne a costruirli, organizzate dalle ditte vincitrici degli appalti. Gli operai venivano portati a lavorare di notte, e ogni contatto con le popolazioni locali accuratamente evitato. Non era un caso: le genti da una parte e dall'altra del crinale erano fortemente solidali tra di loro. Difficile farne dei nemici. Pare che anche tra i militi del Gaf (guardie alla frontiera) e i loro corrispettivi francesi, si organizzasse anche qualche partita a carte. La comunità brigasca, popolo di pastori transumanti da un versante all'altro delle Alpi, non aveva confini. E male ha sopportato la divisione del suo territorio, a cavallo tra Liguria, Piemonte e Francia, nel 1946, tra Francia e Italia.