Legata alle tradizioni della sua gente e alla sua lingua materna, la maestra Clelia Baccon (1929-) s’impegna in ricerche storiche sul proprio paese, Salbertrand, per il quale scrive numerosi saggi, tra cui l’imponente opera Salbertrand. Storia di una comunità alpina e della sua Valle282 e il lavoro sull’emigrazione a Salbertrand e in Alta Valle Dora, Emigrasiun a Salbeltrӓn e din lӓ Valéӓ dl’Àutӓ Duiȓӓ283, scritto insieme al compaesano Virgilio Faure. La Baccon tiene lezioni sulla parlata locale e si dedica allo studio delle caratteristiche e della morfologia della variante occitana salbertrandese dando alle stampe, nel 1987, A l’umbrӓ du cluchī (il primo importante dizionario edito delle parlate dell’Alta Valle, a cura di Valados Usitanos, ristampato nel 2009 in due volumi con il completamento della parte patois-italiano) e, nel 2003, Prontuario morfologico della parlata occitano alpina di Salbertrand (a cura della Comunità Montana Alta Valle Susa, per le Edizioni Editur).

L’instancabile scrittrice salbertrandese pubblica diari, memorie e romanzi in lingua italiana comunque legati alle tradizioni e alla storia locale, come I cieli di Lisa284 dove l’amore per la sua lingua traspare da dialoghi e termini riportati nella parlata salbertrandese, o come Domani tocca a noi285, dedicato al marito Ernesto Bouvet e basato sulle memorie e fotografie di guerra da questo lasciate.

La Baccon elabora una grafia adatta alla trascrizione di alcune peculiarità della parlata salbertrandese. Per l’uso della k e per la trascrizione delle vocali turbate si rifà al lavoro di Andrea Vignetta sulle parlate della Val Chisone286, dove la vocale ӓ indica una a turbata, la u si pronuncia come in italiano, mentre ü si pronuncia come la u francese; l’accento grave indica l’apertura di una vocale, l’accento acuto la chiusura; il segno ö ha una pronuncia corrispondente alla grafia francese eu. L’allungamento vocalico è indicato dalla Baccon con trattino sovrastante la vocale; ch e j si pronunciano come in francese; il grafema ȓ indica una r impedita, tipica della parlata salbertrandese, che si pronuncia stringendo la guancia e tenendo ferma la lingua rivolta verso l’alto; la indica la s sonora dell’italiano “rosa” (il grafema sarà sostituito da z negli ultimi scritti); lh si pronuncia come per il suono italiano gl in “famiglia”; nh per il suono italiano gn di “campagna”; la lettera k è usata davanti alle vocali e, i, ö, ü e in fine di parola per il suono della c aspra.

Nella produzione in lingua occitana della Baccon non mancano canzoni, come Jeṣǜ Bambin (Gesù Bambino) la cui melodia s’ispira al dondolio della culla, Salbeltran, mun paī (Salbertrand, paese mio) composta su motivo popolare e posta ad apertura del lavoro Salbertrand. Storia di una comunità alpina e della sua Valle, Sen Jan (San Giovanni) dedicata al Santo patrono di Salbertrand: San Giovanni Battista, A Notradammä (A Nostra Signora) composta in occasione della festa dell’Annunciazione nel 2010 e Isì din lӓ Glèiṣӓ(Qui nella Chiesa) armonizzata dal maestro Pietro Mussino e incisa dal Coro Ange Gardien. 

Salbeltran, mun paī

Jeṣǜ Bambin

Sen Jan

A Notradammä

Isì din lä glèiṣä 

In occasione della XIV Festa della Valaddo tenutasi a Chateau Queyras il 20 giugno 1992, Clelia Baccon scrive un breve dialogo, attingendo alle sue ricerche storiche, di una scena di matrimonio rappresentata per l’occasione dal locale gruppo folkloristico. Il 6 novembre 1759, Antoine Joseph Fantin d’Arvieux sposa effettivamente la salbertrandese Marie Felice Arlaud.

La Baccon, per suggellare l’amicizia tra i due ex Escartons, immagina il dialogo tra lo sposo del Queyras e i ragazzi della gioventù di Salbertrand intorno alla tradizionale barriera, anticamente costituita da tronchi e poi sostituita da un nastro teso lungo la via d’accesso al villaggio. La barriera era posta ogni qualvolta una ragazza del paese andava in sposa ad un forestiero, doveva essere tagliata ed era soggetta al pagamento di un “riscatto” con il quale il gruppo di giovani pagava una bevuta e la musica. 

Salbelträn u l’ī pa tän grän e vū u vuȓè nu purtā via nä bèlä mendiä… 

La Baccon scrive poesie in lingua italiana292 e nella sua parlata materna e partecipa a numerosi concorsi letterari vincendo diversi premi. La produzione poetica occitana è corposa ed è in buona parte raccolta ne El tintinponi (La trottola) che non può aprirsi se non con un tributo a Salbertrand con Moun paī (Il mio paese). 

Moun paī

Molte liriche della Baccon sono impegnate a descrivere la bellezza del paesaggio e la vita di una comunità contadina ormai relegata nel ricordo e nella nostalgia. 

Lä primmä a Salbelträn

Una delle più felici composizioni liriche della Baccon è sicuramente Cuntà grän, cuntà!(Racconta nonno, racconta!) nella quale l’autrice riprende e rielabora una favola locale facendola rivivere nell’ambiente caldo e rassicurante della veglia invernale nella stalla, dove un tempo si radunava tutta la famiglia allietata dai racconti degli anziani. 

Cuntà grän, cuntà!

In alcune poesie appare l’aspetto intimo religioso che riprende il filone delle canzoni Jeṣǜ Bambin, Isì din lä glèiṣä e altre, composte dalla Baccon ed eseguite durante le celebrazioni festive, e riflette la fede dell’autrice e la devozione della comunità alpina, come nella lirica Bu nū(Con noi) dedicata alla Vergine. 

Bu nū

Giorgio Carpaneto, nel recensire El Tintinponi sulle pagine di Voci Dialettali, sostiene che «le poesie hanno la freschezza delle cose genuine, la vivacità e il fascino del buon tempo antico, pieno di innocenza, di onestà e di semplicità»298 come Chakün sä misun, ispirata alle filastrocche infantili e pubblicata dalla stessa rivista, sostituendo s al segno ṣ. 

Chakün sä miun

Nell’autobiografia Su e giù per la Val di Susa e lassù oltre il Colle. La storia della maestra Clelia, la Baccon intitola l’ultimo capitolo Alla ricerca delle radici e, attraverso la rivisitazione delle sue opere, racconta il suo lungo impegno di ricerca storica e linguistica dedicato alla comunità salbertrandese. A concludere le memorie della maestra è la poesia S’a duness viä libbrä (Se dessi via libera) che già chiudeva la raccolta El Tintinponi

E s’a duness viä libbrä…

La Baccon non fa una traduzione letterale del testo, ma fornisce una versione in lingua italiana della poesia che ne restituisce il senso con altre parole come, ad esempio, nel verso «lä saȓia lon cunta tut skl’a mi aribà» (sarebbe lungo raccontare tutto ciò che mi è capitato) che nella versione italiana diviene «non basterebbero pagine e pagine», oppure nei versi finali «chakün fai a sä manherä e tus difeȓän ma tus da ‘stimā!» (ognuno fatto alla sua maniera e tutti differenti ma tutti da stimare!) tradotti in «tutti unici, irripetibili, amati».