Oreste Rey (1920-2011) contadino e boscaiolo salbertrandese, dopo la guerra, durante la quale si trova nei Balcani insieme con alcuni compaesani, ritorna al paese dove coltiva il suo podere nel tempo libero dall’impiego presso le Ferrovie dello Stato e dalla scuola serale alla Leonardo da Vinci di Torino dove consegue la licenza tecnica.

Negli anni della maturità, rimasto vedovo, collabora attivamente con le scuole elementari locali riprendendo e documentando, tra l’altro, il ciclo della lavorazione della canapa e contribuendo alla pubblicazione di Un viaggio tra i ricordi303, Scuola Elementare e Materna di Salbertrand, Editur, Oulx 2006. Proficua la sua collaborazione con l’Ecomuseo Colombano Romean per il quale, nel 1999, scrive Ël grō blëtun (Il grande larice) che inaugura la fortunata serie editoriale dei Cahier dei quali diversi portano la sua firma.

Nel 1998, acquista un computer e si lancia entusiasta nella composizione di: Ël chì blëtun (Il piccolo larice), Cahier n. 2, L’istuāȓä du glà ‘d Sabëltran (La storia del ghiaccio di Salbertrand), Cahier n. 3, ‘l chinebbu (la canapa), Cahier n. 4, Lou travau du bō a Salbëlträn (I lavori del bosco a Salbertrand), Cahier n. 5, e Lä fabriccä dlä marlücchä (Lo stabilimento di merluzzo), Cahier n. 8 (scritto in collaborazione con Virgilio Faure). Oreste Rey è, inoltre, autore di Sabelträn: lu travóu dl’utën (Salbertrand: i lavori dell’autunno) e di numerosi articoli per la rivista «Valados Usitanos».

Marziano Di Maio, che ha coadiuvato Oreste nella scrittura delle sue opere, lo ricorda nelle pagine della rivista, con la quale entrambi collaborano per lunghi anni, con un magnifico ritratto del quale riportiamo ampi stralci poiché ben riassumono e descrivono il lavoro e l’approccio dello scrittore-contadino salbertrandese.  

"Aveva prescelto la grafia praticata dalla sua compaesana Clelia Baccon Bouvet, ma riguardo al lessico non era sempre d’accordo con il vocabolario steso da lei in A l’umbrä du cluchī. […] Da tecnico quale era, Oreste aveva preso il patuà con pinze e goniometro e misurava le parole, le pesava foneticamente, tendendo a eliminare certe regole, con piglio da cui era difficile smuoverlo. […] Quante discussioni sugli accenti, Oreste avrebbe messo volentieri più di un accento sullo stesso vocabolo anziché uno solo tonico. Si doveva battagliare sulla è con accento grave che due minuti dopo diventava ē, e viceversa. E non avevi certezza di immutabilità, perché intervenivano i ripensamenti, vedi lo stesso nome del paese che da Salbertän è divenuto Salbelträn per poi passare a Sabërtran e infine a Sabëltran. È emersa l’interessante questione della variabilità. Quando Oreste si incaponiva sulla grafia d’una parola e tu gli facevi notare che poche righe prima lui l’aveva scritta e pronunciata diversamente, lui ti dimostrava che la pronuncia di uno stesso vocabolo può variare a seconda di come è impostata la frase. Tra le parole di una frase esiste infatti un certo equilibrio fonetico, una musicalità e un’armonia che non vanno disturbate scrivendo diversamente da come si pronuncia e creando magari bisticci vocali. Una volta si pronuncia vitēsë (velocità) e un’altra vitēssë, bzun (bisogno) e büzun, diȓän (davanti) e dëȓän, mak (soltanto) e makkë, bot (ragazzo) e bottë, bēlä e bèlä, tënī e tenī… Dopo un paio di sedute abbiamo trovato un’intesa, pena il naufragio. – Caro Oreste, mi stanno benissimo questa libertà del patuà, questa elasticità, tutte le parole non vorrebbero sottostare a schemi rigidi e a grafie immutabili, ma una certa regola ce la dobbiamo dare. L’occitano alpino è una lingua che si rispetti, per carità, non vogliamo fare globalizzazioni linguistiche come fa certa gente, né fare letteratura da salotto, ma la parlata di Salbertrand merita un minimo di correttezza grafica, no? […] Forse i lettori più accorti avranno riscontrato negli scritti di Oreste qualche pecca nella grafia. Ebbene sì, anche perché, nonostante la cura di chi aborrisce gli errori anche solo tipografici, più di una volta il diavolo ha messo il suo zampino. […] Con ciò, se si vuole essere perfezionisti nella forma, non viene inficiata la sostanza, che è su un piano di eccellenza quale in pochi casi è dato riscontrare nel quadro delle testimonianze di cultura delle vallate alpine. Sono oro colato la spontaneità di linguaggio, l’arguzia, la vena poetica, lo snodarsi pacifico della prosa, certi particolari frutto di spirito di osservazione e di memoria non comuni, la meticolosità e anche la fresca fantasia nell’inventarsi vicende e personaggi, l’efficacia dei disegni, l’acutezza nel tradurre in patuà espressioni italiane che non hanno i termini corrispondenti nella parlata locale, e quei preziosismi linguistici rappresentati da termini arcaici e in via di completo oblio, che il buon Oreste amava inserire specialmente nel testo dei suoi racconti ricchi di scenette gustose. Non è poco per un boscaiolo e contadino […]. A 90 anni non ha fatto in tempo a tramandarci tutta la memoria collettiva locale come avrebbe voluto […].304"

Le traduzioni in lingua italiana dei testi di Oreste Rey, molto spesso, non sono rese alla lettera permettendo così una più agevole lettura e comprensione del testo a chi non è patoisant, ma rendendo a volte difficile l’individuazione e la traduzione di termini specifici, spesso legati al gergo del tagliaboschi, del carrettiere o di altri mestieri; termini che difficilmente s’incontrano nei dizionari altovalsusini compilati da persone avulse da quelle professioni che Oreste, al contrario, aveva avuto modo di praticare.

La grafia utilizzata, come ricordato dal Di Maio, fa riferimento a quella della compaesana Clelia Baccon, con alcune varianti e discordanze. Il Rey sostituisce il grafema , utilizzato dalla maestra salbertrandese a indicare la s sonora, con il più pratico segno z che sarà adottato negli ultimi lavori anche dalla Baccon stessa.

Proponiamo un frammento per ogni opera dello scrittore contadino, con le sue traduzioni. 

Ël grō blëtun

Ël chì blëtun

L’istuāȓä du glà ‘d Sabëltran

l chinebbu 

Lou travau du bō a Salbëlträn

Lä fabriccä dlä marlücchä


Salbelträn: Lu travòu dl’utën. Salbertrand: i lavori autunnali

In Salbelträn: Lu travòu dl’utën. Salbertrand: i lavori autunnali, Oreste Rey esprime il meglio della sua creatività e della sua prosa condendo la descrizione di una famiglia di contadini alle prese con le incombenze autunnali con note e particolari di eccezionale interesse etnografico. Marziano Di Maio, che lo coadiuva nella pubblicazione a puntate sulla rivista Valados Usitanos e nella raccolta in volume, edito dalla stessa Associazione, precisa:

"Le descrizioni sono meticolose, vedi la panificazione o la ferratura dove si direbbe che l’autore abbia avuto lunga esperienza di fornaio o di maniscalco. Le scene hanno quasi sempre uno sfondo bucolico: Oreste ha mentalità moderna (usa persino il computer, acquistato anni addietro alla soglia degli ottanta anni) ma si è mantenuto ben radicato nell’ambiente naturale natio. La prosa è semplice ed efficace. Se è vero che il patuà quando lo si scrive viene a perdere un po’ di freschezza (si irrigidisce, come afferma Pierleone Massajoli), quello di Oreste invece riesce esemplarmente a mantenere immediatezza, vigore, vivacità. Spirito libero e di temperamento estroso, l’autore non ama i formalismi e privilegia la spontaneità. Scrive come parla, con ritmo placido e senza fretta, indulgendo sovente al poetico. La traduzione in italiano non è mai alla lettera, ma molto libera. Riguardo allo scrivere in patuà, l’autore chiaramente si mostra insofferente verso certi condizionamenti: l’essere un po’ imbrigliato, il dover sottostare a regole poco elastiche." 

Aprestā pär sümënā


La tetralogia incompiuta

Per Valados Usitanos, Oreste Rey pubblica a puntate Sabelträn: lu travóu dl’ivēr (Salbertrand: lavori dell’inverno) e, sul n. 103 del 2013, appare postumo l’incipit di Sabelträn: lu travóu d’la primmä (Salbertrand: i lavori della primavera).

Nell’intenzione dell’autore, gli articoli sui lavori dell’inverno e quelli che aveva iniziato della primavera, avrebbero dovuto costituire il secondo e il terzo volume, dopo quello dell’autunno, della tetralogia che aveva in mente, cui sarebbero seguiti i lavori dell’estate insieme con un cahier dedicato alle feste tradizionali.

Riportiamo uno stralcio della terza puntata dei lavori dell’inverno e le ultime righe dell’incipit sui lavori della primavera, l’addio lasciatoci da quell’uomo che abbiamo conosciuto e apprezzato e che ci ha regalato insegnamenti di vita come quell’ultima frase scritta nella sua lingua e che ci piace immaginare borbottata in osteria, mentre si mette la caskëttä (il basco blu) e si gira per ritornare a casa: Fai me kë t’voȓa, lä tēȓä i ven ciū avà! (Comunque tu faccia, la terra scende sempre giù!). 

Sabelträn: lu travóu dl’ivēr

Sabelträn: lu travóu d’la primmä 


L’inno occitano nel patois di Salbertrand

Tra le tante cose lasciateci da Oreste Rey c’è una versione in lingua locale del celebre canto Se chanto, divenuto ormai inno delle terre di cultura occitana che l’autore salbertrandese ha tradotto per il sito internet del Comune di Salbertrand. 

S’u chantä

Il Rey annota che il termine planüȓa non è utilizzato nel patois locale e che potrebbe essere sostituito con granda plana, ma che mantiene planüȓa per ragioni metriche. Inoltre, a conferma di quanto riportato da Di Maio sulla versatilità e sull’insofferenza della rigidità da parte dell’amato scrittore altovalsusino, Oreste riporta che nell’ultimo verso parké a potrebbe essere scritto pär k’a.