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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

A casa ma... attenzione...

A maison, mas... atencion...

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

A casa ma... attenzione...
italiano

I giorni seguenti ero già al lavoro in campagna ad aiutare mio padre e mio fratello Letu, ero disertore, ma dopo tutto quello che avevo visto al fronte non avevo più nessun’intenzione di muovermi dal tetto. Anche se Mussolini era andato giù, non era ancora finita, bisognava fare ben attenzione a tutto e a tutti, regnava il caos e non potevi fidarti di nessuno.

Un giorno, mentre con mio padre stavamo costruendo dei muretti in pietra sugli argini del torrente, vidi in lontananza due tedeschi che attraversavano il colletto sopra tetto Mezza Via e venivano verso il nostro tetto.

Pensai ad un rastrellamento, mi precipitai giù per il vallone e risalii verso tetto Cabilla all’aprico, ma rieccoli spuntare dal sentiero. Feci appena in tempo a nascondermi fra le sterpaglie e per fortuna non mi scoprirono. Intanto, mentre passavano davanti ai miei occhi, vidi che avevano già preso altri due giovani: Giacu d’Petulin di Mezzavia, uno che era stato riformato e Letu di Nusée.

Li avevano trovati nei prati a lavorare la campagna.

Li portarono giù fino alla strada, ma ai due andò bene, se la cavarono con due calci nel sedere e se ne ritornarono al tetto.

Capii che anche per loro si avvicinava la ritirata, erano a corto di viveri e stavano girando la campagna in cerca di cibo, un po’ come facevamo noi in Russia. Era chiaro che anche loro stessero ormai cedendo.

Ma non erano gli unici a girovagare per boschi e casolari: soldati sbandati, bande partigiane braccate, spie fasciste e semplici delinquenti da quattro soldi che approfittavano della tragicità del periodo per effettuare ruberie varie, alle spalle della gente che abitava queste montagne povere da sempre.

Un giorno andai a falciare l’erba di un campo dalle parti del tetto Gheta, una borgata allora molto abitata, dove vivevano molti giovani. Ero andato ad aiutare Camilla, una signora vedova che aveva una figlia di nome Silvana. Non ero molto lontano da casa mia e, allora, tra vicini ci si aiutava, tanto più che io, essendo disertore, altri lavori non potevo fare e preferivo dunque lavorare in campagna perché era più sicuro e poi conoscevo bene i boschi in caso avessi dovuto nascondermi all'improvviso.

Avevo finito la giornata di lavoro e, assieme agli altri compagni di fatica, stavamo facendo la polenta nel cortile, eravamo tutti lì.

All’improvviso, spuntarono due uomini armati di moschetto.

In un attimo fu il gelo. Io ero vestito da lavoro, fortunatamente non indossavo nulla di militare e questo mi rassicurava un po’, ma rimasi immobile con orecchie e occhi ben aperti, pronto a percepire qualsiasi rumore o movimento attorno a me nel tentativo di capire le intenzioni dei due loschi individui.

La vedova trovò un po’ di coraggio e ruppe l’atmosfera di tensione che avvolgeva il cortile, domandando: “Volete una fetta di polenta?”

Non se lo fecero ripetere due volte, ne mangiarono a quattro mani, poi come arrivarono se n’andarono.

Paulinu, un giovane poco distante, li vide passare sul sentiero che portava a tetto Marin, cercò una strada alternativa facendo un lungo traverso nel bosco per poi raggiungere un altro sentiero più in basso, ma non fece dieci metri che i due, sopraggiungendo nella direzione opposta, da dietro una curva se lo trovarono di fronte.

Mi raccontò che lo portarono avanti fino in Marin, minacciandolo per bene, alla fine per evitare il peggio se la cavò offrendo loro una gallina.

Chi fossero di preciso ho ancora da saperlo ora, forse dei fascisti o forse solo dei vili opportunisti che giravano le borgate a caccia di partigiani e disertori e che non disdegnavano di ricattare, minacciare e perpetrare ruberie varie alla gente che incontravano sul loro cammino.

A Caterina Patucta, presero un vitello nella stalla e passando per la ferrovia lo portarono all’ammasso a Limone.

occitan

Lhi jorns d’après ero já al trabalh en campanha a ajuar mon paire e mon fraire Leto, ero desertor, mas despuei tot çò qu’aviu vist al frònt aviu pas pus deguna intencion de me bojar dal teit.

Bèla se Mussolini era anat dal cul, era pas encara fenia, tochava far ben atencion a tot e a tuiti, renhava lo chadèl e polies pas te fiar de degun.

Un jorn, dal temp que embe mon paire istaviam bastissent de muralhets en peira al lòng dal valon, veiero daluenh dui alemands que atraversaven lo pichòt còl sobre teit Mesa Via e venien vèrs nòstre teit.

Pensero a un rastelament, me precipitero aval per lo valon e montero mai vèrs teit Cabila a l’adreit, mas vaquí qu’esponchaven mai dal viòl. Fasero just en temp a m’estremar enti boisson e aürosament me chaperen ren. Entant, dal temp que passaven denant mi uelhs, veiero que avien já pres d’autres dui joves: Jaco d’Petolin de Mesavia, un filh que era estat reformat e Leto de Noser.

Lhi avien trobats enti champs a trabalhar la campanha.

Lhi porteren aval fins a la charriera, mas ai dui anec ben, s’la gaveren embe dui cauç ental cul e s’ne retorneren al teit.

Capiero que decò per lor s’aprochava la retirada, eren a la fin di forniment e istaven virant la campanha en cercha de minjar, un pauc coma fasiam nosautri en Rússia. Era clar que decò lor istaven de bèl avant cedent.

Mas eren pas lhi solets a virolhar per bòsc e maisons: soldats desbandats, bandas partijanas champairaas, espias fascistas e simples delinquents da quatre sòuds que se servien de la tragicitat dal moment per combinar robalici divèrs, a las espatlas de la gent que vivia sus aquestas montanhas pauras da sempre.

Un jorn anero a talhar l’èrba d’un champ da las parts dal teit Gueta, na borjaa alora ben abitaa, ente vivien n’baron de joves. Ero anat ajuar Camila, na senhora veva que avia na filha de nòm Silvana. Ero pas gaire luenh da ma maison e, alora, entre vesins nos ajuaviam, tant pus que iu, essent desertor, d’autres trabalhs poliu pas far e preferiu donca trabalhar en campanha perqué era mai segur e puei conoissiu ben lhi bòscs en cas auguesse degut m’estremar tot d’un crep.

Aviu fenit la jornaa de trabalh e, ensem a lhi autres companhs de fatiga, istaviam fasent la polenta dins la cort, eriam tuiti aquí.

D’un crep, esponcheren dui òmes armats de mosquet.

En na seconda foguec lo gèl. Iu ero vestit da trabalh, aürosament portavo pasren de militar e aqueste me rassegurava un pauc, mas restero fèrm embe aurelhas e uelhs ben dubèrts, prompt a culhir qual se sie rumor o moviment a l’entorn de iu dins lo temptatiu de comprene las intencions di dui dròlles personatges.

La veva trobec un pauc de coratge e rompec l’atmosfèra de tension que envertolhava la cort, demandant: “Voletz na trancha de polenta?”

Se lo faseren pas repéter doas viras, ne’n mingeren a quatre mans, puei coma arriberen se n’aneren.

Paulino, un jove gaire daluenh, lhi veiec passar sus lo viòl que portava a teit Marin, a súbit cerchat na charriera diferenta fasent un lòng travèrs dins lo bòsc per puei chapar n’autre viòl mai aval, mas fasec pas dètz mètres que lhi dui, arribant dins la direccion contrària, da darreire na vinca se lo troberen de frònt.

Me contec que lo porteren anant fins en Marin, menaçant-lo per ben, a la fin per evitar lo pieis se la gavec lhi semonent na jalina.

Qui foguessen de precís ai encara da saber-lo aüra, benlèu de fascistas o benlèu masque d’inhòbles oportunistas que viraven las borjaas a chaça de partijans e desertors e que se fasien degun cruci de constrénher, menaçar e far de robalicis a la gent que encontraven sus lor chamin.

A Caterina Patocta, lhi preneren un veèl dins la vòuta e passant per la ferrovia lo porteren a l’achamp a Limon.


A casa ma... attenzione...

A maison, mas... atencion...

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

A casa ma... attenzione...
italiano

I giorni seguenti ero già al lavoro in campagna ad aiutare mio padre e mio fratello Letu, ero disertore, ma dopo tutto quello che avevo visto al fronte non avevo più nessun’intenzione di muovermi dal tetto. Anche se Mussolini era andato giù, non era ancora finita, bisognava fare ben attenzione a tutto e a tutti, regnava il caos e non potevi fidarti di nessuno.

Un giorno, mentre con mio padre stavamo costruendo dei muretti in pietra sugli argini del torrente, vidi in lontananza due tedeschi che attraversavano il colletto sopra tetto Mezza Via e venivano verso il nostro tetto.

Pensai ad un rastrellamento, mi precipitai giù per il vallone e risalii verso tetto Cabilla all’aprico, ma rieccoli spuntare dal sentiero. Feci appena in tempo a nascondermi fra le sterpaglie e per fortuna non mi scoprirono. Intanto, mentre passavano davanti ai miei occhi, vidi che avevano già preso altri due giovani: Giacu d’Petulin di Mezzavia, uno che era stato riformato e Letu di Nusée.

Li avevano trovati nei prati a lavorare la campagna.

Li portarono giù fino alla strada, ma ai due andò bene, se la cavarono con due calci nel sedere e se ne ritornarono al tetto.

Capii che anche per loro si avvicinava la ritirata, erano a corto di viveri e stavano girando la campagna in cerca di cibo, un po’ come facevamo noi in Russia. Era chiaro che anche loro stessero ormai cedendo.

Ma non erano gli unici a girovagare per boschi e casolari: soldati sbandati, bande partigiane braccate, spie fasciste e semplici delinquenti da quattro soldi che approfittavano della tragicità del periodo per effettuare ruberie varie, alle spalle della gente che abitava queste montagne povere da sempre.

Un giorno andai a falciare l’erba di un campo dalle parti del tetto Gheta, una borgata allora molto abitata, dove vivevano molti giovani. Ero andato ad aiutare Camilla, una signora vedova che aveva una figlia di nome Silvana. Non ero molto lontano da casa mia e, allora, tra vicini ci si aiutava, tanto più che io, essendo disertore, altri lavori non potevo fare e preferivo dunque lavorare in campagna perché era più sicuro e poi conoscevo bene i boschi in caso avessi dovuto nascondermi all'improvviso.

Avevo finito la giornata di lavoro e, assieme agli altri compagni di fatica, stavamo facendo la polenta nel cortile, eravamo tutti lì.

All’improvviso, spuntarono due uomini armati di moschetto.

In un attimo fu il gelo. Io ero vestito da lavoro, fortunatamente non indossavo nulla di militare e questo mi rassicurava un po’, ma rimasi immobile con orecchie e occhi ben aperti, pronto a percepire qualsiasi rumore o movimento attorno a me nel tentativo di capire le intenzioni dei due loschi individui.

La vedova trovò un po’ di coraggio e ruppe l’atmosfera di tensione che avvolgeva il cortile, domandando: “Volete una fetta di polenta?”

Non se lo fecero ripetere due volte, ne mangiarono a quattro mani, poi come arrivarono se n’andarono.

Paulinu, un giovane poco distante, li vide passare sul sentiero che portava a tetto Marin, cercò una strada alternativa facendo un lungo traverso nel bosco per poi raggiungere un altro sentiero più in basso, ma non fece dieci metri che i due, sopraggiungendo nella direzione opposta, da dietro una curva se lo trovarono di fronte.

Mi raccontò che lo portarono avanti fino in Marin, minacciandolo per bene, alla fine per evitare il peggio se la cavò offrendo loro una gallina.

Chi fossero di preciso ho ancora da saperlo ora, forse dei fascisti o forse solo dei vili opportunisti che giravano le borgate a caccia di partigiani e disertori e che non disdegnavano di ricattare, minacciare e perpetrare ruberie varie alla gente che incontravano sul loro cammino.

A Caterina Patucta, presero un vitello nella stalla e passando per la ferrovia lo portarono all’ammasso a Limone.

occitan

Lhi jorns d’après ero já al trabalh en campanha a ajuar mon paire e mon fraire Leto, ero desertor, mas despuei tot çò qu’aviu vist al frònt aviu pas pus deguna intencion de me bojar dal teit.

Bèla se Mussolini era anat dal cul, era pas encara fenia, tochava far ben atencion a tot e a tuiti, renhava lo chadèl e polies pas te fiar de degun.

Un jorn, dal temp que embe mon paire istaviam bastissent de muralhets en peira al lòng dal valon, veiero daluenh dui alemands que atraversaven lo pichòt còl sobre teit Mesa Via e venien vèrs nòstre teit.

Pensero a un rastelament, me precipitero aval per lo valon e montero mai vèrs teit Cabila a l’adreit, mas vaquí qu’esponchaven mai dal viòl. Fasero just en temp a m’estremar enti boisson e aürosament me chaperen ren. Entant, dal temp que passaven denant mi uelhs, veiero que avien já pres d’autres dui joves: Jaco d’Petolin de Mesavia, un filh que era estat reformat e Leto de Noser.

Lhi avien trobats enti champs a trabalhar la campanha.

Lhi porteren aval fins a la charriera, mas ai dui anec ben, s’la gaveren embe dui cauç ental cul e s’ne retorneren al teit.

Capiero que decò per lor s’aprochava la retirada, eren a la fin di forniment e istaven virant la campanha en cercha de minjar, un pauc coma fasiam nosautri en Rússia. Era clar que decò lor istaven de bèl avant cedent.

Mas eren pas lhi solets a virolhar per bòsc e maisons: soldats desbandats, bandas partijanas champairaas, espias fascistas e simples delinquents da quatre sòuds que se servien de la tragicitat dal moment per combinar robalici divèrs, a las espatlas de la gent que vivia sus aquestas montanhas pauras da sempre.

Un jorn anero a talhar l’èrba d’un champ da las parts dal teit Gueta, na borjaa alora ben abitaa, ente vivien n’baron de joves. Ero anat ajuar Camila, na senhora veva que avia na filha de nòm Silvana. Ero pas gaire luenh da ma maison e, alora, entre vesins nos ajuaviam, tant pus que iu, essent desertor, d’autres trabalhs poliu pas far e preferiu donca trabalhar en campanha perqué era mai segur e puei conoissiu ben lhi bòscs en cas auguesse degut m’estremar tot d’un crep.

Aviu fenit la jornaa de trabalh e, ensem a lhi autres companhs de fatiga, istaviam fasent la polenta dins la cort, eriam tuiti aquí.

D’un crep, esponcheren dui òmes armats de mosquet.

En na seconda foguec lo gèl. Iu ero vestit da trabalh, aürosament portavo pasren de militar e aqueste me rassegurava un pauc, mas restero fèrm embe aurelhas e uelhs ben dubèrts, prompt a culhir qual se sie rumor o moviment a l’entorn de iu dins lo temptatiu de comprene las intencions di dui dròlles personatges.

La veva trobec un pauc de coratge e rompec l’atmosfèra de tension que envertolhava la cort, demandant: “Voletz na trancha de polenta?”

Se lo faseren pas repéter doas viras, ne’n mingeren a quatre mans, puei coma arriberen se n’aneren.

Paulino, un jove gaire daluenh, lhi veiec passar sus lo viòl que portava a teit Marin, a súbit cerchat na charriera diferenta fasent un lòng travèrs dins lo bòsc per puei chapar n’autre viòl mai aval, mas fasec pas dètz mètres que lhi dui, arribant dins la direccion contrària, da darreire na vinca se lo troberen de frònt.

Me contec que lo porteren anant fins en Marin, menaçant-lo per ben, a la fin per evitar lo pieis se la gavec lhi semonent na jalina.

Qui foguessen de precís ai encara da saber-lo aüra, benlèu de fascistas o benlèu masque d’inhòbles oportunistas que viraven las borjaas a chaça de partijans e desertors e que se fasien degun cruci de constrénher, menaçar e far de robalicis a la gent que encontraven sus lor chamin.

A Caterina Patocta, lhi preneren un veèl dins la vòuta e passant per la ferrovia lo porteren a l’achamp a Limon.