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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

A garzone

A garçon

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

A garzone
italiano

Il 1° marzo del 1928 iniziò il mio lavoro di garzone al servizio dei Busseia presso la cascina di Musset a Madonna Bianca, nei dintorni di Savigliano, dove quell’anno avevano affittato i prati per la stagione invernale.

Il mio compito non era quello di portare le mucche al pascolo, sebbene lo avessi fatto alcune volte, bensì quello di mungere e ricavare burro e formaggio.

Rimasi in cascina fino al giorno di San Giovanni, che da sempre segna la data di partenza per la transumanza estiva.

Quel giorno partimmo anche noi per salire ai pascoli montani di Tenda, in un posto chiamato le grange di la Varne, ovviamente tutto rigorosamente a piedi.

Il viaggio prevedeva due soste di un paio d’ore ciascuna, una a Cuneo, appena passato il ponte vecchio, nei pressi di una vecchia osteria e l’altra in Piazza dell’Ala a Vernante. In questo modo le bestie potevano riposarsi e gli uomini riuscivano a mangiare un boccone.

Quando arrivammo in piazza dell’Ala, mio padre e mia madre erano venuti a trovarmi e per l’emozione di rivederli dopo quasi tre mesi di lontananza non riuscii a trattenere le lacrime e scoppiai a piangere, ma mi fecero subito un po’ di coraggio e mi ripresi.

Dopo quelle due ore di piacevole sosta ripartimmo per arrivare finalmente a Tenda. Giunti in quel paese, ora francese, ci fermammo a dormire lì per la notte per poi salire la mattina seguente a la Varne dove ci attendevano i pascoli estivi.

Mi ricordo che per attraversare la galleria del colle dovevamo spingere con la forza i giovani vitelli nati in pianura, che avevano paura di entrare, mentre le vacche più anziane sapevano già che sarebbero poi uscite e quindi l’affrontavano senza alcun indugio.

Dentro la galleria, il rimbombare dei campanacci era tale che, quando si usciva dalla parte opposta, l’intera mandria pareva un treno in corsa e ci volevano due o tre giorni prima che, anche dalla mia testa, sparisse quel martellare di campanacci impazziti.

Al ritorno si faceva il tragitto al contrario e solitamente, prima di attraversare la galleria, facevamo pascolare le mucche nei prati fra un tornante e l’altro.

Nei vari attraversamenti del tunnel mi divertivo a contare e ricontare le luci dell’illuminazione elettrica, allora ne contai centotrentasei, tutte su una fila sola al centro del soffitto della galleria.

Quell’anno quando, finita l’estate, ritornammo verso la pianura, durante il viaggio di ritorno facemmo una breve pausa a Robilante, dove il malgaro aveva comprato dell’erba in alcuni prati all’ingresso del paese, così che le mucche potessero fermarsi per un po’ a pascolare.

Quando ripartimmo mi diede l’incarico di passare alla testa della mandria.

Fui orgoglioso di poter svolgere questo compito, ma non avevo la più pallida idea del tragitto da fare, allora gli chiesi: “Dove devo andare?”. Egli, senza scomporsi minimamente, mi disse: “Hai solo da seguire la capo mandria; lei ti guiderà, non ti preoccupare!”.

A questo punto, mi lasciai guidare dall’esperienza della bestia.

Fino a Cuneo tutto andò benissimo, ma da lì iniziarono i problemi.

Il sindaco aveva, infatti, da poco vietato il passaggio delle mandrie nella centrale Corso Nizza obbligando i vari malgari a passare per altre strade. Per garantire il rispetto del divieto aveva anche coinvolto le forze di polizia in modo da bloccare ogni tentativo di ingresso.

Quando la mandria arrivò alle porte di Cuneo, i carabinieri cercarono di fermare le bestie e mi chiesero che cosa avevo intenzione di fare. Pensarono che volessi violare il divieto deliberatamente, ma quando arrivò il grosso della mandria capirono che non ne avevo i comandi e né io, né loro potemmo fermarla.

Oltrepassarono il blocco e si tuffarono in centro città incuranti di qualsiasi divieto, a quel punto ai carabinieri non rimase altro che scortarci fino ad uscire dall’altra parte dell’abitato.

Sembrava una sfilata: io, sessanta mucche e davanti i carabinieri che ci accompagnavano per Corso Nizza.

Con i Busseia rimasi due anni. Guadagnavo circa cento lire al mese, ma ad un certo punto per vari motivi sentii l’esigenza di cambiare “padrone” e andai da un altro malgaro sempre di Tenda che di nome faceva Pistun.

Da lui c’era già un altro garzone di Vernante che, probabilmente nel tentativo di scoraggiarmi, mi diceva sempre: “Fai attenzione che non ti paga poi!”. Invece mi pagò sempre tutto il lavoro fatto, anzi con Pistun oltre che prendere una paga più alta rispetto ai Busseia, circa centocinquanta lire al mese, ero anche in regola con i contributi, cosa che per l’epoca non era poi così scontata.

I pascoli di Pistun erano sui versanti, oggi francesi, di quelle montagne di fronte al lago della Perla ed era piazzato al gias di Valmorine, appena sotto quelle cime, lungo il vallone. Sul versante opposto c’era invece il gias della Perla, dove lavorava il papà di Spirito, un certo Culà d’Matè.

Gianun d’Palanfrè, l’altro garzone di Pistun, si era incontrato più volte con Culà e nei vari discorsi si era lamentato più volte di come Pistun, nonostante gli chiedessimo spesso del cibo migliore e più varietà di alimenti, non ci accontentava mai e dovevamo sempre mangiare i soliti riso e maccheroni scotti che, a dirla tutta, ci uscivano già dalle orecchie.

Un giorno Culà disse a Gianun: “Digli a Giacu che mentre fa il burro, ne scarti un po’ per me!”.

I giorni successivi iniziai a mettere da parte del burro e alcuni giorni dopo lo consegnai a Gianun che lo portò a Culà il quale lo andò a vendere a Limone.

Il giorno dopo fummo ricompensati con un grande cesto pieno di pomodori, peperoni, vino ed altre prelibatezze, alla faccia di Pistun.

Se Pistun non si poteva dire che fosse proprio generoso, la moglie era fin peggio. Non voleva neanche che usassimo il burro sopra la polenta, mentre lei sola poteva usarlo, senza mezze misure!

Questa situazione, ci portò ad escogitare alcuni sistemi per poter avere diritto anche noi alla nostra parte di burro e formaggio.

Per il burro, come avevo già fatto per Culà, iniziai a metterne un po’ da parte ogni volta che lo facevo, andando a nasconderlo nell’acqua del vallone lì vicino.

Per il formaggio invece, escogitammo un altro piccolo trucchetto che ci aveva insegnato Gian Parsel, un tipo di Roaschia più anziano di noi e che la sapeva lunga.

Funzionava così: bisognava prendere alcune forme, fare un buco da sotto e metterci dentro del sale. Dopo alcuni giorni, in quella zona, il formaggio incominciava a deteriorarsi, a quel punto si chiamava Pistun, gli si faceva presente che alcuni formaggi avevano iniziato ad andare in malora e “voilà”, il gioco era fatto; Pistun ci ordinava di scartare le forme intaccate e noi naturalmente, una volta ripulita la zona del sale, ce le tenevamo.

Durante l’estate Pistun aveva due garzoni, ma in inverno ne teneva soltanto uno. Quell’anno rimasi io.

Mi mandò in una cascina vicino Busca, da solo, affidandomi venticinque-trenta mucche a cui dovevo badare e nello stesso tempo fare i soliti burro e formaggio. Ormai mi ero specializzato ed era diventata la mia mansione principale.

Una volta prodotto il burro lo dovevo spedire a Tenda; quindi caricavo il birucin sul mio unico mezzo di trasporto, in altre parole, l’asino e mi recavo alla stazione vecchia di Cuneo per poi farlo caricare sul treno che l’avrebbe portato a destinazione.

Si mandava a Tenda perché poi da lì sarebbe stato venduto oltre frontiera e quindi lo pagavano di più.

In cascina mi aggiustavo. Mi facevo da mangiare, mi lavavo i panni, insomma ero autonomo.

Se, fra un lavoro e l’altro, mi rimaneva del tempo libero, andavo anche ad aiutare il padrone di casa a raccogliere le foglie dei gelsi poiché, siccome aveva un allevamento di bachi da seta, queste servivano loro da cibo.

Con Pistun rimasi un anno esatto.

Dopo Pistun fu la volta di Bernà d’Balin, sempre di Tenda. Con lui rimasi solo cinque mesi.

Diversamente dai due predecessori, il bestiame non era di sua proprietà, prendeva le mucche in guardia, o meglio le prendeva in carico per conto di altri malgari di Tenda, di Saorge e paesi limitrofi per portarle al pascolo estivo in montagna.

A lavorare da lui eravamo: io, che dovevo occuparmi esclusivamente del burro, un certo Bastian dei Folchi, che curava solo la produzione di formaggio e altri due garzoni; un ligure detto Ciage e il fratello di Lena Carabiniera che invece si dedicavano alle bestie.

Finita la stagione con Bernà ritornai con i Busseia, i miei primi datori di lavoro e rimasi con loro quasi un anno.

Nell’autunno successivo i David, una famiglia di pastori presso i quali lavorava già mia sorella Ieta, cercavano un garzone e, siccome la paga era buona, ben 200 lire al mese, non mi lasciai scappare l’occasione e iniziai a lavorare da loro. Tanto per cambiare anche loro erano di Tenda.

La mia vita sembrava anch’essa destinata a continuare a Tenda.

I David solitamente passavano l’inverno in una località tra Antibes e Cagnes chiamata Pont dal Lup, stabilendosi nei pressi di un vecchio mulino dove c’erano molti campi che, ahimè, oggi non ci sono più.

Come sempre il viaggio era a piedi con tanto d’animali al seguito.

La prima volta che andai in quel luogo, siccome dovevo passare la frontiera francese e non avevo i documenti in regola, fui obbligato a fare una piccola deviazione: un po’ prima di arrivare alla frontiera, che allora era a Fontan, abbandonai la strada carrozzabile e mi diressi verso il fiume dove proseguii lungo le sponde fin quando, un po’ sotto il paesino e sufficientemente lontano dalla frontiera, ritornai in strada per ricongiungermi alla carovana della transumanza.

Con i David rimasi quasi due anni, fino a quando mi arrivò la cartolina di chiamata al servizio militare, e da lì iniziò un altro capitolo della mia storia.

In tutto il tempo che passai con i vari malgari, ho sempre dormito poco e male. Dormivo dove capitava, nelle mangiatoie, nei fienili, nei gias con le mucche, sulla paglia, insomma un po’ ovunque fuor che in un letto vero e proprio. Iniziai a dormire nei letti veri solo in caserma e, anche se non si dormiva di certo troppo, per me era già un lusso che non avevo mai potuto permettermi.

Nei dieci anni passati a lavorare coi malgari, maturai una grande esperienza, non solo nella produzione di burro e formaggio, ma anche nel riconoscere i vari tipi di bovini.

Forse non tutti sanno che nei gias di montagna ogni vacca va a dormire sempre nello stesso posto e questo si ripete anche da un anno all’altro, anzi, se una mucca più giovane occupa inavvertitamente il posto di una più anziana, questa la scaccia e se lo riprende.

Mungevo circa duecento litri di latte al giorno ed ogni vacca per due volte al giorno.

Nonostante tutto, i soldi che guadagnavo li mandavo alla mia famiglia, io mi tenevo solo lo stretto necessario, in questo modo mio padre poteva comprare un nuovo campo per avere più pascoli.

I miei, infatti, avevano solo due vacche perché non avevano abbastanza terra da poterne avere di più.

Non navigavano nell’oro neppure i nostri vicini, delle quattro famiglie noi eravamo la più grande, ma cosa vuoi, purtroppo la posizione di tetto Cabilla era ed è tuttora, anche se ormai sono cambiati i tempi, un po’ troppo in mezzo alle rive e ai boschi, dunque c’erano proprio pochi campi disponibili.

Ma allora era così e nonostante ciò le famiglie erano numerose, cinque, sei, sette figli.

occitan

Lo prim de març comencec mon trabalh da garçon al servici di Busselha a la cassina di Musset a Madòna Bianca, dapè de Savilhan, ente aquel an avien afitat lhi prats per l’uvèrn.

Mon dover era pas aquel de portar las vachas en pastura, bela se lo fasero mai qu’un viatge, mas aquel de móser e far lo burre e lo formatge.

Restero en cassina fins al jorn de Sant Jan, que da sempre marca lo jorn de partença per anar en montanha.

Aquel jorn partérem decò nosautri per montar ai pasturatge di montanhas tendascas, en na ruaa sònaa granjas de la Varne, oviamènt tot rigorosamènt a pè.

Lo viatge preveïa doas sostas d’un parelh d’oras chascunas, una a Coni just passat lo pònt vielh, dapè d’un vielh òste e l’autra en Plaça de l’Ala a Vernant. Parelh aquí las bèstias polien se repausar e lhi òmes minjar un bocon.

Quora arribérem en Plaça de l’Ala, mon paire e ma maire eren venguts a me trobar e per l’emocion de lhi reveire après esquasi tres mes qu’ero luenh da maison arribero pas a tenir las grimas e esclopero a plhorar, mas me faseren d’abòrd un pauc de coratge e me repilhero.

Passaas aquelas doas oras de plasenta fermada repartérem mai per arrubar finalament a Tenda. Arribat an aquel país, aüra francés, avem sostat per la nueit per puèi montar lo matin d’après a la Varne ente nos atendien lhi pasturals.

M’enaviso que per traversar la galeria dal còl deviam possar embe fòrça lhi joves veèls naissuts en la plana, que avien paor d’intrar, dal temp que las vachas mai vielhas sabien já que las serien puèi sortias e donca afrontaven aquò sensa degun problèma.

Dedins la galeria, lo resson de las sonalhas era tal que, quora se sortia da l’autre cant, l’entier tropèl semelhava un tren en corsa e lhi anaven doas o tres jorns derant que decò dins ma tèsta, despareisses aquel picar de sonalhas matas.

Al return se fasia la via a l’envèrs e d’abituda, derant de traversar la galeria, fasiam pasturar las vachas enti prats entre un vir e l’autre.

Enti diferent atraversament m’amusavo de comptar e re-comptar lhi lums de l’illuminacion electrica, alora ne’n comptero cent e trenta sieis, tuiti sus na fila soleta al centre dal vòut de la galeria.

Aquel an, fenit l’istat, tornérem mai vèrs la plana e avem fach na pichòta fermada a Robilant, ente lo marguier avia chatat d’èrba sus lhi prats aiquí a l’entorn, en maniera que las vachas poguessen fermar-se a pasturar.

Quora partérem mai me donec l’orde de passar a la tèsta dal tròpel.

Foguero orgolhós de poler far aquel servici, mas aviu ren la pus pichòta idea de la via da prèner, alora lhi demandero: “Ente devo anar?”, ele, abo completa indiferença, me disec: “As masque d’anar après a la tèsta dal tròpel; te menarè, crucia-te pas!”.

An aqueste ponch, me laisero menar da l’experiença de la bèstia.

Fins a Coni tot anec ben, mas d’aquí taqueren lhi problèmas.

Lo séndic avia, en efect, da pauc temp bandit lo passatge di tròpels des vachas ente la centrala cors Niça obligant lhi divèrs marguiers a passar per d’autres chamins.

Per garantir lo respèct de l’enterdiccion avia decò adobrat las fòrças de policia per blocar chasque temptativa d’intrada.

Quand lo tròpel arribec a las pòrtas de Coni, lhi carabiniers cerqueren de fermar las bèstias e me demanderen çò que avio entencion de far. Penseren que iu auguesse l’entension de me’n fóter de l’enterdiccion, mas quora arribec lo gròs dal tròpel compreneren que n’aviu pas lo comand e ni iu ni lor poguérem lo fermar.

Passeren lo blòc e se plongeren dins lo centre de la vila se n’enfotent de quala se sie enterdiccion, an aquel ponch ai carabiniers restec masque que nos acompanhar fins a la salhia de l’autre cant de la vila.

Semelhava n’esfilada: iu, seissanta vachas e derant lhi carabiniers que nos acompanhaven per cors Niça.

Embe lhi Busselha restero dui ans. Ganhavo a pauc près cent liras al mes, mas arribat a na mira per diferents motius ai sentut l’exigença de chambiar “padron” e anero da n’autre marguier sempre de Tenda que se sonava Piston.

Abo ele lhi avia já n’autre jove dal Vernant que, benlèu embe l’entencion de descoratjar-me, me disia sempre: “Garda-te, que al paga puèi ren!”

Pas ver, al m’a sempre pagat tot lo trabalh fach, al contrari, embe Piston, en pus que prene na paga mai auta respèct an aquela di Busselha, a pauc près cent e cinquanta liras al mes, ero decò en règla embe las marquetas, còsa que per aquel temp era pas tant normal.

Las pasturas de Piston eren sus lhi versants, encuei francés, d’aquelas ponchas en mira dal lac de la Perla e ele era plaçat al jaç de Valmorine, al lòng dal valon, just dessot aquelas ponchas.

Da l’autre cant ensita lhi avia lo jaç de la Perla, entè trabalhava lo paire de Spirito, un tipe sonat Colà d’Matè.

Janon d’Palanfrè, l’autre garçon de Piston, al s’era embatut mai d’una vira embe Colà e, enti gaire descors, al s’era lamentat mai d’un viatge de coma Piston, bèla que lhi demandessiam sovent des minjar mielh e pus varietat d’aliments, nos acontentava jamai e deviam sempre manjar coma d’abituda ris e macarons mòls que, a lo dir tot, nos sortíen já da las aurelhas.

Un jorn Colà disec a Janon: “Di a Jaco que da l’ora que fai lo burre, n’escarte un pauc per iu!”.

Lhi jorns d’après començero a butar da part un pauc de burre per Colà e passats qualqui jorns lo consenhero a Janon que lo portec a Colà e aqueste anec a lo vénder a Limon.

Lo jorn d’après foguérem recompensats embe un gròs cavanh plen de tomàticas, povrons, vin e d’autras bontat. Al morre de Piston!

Se de Piston se polia pas dir qu’al foguesse pròpi generós, la frema era fins pieis. Volia nimanc que adobressiam lo burre sus la polenta, dal temp que ilhe soleta polia l’adobrar, sensa mesas mesuras!

Aquesta situacion, nos portet a cabalizar qualqua maniera per poler aver drech decò nosautri a nòstra part.

Per lo burre, coma aviu já fach per Colà, començero a n’escartar un pauc chasque bòt que lo fasiu; anavo a l’estremar dins l’aiga dal valon da cant.

Per lo formatge ensita, pensérem n’autre pichòt truc que nos avia mostrat Jan Parsèl, n’òme de Roascha mai vielh de nosautri e que la sabia lònga.

Al funcionava mai o menc per parelh: chalia chausir qualquas formas, far un pertùs dessot e lhi butar dedins la sal. Après dui tres jorn, en aquel ponch, lo formatge tacava anar en malora, donca, a na bèla mira, se chamava Piston, lhi fasiam present que na partia di formatges avien començat a marçar e “voilà”, lo juec era fach; Piston nos ordinava d’escartar lhi formatges tacats e nosautri naturalment, un bòt ressanit lo tòc de la sal, nos lhi teniam.

Dins l’istat Piston avia dui garçons, mas en uvèrn ne’n tenia masque un. Aquel an restero iu.

Me mandec en una cassina da cant de Busca, da solet, me fiant vint-e-cinc o trenta vachas que deviu gardar e dins lo mesme temp far coma d’abituda burre e formatge. De bèl avant m’ero especializat e aquò era devengut mon mestier principal.

Na vira fach lo burre deviu l’expedir a Tenda; donca charjavo lo birochin sus mon solet meian de transpòrt, es a dir l’ase, e anavo a l’estacion vielha de Coni per puei lo far charjar sus lo tren que l’auria portat a destinacion.

Se fasia arrubar a Tenda perqué puei d’aiquí seria estat vendut delai de la frontiera que lo pagaven de mai.

En cassina m’arranjavo. Me fasiu da minjar, me lavavo la ròba, en soma m’arranjavo.

Se, entre un trabalh e l’autre, me restava un pauc de temp libre, anavo decò ajuar lo patron de maison a culhir las fuelhas di moriers daus que, dal moment que avia un enlevatge de bigats, aquestas lhi servien per donar a minjar.

Abo Piston restero un an just.

Après Piston foguec la vira de Bernà d’Balin, sempre de Tenda. Embe ele restero masque cinc mes.

Diferentement da lhi dui denant, lo chabeal era pas de sa proprietat, prenia las vachas a garda, o mielh las prenia en charja per còmpte d’autres marguiers de Tenda, de Saorge e país dapè per las portar ai pasturals en montanha.

A trabalhar sot a ele eriam: iu, que deviu m’ocupar exclusivament dal burre, un cèrt Bastian di Folcs, que curava masque la produccion de formatge e autres dui garçons; un da la Ligúria que lhi disien Chage e lo fraire de Lena Carabiniera que ensita s’ocupaven de las bèstias.

Fenia la sason embe Bernà retornero abo lhi Busselha, mi premiers patrons e restero embe lor esquasi un an.

Dins l’auton seguent lhi David, na familha de pastres ente trabalhava já ma sòrre Ieta, cerchaven un garçon e, dal moment que la paga era bòna, ben 200 liras al mes, me laissero pas escapar l’ocasion e començero a trabalhar da lor. Tant per chambiar, decò lor eren de Tenda.

Ma vita semelhava decò ilhe destinaa a continuar a Tenda.

Lhi David d’abituda passaven l’uvèrn en na lueia entre Antiba e Canhas que lhi disien Pònt dal Lop, just pròche d’un vielh molin ente lhi avia un baron de champs que, òi mi, encuei lhi son pas pus.

Coma sempre lo viatge era a pè embe tant de bèstias après.

Lo premier bòt que anero en aquel luec, dal moment que deviu passar la frontiera francesa e aviu pas lhi documents en règla, foguero obligat a far na pichòta deviacion: un pauc denant d’arrubar a la frontiera, que alora era a Fontan, abandonero la charriera en calant vèrs lo flum ente continuero al lòng de l’esponda fins quora, un pauc dessot lo païset e pro luenh de la frontiera, retornero sus la via per me reunir al carton de la transumança.

Abo lhi David restero esquasi dui ans, fins quora m’arribec la cartolina dal servici militar, e d’aquí començec un autre capítol de mon istòria.

En tot lo temp que passero embe lhi diferents marguiers, ai totjorn durmit pauc e mal. Durmiu ente la capitava, dins las crúpias, dins las fenieras, dins lhi jaç embe las vachas, sus la palha, en soma un pauc ont se sie fòra que dins un ver liech. Començero a duérmer dins lhi liechs masque en casèrna e, bèla se se durmia pas segur tròp, per mi era já un luxe que aviu jamai polgut me perméter.

Dins lhi dètz ans passats a trabalhar abo lhi marguiers, maürero na granda experiença, pas masque dins la produccion de burre e formatge, mas decò dins lo reconóisser las divèrsas raças de vachas.

Benlèu pas tuiti san que dins lhi jaç de montanha chasque vacha vai a duérmer totjorn dins lo mesme luec e aiçò se repet decò da un an a l’autre, a lo contrari, se na vacha mai jove vai se cojar malaürosament al pòst d’una mai anciana, aquesta la chaça via e se lo repilha.

Monziu a pauc près dui cents litres de lait al jorn e chasque vacha per dui bòt lo jorn.

Malgrat tot, lhi sòuds que ganhavo lhi mandavo a ma familha, iu me teniu masque l’estrech necessari, en aquesta maniera mon paire polia chatar un champ nòu per aver mai de pasturatge.

Lhi miei, en efèct, avien masque doas vachas perqué avien pas pro de tèrra da poler aver de mai.

Noaven pas dins l’òr nimanc nòstri vesins, de las quatre familhas nosautri eriam la mai granda, mas çò que vòs, malaürosament la posicion de teit Cabila era e al es encara, bèla se de bèl avant son chambiats lhi temps, un pauc tròp al metz di ribas e di bòsc, donca lhi avia pròpi gaire de champs disponibles.

Mas alora era parelh e malgrat aquò las familhas eren numerosas, cinc, sieis, sèt filhs.


A garzone

A garçon

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

A garzone
italiano

Il 1° marzo del 1928 iniziò il mio lavoro di garzone al servizio dei Busseia presso la cascina di Musset a Madonna Bianca, nei dintorni di Savigliano, dove quell’anno avevano affittato i prati per la stagione invernale.

Il mio compito non era quello di portare le mucche al pascolo, sebbene lo avessi fatto alcune volte, bensì quello di mungere e ricavare burro e formaggio.

Rimasi in cascina fino al giorno di San Giovanni, che da sempre segna la data di partenza per la transumanza estiva.

Quel giorno partimmo anche noi per salire ai pascoli montani di Tenda, in un posto chiamato le grange di la Varne, ovviamente tutto rigorosamente a piedi.

Il viaggio prevedeva due soste di un paio d’ore ciascuna, una a Cuneo, appena passato il ponte vecchio, nei pressi di una vecchia osteria e l’altra in Piazza dell’Ala a Vernante. In questo modo le bestie potevano riposarsi e gli uomini riuscivano a mangiare un boccone.

Quando arrivammo in piazza dell’Ala, mio padre e mia madre erano venuti a trovarmi e per l’emozione di rivederli dopo quasi tre mesi di lontananza non riuscii a trattenere le lacrime e scoppiai a piangere, ma mi fecero subito un po’ di coraggio e mi ripresi.

Dopo quelle due ore di piacevole sosta ripartimmo per arrivare finalmente a Tenda. Giunti in quel paese, ora francese, ci fermammo a dormire lì per la notte per poi salire la mattina seguente a la Varne dove ci attendevano i pascoli estivi.

Mi ricordo che per attraversare la galleria del colle dovevamo spingere con la forza i giovani vitelli nati in pianura, che avevano paura di entrare, mentre le vacche più anziane sapevano già che sarebbero poi uscite e quindi l’affrontavano senza alcun indugio.

Dentro la galleria, il rimbombare dei campanacci era tale che, quando si usciva dalla parte opposta, l’intera mandria pareva un treno in corsa e ci volevano due o tre giorni prima che, anche dalla mia testa, sparisse quel martellare di campanacci impazziti.

Al ritorno si faceva il tragitto al contrario e solitamente, prima di attraversare la galleria, facevamo pascolare le mucche nei prati fra un tornante e l’altro.

Nei vari attraversamenti del tunnel mi divertivo a contare e ricontare le luci dell’illuminazione elettrica, allora ne contai centotrentasei, tutte su una fila sola al centro del soffitto della galleria.

Quell’anno quando, finita l’estate, ritornammo verso la pianura, durante il viaggio di ritorno facemmo una breve pausa a Robilante, dove il malgaro aveva comprato dell’erba in alcuni prati all’ingresso del paese, così che le mucche potessero fermarsi per un po’ a pascolare.

Quando ripartimmo mi diede l’incarico di passare alla testa della mandria.

Fui orgoglioso di poter svolgere questo compito, ma non avevo la più pallida idea del tragitto da fare, allora gli chiesi: “Dove devo andare?”. Egli, senza scomporsi minimamente, mi disse: “Hai solo da seguire la capo mandria; lei ti guiderà, non ti preoccupare!”.

A questo punto, mi lasciai guidare dall’esperienza della bestia.

Fino a Cuneo tutto andò benissimo, ma da lì iniziarono i problemi.

Il sindaco aveva, infatti, da poco vietato il passaggio delle mandrie nella centrale Corso Nizza obbligando i vari malgari a passare per altre strade. Per garantire il rispetto del divieto aveva anche coinvolto le forze di polizia in modo da bloccare ogni tentativo di ingresso.

Quando la mandria arrivò alle porte di Cuneo, i carabinieri cercarono di fermare le bestie e mi chiesero che cosa avevo intenzione di fare. Pensarono che volessi violare il divieto deliberatamente, ma quando arrivò il grosso della mandria capirono che non ne avevo i comandi e né io, né loro potemmo fermarla.

Oltrepassarono il blocco e si tuffarono in centro città incuranti di qualsiasi divieto, a quel punto ai carabinieri non rimase altro che scortarci fino ad uscire dall’altra parte dell’abitato.

Sembrava una sfilata: io, sessanta mucche e davanti i carabinieri che ci accompagnavano per Corso Nizza.

Con i Busseia rimasi due anni. Guadagnavo circa cento lire al mese, ma ad un certo punto per vari motivi sentii l’esigenza di cambiare “padrone” e andai da un altro malgaro sempre di Tenda che di nome faceva Pistun.

Da lui c’era già un altro garzone di Vernante che, probabilmente nel tentativo di scoraggiarmi, mi diceva sempre: “Fai attenzione che non ti paga poi!”. Invece mi pagò sempre tutto il lavoro fatto, anzi con Pistun oltre che prendere una paga più alta rispetto ai Busseia, circa centocinquanta lire al mese, ero anche in regola con i contributi, cosa che per l’epoca non era poi così scontata.

I pascoli di Pistun erano sui versanti, oggi francesi, di quelle montagne di fronte al lago della Perla ed era piazzato al gias di Valmorine, appena sotto quelle cime, lungo il vallone. Sul versante opposto c’era invece il gias della Perla, dove lavorava il papà di Spirito, un certo Culà d’Matè.

Gianun d’Palanfrè, l’altro garzone di Pistun, si era incontrato più volte con Culà e nei vari discorsi si era lamentato più volte di come Pistun, nonostante gli chiedessimo spesso del cibo migliore e più varietà di alimenti, non ci accontentava mai e dovevamo sempre mangiare i soliti riso e maccheroni scotti che, a dirla tutta, ci uscivano già dalle orecchie.

Un giorno Culà disse a Gianun: “Digli a Giacu che mentre fa il burro, ne scarti un po’ per me!”.

I giorni successivi iniziai a mettere da parte del burro e alcuni giorni dopo lo consegnai a Gianun che lo portò a Culà il quale lo andò a vendere a Limone.

Il giorno dopo fummo ricompensati con un grande cesto pieno di pomodori, peperoni, vino ed altre prelibatezze, alla faccia di Pistun.

Se Pistun non si poteva dire che fosse proprio generoso, la moglie era fin peggio. Non voleva neanche che usassimo il burro sopra la polenta, mentre lei sola poteva usarlo, senza mezze misure!

Questa situazione, ci portò ad escogitare alcuni sistemi per poter avere diritto anche noi alla nostra parte di burro e formaggio.

Per il burro, come avevo già fatto per Culà, iniziai a metterne un po’ da parte ogni volta che lo facevo, andando a nasconderlo nell’acqua del vallone lì vicino.

Per il formaggio invece, escogitammo un altro piccolo trucchetto che ci aveva insegnato Gian Parsel, un tipo di Roaschia più anziano di noi e che la sapeva lunga.

Funzionava così: bisognava prendere alcune forme, fare un buco da sotto e metterci dentro del sale. Dopo alcuni giorni, in quella zona, il formaggio incominciava a deteriorarsi, a quel punto si chiamava Pistun, gli si faceva presente che alcuni formaggi avevano iniziato ad andare in malora e “voilà”, il gioco era fatto; Pistun ci ordinava di scartare le forme intaccate e noi naturalmente, una volta ripulita la zona del sale, ce le tenevamo.

Durante l’estate Pistun aveva due garzoni, ma in inverno ne teneva soltanto uno. Quell’anno rimasi io.

Mi mandò in una cascina vicino Busca, da solo, affidandomi venticinque-trenta mucche a cui dovevo badare e nello stesso tempo fare i soliti burro e formaggio. Ormai mi ero specializzato ed era diventata la mia mansione principale.

Una volta prodotto il burro lo dovevo spedire a Tenda; quindi caricavo il birucin sul mio unico mezzo di trasporto, in altre parole, l’asino e mi recavo alla stazione vecchia di Cuneo per poi farlo caricare sul treno che l’avrebbe portato a destinazione.

Si mandava a Tenda perché poi da lì sarebbe stato venduto oltre frontiera e quindi lo pagavano di più.

In cascina mi aggiustavo. Mi facevo da mangiare, mi lavavo i panni, insomma ero autonomo.

Se, fra un lavoro e l’altro, mi rimaneva del tempo libero, andavo anche ad aiutare il padrone di casa a raccogliere le foglie dei gelsi poiché, siccome aveva un allevamento di bachi da seta, queste servivano loro da cibo.

Con Pistun rimasi un anno esatto.

Dopo Pistun fu la volta di Bernà d’Balin, sempre di Tenda. Con lui rimasi solo cinque mesi.

Diversamente dai due predecessori, il bestiame non era di sua proprietà, prendeva le mucche in guardia, o meglio le prendeva in carico per conto di altri malgari di Tenda, di Saorge e paesi limitrofi per portarle al pascolo estivo in montagna.

A lavorare da lui eravamo: io, che dovevo occuparmi esclusivamente del burro, un certo Bastian dei Folchi, che curava solo la produzione di formaggio e altri due garzoni; un ligure detto Ciage e il fratello di Lena Carabiniera che invece si dedicavano alle bestie.

Finita la stagione con Bernà ritornai con i Busseia, i miei primi datori di lavoro e rimasi con loro quasi un anno.

Nell’autunno successivo i David, una famiglia di pastori presso i quali lavorava già mia sorella Ieta, cercavano un garzone e, siccome la paga era buona, ben 200 lire al mese, non mi lasciai scappare l’occasione e iniziai a lavorare da loro. Tanto per cambiare anche loro erano di Tenda.

La mia vita sembrava anch’essa destinata a continuare a Tenda.

I David solitamente passavano l’inverno in una località tra Antibes e Cagnes chiamata Pont dal Lup, stabilendosi nei pressi di un vecchio mulino dove c’erano molti campi che, ahimè, oggi non ci sono più.

Come sempre il viaggio era a piedi con tanto d’animali al seguito.

La prima volta che andai in quel luogo, siccome dovevo passare la frontiera francese e non avevo i documenti in regola, fui obbligato a fare una piccola deviazione: un po’ prima di arrivare alla frontiera, che allora era a Fontan, abbandonai la strada carrozzabile e mi diressi verso il fiume dove proseguii lungo le sponde fin quando, un po’ sotto il paesino e sufficientemente lontano dalla frontiera, ritornai in strada per ricongiungermi alla carovana della transumanza.

Con i David rimasi quasi due anni, fino a quando mi arrivò la cartolina di chiamata al servizio militare, e da lì iniziò un altro capitolo della mia storia.

In tutto il tempo che passai con i vari malgari, ho sempre dormito poco e male. Dormivo dove capitava, nelle mangiatoie, nei fienili, nei gias con le mucche, sulla paglia, insomma un po’ ovunque fuor che in un letto vero e proprio. Iniziai a dormire nei letti veri solo in caserma e, anche se non si dormiva di certo troppo, per me era già un lusso che non avevo mai potuto permettermi.

Nei dieci anni passati a lavorare coi malgari, maturai una grande esperienza, non solo nella produzione di burro e formaggio, ma anche nel riconoscere i vari tipi di bovini.

Forse non tutti sanno che nei gias di montagna ogni vacca va a dormire sempre nello stesso posto e questo si ripete anche da un anno all’altro, anzi, se una mucca più giovane occupa inavvertitamente il posto di una più anziana, questa la scaccia e se lo riprende.

Mungevo circa duecento litri di latte al giorno ed ogni vacca per due volte al giorno.

Nonostante tutto, i soldi che guadagnavo li mandavo alla mia famiglia, io mi tenevo solo lo stretto necessario, in questo modo mio padre poteva comprare un nuovo campo per avere più pascoli.

I miei, infatti, avevano solo due vacche perché non avevano abbastanza terra da poterne avere di più.

Non navigavano nell’oro neppure i nostri vicini, delle quattro famiglie noi eravamo la più grande, ma cosa vuoi, purtroppo la posizione di tetto Cabilla era ed è tuttora, anche se ormai sono cambiati i tempi, un po’ troppo in mezzo alle rive e ai boschi, dunque c’erano proprio pochi campi disponibili.

Ma allora era così e nonostante ciò le famiglie erano numerose, cinque, sei, sette figli.

occitan

Lo prim de març comencec mon trabalh da garçon al servici di Busselha a la cassina di Musset a Madòna Bianca, dapè de Savilhan, ente aquel an avien afitat lhi prats per l’uvèrn.

Mon dover era pas aquel de portar las vachas en pastura, bela se lo fasero mai qu’un viatge, mas aquel de móser e far lo burre e lo formatge.

Restero en cassina fins al jorn de Sant Jan, que da sempre marca lo jorn de partença per anar en montanha.

Aquel jorn partérem decò nosautri per montar ai pasturatge di montanhas tendascas, en na ruaa sònaa granjas de la Varne, oviamènt tot rigorosamènt a pè.

Lo viatge preveïa doas sostas d’un parelh d’oras chascunas, una a Coni just passat lo pònt vielh, dapè d’un vielh òste e l’autra en Plaça de l’Ala a Vernant. Parelh aquí las bèstias polien se repausar e lhi òmes minjar un bocon.

Quora arribérem en Plaça de l’Ala, mon paire e ma maire eren venguts a me trobar e per l’emocion de lhi reveire après esquasi tres mes qu’ero luenh da maison arribero pas a tenir las grimas e esclopero a plhorar, mas me faseren d’abòrd un pauc de coratge e me repilhero.

Passaas aquelas doas oras de plasenta fermada repartérem mai per arrubar finalament a Tenda. Arribat an aquel país, aüra francés, avem sostat per la nueit per puèi montar lo matin d’après a la Varne ente nos atendien lhi pasturals.

M’enaviso que per traversar la galeria dal còl deviam possar embe fòrça lhi joves veèls naissuts en la plana, que avien paor d’intrar, dal temp que las vachas mai vielhas sabien já que las serien puèi sortias e donca afrontaven aquò sensa degun problèma.

Dedins la galeria, lo resson de las sonalhas era tal que, quora se sortia da l’autre cant, l’entier tropèl semelhava un tren en corsa e lhi anaven doas o tres jorns derant que decò dins ma tèsta, despareisses aquel picar de sonalhas matas.

Al return se fasia la via a l’envèrs e d’abituda, derant de traversar la galeria, fasiam pasturar las vachas enti prats entre un vir e l’autre.

Enti diferent atraversament m’amusavo de comptar e re-comptar lhi lums de l’illuminacion electrica, alora ne’n comptero cent e trenta sieis, tuiti sus na fila soleta al centre dal vòut de la galeria.

Aquel an, fenit l’istat, tornérem mai vèrs la plana e avem fach na pichòta fermada a Robilant, ente lo marguier avia chatat d’èrba sus lhi prats aiquí a l’entorn, en maniera que las vachas poguessen fermar-se a pasturar.

Quora partérem mai me donec l’orde de passar a la tèsta dal tròpel.

Foguero orgolhós de poler far aquel servici, mas aviu ren la pus pichòta idea de la via da prèner, alora lhi demandero: “Ente devo anar?”, ele, abo completa indiferença, me disec: “As masque d’anar après a la tèsta dal tròpel; te menarè, crucia-te pas!”.

An aqueste ponch, me laisero menar da l’experiença de la bèstia.

Fins a Coni tot anec ben, mas d’aquí taqueren lhi problèmas.

Lo séndic avia, en efect, da pauc temp bandit lo passatge di tròpels des vachas ente la centrala cors Niça obligant lhi divèrs marguiers a passar per d’autres chamins.

Per garantir lo respèct de l’enterdiccion avia decò adobrat las fòrças de policia per blocar chasque temptativa d’intrada.

Quand lo tròpel arribec a las pòrtas de Coni, lhi carabiniers cerqueren de fermar las bèstias e me demanderen çò que avio entencion de far. Penseren que iu auguesse l’entension de me’n fóter de l’enterdiccion, mas quora arribec lo gròs dal tròpel compreneren que n’aviu pas lo comand e ni iu ni lor poguérem lo fermar.

Passeren lo blòc e se plongeren dins lo centre de la vila se n’enfotent de quala se sie enterdiccion, an aquel ponch ai carabiniers restec masque que nos acompanhar fins a la salhia de l’autre cant de la vila.

Semelhava n’esfilada: iu, seissanta vachas e derant lhi carabiniers que nos acompanhaven per cors Niça.

Embe lhi Busselha restero dui ans. Ganhavo a pauc près cent liras al mes, mas arribat a na mira per diferents motius ai sentut l’exigença de chambiar “padron” e anero da n’autre marguier sempre de Tenda que se sonava Piston.

Abo ele lhi avia já n’autre jove dal Vernant que, benlèu embe l’entencion de descoratjar-me, me disia sempre: “Garda-te, que al paga puèi ren!”

Pas ver, al m’a sempre pagat tot lo trabalh fach, al contrari, embe Piston, en pus que prene na paga mai auta respèct an aquela di Busselha, a pauc près cent e cinquanta liras al mes, ero decò en règla embe las marquetas, còsa que per aquel temp era pas tant normal.

Las pasturas de Piston eren sus lhi versants, encuei francés, d’aquelas ponchas en mira dal lac de la Perla e ele era plaçat al jaç de Valmorine, al lòng dal valon, just dessot aquelas ponchas.

Da l’autre cant ensita lhi avia lo jaç de la Perla, entè trabalhava lo paire de Spirito, un tipe sonat Colà d’Matè.

Janon d’Palanfrè, l’autre garçon de Piston, al s’era embatut mai d’una vira embe Colà e, enti gaire descors, al s’era lamentat mai d’un viatge de coma Piston, bèla que lhi demandessiam sovent des minjar mielh e pus varietat d’aliments, nos acontentava jamai e deviam sempre manjar coma d’abituda ris e macarons mòls que, a lo dir tot, nos sortíen já da las aurelhas.

Un jorn Colà disec a Janon: “Di a Jaco que da l’ora que fai lo burre, n’escarte un pauc per iu!”.

Lhi jorns d’après començero a butar da part un pauc de burre per Colà e passats qualqui jorns lo consenhero a Janon que lo portec a Colà e aqueste anec a lo vénder a Limon.

Lo jorn d’après foguérem recompensats embe un gròs cavanh plen de tomàticas, povrons, vin e d’autras bontat. Al morre de Piston!

Se de Piston se polia pas dir qu’al foguesse pròpi generós, la frema era fins pieis. Volia nimanc que adobressiam lo burre sus la polenta, dal temp que ilhe soleta polia l’adobrar, sensa mesas mesuras!

Aquesta situacion, nos portet a cabalizar qualqua maniera per poler aver drech decò nosautri a nòstra part.

Per lo burre, coma aviu já fach per Colà, començero a n’escartar un pauc chasque bòt que lo fasiu; anavo a l’estremar dins l’aiga dal valon da cant.

Per lo formatge ensita, pensérem n’autre pichòt truc que nos avia mostrat Jan Parsèl, n’òme de Roascha mai vielh de nosautri e que la sabia lònga.

Al funcionava mai o menc per parelh: chalia chausir qualquas formas, far un pertùs dessot e lhi butar dedins la sal. Après dui tres jorn, en aquel ponch, lo formatge tacava anar en malora, donca, a na bèla mira, se chamava Piston, lhi fasiam present que na partia di formatges avien començat a marçar e “voilà”, lo juec era fach; Piston nos ordinava d’escartar lhi formatges tacats e nosautri naturalment, un bòt ressanit lo tòc de la sal, nos lhi teniam.

Dins l’istat Piston avia dui garçons, mas en uvèrn ne’n tenia masque un. Aquel an restero iu.

Me mandec en una cassina da cant de Busca, da solet, me fiant vint-e-cinc o trenta vachas que deviu gardar e dins lo mesme temp far coma d’abituda burre e formatge. De bèl avant m’ero especializat e aquò era devengut mon mestier principal.

Na vira fach lo burre deviu l’expedir a Tenda; donca charjavo lo birochin sus mon solet meian de transpòrt, es a dir l’ase, e anavo a l’estacion vielha de Coni per puei lo far charjar sus lo tren que l’auria portat a destinacion.

Se fasia arrubar a Tenda perqué puei d’aiquí seria estat vendut delai de la frontiera que lo pagaven de mai.

En cassina m’arranjavo. Me fasiu da minjar, me lavavo la ròba, en soma m’arranjavo.

Se, entre un trabalh e l’autre, me restava un pauc de temp libre, anavo decò ajuar lo patron de maison a culhir las fuelhas di moriers daus que, dal moment que avia un enlevatge de bigats, aquestas lhi servien per donar a minjar.

Abo Piston restero un an just.

Après Piston foguec la vira de Bernà d’Balin, sempre de Tenda. Embe ele restero masque cinc mes.

Diferentement da lhi dui denant, lo chabeal era pas de sa proprietat, prenia las vachas a garda, o mielh las prenia en charja per còmpte d’autres marguiers de Tenda, de Saorge e país dapè per las portar ai pasturals en montanha.

A trabalhar sot a ele eriam: iu, que deviu m’ocupar exclusivament dal burre, un cèrt Bastian di Folcs, que curava masque la produccion de formatge e autres dui garçons; un da la Ligúria que lhi disien Chage e lo fraire de Lena Carabiniera que ensita s’ocupaven de las bèstias.

Fenia la sason embe Bernà retornero abo lhi Busselha, mi premiers patrons e restero embe lor esquasi un an.

Dins l’auton seguent lhi David, na familha de pastres ente trabalhava já ma sòrre Ieta, cerchaven un garçon e, dal moment que la paga era bòna, ben 200 liras al mes, me laissero pas escapar l’ocasion e començero a trabalhar da lor. Tant per chambiar, decò lor eren de Tenda.

Ma vita semelhava decò ilhe destinaa a continuar a Tenda.

Lhi David d’abituda passaven l’uvèrn en na lueia entre Antiba e Canhas que lhi disien Pònt dal Lop, just pròche d’un vielh molin ente lhi avia un baron de champs que, òi mi, encuei lhi son pas pus.

Coma sempre lo viatge era a pè embe tant de bèstias après.

Lo premier bòt que anero en aquel luec, dal moment que deviu passar la frontiera francesa e aviu pas lhi documents en règla, foguero obligat a far na pichòta deviacion: un pauc denant d’arrubar a la frontiera, que alora era a Fontan, abandonero la charriera en calant vèrs lo flum ente continuero al lòng de l’esponda fins quora, un pauc dessot lo païset e pro luenh de la frontiera, retornero sus la via per me reunir al carton de la transumança.

Abo lhi David restero esquasi dui ans, fins quora m’arribec la cartolina dal servici militar, e d’aquí començec un autre capítol de mon istòria.

En tot lo temp que passero embe lhi diferents marguiers, ai totjorn durmit pauc e mal. Durmiu ente la capitava, dins las crúpias, dins las fenieras, dins lhi jaç embe las vachas, sus la palha, en soma un pauc ont se sie fòra que dins un ver liech. Començero a duérmer dins lhi liechs masque en casèrna e, bèla se se durmia pas segur tròp, per mi era já un luxe que aviu jamai polgut me perméter.

Dins lhi dètz ans passats a trabalhar abo lhi marguiers, maürero na granda experiença, pas masque dins la produccion de burre e formatge, mas decò dins lo reconóisser las divèrsas raças de vachas.

Benlèu pas tuiti san que dins lhi jaç de montanha chasque vacha vai a duérmer totjorn dins lo mesme luec e aiçò se repet decò da un an a l’autre, a lo contrari, se na vacha mai jove vai se cojar malaürosament al pòst d’una mai anciana, aquesta la chaça via e se lo repilha.

Monziu a pauc près dui cents litres de lait al jorn e chasque vacha per dui bòt lo jorn.

Malgrat tot, lhi sòuds que ganhavo lhi mandavo a ma familha, iu me teniu masque l’estrech necessari, en aquesta maniera mon paire polia chatar un champ nòu per aver mai de pasturatge.

Lhi miei, en efèct, avien masque doas vachas perqué avien pas pro de tèrra da poler aver de mai.

Noaven pas dins l’òr nimanc nòstri vesins, de las quatre familhas nosautri eriam la mai granda, mas çò que vòs, malaürosament la posicion de teit Cabila era e al es encara, bèla se de bèl avant son chambiats lhi temps, un pauc tròp al metz di ribas e di bòsc, donca lhi avia pròpi gaire de champs disponibles.

Mas alora era parelh e malgrat aquò las familhas eren numerosas, cinc, sieis, sèt filhs.