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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

Albania

Albania

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

Albania
italiano

In autunno tornammo in caserma, ma non più a Chiusa Pesio, bensì a San Michele Mondovì, dove fummo sistemati in un ex mulino adattato all’occasione.

Eravamo rientrati da poco, quando, ancora nel mese di settembre, fui tra i sorteggiati per l’Albania.

Del mio paese eravamo in due: io e Tesio, che purtroppo fu meno fortunato di me, in quanto contrasse una malattia che il 12 dicembre del ‘42 lo portò alla morte nell’ospedale di Savigliano dove era stato ricoverato.

Avremmo dovuto servire da complemento ad una compagnia già sul posto da alcune settimane.

Dal momento che ero stato sorteggiato, chiesi al nostro tenente la possibilità di avere un permesso giornaliero. Alla mia richiesta lui replicò: “Dove vuole andare?”.

Gli risposi: “A casa mia. A Vernante!”. Continuò dicendomi che era troppo lontano e per cui non avrebbe potuto rilasciarmi la licenza.

Mi rattristava il pensiero di non poter più rivedere la mia famiglia prima di partire, allora mi recai dal capitano e chiesi il permesso per recarmi a Mondovì, poiché intendevo andare a trovare mio fratello, anche lui soldato come me, che era in caserma lì.

Senza troppe moine ottenni finalmente il permesso.

Uscito dalla caserma saltai sulla bicicletta e pedalai con tutte le mie forze, ovviamente a Mondovì non ci passai neppure, presi direttamente per Vernante.

Finalmente arrivai al tetto dove rividi la mia famiglia e i miei amici per salutarli prima della partenza. Quella notte, forse perché poteva anche essere l’ultima da civile, non dormii; la passai in giro a far veglia nelle stalle un po’ ovunque.

All’alba rimontai sulla bicicletta per tornare velocemente in caserma, ma quando giunsi in Piazza Vittorio a Cuneo, due uomini mi fermarono.

Era la ronda dei soldati che prontamente mi chiese di esibire la licenza. Non indugiai, gli mostrai il foglio che avevo.

Non ci misero molto a capire che il luogo del permesso era Mondovì, e quindi trovandomi a Cuneo mi domandarono: “Come mai, per andare da Mondovì a San Michele, si trova qua a Cuneo?”

I miei timori erano ben altri, non avevo nulla da nascondere e gli dissi: “Perché sono andato a casa mia a Vernante!”.

Mi fecero immediatamente il verbale, con l’ordine di presentarlo all’ufficiale di servizio appena sarei rientrato in caserma.

Non mi scomposi più di tanto e quando me lo consegnarono esclamai: ”…oh, tanto sono sorteggiato per l’Albania!”.

Nell’udire questa mia esclamazione, uno dei due mi gettò la mano sulla spalla, mi riprese il verbale e lo strappo dicendomi: “Allora vai avanti pian piano…”.

Quando arrivai nelle vicinanze della caserma, vidi che i sorteggiati per l’Albania erano già tutti pronti nel piazzale della caserma che aspettavano di essere caricati sugli autocarri.

Mi fermai alcuni istanti come paralizzato, poi presi la bici e cambiai direzione andando verso il fiume.

Pensai di essere l’unico e invece quando arrivai c’erano già altri due ragazzi di Frabosa, anche loro sorteggiati, che mi avevano preceduto.

Un po’ dopo la partenza degli ultimi autocarri ritornammo in caserma. Verso le undici il capitano ci convocò e una volta nel suo ufficio ci fece una bella strigliata di capo, dicendoci: “Bravi l’avete fatta bella…i vostri compagni sono andati giù e voialtri siete qua. Siete contenti? Dieci giorni di rigore!”.

A noi non restò che replicare: “Signor si, siamo contenti”.

Ma al destino non si sfugge e, non era ancora giunto Natale che ci ritrovammo in Albania, questa volta la compagnia al completo.

Per andare giù fecero una tradotta che ci portò fino a Bari, lì restammo fermi per qualche giorno perché i sottomarini nemici creavano grossi problemi alle nostre navi, una la colpirono sotto i nostri occhi, quindi ci vollero alcuni giorni affinché la nostra marina rendesse sicura la traversata.

Partimmo di sera e il mattino eravamo già in vista delle montagne albanesi.

Sbarcammo a Valona dove c’erano già i nostri automezzi pronti a caricarci e portarci in prima linea.

Appena scesi dalla nave ci fu il rancio e guardandomi intorno non ci misi molto ad accorgermi che i soldati che erano lì da prima di noi erano diventati degli esseri quasi irriconoscibili. Sporchi, affamati, infestati dai pidocchi, capelli e barba lunghi, i loro sguardi assenti.

Perfino i loro muli non sembravano più appartenere alla specie, il freddo e la neve formavano centinaia di candelotti di fango e ghiaccio appesi ai peli che il loro semplice movimento faceva vibrare come tanti sonagli.

Quando questi soldati-relitto passarono vicino a noi, si diressero immediatamente verso le marmitte del rancio, ormai semivuote, per raccogliere a manciate ciò che rimaneva nei pentoloni.

Tutto ciò non era altro che un triste presagio per ciò che avremmo dovuto affrontare nei giorni successivi.

Finito il pasto ed arrivata l’oscurità partimmo per il fronte greco.

Dopo qualche ora l’autocarro ci scaricò in una località sperduta fra le montagne. Da lì, dopo esserci caricati ancora una cassetta di munizioni a testa, proseguimmo a piedi per oltre due ore.

Montammo le tende sulla neve e dormimmo in uno strano posto che, mi resi conto solo la mattina seguente, si trattava di un cimitero.

Questa volta, i nemici erano i greci.

Il nostro primo compito fu di piazzare i reticolati di filo spinato sui ripidi pendii di quelle montagne.

La neve era abbondante ed era tutto molto più difficile; i rotoli poi erano molto pesanti.

Per srotolare la matassa bisognava servirsi di un robusto bastone e poi, almeno in due, si faceva girare la bobina su e giù per quei pendii.

Pidocchi, freddo e malattie facevano più vittime dei greci, la situazione igienica era disastrosa.

Una notte un ragazzo che dormiva nella mia tenda, con il quale il giorno prima avevo messo reticolati fino a sera, morì improvvisamente. Fu impressionante, nel giro di pochi minuti dai suoi vestiti e da tutto il corpo uscirono migliaia di pidocchi, in un attimo si trasformò in un formicaio. Uno spettacolo davvero raccapricciante.

Come già detto le tende erano montate direttamente sulla neve, mettevamo solamente alcuni rami di pino come sottofondo in modo da garantire un minimo di isolamento.

I pidocchi ce li avevamo un po’ tutti e per cercare di sconfiggerli dovevamo sovente far bollire gli indumenti nelle gavette. La mia la riempivo di neve e la mettevo sul fuoco, poi a turno facevo bollire i vari pezzi dell’uniforme. Quando un pezzo era lavato lo facevo asciugare come potevo e nel frattempo ne mettevo un altro. In quelle situazioni, la gavetta veniva comoda per tutti gli scopi.

Rimanemmo fermi in quella posizione per meno di una settimana, poi i greci ruppero la linea e si portarono sopra di noi.

Nel frattempo il btg. Pieve di Teco, già oltre la nostra posizione, non era ancora arrivato in cima al versante, che fu tremendamente attaccato dai greci e messo in fuga.

Mentre si ritiravano sotto il fuoco nemico, ci lanciarono diverse richieste d’aiuto.

Aiuto Mondovì, aiuto Mondovì…”. Gridavano.

Quel giorno perdemmo posizione, ma il seguente scendemmo a valle e risalimmo la montagna da un altro versante in modo da prenderli da un’altra angolazione.

Quando arrivammo in cima al colle, dei greci non c’era traccia, non si riusciva a capire dov’erano. Eppure ci sparavano addosso!

Dopo un po’ li scoprimmo, erano appostati sugli abeti come tanti cecchini, ma nel giro di poco tempo la zona fu di nuovo libera e furono costretti ad arretrare.

Durante la mia permanenza in Albania, escluso l’intervento d’aiuto al Pieve di Teco, non subimmo grossi attacchi da parte nemica, però bisognava fare costantemente i conti con pidocchi, fango, pioggia e neve che ci accompagnarono fin dal primo giorno.

occitan

En auton tornérem en casèrna, mas pas pus a La Clusa, aqueste bòt a Sant Michel Mondvì, ente foguérem arranjats en un ex molin adaptat a l’ocasion.

Eriam arrubats da gaire, quora, encara dins lo mes de setembre, foguero entre lhi sortejats per l’Albania.

De mon país eriam en dui: iu e Tesio, que malaürosament a agut menc de fortuna, na malatia l’a rabelat via lo 12 de desembre a l’ospital de Savilhan.

Auriam degut siérver da complement a na companhia já sal pòst da na man de setmanas.

Dal moment qu’ero estat sortejat, demandero al nòstre tenent la possibilitat d’aver un permés jornalier. A ma demanda ele respòndec: “Ente voletz anar?”.

Lhi respòndero: “A ma maison. Al Vernant!”. Continuec me disent que era tròp luenh e que auria pas polgut me relaissar la licença.

Me fasia de pena lo pensier de poler pus reveire ma familha denant de partir, alora anero dal capitani e demandero lo permés per anar a Mondvì, daus que entendiu anar trobar mon fraire, decò ele soldat coma mi, que era en casèrna aquí.

Sensa tròpas istòrias obtenero finalament lo permés.

Sortit da la casèrna sautero sus la bicicleta e pedalero embe totas mas fòrças, evidentement a Mondvì lhi passero nimanc, pilhero dirèctament per Vernant.

Finalament arribero al teit ente reveiero ma familha e mi amís per lhi saludar denant de la partença. Aquela nueit, benlèu perqué polia decò èsser la darriera da civil, durmero pas; la passero en vir a far velhaa dins las vòutas un pauc ont se sie.

A l’alba remontero sus la bicicleta per tornar lèst en casèrna, mas quora arribero en Plaça Vittorio a Coni, dui òmes me fermeren.

Era la ronda di soldats que promptament me chamec d’exibir la licença. Sensa tramblar lhi mostrero lo fuelh que aviu.

Lhi buteren pas gaire a comprene que lo luec dal permés era Mondvì, e donca me trobant a Coni me demanderen: “Coma es possible, per anar da Mondvì a Sant Michel, se tròba aicí a Coni?”

Mi timors eren ben autres, aviu pasren da estremar e lhi disero: “Perqué siu anat a ma maison a Vernant!”.

Me faseren d’abòrd lo verbal, embe l’òrdre de lo presentar a l’oficial de servici a pena seriu tornat en casèrna.

M’agitero pas mai que tant e quora me lo doneren exclamero: ”…oh, tant siu sortejat per l’Albania!”.

En auvent aquesta mia exclamacion, un di dui me campec la man sus l’espatla, me repilhec lo verbal e lo eschanquec me disent: “Alora vai anant plan-planet…”.

Quora arribero alentorn de la casèrna, veiero que lhi sortejats per l’Albania eren já tuiti prèsts dins lo plaçal de la casèrna que atendien d’èsser charjats sus lhi càmions.

Me fermero na man de secondas coma paralizat, puei pilhero la bici e cambiero direccion anant vèrs lo flum.

Pensero d’èsser lo solet, ensita quora arribero lhi avia já d’autres dui filhs de Frabosa, decò lor sortejats, que avien talhat la còrda.

Un pauc après la partença di darriers càmions retornérem en casèrna. Vèrs onze oras lo capitani nos fasec chamar e na vira dins son ofici nos fasec na bèla estrilha, nos disent: “Braves l’avetz faita bèla…lhi vòstri companhs son anats aval e vosautres setz aicí! Setz jaiós? Dètz jorns de rigor!”.

A nosautri restec ren que arbatar: “Senhor si, sem jaiós”.

Mas al destin s’escapa ren, era pas encara arribat lo Desneal que nos retrobérem en Albania, aqueste bòt tota la companhia al complet.

Per anar aval faseren na tradòta que nos portec fins a Bari, aquí restérem fèrms per qualque jorn perqué lhi sotmarins nemís creaven gròs problèmas a nòstri bastiments, un lo tocheren dessot nòstri uelhs, donca lhi volgueren na man de jorns denant que nòstra marina rendesse segura la traversada.

Partérem la sera e lo matin eriam já en vista de las montanhas albanesas.

Desbarquérem a Valona ente lhi avia já nòstri càmions prompts a nos charjar e nos portar en prima linha.

Just calats dal bastiment lhi foguec lo disnar e m’agachant a la viron lhi butero pas gaire a m’apercebre que lhi soldats qu’eren aquí denant de nosautri eren devenguts d’èssers esquasi irreconoissibles. Malnets, afamats, gastats dai peolhs, chabelhs e barba lonjas, lors esgards absents.

Fins lors muls semelhaven pas pus aparténer a la raça, la freid e la neu formaven centenas de brècolas de nita e glaç penduts ai pels que lor simple moviment fasia vibrar coma tantas clòcas.

Quora aquisti soldats-carcassa passeren da cant a nosautri, aneren d’abòrd vèrs las bronsas dal disnar, de bèl avant esquasi vueidas, per cuélher a manaas aquò que restava aquí dedins.

Tot aquò era pas autre que un trist auguri per aquò qu’auriam degut afrontar dins lhi jorns seguents.

Fenit lo repast e arribat l’escur partérem per lo frònt grèc.

Après qualqua ora lo càmion nos deschargec en na localitat esperdua dins las montanhas. D’aquí, après nos aver charjats encara na caisseta de municions a tèsta, contuniérem a pè per passa doas oras.

Montérem las tendas sus la neu e durmérem en un luec dròlle que, me rendero còmpte masque la matin d’après, se tractava d’un cementieri.

Aqueste bòt, lhi nemís eren lhi grècs.

Nòstre prim dever foguec de plaçar lhi reticolats de fil espinat sus las ribas dreitas d’aquelas montanhas.

La neu era abondanta e l’era tot ben pus da mal far; las roèlas puei eren ben pesantas.

Per desvertolhar la roèla tochava se servir d’un robust baston e puei, almenc en dui, se fasia virar la bobina amont e aval per aquelas ribas.

Peolhs, freid e malatias fasien mai víctimas di grècs, la situacion igiénica era un desastre.

Na nueit un filh que durmia dins ma tenda, embe lo qual lo jorn denant aviu butat reticolats fins a sera, murec a l’emprovís. Foguec empressionant, dins lo vir de gaire minutas da si bagatges e da tot lo còrp sorteren milier de peolhs, en na seconda se transformec en un furmisier. Un espectacle franc orrible.

Coma já dit las tendas eren montaas dirèctament sus la neu, butaviam simplement qualqua rama de pin coma sotfons en maniera da garantir un isolament minimal.

Lhi peolhs lhi aviam un pauc tuiti e per cerchar de lhi exterminar deviam sovent far bulhir las vestimentas dins las gavetas. La mia la borravo de neu e la butavo sus lo fuec, puei a rotacion fasiu bulhir lhi divèrs tòcs de la devisa. Quora un tòc era lavat lo fasiu eissuar coma poliu e entramentier ne’n butavo n’autre. En aquelas situacions, la gaveta venia a talh per tuiti lhi besonhs.

Restérem fèrms en aquela posicion per menc de na setmana, puei lhi grècs desbeleren la linha e se porteren dessobre a nosautri.

Entramentier lo btg. Pieve de Teco, já òutra nòstra posicion, era pas encara arribat en poncha al versant, que foguec terriblement atacat dai grècs e butat en fuga.

Entant que se retiraven dessot lo fuec nemís, nos lançeren diferentas demandas d’ajut.

Ajut Mondvì, ajut Mondvì…”. Ilh criaven.

Aquel jorn perdérem posicion, mas lo seguent calérem aval e remontérem amont da n’autre versant en maniera da lhi chapar da n’autre caire.

Quora arribérem en poncha al còl, di grècs lhi avia ren traça, se reüssia pas a comprene ente eren. E pura nos esparaven a còl!

Gaire après lhi descurbérem, eren sus lhi pins d’escondon coma de chaçaires, mas dins lo vir de pauc temp la zòna foguec torna libra e fogueren obligats a recular.

Durant ma presença en Albania, gavat l’entervencion d’ajut al Pieve de Teco, avem pas agut de gròs atacs dal caire nemís, mas tochava far costantament lhi còmptes embe peolhs, pachòc, plueia e neu que nos acompanheren fins dal prim jorn.


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dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

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In autunno tornammo in caserma, ma non più a Chiusa Pesio, bensì a San Michele Mondovì, dove fummo sistemati in un ex mulino adattato all’occasione.

Eravamo rientrati da poco, quando, ancora nel mese di settembre, fui tra i sorteggiati per l’Albania.

Del mio paese eravamo in due: io e Tesio, che purtroppo fu meno fortunato di me, in quanto contrasse una malattia che il 12 dicembre del ‘42 lo portò alla morte nell’ospedale di Savigliano dove era stato ricoverato.

Avremmo dovuto servire da complemento ad una compagnia già sul posto da alcune settimane.

Dal momento che ero stato sorteggiato, chiesi al nostro tenente la possibilità di avere un permesso giornaliero. Alla mia richiesta lui replicò: “Dove vuole andare?”.

Gli risposi: “A casa mia. A Vernante!”. Continuò dicendomi che era troppo lontano e per cui non avrebbe potuto rilasciarmi la licenza.

Mi rattristava il pensiero di non poter più rivedere la mia famiglia prima di partire, allora mi recai dal capitano e chiesi il permesso per recarmi a Mondovì, poiché intendevo andare a trovare mio fratello, anche lui soldato come me, che era in caserma lì.

Senza troppe moine ottenni finalmente il permesso.

Uscito dalla caserma saltai sulla bicicletta e pedalai con tutte le mie forze, ovviamente a Mondovì non ci passai neppure, presi direttamente per Vernante.

Finalmente arrivai al tetto dove rividi la mia famiglia e i miei amici per salutarli prima della partenza. Quella notte, forse perché poteva anche essere l’ultima da civile, non dormii; la passai in giro a far veglia nelle stalle un po’ ovunque.

All’alba rimontai sulla bicicletta per tornare velocemente in caserma, ma quando giunsi in Piazza Vittorio a Cuneo, due uomini mi fermarono.

Era la ronda dei soldati che prontamente mi chiese di esibire la licenza. Non indugiai, gli mostrai il foglio che avevo.

Non ci misero molto a capire che il luogo del permesso era Mondovì, e quindi trovandomi a Cuneo mi domandarono: “Come mai, per andare da Mondovì a San Michele, si trova qua a Cuneo?”

I miei timori erano ben altri, non avevo nulla da nascondere e gli dissi: “Perché sono andato a casa mia a Vernante!”.

Mi fecero immediatamente il verbale, con l’ordine di presentarlo all’ufficiale di servizio appena sarei rientrato in caserma.

Non mi scomposi più di tanto e quando me lo consegnarono esclamai: ”…oh, tanto sono sorteggiato per l’Albania!”.

Nell’udire questa mia esclamazione, uno dei due mi gettò la mano sulla spalla, mi riprese il verbale e lo strappo dicendomi: “Allora vai avanti pian piano…”.

Quando arrivai nelle vicinanze della caserma, vidi che i sorteggiati per l’Albania erano già tutti pronti nel piazzale della caserma che aspettavano di essere caricati sugli autocarri.

Mi fermai alcuni istanti come paralizzato, poi presi la bici e cambiai direzione andando verso il fiume.

Pensai di essere l’unico e invece quando arrivai c’erano già altri due ragazzi di Frabosa, anche loro sorteggiati, che mi avevano preceduto.

Un po’ dopo la partenza degli ultimi autocarri ritornammo in caserma. Verso le undici il capitano ci convocò e una volta nel suo ufficio ci fece una bella strigliata di capo, dicendoci: “Bravi l’avete fatta bella…i vostri compagni sono andati giù e voialtri siete qua. Siete contenti? Dieci giorni di rigore!”.

A noi non restò che replicare: “Signor si, siamo contenti”.

Ma al destino non si sfugge e, non era ancora giunto Natale che ci ritrovammo in Albania, questa volta la compagnia al completo.

Per andare giù fecero una tradotta che ci portò fino a Bari, lì restammo fermi per qualche giorno perché i sottomarini nemici creavano grossi problemi alle nostre navi, una la colpirono sotto i nostri occhi, quindi ci vollero alcuni giorni affinché la nostra marina rendesse sicura la traversata.

Partimmo di sera e il mattino eravamo già in vista delle montagne albanesi.

Sbarcammo a Valona dove c’erano già i nostri automezzi pronti a caricarci e portarci in prima linea.

Appena scesi dalla nave ci fu il rancio e guardandomi intorno non ci misi molto ad accorgermi che i soldati che erano lì da prima di noi erano diventati degli esseri quasi irriconoscibili. Sporchi, affamati, infestati dai pidocchi, capelli e barba lunghi, i loro sguardi assenti.

Perfino i loro muli non sembravano più appartenere alla specie, il freddo e la neve formavano centinaia di candelotti di fango e ghiaccio appesi ai peli che il loro semplice movimento faceva vibrare come tanti sonagli.

Quando questi soldati-relitto passarono vicino a noi, si diressero immediatamente verso le marmitte del rancio, ormai semivuote, per raccogliere a manciate ciò che rimaneva nei pentoloni.

Tutto ciò non era altro che un triste presagio per ciò che avremmo dovuto affrontare nei giorni successivi.

Finito il pasto ed arrivata l’oscurità partimmo per il fronte greco.

Dopo qualche ora l’autocarro ci scaricò in una località sperduta fra le montagne. Da lì, dopo esserci caricati ancora una cassetta di munizioni a testa, proseguimmo a piedi per oltre due ore.

Montammo le tende sulla neve e dormimmo in uno strano posto che, mi resi conto solo la mattina seguente, si trattava di un cimitero.

Questa volta, i nemici erano i greci.

Il nostro primo compito fu di piazzare i reticolati di filo spinato sui ripidi pendii di quelle montagne.

La neve era abbondante ed era tutto molto più difficile; i rotoli poi erano molto pesanti.

Per srotolare la matassa bisognava servirsi di un robusto bastone e poi, almeno in due, si faceva girare la bobina su e giù per quei pendii.

Pidocchi, freddo e malattie facevano più vittime dei greci, la situazione igienica era disastrosa.

Una notte un ragazzo che dormiva nella mia tenda, con il quale il giorno prima avevo messo reticolati fino a sera, morì improvvisamente. Fu impressionante, nel giro di pochi minuti dai suoi vestiti e da tutto il corpo uscirono migliaia di pidocchi, in un attimo si trasformò in un formicaio. Uno spettacolo davvero raccapricciante.

Come già detto le tende erano montate direttamente sulla neve, mettevamo solamente alcuni rami di pino come sottofondo in modo da garantire un minimo di isolamento.

I pidocchi ce li avevamo un po’ tutti e per cercare di sconfiggerli dovevamo sovente far bollire gli indumenti nelle gavette. La mia la riempivo di neve e la mettevo sul fuoco, poi a turno facevo bollire i vari pezzi dell’uniforme. Quando un pezzo era lavato lo facevo asciugare come potevo e nel frattempo ne mettevo un altro. In quelle situazioni, la gavetta veniva comoda per tutti gli scopi.

Rimanemmo fermi in quella posizione per meno di una settimana, poi i greci ruppero la linea e si portarono sopra di noi.

Nel frattempo il btg. Pieve di Teco, già oltre la nostra posizione, non era ancora arrivato in cima al versante, che fu tremendamente attaccato dai greci e messo in fuga.

Mentre si ritiravano sotto il fuoco nemico, ci lanciarono diverse richieste d’aiuto.

Aiuto Mondovì, aiuto Mondovì…”. Gridavano.

Quel giorno perdemmo posizione, ma il seguente scendemmo a valle e risalimmo la montagna da un altro versante in modo da prenderli da un’altra angolazione.

Quando arrivammo in cima al colle, dei greci non c’era traccia, non si riusciva a capire dov’erano. Eppure ci sparavano addosso!

Dopo un po’ li scoprimmo, erano appostati sugli abeti come tanti cecchini, ma nel giro di poco tempo la zona fu di nuovo libera e furono costretti ad arretrare.

Durante la mia permanenza in Albania, escluso l’intervento d’aiuto al Pieve di Teco, non subimmo grossi attacchi da parte nemica, però bisognava fare costantemente i conti con pidocchi, fango, pioggia e neve che ci accompagnarono fin dal primo giorno.

occitan

En auton tornérem en casèrna, mas pas pus a La Clusa, aqueste bòt a Sant Michel Mondvì, ente foguérem arranjats en un ex molin adaptat a l’ocasion.

Eriam arrubats da gaire, quora, encara dins lo mes de setembre, foguero entre lhi sortejats per l’Albania.

De mon país eriam en dui: iu e Tesio, que malaürosament a agut menc de fortuna, na malatia l’a rabelat via lo 12 de desembre a l’ospital de Savilhan.

Auriam degut siérver da complement a na companhia já sal pòst da na man de setmanas.

Dal moment qu’ero estat sortejat, demandero al nòstre tenent la possibilitat d’aver un permés jornalier. A ma demanda ele respòndec: “Ente voletz anar?”.

Lhi respòndero: “A ma maison. Al Vernant!”. Continuec me disent que era tròp luenh e que auria pas polgut me relaissar la licença.

Me fasia de pena lo pensier de poler pus reveire ma familha denant de partir, alora anero dal capitani e demandero lo permés per anar a Mondvì, daus que entendiu anar trobar mon fraire, decò ele soldat coma mi, que era en casèrna aquí.

Sensa tròpas istòrias obtenero finalament lo permés.

Sortit da la casèrna sautero sus la bicicleta e pedalero embe totas mas fòrças, evidentement a Mondvì lhi passero nimanc, pilhero dirèctament per Vernant.

Finalament arribero al teit ente reveiero ma familha e mi amís per lhi saludar denant de la partença. Aquela nueit, benlèu perqué polia decò èsser la darriera da civil, durmero pas; la passero en vir a far velhaa dins las vòutas un pauc ont se sie.

A l’alba remontero sus la bicicleta per tornar lèst en casèrna, mas quora arribero en Plaça Vittorio a Coni, dui òmes me fermeren.

Era la ronda di soldats que promptament me chamec d’exibir la licença. Sensa tramblar lhi mostrero lo fuelh que aviu.

Lhi buteren pas gaire a comprene que lo luec dal permés era Mondvì, e donca me trobant a Coni me demanderen: “Coma es possible, per anar da Mondvì a Sant Michel, se tròba aicí a Coni?”

Mi timors eren ben autres, aviu pasren da estremar e lhi disero: “Perqué siu anat a ma maison a Vernant!”.

Me faseren d’abòrd lo verbal, embe l’òrdre de lo presentar a l’oficial de servici a pena seriu tornat en casèrna.

M’agitero pas mai que tant e quora me lo doneren exclamero: ”…oh, tant siu sortejat per l’Albania!”.

En auvent aquesta mia exclamacion, un di dui me campec la man sus l’espatla, me repilhec lo verbal e lo eschanquec me disent: “Alora vai anant plan-planet…”.

Quora arribero alentorn de la casèrna, veiero que lhi sortejats per l’Albania eren já tuiti prèsts dins lo plaçal de la casèrna que atendien d’èsser charjats sus lhi càmions.

Me fermero na man de secondas coma paralizat, puei pilhero la bici e cambiero direccion anant vèrs lo flum.

Pensero d’èsser lo solet, ensita quora arribero lhi avia já d’autres dui filhs de Frabosa, decò lor sortejats, que avien talhat la còrda.

Un pauc après la partença di darriers càmions retornérem en casèrna. Vèrs onze oras lo capitani nos fasec chamar e na vira dins son ofici nos fasec na bèla estrilha, nos disent: “Braves l’avetz faita bèla…lhi vòstri companhs son anats aval e vosautres setz aicí! Setz jaiós? Dètz jorns de rigor!”.

A nosautri restec ren que arbatar: “Senhor si, sem jaiós”.

Mas al destin s’escapa ren, era pas encara arribat lo Desneal que nos retrobérem en Albania, aqueste bòt tota la companhia al complet.

Per anar aval faseren na tradòta que nos portec fins a Bari, aquí restérem fèrms per qualque jorn perqué lhi sotmarins nemís creaven gròs problèmas a nòstri bastiments, un lo tocheren dessot nòstri uelhs, donca lhi volgueren na man de jorns denant que nòstra marina rendesse segura la traversada.

Partérem la sera e lo matin eriam já en vista de las montanhas albanesas.

Desbarquérem a Valona ente lhi avia já nòstri càmions prompts a nos charjar e nos portar en prima linha.

Just calats dal bastiment lhi foguec lo disnar e m’agachant a la viron lhi butero pas gaire a m’apercebre que lhi soldats qu’eren aquí denant de nosautri eren devenguts d’èssers esquasi irreconoissibles. Malnets, afamats, gastats dai peolhs, chabelhs e barba lonjas, lors esgards absents.

Fins lors muls semelhaven pas pus aparténer a la raça, la freid e la neu formaven centenas de brècolas de nita e glaç penduts ai pels que lor simple moviment fasia vibrar coma tantas clòcas.

Quora aquisti soldats-carcassa passeren da cant a nosautri, aneren d’abòrd vèrs las bronsas dal disnar, de bèl avant esquasi vueidas, per cuélher a manaas aquò que restava aquí dedins.

Tot aquò era pas autre que un trist auguri per aquò qu’auriam degut afrontar dins lhi jorns seguents.

Fenit lo repast e arribat l’escur partérem per lo frònt grèc.

Après qualqua ora lo càmion nos deschargec en na localitat esperdua dins las montanhas. D’aquí, après nos aver charjats encara na caisseta de municions a tèsta, contuniérem a pè per passa doas oras.

Montérem las tendas sus la neu e durmérem en un luec dròlle que, me rendero còmpte masque la matin d’après, se tractava d’un cementieri.

Aqueste bòt, lhi nemís eren lhi grècs.

Nòstre prim dever foguec de plaçar lhi reticolats de fil espinat sus las ribas dreitas d’aquelas montanhas.

La neu era abondanta e l’era tot ben pus da mal far; las roèlas puei eren ben pesantas.

Per desvertolhar la roèla tochava se servir d’un robust baston e puei, almenc en dui, se fasia virar la bobina amont e aval per aquelas ribas.

Peolhs, freid e malatias fasien mai víctimas di grècs, la situacion igiénica era un desastre.

Na nueit un filh que durmia dins ma tenda, embe lo qual lo jorn denant aviu butat reticolats fins a sera, murec a l’emprovís. Foguec empressionant, dins lo vir de gaire minutas da si bagatges e da tot lo còrp sorteren milier de peolhs, en na seconda se transformec en un furmisier. Un espectacle franc orrible.

Coma já dit las tendas eren montaas dirèctament sus la neu, butaviam simplement qualqua rama de pin coma sotfons en maniera da garantir un isolament minimal.

Lhi peolhs lhi aviam un pauc tuiti e per cerchar de lhi exterminar deviam sovent far bulhir las vestimentas dins las gavetas. La mia la borravo de neu e la butavo sus lo fuec, puei a rotacion fasiu bulhir lhi divèrs tòcs de la devisa. Quora un tòc era lavat lo fasiu eissuar coma poliu e entramentier ne’n butavo n’autre. En aquelas situacions, la gaveta venia a talh per tuiti lhi besonhs.

Restérem fèrms en aquela posicion per menc de na setmana, puei lhi grècs desbeleren la linha e se porteren dessobre a nosautri.

Entramentier lo btg. Pieve de Teco, já òutra nòstra posicion, era pas encara arribat en poncha al versant, que foguec terriblement atacat dai grècs e butat en fuga.

Entant que se retiraven dessot lo fuec nemís, nos lançeren diferentas demandas d’ajut.

Ajut Mondvì, ajut Mondvì…”. Ilh criaven.

Aquel jorn perdérem posicion, mas lo seguent calérem aval e remontérem amont da n’autre versant en maniera da lhi chapar da n’autre caire.

Quora arribérem en poncha al còl, di grècs lhi avia ren traça, se reüssia pas a comprene ente eren. E pura nos esparaven a còl!

Gaire après lhi descurbérem, eren sus lhi pins d’escondon coma de chaçaires, mas dins lo vir de pauc temp la zòna foguec torna libra e fogueren obligats a recular.

Durant ma presença en Albania, gavat l’entervencion d’ajut al Pieve de Teco, avem pas agut de gròs atacs dal caire nemís, mas tochava far costantament lhi còmptes embe peolhs, pachòc, plueia e neu que nos acompanheren fins dal prim jorn.