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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

Corso sciatori

Cors esquiaire

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

Corso sciatori
italiano

Dopo i campi estivi, verso settembre, mi proposero di partecipare ai corsi militari per sciatori che si sarebbero svolti nell’inverno successivo a Limone.

Colsi l’occasione al volo, anche se non avevo mai messo un paio di sci ai piedi, se non quelli rudimentali che mi ero costruito al tetto, perché questo avrebbe significato andare ad allenarsi a Limone e magari, data la vicinanza di casa, sarei potuto andarci qualche volta.

Gli sci in dotazione erano di legno, i primi modelli esistenti, meglio sicuramente di quelli fatti da me, ma comunque molto semplici.

A quel tempo non esisteva ancora il concetto dello sci di oggi, quindi eravamo tutti più o meno allo stesso livello, oggi si direbbe “impediti”, ma quello, fu tutto sommato un bel periodo.

Partecipai anche a diverse gare di sci alpinismo che mi diedero molta soddisfazione.

Le gare consistevano nell’arrivare ad una meta nel minor tempo possibile scegliendo il percorso migliore. Si trattava di percorsi anche abbastanza lunghi e con tutte le condizioni di neve possibili, da quella fresca a quella ghiacciata, dall’abbondanza alla scarsità se non addirittura mancanza.

In genere, si partiva da Limonetto e si arrivava fino a Limone Campo Principe affrontando una serie di salite e discese che per l’attrezzatura che avevamo allora in dotazione non erano da poco.

Maestri a quel tempo non ce n’erano o erano ben rari, quindi ci si aggiustava.

Con me c’erano anche Pirotti di Robilante, Jouanin, un tipo di Roaschia, che di cognome faceva Aime e Iot d’Palanfrè, quest’ultimo purtroppo caduto in Russia.

Ricordo una volta che dovevamo arrivare a Tenda.

Da Limone salimmo su fino al colle poi scendemmo sull’altro versante. Dall’altra parte, essendo più esposto a sud e risentendo molto più del clima marino, man mano che si scendeva, la neve diventava sempre più scarsa finché arrivati all’imbocco della galleria non ce n’era proprio più, se non in alcune zone ombrose o dove lo spartineve l’aveva ammucchiata lungo la strada.

Fu un continuo togliere e mettere gli sci senza contare che su quelle poche lingue di neve peraltro ghiacciata, se uno cadeva, quelli dietro gli piombavano addosso cadendo a loro volta, insomma una comica più che una gara, ma comunque una faticaccia.

Finita la marcia ci chiesero se preferivamo dormire al forte o rimanere a Tenda, noi optammo per il paese. Dormimmo in una caserma.

Il giorno dopo ci fu un’altra gara, questa volta verso Rio freddo, ma anche lì erano più i costoni senza neve che quelli con, ad ogni modo facemmo una sorta di percorso misto corsa e sci, e quella volta arrivai primo. Vinsi cinque lire.

Fui aiutato dal fatto che conoscevo molto bene la zona, infatti, questi erano i posti in cui ero stato da garzone e la cosa mi favoriva non poco, sapevo dove erano le zone d’ombra, dove si fermava la neve e dove invece era già terreno, in questo modo riuscii a scendere molto con gli sci ai piedi, mentre altri, non conoscendo il posto, scendevano a piedi in zone soleggiate e senza neve.

Fui molto soddisfatto del mio piazzamento.

Nei giorni successivi ci furono ancora altre gare, andammo anche una volta ai Balconi di Marta, ma quasi sempre, facendo delle lunghe traversate a piedi con gli sci appesi allo zaino, qui c’era davvero poca neve; altro che corso sciatori!

A volte le gare, dipendeva anche da chi c’era e dalla giornata, si trasformavano in una vera e propria occasione di festa. Ne ricordo due in particolare.

In una di queste, solita partenza da Limone, quando passammo a Limonetto io e Pirotti, che eravamo sempre assieme, avevamo già una sete boia, pensammo allora di entrare in un’osteria.

Una volta usciti calzammo nuovamente gli sci, ma arrivati alla Panice facemmo una seconda tappa all’osteria della frazione e come si sa, un giro tira l’altro e alla fine, catturati dai vapori dell’alcool che ormai stava intorpidendo i nostri sensi, ci fermammo finché fuori fu scuro, un buio di tardo pomeriggio di una giornata invernale.

La gara era finita da ore ormai, decidemmo allora di ritornare al paese con sci a spalla passando per la strada carrozzabile, nel frattempo ci saremmo inventati qualcosa da dire nel caso ci avessero fatto delle domande, ma ecco, quando uno meno se lo aspetta, sopraggiungere da dietro l’auto del Maggiore.

Impossibile non riconoscerci, dunque si fermò e dopo avere insistito ci caricò con lui in macchina.

Non gli ci volle molto ad accorgersi che eravamo un po’ troppo allegri, alle sue domande rispondevamo vagamente che non ci sentivamo più di camminare, andò a finire che ricevemmo dieci giorni di consegna.

Passarono alcuni giorni; un’altra esercitazione con gli sci, dovevamo arrivare a Tenda.

Giunti al forte Centrale, dopo aver fatto l’adunata, il Tenente ci chiese, come di consueto, se preferivamo rimanere al forte o andare giù a Tenda. Optammo in massa per la discesa al paese nonostante fosse già abbastanza tardi.

Fu una faticaccia incredibile e forse per questo, una volta arrivati a Tenda, noi soliti quattro o cinque, finimmo per andare a cercar conforto nella solita osteria.

Qui eravamo in molti ad avere conoscenze, chi aveva parenti, chi aveva amici, io c’ero stato per tanto tempo prima di partire al soldato.

Gli amici di Tenda, quando sapevano che eravamo in paese, venivano ad aspettarci fuori della caserma per andare a far festa con loro in taverna.

Quella volta io e la cricca esagerammo un po’ e passammo la notte fuori fra canti da bancone e colossali bevute.

Il mancato rientro, oltre a scatenare la furia dei nostri superiori, ci costò anche qualche giorno di prigione. Ma non solo, nella marcia di ritorno, a noi quattro o cinque reduci dall’osteria, per punizione, oltre allo zaino e agli sci, ci caricarono un pesante mitragliatore e come se non bastasse, quando giungemmo alla galleria del Colle invece di attraversarla a piedi come tutto il resto della compagnia a noi toccò passare da sopra risalendo la vecchia strada del valico fino in cima per poi ridiscendere a Limone stanchi morti.

Fu il duro prezzo della festa, ma in fondo ne valse la pena!

occitan

Après lhi champs estius, vèrs setembre, me propauseren de participar ai cors militars per esquiaire que se serien tenguts dins l’uvèrn d’après a Limon.

Ai pilhat l’ocasion al vòl, bèla se aviu jamai butat un parelh d’esquí ai pè, se ren aquilhi a la bòna que m’ero construit al teit, perqué aquò auria volgut dir anar a se entraïnar a Limon e magara, vist la vesinança de maison, auriu polgut lhi anar qualque bòt.

Lhi esquís en dotacion eren de bòsc, lhi premiers modèls existents, mielh segurament d’aquilhi faits da mi, mas totun ben simples.

En aquel temp existia pas encara lo concèpt de l’esquí d’encuei, donca eriam tuiti mai o menc a lo mesme nivèl, encuei se diria “empachats”, mas aquel, foguec tot somat un bèl períod.

Participero decò a diferentas competicions d’esquí alpinisme que me doneren ben satisfaccion.

Las competicions consistien dins l’arrubar a na lueia dins lo menc de temp possible chausissent lo percors melhor. Se tractava de percors decò abastança lòngs e embe totas las condicions de neu possiblas, d’aquela frescha a aquela glaçaa, da l’abondança a l’escarsitat se ren bèla que la mancança.

D’acostuma, se partia da Limonet e s’arribava fins a Limon Champ Princi afrontant tota na serias de montaas e calaas que per l’equipament que aviam alora en dotacion eren ren da gaire.

De magistres en aquel temp la n’avia pas o eren ben gaire, donca nos arranjaviam.

Abo mi lhi avia decò Pirotti de Robilant, Jouanin, un tipe de Roascha, que de cognom fasia Aime e Iòt d’Palanfrè, aquest darrier malaürosament mòrt en Rússia.

Enaviso un viatge que deviam arrubar a Tenda.

Da Limon montérem sus fins al còl puei calérem sus l’autre versant. Da l’autre cant, essent mai virat al solelh e sentent ben mai dal clima marin, man man que se calava, la neu era sempre mai escarsa fins que, arrubats al començament de la galeria la lhi n’avia pròpi pus, se ren en qualquas zònas ombrosas o ente lo leson l’avia abaronaa al lòng de la via.

Foguec un contuni gavar e butar lhi esquís sensa comptar que sus aquilhi gaire chalhòls de neu encara glaçaa, se un tombava, aquilhi darreire lhi volaven a còl un sus l’autre, a la fin era na còmica pus que na competicion, mas totun na bèla fatiganha.

Fenia la marcha nos demanderen se preferissiam duérmer al fòrt o restar a Tenda, nosautri chausissérem per lo país. Durmérem en na casèrna.

Lo jorn d’après lhi foguec un’autra competicion, aqueste viatge vèrs Rio Freid, mas decò aquí eren mai lhi cèrres pelats que aquilhi abo la neu, coma que sie fasérem na sòrta de percors mesclat de corsa e esquí, e aquela vira arribero premier. Ganhero cinc liras.

Foguero ajuat dal fach que conoissiu pròpi ben la zòna, en efèct, aquisti eren lhi luecs ente ero estat da garçon e la causa me favoria ren pòc, sabiu ent’eren las zònas d’ombra, ente se fermava la neu e ente ensita era já terren, fins finala arribero a calar un baron embe lhi esquís ai pè, dal temp que lhi autres, ren coneissent lo luec, calaven a pè en zònas ensolelhaas e sensa neu.

Foguero ben satisfait da mon plaçament.

Dins lhi jorns d’après lhi fogueren encara d’autras competicions, anérem decò na vira ai Balcons de Marta, mas esquasi sempre, fasent de lònjas traversadas a pè embe lhi esquís estachats al bersac, aquí lhi avia verament gaire de neu; autre que cors esquiaire!

De bòts las competicions, a seconda decò da qui lhi avia e da la jornaa, se transformaven dins na vera e pròpria ocasion de fèsta. N’enaviso doas en particular.

En una d’aquestas, abituala partença da Limon, quora passérem a Limonet mi e Pirotti, que eriam totjorn ensem, aviam já na set dal diaul, pensérem alora d’intrar a l’òste.

Na vira sortits chauçérem mai lhi esquís, mas arrubats a la Panitz fasérem na seconda sosta a l’òste de la fraccion e coma se sa, un vir tira l’autre e a la fin, estravirats dai vapors de l’alcool que de bèl avant istava endurment nòstri sens, nos fermérem fins que fòra foguec escur, n’escur da bass’ora de na jornaa uvernala.

La competicion era de bèl avant fenia da oras, decidérem alora de retornar al país embe esquí a espatlas passant per la charriera de las veituras, entramentier nos seriam enventats qualquaren da dir dins lo cas nos auguessen fait de demandas, mas vaquí, quora un menc se l’aténd, paréisser la veitura dal Major.

Empossible de pas nos reconóisser, donca se fermec e après aver insistit nos chargec embe ele en veitura.

Lhi a pas volgut gaire a comprene que eriam un pauc tròp alègres, a sas demandas respondiam vagament que nos sentiam pas pus de chaminar, anec a fenir que recebérem dètz jorns de consenha.

Passeren na man de jorns; un’autra exercitacion embe lhi esquís, deviam arrubar a Tenda.

Arrubats al fòrt Central, après aver fait l’abaronada, lo tenent nos chamec, coma d’abituda, se preferissiam restar al fòrt o anar aval a Tenda. Chausissérem tuiti en blòc per davalar al país malgrat foguesse já a bastança tard.

Foguec na pena encredibla e benlèu per aquò, na vira arrubats a Tenda, nosautri quatre o cinc abituals, finiérem coma d’abituda per anar cerchar confòrt dins l’òste.

Aquí eriam un baron a aver conoissenças, qui avia parents, qui avia d’amís, mi lhi ero estat un baron de temp denant de partir souldat.

Lhi amís de Tenda, quora sabien qu’eriam en país, venien nos aténder fòra de la casèrna per anar a far fèsta embe lor a l’òste.

Aquela vira iu e la banda exagerérem un pauc e passérem la nueit fòra entre chançons da bancon e colossalas beguas.

Lo mancat retir, en pus de donar andi a la fúria di nòstri superiors, nos costec decò qualque jorn de preison. Mas ren masque, dins la marcha de retorn, a nosautri quatre o cinc companhs d’òste, per punicion, en pus dal bersac e lhi esquís, nos chargeren na pesanta mitralha e coma se bastesse ren, quora arrubérem a la galeria dal Còl ensita de l’atraversar a pè coma tota la rèsta de la companhia a nosautri a chalgut passar dessús remontant la vielha charriera dal passatge fins en poncha per puei davalar a Limon fatigats mòrts.

Foguec lo dur prètz de la fèsta, mas a la fin valguec la pena!


Corso sciatori

Cors esquiaire

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

Corso sciatori
italiano

Dopo i campi estivi, verso settembre, mi proposero di partecipare ai corsi militari per sciatori che si sarebbero svolti nell’inverno successivo a Limone.

Colsi l’occasione al volo, anche se non avevo mai messo un paio di sci ai piedi, se non quelli rudimentali che mi ero costruito al tetto, perché questo avrebbe significato andare ad allenarsi a Limone e magari, data la vicinanza di casa, sarei potuto andarci qualche volta.

Gli sci in dotazione erano di legno, i primi modelli esistenti, meglio sicuramente di quelli fatti da me, ma comunque molto semplici.

A quel tempo non esisteva ancora il concetto dello sci di oggi, quindi eravamo tutti più o meno allo stesso livello, oggi si direbbe “impediti”, ma quello, fu tutto sommato un bel periodo.

Partecipai anche a diverse gare di sci alpinismo che mi diedero molta soddisfazione.

Le gare consistevano nell’arrivare ad una meta nel minor tempo possibile scegliendo il percorso migliore. Si trattava di percorsi anche abbastanza lunghi e con tutte le condizioni di neve possibili, da quella fresca a quella ghiacciata, dall’abbondanza alla scarsità se non addirittura mancanza.

In genere, si partiva da Limonetto e si arrivava fino a Limone Campo Principe affrontando una serie di salite e discese che per l’attrezzatura che avevamo allora in dotazione non erano da poco.

Maestri a quel tempo non ce n’erano o erano ben rari, quindi ci si aggiustava.

Con me c’erano anche Pirotti di Robilante, Jouanin, un tipo di Roaschia, che di cognome faceva Aime e Iot d’Palanfrè, quest’ultimo purtroppo caduto in Russia.

Ricordo una volta che dovevamo arrivare a Tenda.

Da Limone salimmo su fino al colle poi scendemmo sull’altro versante. Dall’altra parte, essendo più esposto a sud e risentendo molto più del clima marino, man mano che si scendeva, la neve diventava sempre più scarsa finché arrivati all’imbocco della galleria non ce n’era proprio più, se non in alcune zone ombrose o dove lo spartineve l’aveva ammucchiata lungo la strada.

Fu un continuo togliere e mettere gli sci senza contare che su quelle poche lingue di neve peraltro ghiacciata, se uno cadeva, quelli dietro gli piombavano addosso cadendo a loro volta, insomma una comica più che una gara, ma comunque una faticaccia.

Finita la marcia ci chiesero se preferivamo dormire al forte o rimanere a Tenda, noi optammo per il paese. Dormimmo in una caserma.

Il giorno dopo ci fu un’altra gara, questa volta verso Rio freddo, ma anche lì erano più i costoni senza neve che quelli con, ad ogni modo facemmo una sorta di percorso misto corsa e sci, e quella volta arrivai primo. Vinsi cinque lire.

Fui aiutato dal fatto che conoscevo molto bene la zona, infatti, questi erano i posti in cui ero stato da garzone e la cosa mi favoriva non poco, sapevo dove erano le zone d’ombra, dove si fermava la neve e dove invece era già terreno, in questo modo riuscii a scendere molto con gli sci ai piedi, mentre altri, non conoscendo il posto, scendevano a piedi in zone soleggiate e senza neve.

Fui molto soddisfatto del mio piazzamento.

Nei giorni successivi ci furono ancora altre gare, andammo anche una volta ai Balconi di Marta, ma quasi sempre, facendo delle lunghe traversate a piedi con gli sci appesi allo zaino, qui c’era davvero poca neve; altro che corso sciatori!

A volte le gare, dipendeva anche da chi c’era e dalla giornata, si trasformavano in una vera e propria occasione di festa. Ne ricordo due in particolare.

In una di queste, solita partenza da Limone, quando passammo a Limonetto io e Pirotti, che eravamo sempre assieme, avevamo già una sete boia, pensammo allora di entrare in un’osteria.

Una volta usciti calzammo nuovamente gli sci, ma arrivati alla Panice facemmo una seconda tappa all’osteria della frazione e come si sa, un giro tira l’altro e alla fine, catturati dai vapori dell’alcool che ormai stava intorpidendo i nostri sensi, ci fermammo finché fuori fu scuro, un buio di tardo pomeriggio di una giornata invernale.

La gara era finita da ore ormai, decidemmo allora di ritornare al paese con sci a spalla passando per la strada carrozzabile, nel frattempo ci saremmo inventati qualcosa da dire nel caso ci avessero fatto delle domande, ma ecco, quando uno meno se lo aspetta, sopraggiungere da dietro l’auto del Maggiore.

Impossibile non riconoscerci, dunque si fermò e dopo avere insistito ci caricò con lui in macchina.

Non gli ci volle molto ad accorgersi che eravamo un po’ troppo allegri, alle sue domande rispondevamo vagamente che non ci sentivamo più di camminare, andò a finire che ricevemmo dieci giorni di consegna.

Passarono alcuni giorni; un’altra esercitazione con gli sci, dovevamo arrivare a Tenda.

Giunti al forte Centrale, dopo aver fatto l’adunata, il Tenente ci chiese, come di consueto, se preferivamo rimanere al forte o andare giù a Tenda. Optammo in massa per la discesa al paese nonostante fosse già abbastanza tardi.

Fu una faticaccia incredibile e forse per questo, una volta arrivati a Tenda, noi soliti quattro o cinque, finimmo per andare a cercar conforto nella solita osteria.

Qui eravamo in molti ad avere conoscenze, chi aveva parenti, chi aveva amici, io c’ero stato per tanto tempo prima di partire al soldato.

Gli amici di Tenda, quando sapevano che eravamo in paese, venivano ad aspettarci fuori della caserma per andare a far festa con loro in taverna.

Quella volta io e la cricca esagerammo un po’ e passammo la notte fuori fra canti da bancone e colossali bevute.

Il mancato rientro, oltre a scatenare la furia dei nostri superiori, ci costò anche qualche giorno di prigione. Ma non solo, nella marcia di ritorno, a noi quattro o cinque reduci dall’osteria, per punizione, oltre allo zaino e agli sci, ci caricarono un pesante mitragliatore e come se non bastasse, quando giungemmo alla galleria del Colle invece di attraversarla a piedi come tutto il resto della compagnia a noi toccò passare da sopra risalendo la vecchia strada del valico fino in cima per poi ridiscendere a Limone stanchi morti.

Fu il duro prezzo della festa, ma in fondo ne valse la pena!

occitan

Après lhi champs estius, vèrs setembre, me propauseren de participar ai cors militars per esquiaire que se serien tenguts dins l’uvèrn d’après a Limon.

Ai pilhat l’ocasion al vòl, bèla se aviu jamai butat un parelh d’esquí ai pè, se ren aquilhi a la bòna que m’ero construit al teit, perqué aquò auria volgut dir anar a se entraïnar a Limon e magara, vist la vesinança de maison, auriu polgut lhi anar qualque bòt.

Lhi esquís en dotacion eren de bòsc, lhi premiers modèls existents, mielh segurament d’aquilhi faits da mi, mas totun ben simples.

En aquel temp existia pas encara lo concèpt de l’esquí d’encuei, donca eriam tuiti mai o menc a lo mesme nivèl, encuei se diria “empachats”, mas aquel, foguec tot somat un bèl períod.

Participero decò a diferentas competicions d’esquí alpinisme que me doneren ben satisfaccion.

Las competicions consistien dins l’arrubar a na lueia dins lo menc de temp possible chausissent lo percors melhor. Se tractava de percors decò abastança lòngs e embe totas las condicions de neu possiblas, d’aquela frescha a aquela glaçaa, da l’abondança a l’escarsitat se ren bèla que la mancança.

D’acostuma, se partia da Limonet e s’arribava fins a Limon Champ Princi afrontant tota na serias de montaas e calaas que per l’equipament que aviam alora en dotacion eren ren da gaire.

De magistres en aquel temp la n’avia pas o eren ben gaire, donca nos arranjaviam.

Abo mi lhi avia decò Pirotti de Robilant, Jouanin, un tipe de Roascha, que de cognom fasia Aime e Iòt d’Palanfrè, aquest darrier malaürosament mòrt en Rússia.

Enaviso un viatge que deviam arrubar a Tenda.

Da Limon montérem sus fins al còl puei calérem sus l’autre versant. Da l’autre cant, essent mai virat al solelh e sentent ben mai dal clima marin, man man que se calava, la neu era sempre mai escarsa fins que, arrubats al començament de la galeria la lhi n’avia pròpi pus, se ren en qualquas zònas ombrosas o ente lo leson l’avia abaronaa al lòng de la via.

Foguec un contuni gavar e butar lhi esquís sensa comptar que sus aquilhi gaire chalhòls de neu encara glaçaa, se un tombava, aquilhi darreire lhi volaven a còl un sus l’autre, a la fin era na còmica pus que na competicion, mas totun na bèla fatiganha.

Fenia la marcha nos demanderen se preferissiam duérmer al fòrt o restar a Tenda, nosautri chausissérem per lo país. Durmérem en na casèrna.

Lo jorn d’après lhi foguec un’autra competicion, aqueste viatge vèrs Rio Freid, mas decò aquí eren mai lhi cèrres pelats que aquilhi abo la neu, coma que sie fasérem na sòrta de percors mesclat de corsa e esquí, e aquela vira arribero premier. Ganhero cinc liras.

Foguero ajuat dal fach que conoissiu pròpi ben la zòna, en efèct, aquisti eren lhi luecs ente ero estat da garçon e la causa me favoria ren pòc, sabiu ent’eren las zònas d’ombra, ente se fermava la neu e ente ensita era já terren, fins finala arribero a calar un baron embe lhi esquís ai pè, dal temp que lhi autres, ren coneissent lo luec, calaven a pè en zònas ensolelhaas e sensa neu.

Foguero ben satisfait da mon plaçament.

Dins lhi jorns d’après lhi fogueren encara d’autras competicions, anérem decò na vira ai Balcons de Marta, mas esquasi sempre, fasent de lònjas traversadas a pè embe lhi esquís estachats al bersac, aquí lhi avia verament gaire de neu; autre que cors esquiaire!

De bòts las competicions, a seconda decò da qui lhi avia e da la jornaa, se transformaven dins na vera e pròpria ocasion de fèsta. N’enaviso doas en particular.

En una d’aquestas, abituala partença da Limon, quora passérem a Limonet mi e Pirotti, que eriam totjorn ensem, aviam já na set dal diaul, pensérem alora d’intrar a l’òste.

Na vira sortits chauçérem mai lhi esquís, mas arrubats a la Panitz fasérem na seconda sosta a l’òste de la fraccion e coma se sa, un vir tira l’autre e a la fin, estravirats dai vapors de l’alcool que de bèl avant istava endurment nòstri sens, nos fermérem fins que fòra foguec escur, n’escur da bass’ora de na jornaa uvernala.

La competicion era de bèl avant fenia da oras, decidérem alora de retornar al país embe esquí a espatlas passant per la charriera de las veituras, entramentier nos seriam enventats qualquaren da dir dins lo cas nos auguessen fait de demandas, mas vaquí, quora un menc se l’aténd, paréisser la veitura dal Major.

Empossible de pas nos reconóisser, donca se fermec e après aver insistit nos chargec embe ele en veitura.

Lhi a pas volgut gaire a comprene que eriam un pauc tròp alègres, a sas demandas respondiam vagament que nos sentiam pas pus de chaminar, anec a fenir que recebérem dètz jorns de consenha.

Passeren na man de jorns; un’autra exercitacion embe lhi esquís, deviam arrubar a Tenda.

Arrubats al fòrt Central, après aver fait l’abaronada, lo tenent nos chamec, coma d’abituda, se preferissiam restar al fòrt o anar aval a Tenda. Chausissérem tuiti en blòc per davalar al país malgrat foguesse já a bastança tard.

Foguec na pena encredibla e benlèu per aquò, na vira arrubats a Tenda, nosautri quatre o cinc abituals, finiérem coma d’abituda per anar cerchar confòrt dins l’òste.

Aquí eriam un baron a aver conoissenças, qui avia parents, qui avia d’amís, mi lhi ero estat un baron de temp denant de partir souldat.

Lhi amís de Tenda, quora sabien qu’eriam en país, venien nos aténder fòra de la casèrna per anar a far fèsta embe lor a l’òste.

Aquela vira iu e la banda exagerérem un pauc e passérem la nueit fòra entre chançons da bancon e colossalas beguas.

Lo mancat retir, en pus de donar andi a la fúria di nòstri superiors, nos costec decò qualque jorn de preison. Mas ren masque, dins la marcha de retorn, a nosautri quatre o cinc companhs d’òste, per punicion, en pus dal bersac e lhi esquís, nos chargeren na pesanta mitralha e coma se bastesse ren, quora arrubérem a la galeria dal Còl ensita de l’atraversar a pè coma tota la rèsta de la companhia a nosautri a chalgut passar dessús remontant la vielha charriera dal passatge fins en poncha per puei davalar a Limon fatigats mòrts.

Foguec lo dur prètz de la fèsta, mas a la fin valguec la pena!