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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

Di nuovo in patria

Torna en pàtria

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

Di nuovo in patria
italiano

Infine ci rimandarono in Italia. La prima tappa fu Osoppo, dove ci fermammo per altri quindici giorni in una sorta di quarantena. Qui dovevamo riposarci.

I giorni passati lì ci regalarono qualcosa di surreale.

In questo paesino c’erano, infatti, alcuni personaggi che, come si dice da noi, travaiaven de fisica, una sorta di maghi-illusionisti esoterici che ci facevano vedere delle “magie” inspiegabili.

Questi signori erano soliti operare in una chiesa del paese dove si esibivano.

Noi andammo più volte a vedere.

La chiesa era sempre gremita di gente, quasi tutti soldati, accorsi lì per assistere allo spettacolo.

La prima volta vidi un gallo che tirava un grosso tronco d’albero e che partito dal fondo della chiesa risaliva verso l’altare passando per la navata centrale.

Era impressionante vedere come i banchi della chiesa, colmi di soldati seduti sopra, si allargavano verso l’esterno per far spazio al tronco trascinato dal gallo. Una cosa inspiegabile dal momento che non c’era nessuno che manovrasse nulla, i banchi erano lì da sempre. Insomma, ti facevano vedere delle cose che, però non erano reali. Come facessero ho ancora da scoprirlo oggi.

Ma non mancavano di coinvolgere gente dal pubblico.

Una volta chiamarono due soldati che, come me, stavano a guardare e, dopo averli condotti verso l’altare, che fungeva da zona palco, gli fecero il numero della bicicletta.

I due iniziarono a pedalare convinti di essere su una vera bicicletta, pedalavano come matti e, sudati marci, si tolsero persino la giubba.

Lo spettacolo finì quando il “mago” li toccò e li fece uscire da quello stato di percezione alterato.

E se qualcuno aveva un animaletto con se, esempio un topo, un criceto o altro, loro dicevano che non potevano lavorare, sostenevano che la presenza dell’animale li disturbava e sottraeva loro le energie, ma quel che più mi stupiva è che se n’accorgevano veramente e se qualcuno di noi lo nascondeva lo individuavano subito e lo invitavano ad uscire.

Finita la permanenza ad Osoppo ci mandarono nuovamente al corpo.

Quando tornammo al Mondovì, le giovani leve erano nel pieno addestramento. Marciavano, facevano ginnastica e si esercitavano, come avevamo fatto noi nel ‘39, ma per noi reduci di Russia si era instaurato un rispetto reverenziale grazie al quale nessuno degli ufficiali o sottufficiali osavano chiedere più nulla. Era un tacito “voi avete già dato”.

Nessuno si sarebbe permesso di darci ordini e di incuterci timori nelle esercitazioni, sapendo quello che avevamo già passato, per cui c’era un clima di massimo rispetto nei nostri confronti, ma ormai eravamo dei relitti, fisicamente e moralmente provati da un’esperienza senza precedenti.

Mi ricordo che in alcuni giorni, mentre i giovani si esercitavano, per passare il tempo ci sedevamo su dei muretti all’interno della caserma e facevamo fare le corse ai pidocchi. Chi li aveva con la riga bianca, chi bianchi con la riga nera, chi più chiari, chi più scuri, li mettevamo sul muretto e facevamo a gara su quello che correva di più. Eravamo diventati come dei bambini.

E si, ci sentivamo davvero i superstiti, dei naufraghi ripescati in mare. I numeri parlavano chiaro: eravamo partiti in 24.000 per la Russia ed eravamo ritornati appena in 4.000.

Uno su sei fu il bilancio di quel massacro, e l’ho potuto constatare di persona. Ragazzi di Vernante ne partirono una sessantina, ma ne tornarono una dozzina sì e no.

Mio fratello Bartolomeo purtroppo fu tra quelli che non vidi più.

Anni dopo, quando mia moglie diede alla luce il nostro primo figlio, fui contento, quando seppi che era nata femmina, almeno ero sicuro che non avrebbe dovuto soffrire quello che avevo patito io.

Eppure eravamo partiti in pompa magna, la propaganda ci faceva vedere un esercito forte, preparato, ben armato.

Ci avevano assicurato che nessun aereo poteva venire a bombardarci, perché avevamo armi così all’avanguardia, da colpire gli aerei in cielo prima che questi ci attaccassero.

La Propaganda di Mussolini sui manifesti dell’epoca ritraeva un carro armato con migliaia di persone attorno, diceva: “Lui ha persone!”. Ma d’altro non aveva nulla.

occitan

A la fin nos rimanderen en Itàlia. La premiera tapa foguec Osoppo, ente nos fermérem per quinze jorns en na sòrta de quarantena. Aqui deviam masque nos repausar.

Totun lhi jorns passats aiquí nos ufriren qualquaren de susreal.

Dins aqueste païset lhi avia, en efèct, de personatges que, coma se ditz da nosautri, trabalhaven de fisica, na sòrta de magues-illusionists esotérics que nos fasien veire de “magias” inexplicablas.

Aquisti senhors se trobaven d’abituba dins na gleisa dal país ente se exibien.

Nosautri anérem mai d’un bots a veire.

La gleisa era totjorn plena de gent, esquasi tuiti soldats, venguts aquí per assíster a l’espectacle.

Lo prim bòt veiero un jal que tirava un gròs bilhon d’àrbol e que partit dal fons de la gleisa remontava vèrs l’altar passant per la navada centrala.

Era empressionant de veire coma lhi bancs de la gleisa, plen de soldats assetats dessús, se eslarjaven vèrs l’extèrn per far espaci al bilhon rabelat dal jal. Na causa inexplicabla dal moment que lhi avia pas degun que manobresse ren, lhi bancs eren aquí da sempre. En soma, te fasien veire de causas que, ensita eren pas realas. Coma fasessen ai encara da lo descuérber encuei.

Mas mancaven pas d’emplicar gent dal públic.

Un bòt chameren dui soldats que, coma iu, istaven a beicar e, après lhi aver menats vèrs l’altar, que foncionava da palc, lhi faseren lo numre de la bicicleta.

Lhi dui començeren a pedalar convint d’èsser sus na vera bicicleta, pedalaven coma mats e, suats març, se gaveren fins a mai la jaca.

L’espectacle es fenit quora lo “mago” lhi a truchats e lhi a fait sortir d’aquel istat de percepcion alteraa.

E se qualqu’un avia na bestieta après, tipe un jarris, un puerquet o d’autre, lor disien que polien pas trabalhar, sostenien que la presença de la bèstia lhi desranjava e lhi gavava las energias, mas aquò que mai m’estonava es que o sentien verament e se qualqu’un de nosautri l’estremava lo localizaven sus lo colp e l’envitaven a sortir.

Feniá la permanença a Osoppo nos manderen mai al còrp.

Quora tornérem al Mondvì, las jovas levas eren en entraïnament. Marchaven, fasien gimnàstica e s’exercitaven, coma aviam fait nosautri ental ‘39, mas per nosautri arribats da la Rússia s’era enstaurat un respèct reverencial mercés lo qual degun de lhi oficials o sotoficials encalava chamar pasren. Era un tàcit “vosautri avetz já donat”.

Degun se seria permetut de nos donar d’òrdres e de nos tracassear dins las exercitacions, sabent aquò qu’aviam já passat, donca lhi avia un clima d’absolut respèct dins lhi nòstri confronts, mas de bèl avant eriam d’escarts, fisicament e moralment provats da un’experiença sensa precedents.

M’enaviso que en qualqui jorns, dal temp que lhi joves s’exercitaven, nosautri, per passar lo temp, s’assetaviam sus de muralhets al dedins de la casèrna e fasiam far las corsas ai peolhs. Qui lhi avia embe la rea blancha, qui blancs embe la rea niera, qui mai clars, qui mai escurs, lhi butaviam sus lo muralhet e fasiam la competicion sus aquel que corria lo mai. Eriam devenguts coma de mainaas.

E òc, nos sentiam da bòn lhi sobrevivents, de naufragats repeschats ent la mar. Lhi numbres parlaven clar: eriam partits en 24.000 per la Rússia e eriam retornats just en 4.000.

Un viu sus sieis foguec la resulta d’aquel massacre, e l’ai polgut constatar de persona. Filhs de Vernant ne’n parteren na seissantena, mas ne’n torneren na dotzena pus o menc.

Mon fraire Bèrto malaürosament foguec entre aquilhi que veiero pas pus.

Ans d’après, quora ma frema a chatat nòstre prim filh, foguero jaiós de saber qu’era una fumèla, almenc ero segur qu’auria pas degut patir çò que iu aviu patit.

E pura eriam partits en “pompa magna”, la propaganda nos fasia veire n’armada fòrta, ben preparaa, ben armaa.

Nos avien dit que degun avion polia venir a nos bombardar, perqué aviam d’armas talament a l’avantgarda, da escrasar lhi avions en cèl derant que aquisti nos ataquessen.

La propaganda de Mussolini sus lhi manifèsts d’aquel temp fasia veire un cararmat embe milier de personas a l’entorn, disia: “Ele a personas!”. Mas avia pasren d’autre.


Di nuovo in patria

Torna en pàtria

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

Di nuovo in patria
italiano

Infine ci rimandarono in Italia. La prima tappa fu Osoppo, dove ci fermammo per altri quindici giorni in una sorta di quarantena. Qui dovevamo riposarci.

I giorni passati lì ci regalarono qualcosa di surreale.

In questo paesino c’erano, infatti, alcuni personaggi che, come si dice da noi, travaiaven de fisica, una sorta di maghi-illusionisti esoterici che ci facevano vedere delle “magie” inspiegabili.

Questi signori erano soliti operare in una chiesa del paese dove si esibivano.

Noi andammo più volte a vedere.

La chiesa era sempre gremita di gente, quasi tutti soldati, accorsi lì per assistere allo spettacolo.

La prima volta vidi un gallo che tirava un grosso tronco d’albero e che partito dal fondo della chiesa risaliva verso l’altare passando per la navata centrale.

Era impressionante vedere come i banchi della chiesa, colmi di soldati seduti sopra, si allargavano verso l’esterno per far spazio al tronco trascinato dal gallo. Una cosa inspiegabile dal momento che non c’era nessuno che manovrasse nulla, i banchi erano lì da sempre. Insomma, ti facevano vedere delle cose che, però non erano reali. Come facessero ho ancora da scoprirlo oggi.

Ma non mancavano di coinvolgere gente dal pubblico.

Una volta chiamarono due soldati che, come me, stavano a guardare e, dopo averli condotti verso l’altare, che fungeva da zona palco, gli fecero il numero della bicicletta.

I due iniziarono a pedalare convinti di essere su una vera bicicletta, pedalavano come matti e, sudati marci, si tolsero persino la giubba.

Lo spettacolo finì quando il “mago” li toccò e li fece uscire da quello stato di percezione alterato.

E se qualcuno aveva un animaletto con se, esempio un topo, un criceto o altro, loro dicevano che non potevano lavorare, sostenevano che la presenza dell’animale li disturbava e sottraeva loro le energie, ma quel che più mi stupiva è che se n’accorgevano veramente e se qualcuno di noi lo nascondeva lo individuavano subito e lo invitavano ad uscire.

Finita la permanenza ad Osoppo ci mandarono nuovamente al corpo.

Quando tornammo al Mondovì, le giovani leve erano nel pieno addestramento. Marciavano, facevano ginnastica e si esercitavano, come avevamo fatto noi nel ‘39, ma per noi reduci di Russia si era instaurato un rispetto reverenziale grazie al quale nessuno degli ufficiali o sottufficiali osavano chiedere più nulla. Era un tacito “voi avete già dato”.

Nessuno si sarebbe permesso di darci ordini e di incuterci timori nelle esercitazioni, sapendo quello che avevamo già passato, per cui c’era un clima di massimo rispetto nei nostri confronti, ma ormai eravamo dei relitti, fisicamente e moralmente provati da un’esperienza senza precedenti.

Mi ricordo che in alcuni giorni, mentre i giovani si esercitavano, per passare il tempo ci sedevamo su dei muretti all’interno della caserma e facevamo fare le corse ai pidocchi. Chi li aveva con la riga bianca, chi bianchi con la riga nera, chi più chiari, chi più scuri, li mettevamo sul muretto e facevamo a gara su quello che correva di più. Eravamo diventati come dei bambini.

E si, ci sentivamo davvero i superstiti, dei naufraghi ripescati in mare. I numeri parlavano chiaro: eravamo partiti in 24.000 per la Russia ed eravamo ritornati appena in 4.000.

Uno su sei fu il bilancio di quel massacro, e l’ho potuto constatare di persona. Ragazzi di Vernante ne partirono una sessantina, ma ne tornarono una dozzina sì e no.

Mio fratello Bartolomeo purtroppo fu tra quelli che non vidi più.

Anni dopo, quando mia moglie diede alla luce il nostro primo figlio, fui contento, quando seppi che era nata femmina, almeno ero sicuro che non avrebbe dovuto soffrire quello che avevo patito io.

Eppure eravamo partiti in pompa magna, la propaganda ci faceva vedere un esercito forte, preparato, ben armato.

Ci avevano assicurato che nessun aereo poteva venire a bombardarci, perché avevamo armi così all’avanguardia, da colpire gli aerei in cielo prima che questi ci attaccassero.

La Propaganda di Mussolini sui manifesti dell’epoca ritraeva un carro armato con migliaia di persone attorno, diceva: “Lui ha persone!”. Ma d’altro non aveva nulla.

occitan

A la fin nos rimanderen en Itàlia. La premiera tapa foguec Osoppo, ente nos fermérem per quinze jorns en na sòrta de quarantena. Aqui deviam masque nos repausar.

Totun lhi jorns passats aiquí nos ufriren qualquaren de susreal.

Dins aqueste païset lhi avia, en efèct, de personatges que, coma se ditz da nosautri, trabalhaven de fisica, na sòrta de magues-illusionists esotérics que nos fasien veire de “magias” inexplicablas.

Aquisti senhors se trobaven d’abituba dins na gleisa dal país ente se exibien.

Nosautri anérem mai d’un bots a veire.

La gleisa era totjorn plena de gent, esquasi tuiti soldats, venguts aquí per assíster a l’espectacle.

Lo prim bòt veiero un jal que tirava un gròs bilhon d’àrbol e que partit dal fons de la gleisa remontava vèrs l’altar passant per la navada centrala.

Era empressionant de veire coma lhi bancs de la gleisa, plen de soldats assetats dessús, se eslarjaven vèrs l’extèrn per far espaci al bilhon rabelat dal jal. Na causa inexplicabla dal moment que lhi avia pas degun que manobresse ren, lhi bancs eren aquí da sempre. En soma, te fasien veire de causas que, ensita eren pas realas. Coma fasessen ai encara da lo descuérber encuei.

Mas mancaven pas d’emplicar gent dal públic.

Un bòt chameren dui soldats que, coma iu, istaven a beicar e, après lhi aver menats vèrs l’altar, que foncionava da palc, lhi faseren lo numre de la bicicleta.

Lhi dui començeren a pedalar convint d’èsser sus na vera bicicleta, pedalaven coma mats e, suats març, se gaveren fins a mai la jaca.

L’espectacle es fenit quora lo “mago” lhi a truchats e lhi a fait sortir d’aquel istat de percepcion alteraa.

E se qualqu’un avia na bestieta après, tipe un jarris, un puerquet o d’autre, lor disien que polien pas trabalhar, sostenien que la presença de la bèstia lhi desranjava e lhi gavava las energias, mas aquò que mai m’estonava es que o sentien verament e se qualqu’un de nosautri l’estremava lo localizaven sus lo colp e l’envitaven a sortir.

Feniá la permanença a Osoppo nos manderen mai al còrp.

Quora tornérem al Mondvì, las jovas levas eren en entraïnament. Marchaven, fasien gimnàstica e s’exercitaven, coma aviam fait nosautri ental ‘39, mas per nosautri arribats da la Rússia s’era enstaurat un respèct reverencial mercés lo qual degun de lhi oficials o sotoficials encalava chamar pasren. Era un tàcit “vosautri avetz já donat”.

Degun se seria permetut de nos donar d’òrdres e de nos tracassear dins las exercitacions, sabent aquò qu’aviam já passat, donca lhi avia un clima d’absolut respèct dins lhi nòstri confronts, mas de bèl avant eriam d’escarts, fisicament e moralment provats da un’experiença sensa precedents.

M’enaviso que en qualqui jorns, dal temp que lhi joves s’exercitaven, nosautri, per passar lo temp, s’assetaviam sus de muralhets al dedins de la casèrna e fasiam far las corsas ai peolhs. Qui lhi avia embe la rea blancha, qui blancs embe la rea niera, qui mai clars, qui mai escurs, lhi butaviam sus lo muralhet e fasiam la competicion sus aquel que corria lo mai. Eriam devenguts coma de mainaas.

E òc, nos sentiam da bòn lhi sobrevivents, de naufragats repeschats ent la mar. Lhi numbres parlaven clar: eriam partits en 24.000 per la Rússia e eriam retornats just en 4.000.

Un viu sus sieis foguec la resulta d’aquel massacre, e l’ai polgut constatar de persona. Filhs de Vernant ne’n parteren na seissantena, mas ne’n torneren na dotzena pus o menc.

Mon fraire Bèrto malaürosament foguec entre aquilhi que veiero pas pus.

Ans d’après, quora ma frema a chatat nòstre prim filh, foguero jaiós de saber qu’era una fumèla, almenc ero segur qu’auria pas degut patir çò que iu aviu patit.

E pura eriam partits en “pompa magna”, la propaganda nos fasia veire n’armada fòrta, ben preparaa, ben armaa.

Nos avien dit que degun avion polia venir a nos bombardar, perqué aviam d’armas talament a l’avantgarda, da escrasar lhi avions en cèl derant que aquisti nos ataquessen.

La propaganda de Mussolini sus lhi manifèsts d’aquel temp fasia veire un cararmat embe milier de personas a l’entorn, disia: “Ele a personas!”. Mas avia pasren d’autre.