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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

I tedeschi si ritirano, l'anarchia

Lhi alemands se retiren, l'anarquia

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

I tedeschi si ritirano, l'anarchia
italiano

I tedeschi si stavano ritirando, ricordo una colonna interminabile di uomini, mezzi e cavalli che scorreva giù per la strada del fondovalle. Contemporaneamente, facevano saltare i ponti della ferrovia, distruggevano quanto potevano in modo da non lasciare vita facile a chi fosse arrivato dopo.

Io e Notu, il fratello di Pierin, li osservavamo dall’alto di un colletto situato sopra a tetto Mezzavia e purtroppo devo dire che l’unico pensiero che ci veniva in mente era, che se qualcuno si fosse piazzato nel punto esatto in cui noi eravamo, ma con una mitraglia, li avrebbe certamente fatti secchi uno dopo l’altro.

Si ritirarono nel giro di alcuni giorni. Giunti alla domenica di quella lunga settimana tutto era calmo. Di tedeschi non vi era neppure l’ombra.

Scesi al paese per vedere come fosse la situazione.

Regnava una calma apparente. Si, i tedeschi erano andati via, ma la situazione rimaneva caotica, c’erano ancora dei fascisti, c’erano dei partigiani e tanti sbandati, bisognava fare molta attenzione a chiunque.

Regnava il sospetto, c’era pericolo di incappare in qualcuno che, per un motivo o per l’altro, ti avrebbe anche venduto, perciò era meglio non fidarsi e parlare il meno possibile.

Capitava anche, specialmente nei pressi dell’albergo Moderno, di essere improvvisamente assaliti da bande di ragazzini armati. Avevano i fucili più grandi di loro, tanto che portandoli a tracolla, quasi raschiavano in terra talmente erano giovani. Cercavano di comandarti, erano prepotenti e t’intimavano di obbedire ai loro ordini, forti del moschetto che avevano con se.

Seppi poi che qualcuno gli fece passare l’arroganza con una sonora lezione di botte.

Anche i partigiani passavano al tetto; da noi venivano a prendere il burro.

Spesso arrivavano dal vallone di Vermanera ed erano per la maggior parte soldati sbandati, rifugiati nei boschi e che si erano raggruppati fra loro formando i primi nuclei di ribelli.

Sia io sia il mio vicino di casa Notu, non dormivamo nelle nostre camere, ma nei rispettivi fienili, anzi avevamo addirittura una tenda nel bosco, un po’ sopra al tetto in modo da rifugiarci ogni volta che la situazione lo richiedeva. Addirittura per un periodo avemmo il sentore che qualcuno ci avesse tradito e per un po’ andammo a rifugiarci a Bulen dietro una grossa roccia, una barma, che formava una specie di ricovero naturale. Era il periodo del “sempre meglio riguardarsi che fidarsi”.

Non era facile capire se chi passava era partigiano o fascista o semplice sbandato, occorreva stare attenti, in fin dei conti noi eravamo considerati disertori e rischiavamo di essere arrestati.

A volte alcuni si dichiaravano partigiani, ma non erano altro che semplici ruba galline.

Dopo la ritirata dei tedeschi, i partigiani sequestrarono il Podestà, quello del Moderno soprannominato Adorni, uno di Palanfrè detto Pantufla e Brigidina la sorella del messo.

Al Dragu, che faceva il calzolaio, andò meglio, come li vide arrivare scappò salendo sul tetto di casa e, correndo sugli spioventi, riuscì ad arrivare oltre la chiesa salvandosi la pelle.

Gli altri furono portati verso Palanfrè e fucilati, saranno ancora lì sotterrati da qualche parte.

Uno dava la caccia all’altro.

Dall’altra i fascisti continuavano la loro caccia ai partigiani.

Da mia sorella, al tetto Bertaina, un giorno arrivò un gruppo di fascisti per controllare se si nascondevano dei ribelli.

Dopo aver cercato in ogni angolo, mettendo a soqquadro l’intera borgata senza aver ottenuto alcun risultato, decisero di ridiscendere a valle.

I partigiani c’erano, erano in due, ma avevano potuto rifugiarsi fra le rocce del monte Sapè appena dietro al tetto. In quel momento sfortuna volle che, ad uno dei due partigiani nascosti negli anfratti della parete rocciosa, forse per eccessiva contentezza nell’essere scampato al pericolo, partì accidentalmente un colpo di fucile. La pattuglia, che aveva appena abbandonato il casolare, tornò immediatamente sui suoi passi e senza neanche fare domande, le confiscarono il bestiame e le incendiarono la casa.

I partigiani comunque riuscirono a mettersi in salvo.

Da noi, come in tanti altri posti, c’era un passaggio continuo degli uni e degli altri. Tutti prendevano fin tanto che a volte, per poterci riservare quel poco che ci permetteva di sopravvivere, eravamo costretti a difenderci fino ad arrivare alle mani.

occitan

Lhi alemands s’istaven retirant, m’enaviso na colòmna enterminabla d’òmes, meians e cavals qu’escorria aval per la charriera principala dal fonsvalada.

Dal mesme temp, fasien sautar lhi pònts de la ferrovia, destruien çò que polien en maniera da complicar la vita qui foguesse arribat après.

Iu e Nòto, lo fraire de Pierin, lhi gachaviam dal som d’un colet just sobre a teit Mesa Via e malaürosament devo dir que lo solet pensier que nos venia a ment era que se qualqu’un se foguesse plaçat dins lo ponch exact ente eriam nosautri, mas embe na mitralha, lhi auria segurament faits secs un après l’autre.

Se retireren dins lo vir de na man de jorns. Arribats a la diamenja d’aquela lonja setmana tot era calme. D’alemands la lhi n’avia pus nimanc l’ombra.

Ai davalat al país per veire coma foguesse la situacion.

Renhava na calma aparenta. Oc, lhi alemands eren anats via, mas la situacion restava trébola, lhi avia encara de fascistas, lhi avia de partijans e tanti desbandats, tochava far ben a ment a qui se sie.

Renhava lo suspèct, lhi avia perilh d’encapitar abo qualqu’un que, per un motiu o per l’autre, t’auria fins a mai vendut, donca era mielh se mesfiar e parlar lo menc possible.

L’arribava decò, sobretot dal cant de l’aubèrge Modèrn, d’èsser d’un crep atacats da bandas de filhets armats. Avien lhi fusilhs mai grand de lor, tant que lhi portant a l’espatla, esquasi rabelaven en tèrra talament eren joves. Cerchaven de te comandar, eren prepotents e t’ordenaven d’escotar lors òrdres, fòrts dal lor mosquet que portaven a pendolion.

Sabero puei que qualqu’un lhi a fait passar lor arrogança embe na bòna savatanha.

Decò lhi partijans passaven al teit; da nosautri venien a prene lo burre.

Sovent arribaven dal valon de Vermanera e lhi eren per la pus gròssa part soldats desbandats, refugiats dins lhi bòscs e que ilh s’eren regropats entre lor formant las premieras bandas de rebèls.

Sie mi que mon vesin de maison Nòto, durmiam pas dins nòstras chambras, mas dins nòstras fenieras, e aviam fins na tenda dins lo bòsc, un pauc dessobre dal teit en maniera da nos refugiar chasque bòt que portava la situacion. Fins a mai, per un cèrt moment auguérem lo suspèct que qualqu’un nos auguesse tradit e per un pauc anérem a nos refugiar a Bolen darreire na gròssa ròcha, na balma, que formava na sòrta de sosta naturala. Era lo períod dal “sempre mielh parar-se que fiar-se”.

Era ren fàcil comprene se qui passava era partijan o fascista o simple desbandat, chalia far atencion, en fin di còmptes nosautri eriam considerats desertors e riscaviam d’èsser arrestats.

De viatges qualqu’un d’aquisti se declaraven partijans, mas eren ren autre que simples rauba jalinas.

Après la retirada di alemands, lhi partijans sequestreren lo Podestat, aquel dal Modèrn nomenat Dòrni, n’autre de Palanfrè dit Pantofla e Brigidina la sòrre dal messo.

Al Drago, que fasia lo calier, anec mielh, coma lhi veiec arrubar escapec montant sus lo cubèrt de sa maison e, sobrant lhi colmes di casei, reüssec a arrubar darreire la gleisa en se salvant la pèl.

Lhi autres fogueren menats vèrs Palanfrè e fusilhats, serèn encara ailai enterrats da qualque cant.

Un donava la chaça a l’autre.

Da l’autre caire lhi fascistas continuaven lor chaça ai partijans.

Da ma sòrre, al teit Bertaina, un jorn arribec un grop de fascistas per controtlar se s’etremaven de rebèls.

Après aver cerchat en chasque canton, revirant aquò-sot-sobre l’entiera borjaa sensa aver obtengut degun resultat, decideren de mai calar aval.

Lhi partijans ilh eren pro, eren dui, mas avien agut lo temp de se refugiar entre las ròchas dal Sapè just dessobre dal teit. En aquel moment desfortuna volguec que, a un di dui partijans estremats dins las bèrchas de la muralha rochassua, benlèu per l’excessiva gòi d’èsser escampats al perilh, partec fatalment un colp de fusilh. La patrolha, que avia just abandonat lo casei, tornec d’abòrd sus si pas e sensa nimanc demandar, ilh sequestreren lo chabeal e ilh doneren fuec a la maison.

Lhi partijans en tot cas arriberen a se salvar.

Da nosautri, coma en tanti autri pòsts, lhi avia un passatge contuni d’aquesti e d’aquilhi, tuiti prenien fins tant que de viatges, per nos poler reservar aquel pauc que nos permetia de sobreviure, eriam obligats fins d’arrubar a las mans per se defendre


I tedeschi si ritirano, l'anarchia

Lhi alemands se retiren, l'anarquia

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

I tedeschi si ritirano, l'anarchia
italiano

I tedeschi si stavano ritirando, ricordo una colonna interminabile di uomini, mezzi e cavalli che scorreva giù per la strada del fondovalle. Contemporaneamente, facevano saltare i ponti della ferrovia, distruggevano quanto potevano in modo da non lasciare vita facile a chi fosse arrivato dopo.

Io e Notu, il fratello di Pierin, li osservavamo dall’alto di un colletto situato sopra a tetto Mezzavia e purtroppo devo dire che l’unico pensiero che ci veniva in mente era, che se qualcuno si fosse piazzato nel punto esatto in cui noi eravamo, ma con una mitraglia, li avrebbe certamente fatti secchi uno dopo l’altro.

Si ritirarono nel giro di alcuni giorni. Giunti alla domenica di quella lunga settimana tutto era calmo. Di tedeschi non vi era neppure l’ombra.

Scesi al paese per vedere come fosse la situazione.

Regnava una calma apparente. Si, i tedeschi erano andati via, ma la situazione rimaneva caotica, c’erano ancora dei fascisti, c’erano dei partigiani e tanti sbandati, bisognava fare molta attenzione a chiunque.

Regnava il sospetto, c’era pericolo di incappare in qualcuno che, per un motivo o per l’altro, ti avrebbe anche venduto, perciò era meglio non fidarsi e parlare il meno possibile.

Capitava anche, specialmente nei pressi dell’albergo Moderno, di essere improvvisamente assaliti da bande di ragazzini armati. Avevano i fucili più grandi di loro, tanto che portandoli a tracolla, quasi raschiavano in terra talmente erano giovani. Cercavano di comandarti, erano prepotenti e t’intimavano di obbedire ai loro ordini, forti del moschetto che avevano con se.

Seppi poi che qualcuno gli fece passare l’arroganza con una sonora lezione di botte.

Anche i partigiani passavano al tetto; da noi venivano a prendere il burro.

Spesso arrivavano dal vallone di Vermanera ed erano per la maggior parte soldati sbandati, rifugiati nei boschi e che si erano raggruppati fra loro formando i primi nuclei di ribelli.

Sia io sia il mio vicino di casa Notu, non dormivamo nelle nostre camere, ma nei rispettivi fienili, anzi avevamo addirittura una tenda nel bosco, un po’ sopra al tetto in modo da rifugiarci ogni volta che la situazione lo richiedeva. Addirittura per un periodo avemmo il sentore che qualcuno ci avesse tradito e per un po’ andammo a rifugiarci a Bulen dietro una grossa roccia, una barma, che formava una specie di ricovero naturale. Era il periodo del “sempre meglio riguardarsi che fidarsi”.

Non era facile capire se chi passava era partigiano o fascista o semplice sbandato, occorreva stare attenti, in fin dei conti noi eravamo considerati disertori e rischiavamo di essere arrestati.

A volte alcuni si dichiaravano partigiani, ma non erano altro che semplici ruba galline.

Dopo la ritirata dei tedeschi, i partigiani sequestrarono il Podestà, quello del Moderno soprannominato Adorni, uno di Palanfrè detto Pantufla e Brigidina la sorella del messo.

Al Dragu, che faceva il calzolaio, andò meglio, come li vide arrivare scappò salendo sul tetto di casa e, correndo sugli spioventi, riuscì ad arrivare oltre la chiesa salvandosi la pelle.

Gli altri furono portati verso Palanfrè e fucilati, saranno ancora lì sotterrati da qualche parte.

Uno dava la caccia all’altro.

Dall’altra i fascisti continuavano la loro caccia ai partigiani.

Da mia sorella, al tetto Bertaina, un giorno arrivò un gruppo di fascisti per controllare se si nascondevano dei ribelli.

Dopo aver cercato in ogni angolo, mettendo a soqquadro l’intera borgata senza aver ottenuto alcun risultato, decisero di ridiscendere a valle.

I partigiani c’erano, erano in due, ma avevano potuto rifugiarsi fra le rocce del monte Sapè appena dietro al tetto. In quel momento sfortuna volle che, ad uno dei due partigiani nascosti negli anfratti della parete rocciosa, forse per eccessiva contentezza nell’essere scampato al pericolo, partì accidentalmente un colpo di fucile. La pattuglia, che aveva appena abbandonato il casolare, tornò immediatamente sui suoi passi e senza neanche fare domande, le confiscarono il bestiame e le incendiarono la casa.

I partigiani comunque riuscirono a mettersi in salvo.

Da noi, come in tanti altri posti, c’era un passaggio continuo degli uni e degli altri. Tutti prendevano fin tanto che a volte, per poterci riservare quel poco che ci permetteva di sopravvivere, eravamo costretti a difenderci fino ad arrivare alle mani.

occitan

Lhi alemands s’istaven retirant, m’enaviso na colòmna enterminabla d’òmes, meians e cavals qu’escorria aval per la charriera principala dal fonsvalada.

Dal mesme temp, fasien sautar lhi pònts de la ferrovia, destruien çò que polien en maniera da complicar la vita qui foguesse arribat après.

Iu e Nòto, lo fraire de Pierin, lhi gachaviam dal som d’un colet just sobre a teit Mesa Via e malaürosament devo dir que lo solet pensier que nos venia a ment era que se qualqu’un se foguesse plaçat dins lo ponch exact ente eriam nosautri, mas embe na mitralha, lhi auria segurament faits secs un après l’autre.

Se retireren dins lo vir de na man de jorns. Arribats a la diamenja d’aquela lonja setmana tot era calme. D’alemands la lhi n’avia pus nimanc l’ombra.

Ai davalat al país per veire coma foguesse la situacion.

Renhava na calma aparenta. Oc, lhi alemands eren anats via, mas la situacion restava trébola, lhi avia encara de fascistas, lhi avia de partijans e tanti desbandats, tochava far ben a ment a qui se sie.

Renhava lo suspèct, lhi avia perilh d’encapitar abo qualqu’un que, per un motiu o per l’autre, t’auria fins a mai vendut, donca era mielh se mesfiar e parlar lo menc possible.

L’arribava decò, sobretot dal cant de l’aubèrge Modèrn, d’èsser d’un crep atacats da bandas de filhets armats. Avien lhi fusilhs mai grand de lor, tant que lhi portant a l’espatla, esquasi rabelaven en tèrra talament eren joves. Cerchaven de te comandar, eren prepotents e t’ordenaven d’escotar lors òrdres, fòrts dal lor mosquet que portaven a pendolion.

Sabero puei que qualqu’un lhi a fait passar lor arrogança embe na bòna savatanha.

Decò lhi partijans passaven al teit; da nosautri venien a prene lo burre.

Sovent arribaven dal valon de Vermanera e lhi eren per la pus gròssa part soldats desbandats, refugiats dins lhi bòscs e que ilh s’eren regropats entre lor formant las premieras bandas de rebèls.

Sie mi que mon vesin de maison Nòto, durmiam pas dins nòstras chambras, mas dins nòstras fenieras, e aviam fins na tenda dins lo bòsc, un pauc dessobre dal teit en maniera da nos refugiar chasque bòt que portava la situacion. Fins a mai, per un cèrt moment auguérem lo suspèct que qualqu’un nos auguesse tradit e per un pauc anérem a nos refugiar a Bolen darreire na gròssa ròcha, na balma, que formava na sòrta de sosta naturala. Era lo períod dal “sempre mielh parar-se que fiar-se”.

Era ren fàcil comprene se qui passava era partijan o fascista o simple desbandat, chalia far atencion, en fin di còmptes nosautri eriam considerats desertors e riscaviam d’èsser arrestats.

De viatges qualqu’un d’aquisti se declaraven partijans, mas eren ren autre que simples rauba jalinas.

Après la retirada di alemands, lhi partijans sequestreren lo Podestat, aquel dal Modèrn nomenat Dòrni, n’autre de Palanfrè dit Pantofla e Brigidina la sòrre dal messo.

Al Drago, que fasia lo calier, anec mielh, coma lhi veiec arrubar escapec montant sus lo cubèrt de sa maison e, sobrant lhi colmes di casei, reüssec a arrubar darreire la gleisa en se salvant la pèl.

Lhi autres fogueren menats vèrs Palanfrè e fusilhats, serèn encara ailai enterrats da qualque cant.

Un donava la chaça a l’autre.

Da l’autre caire lhi fascistas continuaven lor chaça ai partijans.

Da ma sòrre, al teit Bertaina, un jorn arribec un grop de fascistas per controtlar se s’etremaven de rebèls.

Après aver cerchat en chasque canton, revirant aquò-sot-sobre l’entiera borjaa sensa aver obtengut degun resultat, decideren de mai calar aval.

Lhi partijans ilh eren pro, eren dui, mas avien agut lo temp de se refugiar entre las ròchas dal Sapè just dessobre dal teit. En aquel moment desfortuna volguec que, a un di dui partijans estremats dins las bèrchas de la muralha rochassua, benlèu per l’excessiva gòi d’èsser escampats al perilh, partec fatalment un colp de fusilh. La patrolha, que avia just abandonat lo casei, tornec d’abòrd sus si pas e sensa nimanc demandar, ilh sequestreren lo chabeal e ilh doneren fuec a la maison.

Lhi partijans en tot cas arriberen a se salvar.

Da nosautri, coma en tanti autri pòsts, lhi avia un passatge contuni d’aquesti e d’aquilhi, tuiti prenien fins tant que de viatges, per nos poler reservar aquel pauc que nos permetia de sobreviure, eriam obligats fins d’arrubar a las mans per se defendre