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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

Il Brennero, lo sbandamento, il ritorno a casa

Lo Brennero, lo desbandament, lo retorn a maison

Il Brennero, lo sbandamento, il ritorno a casa
italiano

Il Brennero, lo sbandamento, il ritorno a casa

Dopo la Russia, il rapporto con i nostri alleati tedeschi cambiò radicalmente.

Per paura che questi invadessero l’Italia per farcela pagare, ci mandarono al Brennero e al Passo della Mendola.

Qualche giorno prima che cadesse Mussolini, i tedeschi ci attaccarono e riuscirono anche a fare alcuni prigionieri tra i quali Pierin Cabila, Matè et Berlinga e Teulin dal Mulin che deportarono in Germania.

Fortunatamente la mia squadra doveva ancora muoversi, quando, come un fulmine a ciel sereno, arrivò la notizia che Mussolini era caduto, quindi fummo lasciati senza ordini e in balia di noi stessi.

Cercammo di non farci prendere dai tedeschi che ora non trovavano più alcuna resistenza e stavano facendo prigioniere intere colonne sotto i nostri occhi.

A questo punto scendemmo giù per la valle, attraversando addirittura una colonna di prigionieri, continuando fino al fondo, dopodiché risalimmo un versante e marciammo ancora per altri due giorni per poi dare inizio al nostro viaggio di ritorno verso casa.

La prima cosa da fare era di liberarsi delle uniformi cercando abiti civili. Quindi, passavamo nelle case a chiedere a chi una camicia, a chi una giacca o un paio di pantaloni e via dicendo.

Anche il mangiare lo cercavamo nelle case, ma pagare non potevamo perché non avevamo soldi.

Fortunatamente erano sorte delle piccole organizzazioni di solidarietà che, nei vari paesini, cercavano di aiutare i soldati allo sbando che provenivano dal fronte come noi.

Tramite passaparola ci avvisarono di trovarci in una determinata piazza del paese dove ci sarebbe stato qualcuno che ci avrebbe indicato la strada migliore per il ritorno.

Solitamente, chi stava dietro a questi gruppi spontanei di solidarietà, erano dei preti di paese, mossi da infinita pietà nel vedere ciò che stava accadendo.

Chi poi accompagnava i soldati per il primo tratto erano dei ragazzini del posto.

Così anche noi ci affidammo a loro. Naturalmente il prete ci chiese di contribuire con una mancia, nella misura in cui potevamo, a fine missione della piccola guida.

Come dargli torto, d’altronde svolgevano un compito rischioso e assai nobile; una gratificazione era più che dovuta.

Partiti dal paese camminammo con i nostri accompagnatori per alcune ore salendo su per le montagne fino a lambirne i ghiacci per poi scendere a Santa Caterina Valfurva nelle montagne valtellinesi.

Mentre andavamo su incontrai un malgaro col cappello in testa e, poiché io avevo ancora il cappello alpino, gli proposi uno scambio. Mi disse malamente di no, ma io avevo bisogno del suo cappello, al che con un’abile mossa spinta dal bisogno glielo tolsi, gli cacciai il mio sulla testa e continuai per la mia strada.

Proseguendo su quei pendii erano ancora ben evidenti i segni lasciati dalla prima guerra mondiale: trincee e scatolette di carne arrugginite appartenute a qualche soldato di almeno trent’anni prima, probabilmente queste montagne le aveva conosciute anche mio padre.

Giunti a Santa Caterina entrammo in un albergo e nonostante non avessimo soldi ci diedero ugualmente qualcosa da mangiare. Eravamo in cinque, tutti di Vernante.

Il giorno dopo salimmo sulla corriera per recarci a prendere il treno in un paese lì vicino.

Appena saliti in carrozza la locomotiva lanciò un lungo fischio e con uno strattone partì.

Nel primo tratto tutto tranquillo, ma da un certo punto in poi, ad ogni stazione in cui ci fermavamo, ci si parava dinanzi il triste spettacolo dei nostri compagni d’arma già fatti prigionieri dai tedeschi e pronti per essere portati in Germania o chi sa dove.

Alcuni, riconoscendoci, con gli occhi abbozzavano un saluto.

C’erano troppi tedeschi ed io non volevo rischiare di essere fatto prigioniero. Dissi ai miei compagni di viaggio che alla fermata successiva sarei sceso ed avrei proseguito a piedi, poi per me loro potevano fare come volevano.

Scendemmo tutti e cinque: io, Giacu d’la Füela, Teu dal Biunt, il Tabachin di Fourc e il Mulinée d’Reneta. Camminammo tutto il giorno per le campagne, chiedendo da mangiare nelle case che ci ispiravano maggiore fiducia.

Ma girare in cinque nelle nostre condizioni era pericoloso, dava troppo nell’occhio, quindi, arrivata la sera decidemmo di dividerci in due gruppi, anche per avere più facilità a trovare qualcuno disposto ad ospitarci e darci da mangiare. Con me rimasero Giacu d’la Füela e Teu dal Biunt. Gli altri, il giorno dopo, tentarono nuovamente il treno e gli andò bene perché riuscirono ad arrivare fin quasi a casa senza essere catturati, invece noi preferimmo continuare a piedi, per le campagne.

Per non destare sospetti, quando dovevamo attraversare le strade principali, cercavamo di passare in tempi diversi fingendo d’essere ognuno per i fatti propri.

Quando fummo nelle vicinanze di Torino, ricordo dei ragazzini che chiamavano dai prati e che c’invitavano a seguirli, poiché nel loro paese gli alberghi facevano da mangiare per i passanti.

Infatti, non eravamo gli unici a trovarci in quelle condizioni, come noi, migliaia di altri giovani solcavano le campagne ed i paesi per fare ritorno a casa cercando di sfuggire ai tedeschi.

Demmo retta ai ragazzini e mangiammo qualcosa.

Ultimato il pasto c’informammo dagli albergatori per dove prendere la barca per attraversare il Po. Molto disponibili, ci fecero accompagnare da un altro ragazzino che, prendendo attraverso i prati, ci portò fino al luogo indicato.

Giunti sull’altra sponda prendemmo la strada in direzione Cuneo.

Dopo alcuni minuti di cammino incontrammo due ragazzi come noi, ma con un’insolita voglia di chiacchierare.

Tolto noi che ci conoscevamo bene, per il resto potevi imbatterti nelle famigerate spie fasciste, quindi bisognava sempre stare molto attenti a chiunque.

I due ci fecero insospettire, continuavano ad insistere affinché tornassimo indietro verso Torino, volevano a tutti i costi che andassimo con loro, stavano veramente diventando fastidiosamente invadenti.

Ci fu subito chiaro che si trattava di spie. Cosa fare?

Considerando che loro erano solo in due, dopo alcuni sguardi d’intesa con i miei soci di viaggio, ad un certo punto gli volammo addosso e, con sonori calci nel sedere e qualche scappellotto, li mettemmo in fuga; non si presentarono più.

Il nostro peregrinare fra campagne, strade secondarie e piccoli paesini doveva ancora continuare fino alle nostre case.

Dormimmo ancora una notte nelle vicinanze di Mondovì e l’ultima notte la passammo a Beinette dalla sorella di Letu dal Biunt che abitava lì. Ci diede da mangiare e ci nascose in un pollaio dove potemmo riposarci un po’.

Il mattino dopo, quando il sole si levò, ripartimmo.

Ormai la pianura era finita, ma per arrivare a casa non potevamo fare il fondovalle, era troppo pericoloso, sicuramente si aggiravano dei tedeschi o peggio ancora delle spie.

Decidemmo allora di passare per le montagne, dovevamo prepararci però.

Il primo lavoro fu di riempire di pane gli zaini, affidandoci come sempre alla generosità degli abitanti del posto che incontravamo; solo pane e non altro. La ragione è che non sapevamo come ci saremmo trovati sulle montagne. Potevano esserci dei tedeschi ad ostacolarci, perciò pensammo che una buona scorta di pane, abbastanza leggero da portare, e n’avevamo due zaini pieni, ci avrebbe assicurato qualche giorno di sopravvivenza nei boschi se ce ne fosse stato bisogno.

Imboccammo la Valle Pesio risalendo la Bisalta fino ad arrivare a Colla Piana. Durante l’ascesa ci capitò anche di trovare dei nostri muli abbandonati. Provammo a prenderne alcuni per montarci a cavallo e farci portare su, ma niente da fare, si erano già inselvatichiti.

Giunti a Colla Piana ci sedemmo sull’erba e per un po’ restammo ad ascoltare.

Era una bella giornata soleggiata e pareva tutto tranquillo.

Siccome lì non c’era acqua, iniziammo a scendere e ci fermammo dove iniziavano i primi arbusti di faggio del vallone di Boia. Lì c’era una sorgente e mangiammo qualcosa tutti assieme, eravamo ormai arrivati.

Adesso ognuno doveva fare la sua strada; ci dividemmo.

Non eravamo distanti dal tetto Gheta, che conoscevamo bene, ma io e mio cugino, per paura che ci fossero i tedeschi, ci tenemmo ben lontani continuando a mantenerci piuttosto alti nel bosco. Letu d’la Patucta era dei Buia e prese giù per il vallone. Lu Mulinée d’Reneta e lu Tabachin di Furc scesero fino alla strada carrozzabile in fondo alla valle e risalirono il versante del Muntàs per scendere poi in Val Grande.

Si cercava di evitare al massimo l’attraversamento di borgate o di percorrere strade, era rischioso.

Quando arrivai al tetto ormai era scuro. Mi fermai nel bosco appena sopra e rimasi lì per un bel po’, rimasi ad ascoltare se la situazione era tranquilla.

Non si sentiva nulla, che non fossero i normali rumori della campagna, allora mi decisi ad andare avanti. Spuntai da dietro ai primi caseggiati della borgata, gli girai attorno e finalmente mi ritrovai sulla porta di casa. Entrai.

I miei nel vedermi rimasero di pietra, sembrava avessero avuto una visione.

La prima cosa che dissi fu: “C’è qualcuno?”. Al quanto stupiti, mi risposero: “Ma chi vuoi che ci sia?”. Fui io a stupirmi, infatti, sebbene sapessero che i soldati italiani si stavano ritirando, non sapevano che i tedeschi ci stavano dando la caccia e non riuscivano a capire tutto questo mio timore. A cena ebbi modo di spiegare bene la situazione e compresero la mia preoccupazione.

occitan

Après la Rússia, lo rapòrt embe nòstri aliats alemands cambiec radicalment.

Per paor qu’aquisti envaiessen l’Itàlia per far-nos-la pagar, nos manderen al Brennero e al Pas de la Mendola.

Qualque jorn derant que tombesse Mussolini, lhi alemands nos ataqueren e arriberen decò a far qualque preisoniers. Pierin Cabila Matè d’ Berlinga e Teulin dal Molin lhi avian pilhats pròpi aquí.

Aürosament ma squadra devia encara se bojar, quora, coma n’esleuci a cèl seren, arribec la novèla que Mussolini era tombat, donca foguérem laissats sensa òrdres a la misericòrdia de nosautri mesmes.

Cerchérem de pas far-se pilhar da lhi alemands que aüra trobaven pas pus deguna resistença e istaven fasent preisonieras entieras colòmnas dessot nòstri uelhs.

An aqueste ponch calérem aval per la valada, atraversant fins na colòmna de preisoniers, continuant fins al fons, après remontérem un versant e marchérem encara per d’autri dui jorns per puei prencipiar nòstre viatge de retorn vèrs maison.

La prima causa da far era de se desbarassar de las unifòrmas cerchant de vestimentas civilas. Donca, passaviam dins las maisons a chamar a qui na chamisa, a qui na jaca o un parelh de braias e via parelh.

Decò lo minjar lo cerchaviam dins las maisons, mas pagar poliam pas perqué aviam ren de sòuds.

Aürosament s’eren formaas de pichòtas organizacions de solidaritat que, dins lhi diferents païsets, cerchaven d’ajuar lhi soldats al desband que provenien dal frònt coma nosautri.

A travèrs lo passaparaula nos avertien de nos trobar ent una cèrtena plaça dal país ente lhi auria agut qualqu’un que nos auria mostrat lo melhor chamin per lo retorn.

D’abituda, qui era darreire aquestas bandas volontàrias de solidaritat, eren de preires de país, possats da n’enfenia pietat dins lo veire aquò que istava arribant.

Qui acompanhava lhi soldats per lo prim tòc eren puei de filhets dal pòst.

Parelh decò nosautri èrem dins lors mans. Naturalament lo preire nos chamec de contribuïr embe na bònaman a la pichòta guida, dins la misura que poliam, a la fin de la mission.

Coma lhi donar tòrt, d’autre cant desbanaven un dever riscós e ben nòble; na reconoissença era pus que degua.

Partits dal país chaminérem embe nòstri acompanhaires per na man d’oras anant amont per las montanhas fins a tochar lhi glaciers per puei calar a Santa Caterina Valfurva dins las montanhas de la Valtellina.

Dal temp que anaviam amont encontrero un marguier abo lo chapèl en tèsta e, vist que iu aviu encara lo chapèl d’alpin, lhi semonero n’eschambi. Me disec malament de no, mas iu aviu besonh de son chapèl e, possat dal besonh, embe n’àbil moviment lhi lo gavero, lhi ai fichat lo miu sus la tèsta e continuero per ma charriera.

Continuant sus aquelas ribas eren encara ben evidents las marcas laissaas da la premiera guèrra mondiala: trincheas e escatoletas de charn enrulias apartenguas a qualque soldat fai trent’ans derant, probablement aquestas montanhas las avia conoissuas decò mon paire.

Arribats a Santa Caterina intrérem dins un aubèrge e malgrat avessiam ren de sòuds nos doneren totun qualquaren da minjar. Eriam en cinc, tuiti dal Vernant.

Lo jorn d’après montérem sus la corriera per anar a prene lo tren ent un país aquí da cant.

Just montats sus, la locomotiva lançec un lòng suble e embe un eschancon partec.

Ental prim tòc tot tranquil, mas da na mira en anant, a chasque estacion que nos fermaviam deviam veire lo trist espectacle di nòstri companhs d’arma já faits preisoniers da lhi alemands e prompts per èsser menats en Germània o qui sa ente.

Qualqu’un, nos reconeissent, nos esquichava un uelhs per salut.

Lhi avia tròp d’alemands e iu voliu pas riscar d’èsser fait preisonier. Disero a mi companhs de viatge que a la fermada d’après seriu calat e auriu continuat a pè, lor polien far coma volien.

Calérem tuiti e cinc: iu, Jaco d’la Fuela, Teu dal Blond, lo Tabaquin di Forc e lo Molinier d’Reneta. Chaminérem tot lo jorn per las campanhas, demandant da minjar dins las maisons que nos enspiraven mai confiança.

Mas virar en cinc dins nòstras condicions era perilhós, donava tròp a l’uelh, donca, arribaa la sera decidérem de nos divíder en dui grops, decò per aver mai bel far a trobar qualqu’un despausat a nos alotjar e donar da minjar. Abo iu resteren Jaco d’la Fuela e Teu dal Blond. Lhi autres, lo jorn d’après, tempteren mai lo tren e lhi anec ben perqué reüsseren a arrubar fins esquasi a maison sensa èsser capturats, ensita nosautri aven agut pus car d’anar a pè, per las campanhas.

Per pas donar suspècts, quora deviam atraversar las charrieras principalas, cerchaviam de passar en temps diferent fénhent d’èsser chascun per son còmpte.

Quora foguérem alentorn de Turin m’enaviso di filhets que chamaven dai champs e que nos envitaven a lhi anar après, daus que dins lor país lhi aubèrges fasien da minjar per lhi passants.

En efèct, eriam pas lhi solets a nos trobar en aquelas condicions, coma nosautri, milier d’autres joves traçaven las campanhas e lhi país per far retorn a maison cerchant d’escapar a lhi alemands.

Donérem da ment ai filhets e minjérem qualquaren.

Fenit lo repast nos enformérem da lhi aubergistas ente prene la barca per traversar lo Po.

Ben disponibles, nos faseren acompanhar da n’autre filhet que, pilhant a travèrs di champs, nos portec fins al luec endicat.

Arribats sus l’autra esponda pilhérem la charriera en direccion Coni.

Après na man de minutas de chamin encontrérem dui filhs coma nosautri, mas embe una vuelha de chacharar pas abituala.

Gavat nosautri que nos conoissiam ben, per la rèsta polies t’encrosear embe las terriblas espias fascistas, donca tochava totjorn far ben a ment a qui que sie.

Lhi dui nos faseren suspectar, continuaven a insíster per nos far tornar arreire vèrs Turin, volien a tuiti lhi còsts que anessiam embe lor, istaven devenent pròpi enuiós.

Nos foguec d’abòrd clar que se tractava d’espias. Çò que far?

Considerant que lor eren masque en dui, après qualque esgards d’acòrdi embe mi sòcis de viatge, d’un crep lhi volérem a còl e, embe sonòrs cauç ental cul e qualque escopàs, depareisseren e se presenteren pus.

Nòstre pelegrinar entre las campanhas, charrieras secondàrias e pichòts païsets devia encara continuar fins a nòstras maisons.

Durmérem encara na nueit alentorns de Mondvì e la darriera nueit la passérem a Beinette da la sòrre de Leto dal Blond que istava aquí. Nos donec da minjar e nos estremec dins a un polalhier ente polérem nos repausar un pauc.

Lo matin d’après, al premier solelh, repartérem.

De bèl avant la plana era fenia, mas per arrubar a maison poliam ren anar après a la via dal fonsvalada, era tròp perilhós, segurament la lhi avia d’alemands o pieis encara d’espions.

Decidérem alora de passar per las montanhas, donca chalia aparear-se per ben.

Lo prim trabalh foguec de borrar de pan lhi bersacs, confiant coma sempre a la generositat de la gent dal pòst que encapitava; masque pan e ren d’autre. La rason es que sabiam pas coma se seriam trobats sus las montanhas. Lhi polia aver d’alemands a nos enmerdar, donca pensérem que na bòna escòrta de pan, a bastança legier da portar, e n’aviam dui bersacs plens, nos auria assegurat qualque jorn de sobrevivença dins lhi bòsc se n’avessiam agut de manca.

Chapérem per la Val Pes remontant la Besimauda fins a arrubar a Còla Plana. Dal temp que montaviam nos capitec decò de trobar qualqu’un di nòstri muls abandonats. Provérem a nos aprochar a una o doas d’aquelas bèstias per lhi montar sús e far-se menar amont, mas ren a far, eren já devenguts sarvatges.

Arribats a Còla Plana nos assetérem sus l’èrba e per un pauc restérem a escotar.

Era na bèla jornaa ensolelhaa e pareissia tot tranquil.

Daus que aquí lhi avia pas d’aiga, comencérem a calar e nos fermérem ente tacaven lhi premiers boissons de fau dal valon di Boia. Aquí lhi avia na fònt e minjérem qualquaren tuiti ensem, eriam esquasi arrubats.

Aüra chascun devia far sa via per son còmpte; nos partatgérem.

Eriam pas luenh dal teit Gueta, que conoissiam ben, mas iu e mon cosin, per paor que lhi auguesse d’alemands, nos tenérem ben daluenh continuant a chaminar pustòst aut dins lo bòsc. Leto d’la Patocta (non era Leto dal Blond?) era di Boia e prenec aval per lo valon. Lo Molinier d’Reneta e lo Tabaquin di Forc caleren fins a la charriera di veituras al fons de la valada e remonteren lo versant dal Montàs per calar mai en Val Granda.

Se cerchava d’evitar al màxim l’atraversament di borjaas o de percórrer las charrieras principalas, era perilhós.

Quora arribero al teit de bèl avant era escur. Me fermero dins lo bòsc just dessús e restero aquí per un bèl pauc, restero a escotar se la situacion era tranquilla.

Se sentia pasren que foguessen pas lhi normals bruïr de la campanha, alora me decidero d’anar anant.

Esponchero da darreire ai premiers casei de la borjaa, lhi virero a l’entorn e finalament me retrobero sus l’uis de maison. Intrero.

Mi parents en me veient resteren de bòsc, semelhava auguessen agut na vision.

La premiera causa que disero foguec: “La lhi a qualqu’un?”. Esbalordits, me responderen: “Mas qui vòs que lhi sie?”. Foguero iu ensita a m’estonar, en efèct, bèla se sabien que lhi soldats italians s’istaven retirant, sabien pas que lhi alemands nos istaven donant la chaça e reüssien pas a comprene tot aquesta mia paor.

A cina aguero l’ocasion de lor explicar la situacion e compreneren ben mon cruci.


Il Brennero, lo sbandamento, il ritorno a casa

Lo Brennero, lo desbandament, lo retorn a maison

Il Brennero, lo sbandamento, il ritorno a casa
italiano

Il Brennero, lo sbandamento, il ritorno a casa

Dopo la Russia, il rapporto con i nostri alleati tedeschi cambiò radicalmente.

Per paura che questi invadessero l’Italia per farcela pagare, ci mandarono al Brennero e al Passo della Mendola.

Qualche giorno prima che cadesse Mussolini, i tedeschi ci attaccarono e riuscirono anche a fare alcuni prigionieri tra i quali Pierin Cabila, Matè et Berlinga e Teulin dal Mulin che deportarono in Germania.

Fortunatamente la mia squadra doveva ancora muoversi, quando, come un fulmine a ciel sereno, arrivò la notizia che Mussolini era caduto, quindi fummo lasciati senza ordini e in balia di noi stessi.

Cercammo di non farci prendere dai tedeschi che ora non trovavano più alcuna resistenza e stavano facendo prigioniere intere colonne sotto i nostri occhi.

A questo punto scendemmo giù per la valle, attraversando addirittura una colonna di prigionieri, continuando fino al fondo, dopodiché risalimmo un versante e marciammo ancora per altri due giorni per poi dare inizio al nostro viaggio di ritorno verso casa.

La prima cosa da fare era di liberarsi delle uniformi cercando abiti civili. Quindi, passavamo nelle case a chiedere a chi una camicia, a chi una giacca o un paio di pantaloni e via dicendo.

Anche il mangiare lo cercavamo nelle case, ma pagare non potevamo perché non avevamo soldi.

Fortunatamente erano sorte delle piccole organizzazioni di solidarietà che, nei vari paesini, cercavano di aiutare i soldati allo sbando che provenivano dal fronte come noi.

Tramite passaparola ci avvisarono di trovarci in una determinata piazza del paese dove ci sarebbe stato qualcuno che ci avrebbe indicato la strada migliore per il ritorno.

Solitamente, chi stava dietro a questi gruppi spontanei di solidarietà, erano dei preti di paese, mossi da infinita pietà nel vedere ciò che stava accadendo.

Chi poi accompagnava i soldati per il primo tratto erano dei ragazzini del posto.

Così anche noi ci affidammo a loro. Naturalmente il prete ci chiese di contribuire con una mancia, nella misura in cui potevamo, a fine missione della piccola guida.

Come dargli torto, d’altronde svolgevano un compito rischioso e assai nobile; una gratificazione era più che dovuta.

Partiti dal paese camminammo con i nostri accompagnatori per alcune ore salendo su per le montagne fino a lambirne i ghiacci per poi scendere a Santa Caterina Valfurva nelle montagne valtellinesi.

Mentre andavamo su incontrai un malgaro col cappello in testa e, poiché io avevo ancora il cappello alpino, gli proposi uno scambio. Mi disse malamente di no, ma io avevo bisogno del suo cappello, al che con un’abile mossa spinta dal bisogno glielo tolsi, gli cacciai il mio sulla testa e continuai per la mia strada.

Proseguendo su quei pendii erano ancora ben evidenti i segni lasciati dalla prima guerra mondiale: trincee e scatolette di carne arrugginite appartenute a qualche soldato di almeno trent’anni prima, probabilmente queste montagne le aveva conosciute anche mio padre.

Giunti a Santa Caterina entrammo in un albergo e nonostante non avessimo soldi ci diedero ugualmente qualcosa da mangiare. Eravamo in cinque, tutti di Vernante.

Il giorno dopo salimmo sulla corriera per recarci a prendere il treno in un paese lì vicino.

Appena saliti in carrozza la locomotiva lanciò un lungo fischio e con uno strattone partì.

Nel primo tratto tutto tranquillo, ma da un certo punto in poi, ad ogni stazione in cui ci fermavamo, ci si parava dinanzi il triste spettacolo dei nostri compagni d’arma già fatti prigionieri dai tedeschi e pronti per essere portati in Germania o chi sa dove.

Alcuni, riconoscendoci, con gli occhi abbozzavano un saluto.

C’erano troppi tedeschi ed io non volevo rischiare di essere fatto prigioniero. Dissi ai miei compagni di viaggio che alla fermata successiva sarei sceso ed avrei proseguito a piedi, poi per me loro potevano fare come volevano.

Scendemmo tutti e cinque: io, Giacu d’la Füela, Teu dal Biunt, il Tabachin di Fourc e il Mulinée d’Reneta. Camminammo tutto il giorno per le campagne, chiedendo da mangiare nelle case che ci ispiravano maggiore fiducia.

Ma girare in cinque nelle nostre condizioni era pericoloso, dava troppo nell’occhio, quindi, arrivata la sera decidemmo di dividerci in due gruppi, anche per avere più facilità a trovare qualcuno disposto ad ospitarci e darci da mangiare. Con me rimasero Giacu d’la Füela e Teu dal Biunt. Gli altri, il giorno dopo, tentarono nuovamente il treno e gli andò bene perché riuscirono ad arrivare fin quasi a casa senza essere catturati, invece noi preferimmo continuare a piedi, per le campagne.

Per non destare sospetti, quando dovevamo attraversare le strade principali, cercavamo di passare in tempi diversi fingendo d’essere ognuno per i fatti propri.

Quando fummo nelle vicinanze di Torino, ricordo dei ragazzini che chiamavano dai prati e che c’invitavano a seguirli, poiché nel loro paese gli alberghi facevano da mangiare per i passanti.

Infatti, non eravamo gli unici a trovarci in quelle condizioni, come noi, migliaia di altri giovani solcavano le campagne ed i paesi per fare ritorno a casa cercando di sfuggire ai tedeschi.

Demmo retta ai ragazzini e mangiammo qualcosa.

Ultimato il pasto c’informammo dagli albergatori per dove prendere la barca per attraversare il Po. Molto disponibili, ci fecero accompagnare da un altro ragazzino che, prendendo attraverso i prati, ci portò fino al luogo indicato.

Giunti sull’altra sponda prendemmo la strada in direzione Cuneo.

Dopo alcuni minuti di cammino incontrammo due ragazzi come noi, ma con un’insolita voglia di chiacchierare.

Tolto noi che ci conoscevamo bene, per il resto potevi imbatterti nelle famigerate spie fasciste, quindi bisognava sempre stare molto attenti a chiunque.

I due ci fecero insospettire, continuavano ad insistere affinché tornassimo indietro verso Torino, volevano a tutti i costi che andassimo con loro, stavano veramente diventando fastidiosamente invadenti.

Ci fu subito chiaro che si trattava di spie. Cosa fare?

Considerando che loro erano solo in due, dopo alcuni sguardi d’intesa con i miei soci di viaggio, ad un certo punto gli volammo addosso e, con sonori calci nel sedere e qualche scappellotto, li mettemmo in fuga; non si presentarono più.

Il nostro peregrinare fra campagne, strade secondarie e piccoli paesini doveva ancora continuare fino alle nostre case.

Dormimmo ancora una notte nelle vicinanze di Mondovì e l’ultima notte la passammo a Beinette dalla sorella di Letu dal Biunt che abitava lì. Ci diede da mangiare e ci nascose in un pollaio dove potemmo riposarci un po’.

Il mattino dopo, quando il sole si levò, ripartimmo.

Ormai la pianura era finita, ma per arrivare a casa non potevamo fare il fondovalle, era troppo pericoloso, sicuramente si aggiravano dei tedeschi o peggio ancora delle spie.

Decidemmo allora di passare per le montagne, dovevamo prepararci però.

Il primo lavoro fu di riempire di pane gli zaini, affidandoci come sempre alla generosità degli abitanti del posto che incontravamo; solo pane e non altro. La ragione è che non sapevamo come ci saremmo trovati sulle montagne. Potevano esserci dei tedeschi ad ostacolarci, perciò pensammo che una buona scorta di pane, abbastanza leggero da portare, e n’avevamo due zaini pieni, ci avrebbe assicurato qualche giorno di sopravvivenza nei boschi se ce ne fosse stato bisogno.

Imboccammo la Valle Pesio risalendo la Bisalta fino ad arrivare a Colla Piana. Durante l’ascesa ci capitò anche di trovare dei nostri muli abbandonati. Provammo a prenderne alcuni per montarci a cavallo e farci portare su, ma niente da fare, si erano già inselvatichiti.

Giunti a Colla Piana ci sedemmo sull’erba e per un po’ restammo ad ascoltare.

Era una bella giornata soleggiata e pareva tutto tranquillo.

Siccome lì non c’era acqua, iniziammo a scendere e ci fermammo dove iniziavano i primi arbusti di faggio del vallone di Boia. Lì c’era una sorgente e mangiammo qualcosa tutti assieme, eravamo ormai arrivati.

Adesso ognuno doveva fare la sua strada; ci dividemmo.

Non eravamo distanti dal tetto Gheta, che conoscevamo bene, ma io e mio cugino, per paura che ci fossero i tedeschi, ci tenemmo ben lontani continuando a mantenerci piuttosto alti nel bosco. Letu d’la Patucta era dei Buia e prese giù per il vallone. Lu Mulinée d’Reneta e lu Tabachin di Furc scesero fino alla strada carrozzabile in fondo alla valle e risalirono il versante del Muntàs per scendere poi in Val Grande.

Si cercava di evitare al massimo l’attraversamento di borgate o di percorrere strade, era rischioso.

Quando arrivai al tetto ormai era scuro. Mi fermai nel bosco appena sopra e rimasi lì per un bel po’, rimasi ad ascoltare se la situazione era tranquilla.

Non si sentiva nulla, che non fossero i normali rumori della campagna, allora mi decisi ad andare avanti. Spuntai da dietro ai primi caseggiati della borgata, gli girai attorno e finalmente mi ritrovai sulla porta di casa. Entrai.

I miei nel vedermi rimasero di pietra, sembrava avessero avuto una visione.

La prima cosa che dissi fu: “C’è qualcuno?”. Al quanto stupiti, mi risposero: “Ma chi vuoi che ci sia?”. Fui io a stupirmi, infatti, sebbene sapessero che i soldati italiani si stavano ritirando, non sapevano che i tedeschi ci stavano dando la caccia e non riuscivano a capire tutto questo mio timore. A cena ebbi modo di spiegare bene la situazione e compresero la mia preoccupazione.

occitan

Après la Rússia, lo rapòrt embe nòstri aliats alemands cambiec radicalment.

Per paor qu’aquisti envaiessen l’Itàlia per far-nos-la pagar, nos manderen al Brennero e al Pas de la Mendola.

Qualque jorn derant que tombesse Mussolini, lhi alemands nos ataqueren e arriberen decò a far qualque preisoniers. Pierin Cabila Matè d’ Berlinga e Teulin dal Molin lhi avian pilhats pròpi aquí.

Aürosament ma squadra devia encara se bojar, quora, coma n’esleuci a cèl seren, arribec la novèla que Mussolini era tombat, donca foguérem laissats sensa òrdres a la misericòrdia de nosautri mesmes.

Cerchérem de pas far-se pilhar da lhi alemands que aüra trobaven pas pus deguna resistença e istaven fasent preisonieras entieras colòmnas dessot nòstri uelhs.

An aqueste ponch calérem aval per la valada, atraversant fins na colòmna de preisoniers, continuant fins al fons, après remontérem un versant e marchérem encara per d’autri dui jorns per puei prencipiar nòstre viatge de retorn vèrs maison.

La prima causa da far era de se desbarassar de las unifòrmas cerchant de vestimentas civilas. Donca, passaviam dins las maisons a chamar a qui na chamisa, a qui na jaca o un parelh de braias e via parelh.

Decò lo minjar lo cerchaviam dins las maisons, mas pagar poliam pas perqué aviam ren de sòuds.

Aürosament s’eren formaas de pichòtas organizacions de solidaritat que, dins lhi diferents païsets, cerchaven d’ajuar lhi soldats al desband que provenien dal frònt coma nosautri.

A travèrs lo passaparaula nos avertien de nos trobar ent una cèrtena plaça dal país ente lhi auria agut qualqu’un que nos auria mostrat lo melhor chamin per lo retorn.

D’abituda, qui era darreire aquestas bandas volontàrias de solidaritat, eren de preires de país, possats da n’enfenia pietat dins lo veire aquò que istava arribant.

Qui acompanhava lhi soldats per lo prim tòc eren puei de filhets dal pòst.

Parelh decò nosautri èrem dins lors mans. Naturalament lo preire nos chamec de contribuïr embe na bònaman a la pichòta guida, dins la misura que poliam, a la fin de la mission.

Coma lhi donar tòrt, d’autre cant desbanaven un dever riscós e ben nòble; na reconoissença era pus que degua.

Partits dal país chaminérem embe nòstri acompanhaires per na man d’oras anant amont per las montanhas fins a tochar lhi glaciers per puei calar a Santa Caterina Valfurva dins las montanhas de la Valtellina.

Dal temp que anaviam amont encontrero un marguier abo lo chapèl en tèsta e, vist que iu aviu encara lo chapèl d’alpin, lhi semonero n’eschambi. Me disec malament de no, mas iu aviu besonh de son chapèl e, possat dal besonh, embe n’àbil moviment lhi lo gavero, lhi ai fichat lo miu sus la tèsta e continuero per ma charriera.

Continuant sus aquelas ribas eren encara ben evidents las marcas laissaas da la premiera guèrra mondiala: trincheas e escatoletas de charn enrulias apartenguas a qualque soldat fai trent’ans derant, probablement aquestas montanhas las avia conoissuas decò mon paire.

Arribats a Santa Caterina intrérem dins un aubèrge e malgrat avessiam ren de sòuds nos doneren totun qualquaren da minjar. Eriam en cinc, tuiti dal Vernant.

Lo jorn d’après montérem sus la corriera per anar a prene lo tren ent un país aquí da cant.

Just montats sus, la locomotiva lançec un lòng suble e embe un eschancon partec.

Ental prim tòc tot tranquil, mas da na mira en anant, a chasque estacion que nos fermaviam deviam veire lo trist espectacle di nòstri companhs d’arma já faits preisoniers da lhi alemands e prompts per èsser menats en Germània o qui sa ente.

Qualqu’un, nos reconeissent, nos esquichava un uelhs per salut.

Lhi avia tròp d’alemands e iu voliu pas riscar d’èsser fait preisonier. Disero a mi companhs de viatge que a la fermada d’après seriu calat e auriu continuat a pè, lor polien far coma volien.

Calérem tuiti e cinc: iu, Jaco d’la Fuela, Teu dal Blond, lo Tabaquin di Forc e lo Molinier d’Reneta. Chaminérem tot lo jorn per las campanhas, demandant da minjar dins las maisons que nos enspiraven mai confiança.

Mas virar en cinc dins nòstras condicions era perilhós, donava tròp a l’uelh, donca, arribaa la sera decidérem de nos divíder en dui grops, decò per aver mai bel far a trobar qualqu’un despausat a nos alotjar e donar da minjar. Abo iu resteren Jaco d’la Fuela e Teu dal Blond. Lhi autres, lo jorn d’après, tempteren mai lo tren e lhi anec ben perqué reüsseren a arrubar fins esquasi a maison sensa èsser capturats, ensita nosautri aven agut pus car d’anar a pè, per las campanhas.

Per pas donar suspècts, quora deviam atraversar las charrieras principalas, cerchaviam de passar en temps diferent fénhent d’èsser chascun per son còmpte.

Quora foguérem alentorn de Turin m’enaviso di filhets que chamaven dai champs e que nos envitaven a lhi anar après, daus que dins lor país lhi aubèrges fasien da minjar per lhi passants.

En efèct, eriam pas lhi solets a nos trobar en aquelas condicions, coma nosautri, milier d’autres joves traçaven las campanhas e lhi país per far retorn a maison cerchant d’escapar a lhi alemands.

Donérem da ment ai filhets e minjérem qualquaren.

Fenit lo repast nos enformérem da lhi aubergistas ente prene la barca per traversar lo Po.

Ben disponibles, nos faseren acompanhar da n’autre filhet que, pilhant a travèrs di champs, nos portec fins al luec endicat.

Arribats sus l’autra esponda pilhérem la charriera en direccion Coni.

Après na man de minutas de chamin encontrérem dui filhs coma nosautri, mas embe una vuelha de chacharar pas abituala.

Gavat nosautri que nos conoissiam ben, per la rèsta polies t’encrosear embe las terriblas espias fascistas, donca tochava totjorn far ben a ment a qui que sie.

Lhi dui nos faseren suspectar, continuaven a insíster per nos far tornar arreire vèrs Turin, volien a tuiti lhi còsts que anessiam embe lor, istaven devenent pròpi enuiós.

Nos foguec d’abòrd clar que se tractava d’espias. Çò que far?

Considerant que lor eren masque en dui, après qualque esgards d’acòrdi embe mi sòcis de viatge, d’un crep lhi volérem a còl e, embe sonòrs cauç ental cul e qualque escopàs, depareisseren e se presenteren pus.

Nòstre pelegrinar entre las campanhas, charrieras secondàrias e pichòts païsets devia encara continuar fins a nòstras maisons.

Durmérem encara na nueit alentorns de Mondvì e la darriera nueit la passérem a Beinette da la sòrre de Leto dal Blond que istava aquí. Nos donec da minjar e nos estremec dins a un polalhier ente polérem nos repausar un pauc.

Lo matin d’après, al premier solelh, repartérem.

De bèl avant la plana era fenia, mas per arrubar a maison poliam ren anar après a la via dal fonsvalada, era tròp perilhós, segurament la lhi avia d’alemands o pieis encara d’espions.

Decidérem alora de passar per las montanhas, donca chalia aparear-se per ben.

Lo prim trabalh foguec de borrar de pan lhi bersacs, confiant coma sempre a la generositat de la gent dal pòst que encapitava; masque pan e ren d’autre. La rason es que sabiam pas coma se seriam trobats sus las montanhas. Lhi polia aver d’alemands a nos enmerdar, donca pensérem que na bòna escòrta de pan, a bastança legier da portar, e n’aviam dui bersacs plens, nos auria assegurat qualque jorn de sobrevivença dins lhi bòsc se n’avessiam agut de manca.

Chapérem per la Val Pes remontant la Besimauda fins a arrubar a Còla Plana. Dal temp que montaviam nos capitec decò de trobar qualqu’un di nòstri muls abandonats. Provérem a nos aprochar a una o doas d’aquelas bèstias per lhi montar sús e far-se menar amont, mas ren a far, eren já devenguts sarvatges.

Arribats a Còla Plana nos assetérem sus l’èrba e per un pauc restérem a escotar.

Era na bèla jornaa ensolelhaa e pareissia tot tranquil.

Daus que aquí lhi avia pas d’aiga, comencérem a calar e nos fermérem ente tacaven lhi premiers boissons de fau dal valon di Boia. Aquí lhi avia na fònt e minjérem qualquaren tuiti ensem, eriam esquasi arrubats.

Aüra chascun devia far sa via per son còmpte; nos partatgérem.

Eriam pas luenh dal teit Gueta, que conoissiam ben, mas iu e mon cosin, per paor que lhi auguesse d’alemands, nos tenérem ben daluenh continuant a chaminar pustòst aut dins lo bòsc. Leto d’la Patocta (non era Leto dal Blond?) era di Boia e prenec aval per lo valon. Lo Molinier d’Reneta e lo Tabaquin di Forc caleren fins a la charriera di veituras al fons de la valada e remonteren lo versant dal Montàs per calar mai en Val Granda.

Se cerchava d’evitar al màxim l’atraversament di borjaas o de percórrer las charrieras principalas, era perilhós.

Quora arribero al teit de bèl avant era escur. Me fermero dins lo bòsc just dessús e restero aquí per un bèl pauc, restero a escotar se la situacion era tranquilla.

Se sentia pasren que foguessen pas lhi normals bruïr de la campanha, alora me decidero d’anar anant.

Esponchero da darreire ai premiers casei de la borjaa, lhi virero a l’entorn e finalament me retrobero sus l’uis de maison. Intrero.

Mi parents en me veient resteren de bòsc, semelhava auguessen agut na vision.

La premiera causa que disero foguec: “La lhi a qualqu’un?”. Esbalordits, me responderen: “Mas qui vòs que lhi sie?”. Foguero iu ensita a m’estonar, en efèct, bèla se sabien que lhi soldats italians s’istaven retirant, sabien pas que lhi alemands nos istaven donant la chaça e reüssien pas a comprene tot aquesta mia paor.

A cina aguero l’ocasion de lor explicar la situacion e compreneren ben mon cruci.