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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

L’espansione e il tramonto della vetreria

L’expansion e lo declinar de la vedreria

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

L’espansione e il tramonto della vetreria
italiano

Con sole due macchine, nei primi anni di attività dello stabilimento, eravamo circa duecento, persone; qualche anno dopo ne sono entrate in funzione altre tre per un totale di cinque macchine, ma il numero di persone che ci lavorava rimase circa lo stesso.

Giraudo, un grosso azionista di Cuneo, me lo aveva detto: “…devono togliere personale ed aumentare il lavoro!”

Ma come faranno?”. Gli domandai più volte.

A ciascuno il proprio lavoro!”. La sua risposta.

Per raggiungere quell’obbiettivo innovarono anche i macchinari. Allora, erano ormai gli anni ’60, ecco arrivare le ventose.

Si trattava di bracci meccanici dotati di una ventosa di gomma che si appoggiava sulla lastra di vetro, che noi avevamo appena staccato e la portava direttamente ai tavoli di taglio, eliminando il lavoro manuale di movimentazione delle lastre.

Fu poi la volta dei tavoli da taglio elettrici, dove bastava impostare le misure delle lastre che si volevano ottenere e questi, pian piano, tagliavano secondo le impostazioni prescritte.

Chi aveva costruito quelle macchine e ne curava le migliorie, era un meccanico dei dintorni di Cuneo, un certo Bottero.

Il lavoro rimaneva comunque duro anzi, siccome si tendeva a risparmiare sul personale spesso tentavano di farti fare dei lavori che non erano proprio quelli di tua competenza.

A me capitò una notte, quando il vetro che usciva dalla macchina su cui lavoravo con Gian Marchet, si ruppe inceppando i meccanismi.

Tutti i rulli che tiravano su il vetro erano rimasti impastati e necessitavano di manutenzione.

Un lavoro, quello, che non era di nostra competenza. Noi sapevamo staccare il vetro, per il resto c’erano le squadre apposta. Nonostante questo, volevano farci pulire i rulli.

Capitò che io e Gian Marchet, che quella volta eravamo di turno, replicammo un no secco alle incessanti richieste dei capi. Basta col fare il lavoro degli altri, avevano solo da far intervenire il personale di turno preposto a quel tipo di manutenzione.

Il geometra Botasso, uno dei nostri responsabili, visto il nostro atto di ribellione salì al “distacco”. Tentò di farci cambiare idea dicendoci che se ci fossimo rifiutati ci avrebbe fatti convocare direttamente dal Dott. Faccenda, che era anche il sindaco del paese.

Restammo saldamente ancorati alle nostre ragioni e così, il giorno dopo, eravamo nel suo ufficio.

Il direttore fece un lungo discorso sul fatto che la vetreria era in deficit, c’era crisi, non riuscivano ad aggiungere operai a sufficienza per coprire tutte le mansioni e via di questo passo.

Restammo per un po’ in silenzio poi però io non riuscii più a trattenermi e replicai dicendo che con tutto il risparmio che facevano qua nel non assumere personale e nel mantenere la manutenzione al minimo, si erano messi un bel po’ di soldi da parte tanto da investire su una nuova fabbrica che stavano costruendo nelle vicinanze di Cuneo.

Il direttore rimase muto. Il geometra Botasso rivolto a lui commentò: “Vede, Giacomo aveva il negozio, quando si trovò in deficit e non poteva più andare avanti fece che chiudere; la vetreria invece…va avanti…”.

I tempi della vetreria a Vernante stavano dunque per finire, si stava già costruendo quella di Cuneo, molto più grande e moderna della precedente e con enormi possibilità di espansione, mentre qui c’era ben poco spazio.

A Cuneo ci andai anch’io, fu durante il mio ultimo mese di lavoro.

Eravamo io e Spirito, lavoravamo assieme, ricordo ancora la prima cosa che ci disse il caporeparto: “Qui non è Vernante!”. Subito non capii bene cosa volesse intendere, ma dopo un paio di giorni fu chiaro.

A Vernante eravamo abituati a dei ritmi di lavoro, che al confronto, erano molto più pesanti, finito un lavoro se ne faceva un altro. C’erano dei premi di produzione per chi faceva più casse, più imballaggi o più tagli, ognuno per la propria mansione, c’era poca automazione e il lavoro in se, era più pesante.

A Cuneo la gestione era più moderna e automatizzata perciò una volta raggiunta la quantità di prodotto per quel giorno, basta; se avevi finito il tuo lavoro nel tempo rimanente potevi “girare”, era lo stesso caporeparto che ci mandava “a spasso” per non averci lì a “rompere le scatole”.

Allora spesso si andava in magazzino e si lasciava passare quel tempo necessario per poi ritornare in linea quando si era accumulato di nuovo un po’ di lavoro. E si, non era proprio Vernante!

I compagni di lavoro con i quali ho lavorato di più sono stati: Gian Marchet, Albino, Aldo, quei quattro o cinque, sempre i soliti e il lavoro era sempre quello.

Riguardo ai capi, posso dire di essermi fatto ben volere e, salvo alcuni episodi, non mi sono mai lamentato di loro.

L’ing. Einaudi a volte veniva a cercarmi, voleva che gli raccontassi delle mie vicende passate da soldato, di quando ero stato in Albania o in Russia. Passava ore intere ad ascoltare i miei racconti di quando ero militare.

Negli anni, mi ero guadagnato il loro rispetto. Significativo fu l’episodio dell’elmetto.

Era appena uscito un regolamento che obbligava gli operai addetti alle grandi lastre ad indossare l’elmetto durante il lavoro, misura di sicurezza sicuramente utile, ma io dell’elmetto non volevo saperne, non lo sopportavo.

L’assistente mi richiamava in continuazione dicendomi: “Giacu mettiti l’elmetto o ti mando i capi!”.

Mandali da me!”. Replicavo io. La cosa andò avanti così per alcuni giorni.

Un giorno li vidi arrivare, Botasso e l’Ingegnere. Gli andai incontro e gli spiegai le mie ragioni: “Io l’elmetto l’ho portato per anni e adesso non lo porto più!”.

Einaudi rimase per un po’ senza parole poi replicò: “Bravo Giacomo, vedrò cosa posso fare per lei!”. Il giorno dopo mi cambiarono di mansione, dalle grandi lastre mi spostarono a quelle più piccole dove non avrei dovuto indossare l’elmetto.

Si, devo dire che mi hanno sempre rispettato, ma il rispetto me lo sono sempre guadagnato.

occitan

Abo masque doas màquinas, dins lhi premiers ans d’activitat de l’establiment, eriam a pauc près dui cents personas; qualque an après ne’n son intraas en foncion autras tres per un total de cinc màquinas, mas lo numre de personas a trabalhar restec mai o menc lo mesme.

Giraud, un gròs accionista de Coni, me l’avia dit: “…deven gavar personal e aumentar lo trabalh!”

Mas coma farèn?”. Lhi demandero mai d’un bots.

A chascun son trabalh!”. Sa respòsta.

Per rejónher aquel objectiu renoveren decò lhi maquinaris. Alora, eren de bèl avant lhi ans ’60, vaquí arrubar las ventosas.

Se tractava de braç mecànics provists de na ventosa de goma que s’apuiava sus la lastra de vedre, que nosautri aviam just destachat e la portava dirèctament a las taulas da talh, eliminant lo trabalh manual de movimentacion de las lastras.

Foguec puei la vira di tauls da talh electrics, ente bastava establir las mesuras de las lastras que se volien obtenir e aquisti, plan-planet, talhaven segonda las règlas establias.

Qui avia fabricat aquel aparelh e ne’n fasia las melhorias, era un mecànic de l’environs de Coni, un cèrt Bottero.

Lo trabalh restava en tuiti cas dur, pieis d’aquò, dal moment que se tendia a esparmiar sus lo personal sovent cerchaven de far-te far de trabalhs qu’eren pas pròpi aquilhi de ta competença.

A mi capitec na nueit, quora lo vedre que sortia da la màquina sus la quala trabalhavo embe Jan Marquet, s’es esclapat blocant lhi mecanismes.

Tuiti lhi cilindres que tiraven amont lo vedre eren restats empastats e avien demanca de manutencion.

Un trabalh, aquel, qu’era pas de nòstra competença. Nosautri sabiam destachar lo vedre, per la rèsta lhi avia las esquadras per aquò far. Malgrat aquò, volien far-nos netear lhi cilindres.

Capitec que iu e Jan Marchet, qu’aquela vira eriam de torn, repondérem un non sec a las continuas demandas di caps. Basta! de far lo trabalh de lhi autres, avien masque da far entervenir lo personal de torn especializat en aquel tipe de manutencion.

Lo geòmetra Botàs, un di nòstri responsables, vist nòstre refús montec al “destach”. Temptec de far-nos chambiar idea nos disent que se nos se foguessiam opausats nos auria faits convocar dirèctament dal Doct. Faccenda.

Restérem ben acrocats a nòstras rasons e parelh, lo jorn d’après, eriam dins son ofici.

Lo director fasec un lòng discors sus dal perquè e lo percoma la vedreria era en deficit, lhi avia crisi, reüssien pas pus a jontar d’obriers a bastança per curbir tuiti lhi trabalhs e via d’aqueste pas.

Restérem per un pauc en silenci, totun après iu reüssero pas pus a me calmar e respondero disent que embe tot l’esparmi que fasien aicí dins lo mancat engatjament de personal e dins lo mantenir la manutencion al mínim, ilh s’eren butats un bèl pauc de sòuds d’un cant tant da lhi envestir sus na nòva fàbrica qu’istaven bastissent a l’alentorn de Coni.

Lo director restec mut. Lo geòmetra Botàs virat a ele a dit: “Veietz, Jaco avia lo negòci, quora se trobec en dificultat e polia pas pus anar anant fasec que barrar; la vedreria ensita…vai anant…”.

Lhi temps de la vedreria a Vernant istaven donca per fenir, s’istava já bastissent aquela de Coni, ben mai granda e modèrna d’aquela d’aicí embe grandas possibilitat d’expansion, mentre que aicí lhi avia ben gaire d’espaci.

A Coni lhi anero decò iu, foguec dins mon darrier mes de trabalh.

Eriam iu e Sprit, trabalhaviam ensem, m’enaviso encara la premiera causa que nos disec lo caprepart: “Aicí es pas Vernant!”. Sus lo colp capiero ren ben çò que volguesse dir, mas après un parelh de jorns foguec clar.

A Vernant eriam acostumats a de ritmes de trabalh, que al confront, eren ben mai pesants, fenit un trabalh se ne’n fasia un autre. Lhi avia de prèmis de produccion per qui fasia mai de caissas, mai d’embalatge o mai de talhs, chascun per son trabalh, lhi avia gaire d’automacion e lo trabalh mesme, era mai pesant.

A Coni la gestion era mai modèrna e automatizaa donca na vira arribats a la quantitat de produch demandaa per aquel jorn, n’avia pro; se avies fenit ton trabalh, dins lo temp que restava polies “virar”, era lo cap repart mesme que nos mandava “a ‘spas” per pas aver-nos aquí a “rómper las balas”.

L’es parelh que sovent s’anava en magazin e se laissava passar aquel temp necessari per puei retornar en linha quora s’era mai acumulat un pauc de trabalh. E òc, era pas a lo Vernant!

Lhi companhs de trabalh embe lhi quals ai trabalhat de mai son estats: Jan Marquet, Albino, Aldo, aquilhi quatre o cinc, totjorn lhi mesmes e lo trabalh era totjorn aquel.

Al regard di caps, puei dir de m’èsser fait ben voler e, gavat qualque episòdi, me siu jamai lamentat de lor.

L’eng. Einaudi de viatges venia a cerchar-me, volia que lhi contiesse de mi aveniments passats da soldat, de quora ero estat en Albania o en Rússia.

Passava oras entieras a escotar mi racònts dal temp dal soldat.

Dins lhi ans, m’ero ganhat lor respèct. Significatiu foguec l’episòdi de l’elmet.

Era just sortit un reglament que obligava lhi obriers encharjats a las grandas lastras de butar l’elmet sal trabalh, mesura de seguressa segurament útila, mas iu de l’elmet voliu pas ne’n saber, lo suportavo ren.

L’assistent me repilhava en continuacion me disent: “Jaco buta-te l’elmet o te mando lhi caps!”.

Mand-lhi da mi!”. Repetiu mi. La causa anec anant parelh per na man de jorns.

Un jorn lhi veiero arrubar, Botàs e l’engenhier. Lhi anero encòntra per explicar mas rasons: “Iu l’elmet l’ai portat per ans e aüra lo pòrto pus!”.

Einaudi restec per un pauc sensa paraulas puei respòndec: “Brave Jaco, veierei çò que puei far per vos!”. Lo jorn d’après me chambieren de trabalh, da las grandas lastras me meireren a aquelas pichòtas ente auriu pas degut portar l’elmet.

E òc, devo dir que m’an totjorn respectat, mas lo respèct me lo siu sempre ganhat.


L’espansione e il tramonto della vetreria

L’expansion e lo declinar de la vedreria

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

L’espansione e il tramonto della vetreria
italiano

Con sole due macchine, nei primi anni di attività dello stabilimento, eravamo circa duecento, persone; qualche anno dopo ne sono entrate in funzione altre tre per un totale di cinque macchine, ma il numero di persone che ci lavorava rimase circa lo stesso.

Giraudo, un grosso azionista di Cuneo, me lo aveva detto: “…devono togliere personale ed aumentare il lavoro!”

Ma come faranno?”. Gli domandai più volte.

A ciascuno il proprio lavoro!”. La sua risposta.

Per raggiungere quell’obbiettivo innovarono anche i macchinari. Allora, erano ormai gli anni ’60, ecco arrivare le ventose.

Si trattava di bracci meccanici dotati di una ventosa di gomma che si appoggiava sulla lastra di vetro, che noi avevamo appena staccato e la portava direttamente ai tavoli di taglio, eliminando il lavoro manuale di movimentazione delle lastre.

Fu poi la volta dei tavoli da taglio elettrici, dove bastava impostare le misure delle lastre che si volevano ottenere e questi, pian piano, tagliavano secondo le impostazioni prescritte.

Chi aveva costruito quelle macchine e ne curava le migliorie, era un meccanico dei dintorni di Cuneo, un certo Bottero.

Il lavoro rimaneva comunque duro anzi, siccome si tendeva a risparmiare sul personale spesso tentavano di farti fare dei lavori che non erano proprio quelli di tua competenza.

A me capitò una notte, quando il vetro che usciva dalla macchina su cui lavoravo con Gian Marchet, si ruppe inceppando i meccanismi.

Tutti i rulli che tiravano su il vetro erano rimasti impastati e necessitavano di manutenzione.

Un lavoro, quello, che non era di nostra competenza. Noi sapevamo staccare il vetro, per il resto c’erano le squadre apposta. Nonostante questo, volevano farci pulire i rulli.

Capitò che io e Gian Marchet, che quella volta eravamo di turno, replicammo un no secco alle incessanti richieste dei capi. Basta col fare il lavoro degli altri, avevano solo da far intervenire il personale di turno preposto a quel tipo di manutenzione.

Il geometra Botasso, uno dei nostri responsabili, visto il nostro atto di ribellione salì al “distacco”. Tentò di farci cambiare idea dicendoci che se ci fossimo rifiutati ci avrebbe fatti convocare direttamente dal Dott. Faccenda, che era anche il sindaco del paese.

Restammo saldamente ancorati alle nostre ragioni e così, il giorno dopo, eravamo nel suo ufficio.

Il direttore fece un lungo discorso sul fatto che la vetreria era in deficit, c’era crisi, non riuscivano ad aggiungere operai a sufficienza per coprire tutte le mansioni e via di questo passo.

Restammo per un po’ in silenzio poi però io non riuscii più a trattenermi e replicai dicendo che con tutto il risparmio che facevano qua nel non assumere personale e nel mantenere la manutenzione al minimo, si erano messi un bel po’ di soldi da parte tanto da investire su una nuova fabbrica che stavano costruendo nelle vicinanze di Cuneo.

Il direttore rimase muto. Il geometra Botasso rivolto a lui commentò: “Vede, Giacomo aveva il negozio, quando si trovò in deficit e non poteva più andare avanti fece che chiudere; la vetreria invece…va avanti…”.

I tempi della vetreria a Vernante stavano dunque per finire, si stava già costruendo quella di Cuneo, molto più grande e moderna della precedente e con enormi possibilità di espansione, mentre qui c’era ben poco spazio.

A Cuneo ci andai anch’io, fu durante il mio ultimo mese di lavoro.

Eravamo io e Spirito, lavoravamo assieme, ricordo ancora la prima cosa che ci disse il caporeparto: “Qui non è Vernante!”. Subito non capii bene cosa volesse intendere, ma dopo un paio di giorni fu chiaro.

A Vernante eravamo abituati a dei ritmi di lavoro, che al confronto, erano molto più pesanti, finito un lavoro se ne faceva un altro. C’erano dei premi di produzione per chi faceva più casse, più imballaggi o più tagli, ognuno per la propria mansione, c’era poca automazione e il lavoro in se, era più pesante.

A Cuneo la gestione era più moderna e automatizzata perciò una volta raggiunta la quantità di prodotto per quel giorno, basta; se avevi finito il tuo lavoro nel tempo rimanente potevi “girare”, era lo stesso caporeparto che ci mandava “a spasso” per non averci lì a “rompere le scatole”.

Allora spesso si andava in magazzino e si lasciava passare quel tempo necessario per poi ritornare in linea quando si era accumulato di nuovo un po’ di lavoro. E si, non era proprio Vernante!

I compagni di lavoro con i quali ho lavorato di più sono stati: Gian Marchet, Albino, Aldo, quei quattro o cinque, sempre i soliti e il lavoro era sempre quello.

Riguardo ai capi, posso dire di essermi fatto ben volere e, salvo alcuni episodi, non mi sono mai lamentato di loro.

L’ing. Einaudi a volte veniva a cercarmi, voleva che gli raccontassi delle mie vicende passate da soldato, di quando ero stato in Albania o in Russia. Passava ore intere ad ascoltare i miei racconti di quando ero militare.

Negli anni, mi ero guadagnato il loro rispetto. Significativo fu l’episodio dell’elmetto.

Era appena uscito un regolamento che obbligava gli operai addetti alle grandi lastre ad indossare l’elmetto durante il lavoro, misura di sicurezza sicuramente utile, ma io dell’elmetto non volevo saperne, non lo sopportavo.

L’assistente mi richiamava in continuazione dicendomi: “Giacu mettiti l’elmetto o ti mando i capi!”.

Mandali da me!”. Replicavo io. La cosa andò avanti così per alcuni giorni.

Un giorno li vidi arrivare, Botasso e l’Ingegnere. Gli andai incontro e gli spiegai le mie ragioni: “Io l’elmetto l’ho portato per anni e adesso non lo porto più!”.

Einaudi rimase per un po’ senza parole poi replicò: “Bravo Giacomo, vedrò cosa posso fare per lei!”. Il giorno dopo mi cambiarono di mansione, dalle grandi lastre mi spostarono a quelle più piccole dove non avrei dovuto indossare l’elmetto.

Si, devo dire che mi hanno sempre rispettato, ma il rispetto me lo sono sempre guadagnato.

occitan

Abo masque doas màquinas, dins lhi premiers ans d’activitat de l’establiment, eriam a pauc près dui cents personas; qualque an après ne’n son intraas en foncion autras tres per un total de cinc màquinas, mas lo numre de personas a trabalhar restec mai o menc lo mesme.

Giraud, un gròs accionista de Coni, me l’avia dit: “…deven gavar personal e aumentar lo trabalh!”

Mas coma farèn?”. Lhi demandero mai d’un bots.

A chascun son trabalh!”. Sa respòsta.

Per rejónher aquel objectiu renoveren decò lhi maquinaris. Alora, eren de bèl avant lhi ans ’60, vaquí arrubar las ventosas.

Se tractava de braç mecànics provists de na ventosa de goma que s’apuiava sus la lastra de vedre, que nosautri aviam just destachat e la portava dirèctament a las taulas da talh, eliminant lo trabalh manual de movimentacion de las lastras.

Foguec puei la vira di tauls da talh electrics, ente bastava establir las mesuras de las lastras que se volien obtenir e aquisti, plan-planet, talhaven segonda las règlas establias.

Qui avia fabricat aquel aparelh e ne’n fasia las melhorias, era un mecànic de l’environs de Coni, un cèrt Bottero.

Lo trabalh restava en tuiti cas dur, pieis d’aquò, dal moment que se tendia a esparmiar sus lo personal sovent cerchaven de far-te far de trabalhs qu’eren pas pròpi aquilhi de ta competença.

A mi capitec na nueit, quora lo vedre que sortia da la màquina sus la quala trabalhavo embe Jan Marquet, s’es esclapat blocant lhi mecanismes.

Tuiti lhi cilindres que tiraven amont lo vedre eren restats empastats e avien demanca de manutencion.

Un trabalh, aquel, qu’era pas de nòstra competença. Nosautri sabiam destachar lo vedre, per la rèsta lhi avia las esquadras per aquò far. Malgrat aquò, volien far-nos netear lhi cilindres.

Capitec que iu e Jan Marchet, qu’aquela vira eriam de torn, repondérem un non sec a las continuas demandas di caps. Basta! de far lo trabalh de lhi autres, avien masque da far entervenir lo personal de torn especializat en aquel tipe de manutencion.

Lo geòmetra Botàs, un di nòstri responsables, vist nòstre refús montec al “destach”. Temptec de far-nos chambiar idea nos disent que se nos se foguessiam opausats nos auria faits convocar dirèctament dal Doct. Faccenda.

Restérem ben acrocats a nòstras rasons e parelh, lo jorn d’après, eriam dins son ofici.

Lo director fasec un lòng discors sus dal perquè e lo percoma la vedreria era en deficit, lhi avia crisi, reüssien pas pus a jontar d’obriers a bastança per curbir tuiti lhi trabalhs e via d’aqueste pas.

Restérem per un pauc en silenci, totun après iu reüssero pas pus a me calmar e respondero disent que embe tot l’esparmi que fasien aicí dins lo mancat engatjament de personal e dins lo mantenir la manutencion al mínim, ilh s’eren butats un bèl pauc de sòuds d’un cant tant da lhi envestir sus na nòva fàbrica qu’istaven bastissent a l’alentorn de Coni.

Lo director restec mut. Lo geòmetra Botàs virat a ele a dit: “Veietz, Jaco avia lo negòci, quora se trobec en dificultat e polia pas pus anar anant fasec que barrar; la vedreria ensita…vai anant…”.

Lhi temps de la vedreria a Vernant istaven donca per fenir, s’istava já bastissent aquela de Coni, ben mai granda e modèrna d’aquela d’aicí embe grandas possibilitat d’expansion, mentre que aicí lhi avia ben gaire d’espaci.

A Coni lhi anero decò iu, foguec dins mon darrier mes de trabalh.

Eriam iu e Sprit, trabalhaviam ensem, m’enaviso encara la premiera causa que nos disec lo caprepart: “Aicí es pas Vernant!”. Sus lo colp capiero ren ben çò que volguesse dir, mas après un parelh de jorns foguec clar.

A Vernant eriam acostumats a de ritmes de trabalh, que al confront, eren ben mai pesants, fenit un trabalh se ne’n fasia un autre. Lhi avia de prèmis de produccion per qui fasia mai de caissas, mai d’embalatge o mai de talhs, chascun per son trabalh, lhi avia gaire d’automacion e lo trabalh mesme, era mai pesant.

A Coni la gestion era mai modèrna e automatizaa donca na vira arribats a la quantitat de produch demandaa per aquel jorn, n’avia pro; se avies fenit ton trabalh, dins lo temp que restava polies “virar”, era lo cap repart mesme que nos mandava “a ‘spas” per pas aver-nos aquí a “rómper las balas”.

L’es parelh que sovent s’anava en magazin e se laissava passar aquel temp necessari per puei retornar en linha quora s’era mai acumulat un pauc de trabalh. E òc, era pas a lo Vernant!

Lhi companhs de trabalh embe lhi quals ai trabalhat de mai son estats: Jan Marquet, Albino, Aldo, aquilhi quatre o cinc, totjorn lhi mesmes e lo trabalh era totjorn aquel.

Al regard di caps, puei dir de m’èsser fait ben voler e, gavat qualque episòdi, me siu jamai lamentat de lor.

L’eng. Einaudi de viatges venia a cerchar-me, volia que lhi contiesse de mi aveniments passats da soldat, de quora ero estat en Albania o en Rússia.

Passava oras entieras a escotar mi racònts dal temp dal soldat.

Dins lhi ans, m’ero ganhat lor respèct. Significatiu foguec l’episòdi de l’elmet.

Era just sortit un reglament que obligava lhi obriers encharjats a las grandas lastras de butar l’elmet sal trabalh, mesura de seguressa segurament útila, mas iu de l’elmet voliu pas ne’n saber, lo suportavo ren.

L’assistent me repilhava en continuacion me disent: “Jaco buta-te l’elmet o te mando lhi caps!”.

Mand-lhi da mi!”. Repetiu mi. La causa anec anant parelh per na man de jorns.

Un jorn lhi veiero arrubar, Botàs e l’engenhier. Lhi anero encòntra per explicar mas rasons: “Iu l’elmet l’ai portat per ans e aüra lo pòrto pus!”.

Einaudi restec per un pauc sensa paraulas puei respòndec: “Brave Jaco, veierei çò que puei far per vos!”. Lo jorn d’après me chambieren de trabalh, da las grandas lastras me meireren a aquelas pichòtas ente auriu pas degut portar l’elmet.

E òc, devo dir que m’an totjorn respectat, mas lo respèct me lo siu sempre ganhat.