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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

La convalescenza

La convalescença

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

La convalescenza
italiano

Ma un altro fronte si stava per aprire, stavolta verso la Jugoslavia. Il nostro battaglione fu ovviamente tra quelli scelti fra i primi.

Partimmo di notte come consuetudine, per non farci notare dal nemico, ma durante le manovre d’avvicinamento, mentre stavamo attraversando alcuni boschi di conifere, scivolai sul terreno reso viscido dalla pioggia riportando una dolorosa contusione ad un ginocchio.

Nei giorni successivi, sempre in marcia di notte e fermi di giorno, il ginocchio mi faceva così male da non riuscire a stare in piedi.

Un mio commilitone, vedendomi sofferente e per paura che mi facessero continuare a marciare in quelle condizioni, mi diede un consiglio: “…prova con il sacchetto delle gallette, le mastichi, le metti sopra la zona dolente e poi dai dei colpi, vedrai come ti gonfierà il ginocchio…”.

Il giorno seguente, non so se per effetto di quel trattamento o semplicemente perché doveva, il mio ginocchio era così gonfio che non potevo più neppure piegarlo.

Feci chiamare il tenente medico che, dopo avermi visitato, preferì non farmi proseguire la marcia.

Fui lasciato ad una batteria di artiglieri e me ne rimasi lì ad attendere il conducente che dopo poco tempo arrivò con il suo mulo e mi trasferì all’ospedale da campo, dove passai la notte.

Il giorno dopo arrivò un’ambulanza che mi trasferì in una cittadina chiamata Berat dove vi era un centro di raccolta feriti.

Si trattava di un’ala mercatale coperta, aperta su tutti i lati, dove erano sistemate alla meglio delle lunghe file di letti a castello costituiti ognuno da tre brande una sopra l’altra con due malati per branda per un totale di sei malati ogni letto a castello.

All’interno della struttura, il furiere, un sergente maggiore, aveva il compito di prendere le generalità dei nuovi arrivi.

Gli comunicai a quale compagnia appartenevo, da dove arrivavo e tutti i miei dati anagrafici utili all’adempimento delle varie pratiche burocratiche, poi passò ad altri malati e per quel giorno non lo vidi più.

Il giorno dopo mi venne a trovare in mezzo a tutti i malati dicendo che voleva assolutamente avere delle informazioni che solo io potevo dargli.

Rimasi di stucco ed una domanda s’insinuò rapidamente nella mia mente, cosa mai avrei potuto sapere da suscitare tutto questo interesse da parte di una persona che non avevo mai visto prima?

Dopo pochi minuti di conversazione fu subito chiaro: voleva avere notizie di alcune giovani ragazze del mio paese.

Mi spiegò che qualche anno prima era stato alcuni mesi con il 34° reggimento fanteria proprio a Vernante. Avevano la caserma davanti al cimitero lungo la strada che porta al santuario dell’Assunta ed era una costruzione piuttosto stretta e lunga.

Durante la sua permanenza probabilmente aveva intrecciato qualche breve storiella con alcune ragazze del posto e voleva a tutti i costi sapere le ultime novità su di loro.

Il problema era che, avendo sempre fatto il pastore a Tenda, conoscevo ben poca gente del mio paese e di ragazze, si poteva dire, quasi nessuna se non di vista o per sentito dire.

Quasi tutti i giorni se n’arrivava da me e l’argomento era sempre lo stesso: le amorevoli ragazze di Vernante.

Cercavo di arrabattarmi al meglio con quelle poche notizie che avevo a disposizione e intanto i giorni passavano e il mio ginocchio migliorava.

Passarono alcuni giorni e, tra me e lui, s’instaurò un buon rapporto.

Ormai quasi guarito, questa volta fui io a fargli una richiesta: “Non si potrebbe andare in Italia?”.

Provai a giocarmi questa carta, dopotutto avevo fornito molte informazioni e non avevo mai chiesto nulla in cambio inoltre, sapevo che una volta guarito mi avrebbero rimandato al corpo a continuare la guerra sul fronte jugoslavo, così nonostante non ci sperassi più di tanto, mi lanciai nella mia umile richiesta.

In quel momento non mi disse nulla, ma una mattina, contro ogni mia attesa, se n’arrivò chiamandomi ad alta voce: “Dramasso, Dramasso…”. Così mi chiamava. Si avvicinò al letto e mi fece cenno di aggrapparmi alle sue spalle. Così feci e mi portò di corsa su un’ambulanza diretta a Valona da dove era in partenza una nave ospedale per l’Italia. Mi aveva reso il favore.

A guerra finita ringraziai a lungo quelle ragazze.

Arrivai a Bari, dove rimasi un paio di giorni. L’ospedale era pieno zeppo di giovani come me che arrivavano dal fronte.

In seguito mi trasferirono all’ospedale di Ravenna e ci rimasi per quasi un mese. Lì mi proposero addirittura di rimanere con loro per prestare servizio come aiutante, ma in quel momento non mi sentii adatto per affrontare quel tipo di mansione e non accettai la proposta.

Quando fui quasi guarito, mi mandarono a casa per la convalescenza concedendomi un mese di riposo.

Che bella sensazione quella di tornare a casa e ritrovare la mia famiglia nella sua quotidianità. Nonostante l’imperversare della guerra, la vita al tetto continuava ad essere scandita dai soliti ritmi contadini.

In quel periodo mio padre stava tagliando la legna ai Nusee e, superati i primi giorni d’euforia per il mio ritorno inaspettato, un giorno, decisi di andare a dargli una mano.

Del resto non ero affatto abituato a starmene fermo a non fare nulla mentre gli altri lavoravano e poi, sebbene fossi in convalescenza, il ginocchio non mi dava più nessun problema, quindi mi sentivo perfettamente in grado di aiutarlo anzi, un po’ di movimento mi avrebbe sicuramente giovato.

Così feci e per qualche giorno aiutai mio padre a tagliare legna nel bosco.

Avevo già acquistato la giusta sicurezza, quando sfortuna volle che, mentre stavo tagliando un tronco dal di sotto, una grossa pietra lì vicino, che sembrava piantata saldamente nel terreno, di punto in bianco rotolò giù urtandomi proprio sulla gamba ormai quasi guarita.

Nulla sarebbe stato se fosse capitato i primi giorni, ma ormai ero a fine convalescenza e nei due o tre giorni successivi avrei avuto la visita di controllo a Savigliano.

Come rimedio approssimativo mia madre mi preparò subito degli impacchi caldi di sistra, un’erba con delle particolari proprietà terapeutiche che a detta della saggezza popolare velocizzava la guarigione delle contusioni, ma non bastò.

Con l’autorità militare non si scherzava e avevo paura di andare sotto processo.

Il giorno del controllo arrivò inesorabilmente. Partii e mi recai a Savigliano. Il medico, dopo aver dato un rapido sguardo al ginocchio e alla mia cartella clinica esclamò: “Come! Da allora ad oggi, non sei ancora guarito?”. Io replicai con un semplice: “ …eh non guarisce!”. Cosa gli avrei dovuto dire? Non potevo certamente raccontargli che mentre facevo legna una pietra mi era rotolata addosso, quindi continuai: “….eh no, non guarisce, è sempre gonfio così!”. Temetti il peggio. Invece no, nonostante avessi perso le speranze il dottore mi diede un altro mese di convalescenza, tirai un bel respiro di sollievo e questa volta feci più attenzione.

Nel frattempo la mia compagnia era già venuta su dalla Jugoslavia ed era impegnata a fare le esercitazioni a Vinadio.

Quando, il mese dopo, fui finalmente guarito, mi aggregarono momentaneamente alla compagnia comando di stanza a Vicoforte Mondovì.

In quel posto, benché fossi alpino indossai la divisa della fanteria.

Avevo addosso tutta roba di recupero lavata e disinfettata, il basco al posto del cappello da alpino, anche le mostrine non erano più quelle degli alpini, ma del resto quando ero partito da Bari mi avevano dato quello che avevano a disposizione, chissà a chi apparteneva.

Rimasi alla compagnia comando per un po’, poi, quando la decima tornò dai campi mi riaggregarono a loro fornendomi una nuova divisa alpina. Fui di nuovo in ballo.

occitan

Mas n’autre frònt s’istava per durbir, aqueste bòt vèrs la Jugoslavia. Nòstre batalhon foguec evidentement entre lhi premiers cernuts.

Partérem de nueit coma d’acostuma per pas far-se notar dal nemís, mas dal temp de las manòbras d’apròch, entant que istaviam atraversant na man de bòscs de pins, esgarero sus lo terren devengut esquilhós per la plueia reportant na dolorosa contusion a un genolh.

Dins lhi jorns seguents, totjorn en marcha de nueit e fèrms de jorn, lo genolh me fasia talament mal da pas pus reüssir a istar en pè.

Un miu companh d’armas, me veient sufrent e per paor que me fasessen continuar a marchar en aquelas condicions, me donec un conselh: “…pròva embe lo saquet de las galetas, las mastees, las butes dessús la zòna dolenta puei dones de colps, veierès coma te enflarè lo genolh…”.

Lo jorn d’après, sai pas se per efèct d’aquel tractament o simplement perqué devia capitar, mon genolh era enfle ‘ma un balon tant que poliu pus nimanc lo plegar.

Fasero chamar lo tenent mètge que, après m’aver visitat, preferec pas far-me contuniar la marcha.

Foguero laissat a na tropa d’artilhers e restero aquí dins l’atenta dal conductor que après pauc de temp arribec embe son mul e me meirec a l’ospital da champ, ente passero la nueit.

Lo jorn d’après arribec un’ambulança que me meirec en na pichòta vila sonaa Berat ente la lhi avia un centre de culhia di ferits.

Se tractava de un’ala cubèrta per lo marchat, dubèrta sus tuiti lhi caires, ente eren arranjaas a la mielh de lonjas filas de liechs a chastèl constituïts chascun da tres grilhas una dessús l’autra embe dui malates per grilha per un total de sieis malates chasque liech a chastèl.

Al dedins de l’estructura, lo furier, un sargent major, avia lo dever de prene las generalitat di nòus arribat.

Lhi comuniquero a quala companhia aparteniu, d’ente arribavo e totas mas generalitats anagràficas útilas a l’acompliment de las divèrsas pràcticas burocràtiquas, puei passec a d’autres malates e per aquel jorn lo veiero pus.

Lo jorn d’après venec a me trobar en metz a tuiti lhi autri malates disent que volia absoluament aver d’enformacions que masque iu poliu lhi donar.

Restero de bòsc e na demanda a tacat rosilhar dins ma tèsta, çò que auriu mai polgut saber da provocar tot aqueste enterès da part de na persona que aviu jamai vist denant?

Après gaire minutas de conversacion foguec d’abòrd clar: volia aver nòvas de qualquas jovas filhas de mon país.

M’expliquec que qualque an denant era estat un pauc de mes embe lo 34° regiment fanteria pròpi a Vernant. Avien la casèrna denant al cementieri al lòng de la charriera que pòrta al santuari de l’Assunta, era na construccion pustòst estrecha e lonja.

Durant sa presença probablement avia entreçat qualqua pichòta estòria embe de filhas dal luec e volia a tuiti lhi còsts saber las darrieras nòvas sus lor.

Lo problèma era que, avent totjorn fait lo pastre a Tenda, conoissiu ben gaire de gent de mon país e de filhas, se polia dir, esquasi deguna se ren de vista o per lo ganassear.

Esquasi tuiti lhi jorns se n’arribava da iu e l’argument era totjorn lo mesme: las graciosas filhas dal Vernant.

Cerchavo de me arranjar a la bèla mielh embe aquelas gaire nòvas que aviu a disposicion e d’entant lhi jorns passaven e mon genolh melhorava.

Passeren una man de jorns e, entre iu e ele, es salhit un bòn rapòrt.

De bèl avant esquasi garit, aqueste bòt foguero iu a lhi far na demanda: “Se poleria ren anar en Itàlia?”.

Provero a me juar aquesta carta, en fin finala aviu fornit un baron d’enformacions e aviu jamai chamat ren en cambi per de pus, sabiu qu’un bòt garit m’aurien remandat al còrp a continuar la guèrra sus lo frònt jugoslavo, parelh malgrat lhi esperesse pas mai que tant, me lançero dins ma úmila demanda.

En aquel moment me disec pasren, mas na matin, còntra chasque mia atenta, se n’arribec me sonant ad auta votz: “Dramasso, Dramasso…”. Parelh me sonava. S’abordec al liech e me fasec senh de me pénder a sas espatlas. Parelh fasero e me portec de corsa sus un’ambulança dirècta a Valona d’ente era en partença na nau ospital per l’Itàlia. M’avia rendut lo servici.

A guèrra feniá remerciero a lòng aquelas filhas.

Arribero a Bari, ente restero un parelh de jorns. L’ospital era plen borrat de joves coma iu que arribaven dal frònt.

Pauc après me meireren a l’ospital de Ravenna e lhi restero per esquasi un mes. Aquí me propauseren fins de restar embe lor per prestar servici coma ajuant, mas en aquel moment me sentero ren adapt per afrontar aquel tipe de trabalh e acceptero pas la propòsta.

Quora foguero esquasi garit, me manderen a maison per la convalescença m’acordant un mes de repaus.

Que bèla sensacion aquela de tornar a maison e retrobar ma familha dins sa vita de tuiti lhi jorns.

Malgrat lo martelar de la guèrra, la vita al teit continuava a èsser marcaa da lhi abituals ritmes campanhards.

En aquel períod mon paire era en chamin a talhar lo bòsc ai Nosee e, sobrats lhi premiers jorns d’euforia per mon retorn inatendut, un jorn, decidero d’anar a lhi donar na man.

En fin finala ero pas acostumat a restar fèrm a far pasren dal temp que lhi autres trabalhaven e puei, bèla que foguesse en convalescença, lo genolh me donava pas pus degun problèma, donca me sentiu perfèctament en fòrça per l’ajuar, al contrari, un pauc de moviment m’auria segurament servit.

Parelh fasero e per qualque jorn ajuero mon paire a far bòsc.

Aviu já repilhat la justa seguressa, quora desfortuna vòl, dal temp que istavo talhant un bilhon dal dessot, na gròssa peira aquí da cant que semelhava ben plantaa dins lo terren, d’un crèp arviòuta aval e me pica pròpi sus la chamba de bèl avant esquasi garia.

Ren seria estat se foguesse capitat lhi premiers jorns, mas de bèl avant ero a fin convalescença e dins dui o tres jorns d’après auriu agut la vísita de contròtle a Savilhan.

A mala paraa ma maire me preparec sus lo colp de papins chauds de sistra, n’èrba embe de particularas proprietat terapèuticas que a seconda de la sabença populara desgatjava la garison de las contusions, mas a pas fait pro.

Abo l’autoritat militar se rigolava pas e aviu paor d’anar sot procès.

Lo jorn dal contròtle arribec inevitablement. Partero per Savilhan. Lo mètge, après aver donaa un’ulhada al genolh e a ma cartèla clínica disec: “Coma! D’alora a encuei, sies pas encara garit?”. Iu respondero embe un simple: “ …eh garís ren!”. Çò que lhi auriu degut dir? Poliu pas segurament lhi contar que dal temp que fasiu lo bòsc na peira m’era viraa a còl, donca continuero: “….eh no, garís ren, es totjorn enfle parelh!”. Crenhero lo pes. Ensita no, malgrat auguesse perdut las esperanças lo mètge me donec n’autre mes de convalescença, tirero un bèl flat de liberacion e aqueste bòt fasero mai atencion.

Entramentier ma companhia era já vengua amont da la Jugoslavia, era engatjaa a far las exercitacions a Vinai.

Quora, lo mes d’après, foguero finalament garit, me rechamperen momentaneament a la companhia comand acampaa a Vicofòrt Mondvì.

En aquel pòst, bèla que foguesse n’alpin m’abilhero abo la divisa de la fanteria.

Aviu a còl tota roba de recúper, lavaa e desenfectaa, lo bàsc al pòst dal chapèl d’alpin, decò las mostrinas eren pas pus aquelas de lhi alpins, mas totun quora ero partit da Bari m’avien donaa aquel que avien a disposicion, vai saber a qui apartenia.

Restero a la companhia comand per un pauc, puei, quora la “desena” tornec dai champs me rechamperen a lor me fornent na nòva divisa alpina. Foguero mai en juec.


La convalescenza

La convalescença

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

La convalescenza
italiano

Ma un altro fronte si stava per aprire, stavolta verso la Jugoslavia. Il nostro battaglione fu ovviamente tra quelli scelti fra i primi.

Partimmo di notte come consuetudine, per non farci notare dal nemico, ma durante le manovre d’avvicinamento, mentre stavamo attraversando alcuni boschi di conifere, scivolai sul terreno reso viscido dalla pioggia riportando una dolorosa contusione ad un ginocchio.

Nei giorni successivi, sempre in marcia di notte e fermi di giorno, il ginocchio mi faceva così male da non riuscire a stare in piedi.

Un mio commilitone, vedendomi sofferente e per paura che mi facessero continuare a marciare in quelle condizioni, mi diede un consiglio: “…prova con il sacchetto delle gallette, le mastichi, le metti sopra la zona dolente e poi dai dei colpi, vedrai come ti gonfierà il ginocchio…”.

Il giorno seguente, non so se per effetto di quel trattamento o semplicemente perché doveva, il mio ginocchio era così gonfio che non potevo più neppure piegarlo.

Feci chiamare il tenente medico che, dopo avermi visitato, preferì non farmi proseguire la marcia.

Fui lasciato ad una batteria di artiglieri e me ne rimasi lì ad attendere il conducente che dopo poco tempo arrivò con il suo mulo e mi trasferì all’ospedale da campo, dove passai la notte.

Il giorno dopo arrivò un’ambulanza che mi trasferì in una cittadina chiamata Berat dove vi era un centro di raccolta feriti.

Si trattava di un’ala mercatale coperta, aperta su tutti i lati, dove erano sistemate alla meglio delle lunghe file di letti a castello costituiti ognuno da tre brande una sopra l’altra con due malati per branda per un totale di sei malati ogni letto a castello.

All’interno della struttura, il furiere, un sergente maggiore, aveva il compito di prendere le generalità dei nuovi arrivi.

Gli comunicai a quale compagnia appartenevo, da dove arrivavo e tutti i miei dati anagrafici utili all’adempimento delle varie pratiche burocratiche, poi passò ad altri malati e per quel giorno non lo vidi più.

Il giorno dopo mi venne a trovare in mezzo a tutti i malati dicendo che voleva assolutamente avere delle informazioni che solo io potevo dargli.

Rimasi di stucco ed una domanda s’insinuò rapidamente nella mia mente, cosa mai avrei potuto sapere da suscitare tutto questo interesse da parte di una persona che non avevo mai visto prima?

Dopo pochi minuti di conversazione fu subito chiaro: voleva avere notizie di alcune giovani ragazze del mio paese.

Mi spiegò che qualche anno prima era stato alcuni mesi con il 34° reggimento fanteria proprio a Vernante. Avevano la caserma davanti al cimitero lungo la strada che porta al santuario dell’Assunta ed era una costruzione piuttosto stretta e lunga.

Durante la sua permanenza probabilmente aveva intrecciato qualche breve storiella con alcune ragazze del posto e voleva a tutti i costi sapere le ultime novità su di loro.

Il problema era che, avendo sempre fatto il pastore a Tenda, conoscevo ben poca gente del mio paese e di ragazze, si poteva dire, quasi nessuna se non di vista o per sentito dire.

Quasi tutti i giorni se n’arrivava da me e l’argomento era sempre lo stesso: le amorevoli ragazze di Vernante.

Cercavo di arrabattarmi al meglio con quelle poche notizie che avevo a disposizione e intanto i giorni passavano e il mio ginocchio migliorava.

Passarono alcuni giorni e, tra me e lui, s’instaurò un buon rapporto.

Ormai quasi guarito, questa volta fui io a fargli una richiesta: “Non si potrebbe andare in Italia?”.

Provai a giocarmi questa carta, dopotutto avevo fornito molte informazioni e non avevo mai chiesto nulla in cambio inoltre, sapevo che una volta guarito mi avrebbero rimandato al corpo a continuare la guerra sul fronte jugoslavo, così nonostante non ci sperassi più di tanto, mi lanciai nella mia umile richiesta.

In quel momento non mi disse nulla, ma una mattina, contro ogni mia attesa, se n’arrivò chiamandomi ad alta voce: “Dramasso, Dramasso…”. Così mi chiamava. Si avvicinò al letto e mi fece cenno di aggrapparmi alle sue spalle. Così feci e mi portò di corsa su un’ambulanza diretta a Valona da dove era in partenza una nave ospedale per l’Italia. Mi aveva reso il favore.

A guerra finita ringraziai a lungo quelle ragazze.

Arrivai a Bari, dove rimasi un paio di giorni. L’ospedale era pieno zeppo di giovani come me che arrivavano dal fronte.

In seguito mi trasferirono all’ospedale di Ravenna e ci rimasi per quasi un mese. Lì mi proposero addirittura di rimanere con loro per prestare servizio come aiutante, ma in quel momento non mi sentii adatto per affrontare quel tipo di mansione e non accettai la proposta.

Quando fui quasi guarito, mi mandarono a casa per la convalescenza concedendomi un mese di riposo.

Che bella sensazione quella di tornare a casa e ritrovare la mia famiglia nella sua quotidianità. Nonostante l’imperversare della guerra, la vita al tetto continuava ad essere scandita dai soliti ritmi contadini.

In quel periodo mio padre stava tagliando la legna ai Nusee e, superati i primi giorni d’euforia per il mio ritorno inaspettato, un giorno, decisi di andare a dargli una mano.

Del resto non ero affatto abituato a starmene fermo a non fare nulla mentre gli altri lavoravano e poi, sebbene fossi in convalescenza, il ginocchio non mi dava più nessun problema, quindi mi sentivo perfettamente in grado di aiutarlo anzi, un po’ di movimento mi avrebbe sicuramente giovato.

Così feci e per qualche giorno aiutai mio padre a tagliare legna nel bosco.

Avevo già acquistato la giusta sicurezza, quando sfortuna volle che, mentre stavo tagliando un tronco dal di sotto, una grossa pietra lì vicino, che sembrava piantata saldamente nel terreno, di punto in bianco rotolò giù urtandomi proprio sulla gamba ormai quasi guarita.

Nulla sarebbe stato se fosse capitato i primi giorni, ma ormai ero a fine convalescenza e nei due o tre giorni successivi avrei avuto la visita di controllo a Savigliano.

Come rimedio approssimativo mia madre mi preparò subito degli impacchi caldi di sistra, un’erba con delle particolari proprietà terapeutiche che a detta della saggezza popolare velocizzava la guarigione delle contusioni, ma non bastò.

Con l’autorità militare non si scherzava e avevo paura di andare sotto processo.

Il giorno del controllo arrivò inesorabilmente. Partii e mi recai a Savigliano. Il medico, dopo aver dato un rapido sguardo al ginocchio e alla mia cartella clinica esclamò: “Come! Da allora ad oggi, non sei ancora guarito?”. Io replicai con un semplice: “ …eh non guarisce!”. Cosa gli avrei dovuto dire? Non potevo certamente raccontargli che mentre facevo legna una pietra mi era rotolata addosso, quindi continuai: “….eh no, non guarisce, è sempre gonfio così!”. Temetti il peggio. Invece no, nonostante avessi perso le speranze il dottore mi diede un altro mese di convalescenza, tirai un bel respiro di sollievo e questa volta feci più attenzione.

Nel frattempo la mia compagnia era già venuta su dalla Jugoslavia ed era impegnata a fare le esercitazioni a Vinadio.

Quando, il mese dopo, fui finalmente guarito, mi aggregarono momentaneamente alla compagnia comando di stanza a Vicoforte Mondovì.

In quel posto, benché fossi alpino indossai la divisa della fanteria.

Avevo addosso tutta roba di recupero lavata e disinfettata, il basco al posto del cappello da alpino, anche le mostrine non erano più quelle degli alpini, ma del resto quando ero partito da Bari mi avevano dato quello che avevano a disposizione, chissà a chi apparteneva.

Rimasi alla compagnia comando per un po’, poi, quando la decima tornò dai campi mi riaggregarono a loro fornendomi una nuova divisa alpina. Fui di nuovo in ballo.

occitan

Mas n’autre frònt s’istava per durbir, aqueste bòt vèrs la Jugoslavia. Nòstre batalhon foguec evidentement entre lhi premiers cernuts.

Partérem de nueit coma d’acostuma per pas far-se notar dal nemís, mas dal temp de las manòbras d’apròch, entant que istaviam atraversant na man de bòscs de pins, esgarero sus lo terren devengut esquilhós per la plueia reportant na dolorosa contusion a un genolh.

Dins lhi jorns seguents, totjorn en marcha de nueit e fèrms de jorn, lo genolh me fasia talament mal da pas pus reüssir a istar en pè.

Un miu companh d’armas, me veient sufrent e per paor que me fasessen continuar a marchar en aquelas condicions, me donec un conselh: “…pròva embe lo saquet de las galetas, las mastees, las butes dessús la zòna dolenta puei dones de colps, veierès coma te enflarè lo genolh…”.

Lo jorn d’après, sai pas se per efèct d’aquel tractament o simplement perqué devia capitar, mon genolh era enfle ‘ma un balon tant que poliu pus nimanc lo plegar.

Fasero chamar lo tenent mètge que, après m’aver visitat, preferec pas far-me contuniar la marcha.

Foguero laissat a na tropa d’artilhers e restero aquí dins l’atenta dal conductor que après pauc de temp arribec embe son mul e me meirec a l’ospital da champ, ente passero la nueit.

Lo jorn d’après arribec un’ambulança que me meirec en na pichòta vila sonaa Berat ente la lhi avia un centre de culhia di ferits.

Se tractava de un’ala cubèrta per lo marchat, dubèrta sus tuiti lhi caires, ente eren arranjaas a la mielh de lonjas filas de liechs a chastèl constituïts chascun da tres grilhas una dessús l’autra embe dui malates per grilha per un total de sieis malates chasque liech a chastèl.

Al dedins de l’estructura, lo furier, un sargent major, avia lo dever de prene las generalitat di nòus arribat.

Lhi comuniquero a quala companhia aparteniu, d’ente arribavo e totas mas generalitats anagràficas útilas a l’acompliment de las divèrsas pràcticas burocràtiquas, puei passec a d’autres malates e per aquel jorn lo veiero pus.

Lo jorn d’après venec a me trobar en metz a tuiti lhi autri malates disent que volia absoluament aver d’enformacions que masque iu poliu lhi donar.

Restero de bòsc e na demanda a tacat rosilhar dins ma tèsta, çò que auriu mai polgut saber da provocar tot aqueste enterès da part de na persona que aviu jamai vist denant?

Après gaire minutas de conversacion foguec d’abòrd clar: volia aver nòvas de qualquas jovas filhas de mon país.

M’expliquec que qualque an denant era estat un pauc de mes embe lo 34° regiment fanteria pròpi a Vernant. Avien la casèrna denant al cementieri al lòng de la charriera que pòrta al santuari de l’Assunta, era na construccion pustòst estrecha e lonja.

Durant sa presença probablement avia entreçat qualqua pichòta estòria embe de filhas dal luec e volia a tuiti lhi còsts saber las darrieras nòvas sus lor.

Lo problèma era que, avent totjorn fait lo pastre a Tenda, conoissiu ben gaire de gent de mon país e de filhas, se polia dir, esquasi deguna se ren de vista o per lo ganassear.

Esquasi tuiti lhi jorns se n’arribava da iu e l’argument era totjorn lo mesme: las graciosas filhas dal Vernant.

Cerchavo de me arranjar a la bèla mielh embe aquelas gaire nòvas que aviu a disposicion e d’entant lhi jorns passaven e mon genolh melhorava.

Passeren una man de jorns e, entre iu e ele, es salhit un bòn rapòrt.

De bèl avant esquasi garit, aqueste bòt foguero iu a lhi far na demanda: “Se poleria ren anar en Itàlia?”.

Provero a me juar aquesta carta, en fin finala aviu fornit un baron d’enformacions e aviu jamai chamat ren en cambi per de pus, sabiu qu’un bòt garit m’aurien remandat al còrp a continuar la guèrra sus lo frònt jugoslavo, parelh malgrat lhi esperesse pas mai que tant, me lançero dins ma úmila demanda.

En aquel moment me disec pasren, mas na matin, còntra chasque mia atenta, se n’arribec me sonant ad auta votz: “Dramasso, Dramasso…”. Parelh me sonava. S’abordec al liech e me fasec senh de me pénder a sas espatlas. Parelh fasero e me portec de corsa sus un’ambulança dirècta a Valona d’ente era en partença na nau ospital per l’Itàlia. M’avia rendut lo servici.

A guèrra feniá remerciero a lòng aquelas filhas.

Arribero a Bari, ente restero un parelh de jorns. L’ospital era plen borrat de joves coma iu que arribaven dal frònt.

Pauc après me meireren a l’ospital de Ravenna e lhi restero per esquasi un mes. Aquí me propauseren fins de restar embe lor per prestar servici coma ajuant, mas en aquel moment me sentero ren adapt per afrontar aquel tipe de trabalh e acceptero pas la propòsta.

Quora foguero esquasi garit, me manderen a maison per la convalescença m’acordant un mes de repaus.

Que bèla sensacion aquela de tornar a maison e retrobar ma familha dins sa vita de tuiti lhi jorns.

Malgrat lo martelar de la guèrra, la vita al teit continuava a èsser marcaa da lhi abituals ritmes campanhards.

En aquel períod mon paire era en chamin a talhar lo bòsc ai Nosee e, sobrats lhi premiers jorns d’euforia per mon retorn inatendut, un jorn, decidero d’anar a lhi donar na man.

En fin finala ero pas acostumat a restar fèrm a far pasren dal temp que lhi autres trabalhaven e puei, bèla que foguesse en convalescença, lo genolh me donava pas pus degun problèma, donca me sentiu perfèctament en fòrça per l’ajuar, al contrari, un pauc de moviment m’auria segurament servit.

Parelh fasero e per qualque jorn ajuero mon paire a far bòsc.

Aviu já repilhat la justa seguressa, quora desfortuna vòl, dal temp que istavo talhant un bilhon dal dessot, na gròssa peira aquí da cant que semelhava ben plantaa dins lo terren, d’un crèp arviòuta aval e me pica pròpi sus la chamba de bèl avant esquasi garia.

Ren seria estat se foguesse capitat lhi premiers jorns, mas de bèl avant ero a fin convalescença e dins dui o tres jorns d’après auriu agut la vísita de contròtle a Savilhan.

A mala paraa ma maire me preparec sus lo colp de papins chauds de sistra, n’èrba embe de particularas proprietat terapèuticas que a seconda de la sabença populara desgatjava la garison de las contusions, mas a pas fait pro.

Abo l’autoritat militar se rigolava pas e aviu paor d’anar sot procès.

Lo jorn dal contròtle arribec inevitablement. Partero per Savilhan. Lo mètge, après aver donaa un’ulhada al genolh e a ma cartèla clínica disec: “Coma! D’alora a encuei, sies pas encara garit?”. Iu respondero embe un simple: “ …eh garís ren!”. Çò que lhi auriu degut dir? Poliu pas segurament lhi contar que dal temp que fasiu lo bòsc na peira m’era viraa a còl, donca continuero: “….eh no, garís ren, es totjorn enfle parelh!”. Crenhero lo pes. Ensita no, malgrat auguesse perdut las esperanças lo mètge me donec n’autre mes de convalescença, tirero un bèl flat de liberacion e aqueste bòt fasero mai atencion.

Entramentier ma companhia era já vengua amont da la Jugoslavia, era engatjaa a far las exercitacions a Vinai.

Quora, lo mes d’après, foguero finalament garit, me rechamperen momentaneament a la companhia comand acampaa a Vicofòrt Mondvì.

En aquel pòst, bèla que foguesse n’alpin m’abilhero abo la divisa de la fanteria.

Aviu a còl tota roba de recúper, lavaa e desenfectaa, lo bàsc al pòst dal chapèl d’alpin, decò las mostrinas eren pas pus aquelas de lhi alpins, mas totun quora ero partit da Bari m’avien donaa aquel que avien a disposicion, vai saber a qui apartenia.

Restero a la companhia comand per un pauc, puei, quora la “desena” tornec dai champs me rechamperen a lor me fornent na nòva divisa alpina. Foguero mai en juec.