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Giacomo Dalmasso “Jaco Gròs” racconta...

La ritirata

La retirada

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

La ritirata
italiano

Il giorno seguente fu l’inizio della ritirata.

Marciammo sbandati per circa una settimana. I primi alpini che incontrammo furono gli artiglieri fra i quali fui molto felice di rivedere Giuanin d’Clerio, ma specialmente mio fratello Bartolomeo del quale da tempo non avevo più avuto notizie.

Fu un caso, noi eravamo fermi in un posto, quando davanti a noi passò la nostra artiglieria da montagna. Loro avevano ancora i muli e le slitte cariche di vettovaglie di magazzino, mentre noi non avevamo più nulla se non lo zaino a spalle.

Chiesi allora a mio fratello se avevano ancora un paio di scarponi perché i miei erano alla fine.

Afferrò un sacco, lo tagliò da sotto e me ne sporse un paio nuovo.

Mentre l’infinita colonna di soldati in ritirata proseguiva, noi restammo ancora fermi per un po’, poi c’incamminammo seguendola.

Della colonna non vidi mai né la testa né la coda. E pensare che Iòt d’Palanfrè si era tolto i denti per non partire, ma poi l’avevano fatto andare lo stesso.

Ritrovai mio fratello Bertu due giorni dopo, gli diedi del tabacco che avevo con me, tanto io non fumavo, e marciammo assieme per alcuni giorni.

Nonostante fossimo in ritirata, i russi continuavano a sparare e a bombardare la colonna.

Di quei giorni mi ricordo bene la figura di un prete militare alla nostra destra che, nel suo disperato tentativo di spronarci a proseguire quell’assurdo cammino, continuava incessantemente a gridare: “Avanti! Avanti!”.

I bombardamenti provenivano da ogni direzione.

Nei primi giorni, per scamparli, cercavamo di buttarci per terra o di raggrupparci come tanti greggi di pecore, ma poi, via via che i giorni passavano, preferivamo rimanere in piedi, anzi ci sparpagliavamo al nostro destino.

Eravamo giunti alla conclusione che era meglio essere colpiti subito e morire immediatamente piuttosto che rimanere feriti perché poi ti avrebbe colto il freddo uccidendoti in un modo assai più doloroso.

La ritirata proseguiva così, tra bombardamenti e cecchini che ti sparavano addosso.

Questi ultimi poi erano particolarmente insidiosi. Come quella volta in cui ci trovammo ad attraversare un ponte su un fiumiciattolo di cui non ricordo il nome. Fu un’ardua impresa, dei cecchini si erano appostati nei paraggi e sparavano sulla colonna. Solo in quel punto i morti si contavano a centinaia, ma non si riusciva a capire dove fossero nascosti.

Ad un certo punto l’attenzione si spostò su delle trebbiatrici ferme in un campo poco lontano: erano lì; non ebbero scampo ed il passaggio fu di nuovo sicuro, ma quanti morti!

Quando transitai nel punto che appena un attimo prima era stato bersagliato dai cecchini si presentò una situazione a dir poco straziante, c’erano moltissimi soldati uccisi mentre quelli feriti imploravano il loro ultimo aiuto, li sentivo gridare: “Mamma portami via!”. Sognavano che la loro mamma venisse a prenderli. Mi auguro per loro che se li sia presi la Madonna.

Di fronte a tutto questo eravamo annientati e in noi regnava una sensazione di totale impotenza.

Non potevamo fare nulla, se non tentare di tenere lontano il pensiero che fra un’ora, un giorno o una settimana sarebbe successo la stessa cosa anche a noi.

Un altro giorno invece, dopo aver sentito sparare per tutta la giornata, giungemmo in prossimità di un villaggio che si trovava sulla via della ritirata e si aprì dinanzi ai nostri occhi uno spettacolo ancora più terrificante: centinaia di morti, muli, soldati e il loro sangue mischiato che scorreva copiosamente per le strade del villaggio formando ovunque rigagnoli e pozzanghere come fa l’acqua della pioggia durante un temporale.

Anche qui, i feriti ormai in fin di vita gridavano: “Portatemi via! Portatemi via!”.

Ma di nuovo, chi avrebbe potuto soccorrerli? Dove li si sarebbe potuti portare? Ognuno di noi era abbandonato a se stesso e chi si fermava era perduto.

L’unica cosa che i poveri moribondi ricevevano era la benedizione del cappellano militare.

La situazione generale si faceva sempre più tragica tant’è che i preti iniziarono ad impartire la benedizione a chiunque, anche a chi era ancora in grado di camminare, perché non vi era più alcuna certezza del giorno dopo.

A me è capitato di riceverla almeno in due o tre occasioni.

Una volta ne ricevetti una collettiva, mentre c’eravamo rifugiati in un’isba. Il casolare era pieno zeppo di soldati, ed il prete, dopo aver avuto il nostro consenso, ci benedì.

Di giorno si camminava, di notte si cercava rifugio dove capitava: nelle case abbandonate, nei fienili, nelle stalle, nelle case abitate, nelle chiese e ovunque si potesse pernottare con un minimo di possibilità di ripararsi dal gelo.

La ritirata ci aveva reso irriconoscibili, avevamo la barba lunga, stracci avvolti ovunque per ripararci dal freddo ed una stanchezza infinita.

Una notte ricordo di essermi rifugiato in un piccolo casolare, sarà stato grande come la mia cucina di oggi, eravamo una trentina o forse più e dormimmo in piedi uno contro l’altro come fossimo delle acciughe.

La mattina seguente, facendo la coda per uscire mi trovai spalla a spalla con un ragazzo che mi chiese da dove arrivavo. Risposi che ero di un paesino piemontese chiamato Vernante e lui rispose: “Anche io sono di Vernante!”.

Non l’avevo riconosciuto, mi spiegò che era uno di quelli di Petulina del tetto Salet; al paese eravamo praticamente vicini di casa.

In tutta la ritirata incontrai parecchi miei compaesani, tra i quali mi viene in mente il mulinée d’la Madona soprannominato “Natalin dal mulin” che aveva i piedi congelati e faticava a camminare.

Gli chiesi se potevo aiutarlo o accompagnarlo in qualche modo, insistetti, ma mi disse: “No, no, vai solo avanti!”.

A guerra finita mi aveva poi ringraziato di avergli offerto aiuto dicendomi: “Ne ho visti passare di quelli di Vernante, ma nessuno si è mai proposto di aiutarmi!”.

Natalin dunque non morì in Russia come tanti, ma il Signore se lo prese ugualmente in un giorno di lavoro di qualche anno dopo, quando, con un tubo di ferro sulle spalle, sfiorò una delle prime linee ad alta tensione che salivano in valle. Destino!.

Mentre all’andata c’era stato garantito un modesto rancio, nella ritirata non vi era nulla, dovevamo arrangiarci a mangiare qualsiasi cosa trovavamo sul nostro cammino.

Quando andava bene riuscivamo a mangiare un po’ di carne di mulo, quelli che morivano di stenti durante il viaggio. Sembravamo degli avvoltoi. Non appena ne moriva uno, tutti quelli che passavano lì in quel momento si accanivano a strappargli un pezzo di carne ancora caldo e in un attimo rimanevano solo più le ossa.

Per almeno trentacinque giorni non accendemmo neanche più il fuoco.

Ma quest’ultimo in un’occasione fu anche causa di una tragedia.

Una sera, giunti in un piccolo paesino, come sempre accadeva, ognuno si trovò un riparo di fortuna.

Questa volta la provvidenza sembrava averci dato una mano, infatti, poco più avanti, apparve una piccola chiesa che poteva essere un valido rifugio.

Molti si erano già sistemati all’interno ed anch’io mi apprestai a raggiungerla, quando, avevo appena varcato la porta d’ingresso, iniziò ad uscire del fumo che proveniva dall’interno.

Qualcuno nel tentativo di riscaldare l’ambiente aveva acceso un fuoco con della segatura, ma il pavimento della chiesa era di legno. In un attimo l’aria diventò irrespirabile.

Io ebbi la fortuna di entrare fra gli ultimi e perciò ero ancora vicino alla porta quando la calca delle persone invertì la direzione e fui fuori in tempo, ma purtroppo per la maggior parte di chi era più avanti non ci fu speranza; in un attimo la chiesa fu avvolta dalle fiamme e si portò via una quarantina di ragazzi che non riuscirono a sottrarsi al provvidenziale rifugio.

Ancora una volta dovevamo assistere ad uno spettacolo straziante in compagnia del solito senso d’impotenza che ci accompagnava ormai da tempo.

Quella sera il fuoco impose una morte ben diversa da quella del gelo con cui eravamo abituati a convivere. In questo sembrava di percepire una sorta di pena del contrappasso.

Quando passavamo nei pressi di case o cascinali, andavamo a chiedere da mangiare ai civili che le abitavano.

Alcuni ci offrivano quel poco che avevano ancora, altri non avevano più nulla da dare e altri ancora nascondevano quel poco che avevano per paura che glielo portassimo via. Come dargli torto del resto!

Nel mio gruppo, per quanto riguarda la ricerca di cibo e acqua, c’eravamo organizzati con dei turni: un giorno toccava ad uno, il seguente ad un altro e via dicendo.

Una sera toccò a me. Decisi allora di avvicinarmi ad una cascina, in cui avevo visto delle mucche nella stalla, con l’intenzione di farmi dare un po’ di latte.

Entrai e mi trovai davanti ad una coppia d’anziani. Chiesi loro del latte: “Moloko!”, “Moloko!”. Ma la risposta fu: “Nima moloko! Nima korova, nima Moloko”. (Niente latte! Niente mucche, niente latte).

Gli feci capire che avevo visto le mucche e che quindi doveva esserci anche il latte, ma loro continuavano ad affermare che latte non ce n’era, allora gli chiesi del pane: “Kliba?”. Ma neanche kliba, niente.

Mi stavo convincendo che forse non avevano proprio nulla e decisi di uscire.

Mentre mi voltai per aprire la porta, l’anziano uomo cercò di colpirmi alle spalle. Me n’accorsi e in un attimo presi il moschetto, feci scattare il caricatore e glielo puntai.

Il mio gesto di difesa intimorì i due anziani, che per paura di essere uccisi alzarono subito le mani e come per incanto mi rifornirono di pane, latte, ed ogni sorta d’altro cibo.

I due tenevano tutto nascosto nel forno. Come li avrei capiti qualche tempo dopo!

Non avranno mai saputo che il moschetto che gli puntai quella volta era ormai senza munizioni da settimane.

Quando tornai, i miei compagni si stupirono alquanto nel vedermi arrivare con tutto quel ben di dio fra le braccia al che, gli raccontai la storia dei due vecchietti che prima non avevano nulla e poi invece n’avevano eccome.

Purtroppo era la regola per poter sopravvivere.

Le vacche e i vitelli che macellavamo e mangiavamo direttamente sul posto non si contavano nemmeno più.

Con una barra di ferro si stordiva l’animale, poi si sgozzava, infine si scorticava.

Eravamo alla stregua di un branco di lupi, uno tirava da una parte l’altro dall’altra e si mangiava la carne cruda ancora calda, alla fine le ossa parevano ancora muoversi, ma carne non ce n’era più da un pezzo.

Per tenerci caldo, ogni tanto, ci percuotevamo a vicenda e quando eravamo stufi continuavamo da soli.

Avevamo appurato che il metodo migliore era quello di percuotersi le spalle incrociando le braccia una volta da sotto e un’altra da sopra alternativamente e lo facevamo costantemente mentre camminavamo.

Già, in questo modo il sangue circolava meglio, anche nelle zone più periferiche comprese le dita delle mani.

L’acqua da bere si prendeva dai pozzi, quando avevamo la fortuna di incontrarne uno. Calavamo la gavetta con delle funi e quando la si tirava su, si era già formata la crosta di ghiaccio tanto faceva freddo.

Un giorno, durante i soliti bombardamenti, i russi colpirono anche un vagone di una tradotta. Fortunatamente n’avevano colpito uno che non trasportava persone, ma solo vettovaglie, tra cui delle botti di vino, che spaccandosi, sparpagliarono la preziosa bevanda tutto attorno, cristallizzando in pochi istanti.

Il giorno dopo, con la baionetta, facevamo leva nel ghiaccio viola per riuscire a staccarne dei pezzi. Poi, come sempre, tornava utile la gavetta, che riempivamo di quei frammenti e più tardi, con un po’ di calore rubato a qualche fuoco, avevamo la nostra bevanda che ci confortava.

Chiunque passava da lì: italiani, tedeschi e ricordo anche alcune ragazze russe, ne prendeva un po’.

Rispetto ai tedeschi noi italiani eravamo messi molto peggio, non avevamo né mezzi né protezioni adeguate, eravamo praticamente in braghe di tela in tutti i sensi e, benché fossimo ancora alleati, tra noi e loro non ci fu mai nemmeno un contatto e neppure mai una dimostrazione di solidarietà.

Nella ritirata, al di la del fatto che loro avevano ancora molti mezzi meccanizzati, se gli tagliavi la colonna, addirittura ti sparavano. In compenso i civili russi temevano i tedeschi, ma non noi italiani. Dei tedeschi dicevano: “Alleman nima karos!”. (I tedeschi non sono buoni!).

Per quasi tutto il tempo della ritirata dovemmo fare i conti con temperature estremamente rigide, specialmente nei mesi invernali.

Marciammo a piedi per più di due mesi finché, verso aprile, quando la temperatura iniziava ad essere più sopportabile, giungemmo in un luogo sufficientemente ad ovest, quasi vicino al confine con la Germania, da dove potemmo finalmente salire sulla tradotta che ci avrebbe riportato in Italia.

Erano già partiti molti convogli. Ci ordinarono di salire e di sistemarci ovunque avessimo trovato posto, perché si trattava dell’ultima tradotta e altre non ce ne sarebbero più state.

Salii. E’ ancora viva nella mia mente l’immagine di quel treno straripante di soldati malconci, chi tra un vagone e l’altro, chi sdraiato sul tetto delle carrozze, altri aggrappati a maniglie ed appigli di fortuna e così via.

Il tutto, trascinato da una locomotiva a carbone ansimante come i relitti umani che trasportava, si muoveva a passo d’uomo verso ovest.

Quando la tradotta arrivò in Germania, ci sottoposero a disinfezione.

Ci misero tutti in fila all’interno di uno stanzone dove vi erano due o tre uomini muniti di grossi pennelli, quasi delle scope e, come una catena di montaggio, passammo uno per volta al trattamento. Una pennellata davanti e una dietro, poi si avanzava in un altro stanzone dove si faceva la doccia, infine nell’ultimo ci riconsegnavano i vestiti che nel frattempo erano stati sterilizzati.

Rimanemmo lì almeno tre giorni.

occitan

Lo jorn seguent foguec lo començament de la retirada.

Marchérem desbandats per a pauc près na setmana. Lhi premiers alpins que encontrérem fogueren lhi artilhers entre lhi quals foguero ben aürós de reveire Joanin d’Clerio, mas especialement mon fraire Bèrto dal qual da temp aviu pus agut de nòvas.

Foguec un cas, nos eriam fèrms ent un pòst, quora denant a nosautri passec nòstra artilheria da montanha. Lor avien encara lhi muls e las lieias charjaas de minjalhas de magazin, dal temp que nosautri aviam pusren gavat lo bersac a l’espatla.

Demandero alora a mon fraire se avien encara un parelh de chauciers perqué lhi miei eren a la fin.

Prenec un sac, lo talhec dessot e me ne’n donec un parelh nòu.

Dal temp que l’enfenia colòmna di soldats en retirada contuniava, nosautri restérem encara fèrms per un pauc, puei nos enchaminérem la seguissent.

De la colòmna veiero jamai ni la tèsta ni la coa. E pensar que Iòt d’Palanfrè s’era gavat las dents per pas partir, mas puei l’avien totun fait anar.

Retrobero mon fraire dui jorns après, lhi donero de tabac que aviu embe iu, tant mi fumavo ren, e marchérem ensem per qualque jorn.

Malgrat foguessiam en retirada, lhi rus continuaven a tirar e a bombardar la colòmna.

D’aquilhi jorns m’enaviso ben la figura d’un preire militar a nòstra dreita que, dins son desperat temptatiu de nos possar a contuniar aquel absurde chamin, continuava sensa desmòrdre a bramar: “Anant! Anant!”.

Lhi bombardaments arribaven da chasque direccion.

Dins lhi premiers jorns, per lhi escampar, cerchaviam de nos campar a tèrra o de nos regropar coma de tropèls de feas, mas puei, man a man que lhi jorns passaven, preferissiam restar en pè, al contrari nos espanteaviam al nòstre destin.

Eriam arribats a la conclusion qu’era mielh èsser colpits d’abòrd e muérer sal colp pustòst que restar ferits perqué puei t’auria chapat la freid t’amaçant dins una maniera ben mai dolorosa.

La retirada contuniava parelh, entre bombardaments e chequins que t’esparaven a còl.

Aquisti darriers puei eren particularament perilhós. Coma aquel bòt dins lo qual nos trobérem a traversar un pònt sus un valonet del qual m’enaviso pas lo nòm. Foguec una dura empresa, de chequins s’eren estremats a l’environs e esparaven sus la colòmna. Masque en aquel ponch lhi mòrts se comptaven a centenas, mas se reüssia pas a comprene ente foguessen estremats.

D’un crep l’atencion se meirec sus de talha-bat fèrmas ent un champ pauc daluenh: eren aquí; augueren pas salvessa e lo passatge foguec torna segur, mas que de mòrts!

Quora passero ental ponch que just na seconda denant era estat mirat dai chequins se presentec na situacion a dir gaire paorosa, lhi avia un baron de soldats amaçats dal temp que aquilhi ferits emploraven lor darrier ajut, lhi sentiu bramar: “Mama pòrta-me via!”. Sunhaven que lor maire venesse a lhi pilhar. Espero per lor que se lhi sie pilhats la Madòna.

De frònt a tot aquò eriam costernats e en nosautri renhava na sensacion de totala empotènça.

Poliam far ren, se pas temptar de tenir luenh lo pensier que dins un’ora, un jorn o una setmana seria capitaa la mesma causa a nosautri.

N’autre jorn ensita, après aver auvit esparar per tota la jornaa, arrubérem en proximitat d’un vilatge que se trobava sus la via de la retirada e se durbec denant ai nòstri uelhs n’espectacle encara mai paorós: centenas de mòrts, muls, soldats e lor sang mesclat qu’escorria bondós per las charrieras dal vilatge formant ont se sie escolieras e peschàs coma fai l’aiga dal temporal.

Decò aquí, lhi ferits de bèl avant en fin de vita criaven: “Portatz-me via! Portatz-me via!”.

Mas que far, qui auria polgut lhi ajuar? Ente se seria polguts lhi portar? Chascun de nosautri era abandonat a ele mesme e qui se fermava era perdut.

La soleta causa que lhi paures moribonds recebien era la benediccion dal preire militar.

La situacion generala se fasia totjorn mai tràgica tant que lhi preires començeren a donar la benediccion a qui que sie, decò a qui era enca bòn de chaminar, perqué lhi avia pus deguna seguressa dal jorn d’après.

A mi es capitat de la recéber almenc en doas o tres ocasions.

Un bòt ne’n recebero una collectiva, dal temp que nos eriam refugiats en un’isba. La maison era plena borraa de soldats, e lo preire, après aver agut nòstre consens, nos donec la benediccion.

De jorn se chaminava, de nueit se cerchava refugi ente capitava: dins las maisons abandonaas, dins las fenieras, dins las vòutas, dins las maisons abitaas, dins las gleisas e ont se sie se poguesse passar la nueit embe una pichòta possibilitat de se parar dal gèl.

La retirada nos avia renduts pus reconoissibles, aviam la barba lonja, estraç envertolhats d’en pertot per nos parar da la freid e na fatiga enfenia.

Na nueit enaviso de m’èsser refugiat dins na pichòta maison, serè estaa granda coma ma foganha d’encuei, eriam na trentena o benlèu mai e durmérem en pè un còntra l’autre coma foguéssiam d’anchoas.

Lo matin d’après, fasent la coa per sortir me trobero espatla a espatla embe un filh que me chamec d’ente arribavo. Respòndero que ero d’un païset piemontés sonat Vernant e ele respòndec: “Decò iu siu dal Vernant!”.

L’aviu ren reconóissut, m’expliquet que era un d’aquilhi de Petolina dal teit Salet; al país eriam practicament vesins de maison.

En tota la retirada encontrero un baron de mi compaïsans, entre lhi quals me ven a la ment lo molinier de la Madòna dit “Natalin dal molin” que avia lhi pè congelats e fatigava a chaminar.

Lhi demandero se poliu l’ajuar o l’acompanhar en qualque maniera, insistero, mas me disec: “No, no, vai masque anant!”.

A guèrra feniá m’avia puei rengraciat de lhi aver ofèrt ajut me disent: “N’ai vist passar d’aquilhi dal Vernant, mas degun s’es jamai campat a me chamar se aviu de manca!”.

Natalin donca muérec pas en Rússia coma tanti, mas Nossenhor se lo prenec en un jorn de trabalh de qualque an après, dal temp que, embe un tube de fèrre sus las espatlas, tochec una de las premieras linhas a auta tension que montaven en valada. Destin!.

Dal temp que a l’anaa nos avien garantit un modèst disnar, dins la retirada la lhi avia pusren, deviam nos arranjar a minjar que se sie que trobessiam sus nòstre chamin.

Quora anava ben reüssiam a minjar un pauc de charn de mul, aquilhi que murien de fatiga al lòng dal viatge. Semelhaviam de vòutors. A pena ne muria un, tuiti aquilhi que passaven aquí en aquel moment se baronaven a lhi eschancar un tòc de charn encara chaud e en na seconda restava pus que l’ossamenta.

Per almenc trenta cinc jorns avisquérem nimanc pus lo fuec.

Mas aqueste dins un’ocasion foguec decò causa de tragèdia.

Na sera, arribats ent’un pichòt païset, coma sempre capitava, chascun se trobec na sosta de fortuna.

Aqueste bòt la providénça semelhava nos aver donaa na man, en efèct, pauc pus anant, pareissec na pichòta gleisa que polia èsser un bòn refugi.

Un pauc s’eren já plaçat al dedins e decò iu me aprestero a la rejónher, quora, just sobrat la pòrta d’entrada, començec a sortir de tuba que venia dal dedins.

Qualqu’un dins lo temptatiu de reschaudar l’ambient avia aviscat un fuec embe de resseüra, mas lo sòl de la gleisa era de bòsc. En na seconda l’aire era irrespirabla.

Iu aguero lo bonaür d’intrar d’en darrier e per aquò ero encara dapè l’uis quora la massa de gent chambiec direccion e foguero fòra per temp, mas malaürosament per la pus gròssa part d’aquilhi mai anant lhi foguec pas d’esperança; en na seconda la gleisa foguec envertolhaa dal fuec que se portec via na quarantena de filhs que arriberen ren a escapar dal providencial refugi.

Encara un viatge deviam assíster a n’espectacle terrible abo l’ordinari sens d’empotènça que de bèl avant nos acompanhava da temp.

Aquela sera lo fuec empausec na mòrt ben diferenta d’aquela de la freid embe la quala eriam acostumats a conviure. Dins aquò semelhava de percèbre na sòrta de pena del passsatge da la vita a la mòrt.

Quora passaviam pròche de maisons o cassinas, anaviam chamar da minjar ai civils qu’estaven aquí.

Qualqu’un nos semonia aquel gaire que avien encara, autres avien pasren da donar e autres encara etremaven aquel pauc que avien per paor que lhi lo portessiam via. Coma lhi donar tòrt en fin finala!

Dins mon grop, per çò que regarda la recèrcha de minjalhas e aiga, nos eriam organizats embe de torns: un jorn tochava a un, lo seguent a n’autre e via per parelh.

Una sera tochava a iu. Decidero alora de m’aprochar a na cassina, dins la quala aviu vist de vachas dins la vòuta, embe l’intencion de far-me donar un pauc de lait.

Intrero e me trobero denant a na cobla de vielhs. Demandero lor de lait: “Moloko!”, “Moloko!”. Mas la respòsta foguec: “Nima moloko! Nima korova, nima moloko”. (Pas de lait! Pas de vachas, pas de lait).

Lhi fasero capir que aviu vist las vachas e que donca devia decò lhi aver lo lait, mas lor continuaven me dir que lait lhi n’avia pas, alora lhi demandero de pan: “Kliba?”. Mas nimanc kliba, pasren.

M’istavo convincent que benlèu avien pròpi ren e decidero de sortir.

Dal temp que me virero per duérber l’uis, l’ancian òme a cerchat de me colpir a las espatlas. M’apercebero e en na seconda pilhero lo mosquet, lo fasero escatar e lhi lo ponchero.

Mon gèst de defensa esbarruec lhi dui vielhs, que per paor d’èsser amaçats leveren sus lo colp las mans e coma per enchant m’aprovisionero de pan, lait, e tota raça d’autras còsas bònas.

Lhi dui ténien tot estremat dins lo forn. Coma lhi auriu capits qualque temp après!

Aurèn jamai sabut que lo mosquet que lhi ponchero aquel bòt era de bèl avant sensa municions da setmanas.

Quora tornero, mi companhs s’estoneren un bel pauc veient-me arrubar embe tot aquel ben de diu enti braç, alora lhi contiero l’estòria di dui velhets que denant avien pasren e puei ensita n’avien ben pro.

Malaürosament era la règla per poler sobreviure.

Las vachas e lhi veèls que maselaviam e minjaviam dirèctament sal pòst se comptaven nimanc pus.

Abo na barra de fèrre s’enlordia la bèstia, puei se sanhava, enfin se pelava.

Eriam a usatge tropèl de lops, un tirava da na part l’autre da l’autra e se minjava la charn crua encara chauda, a la fin lhi òs pareissien encara se bojar, mas de charn lhi n’avia pus un tòc.

Per nos tenir chaud, de tant en tant, nos savataviam l’un l’autre e quora eriam estofis continuaviam da solets.

Aviam vist que la maniera mielh era aquela de se savatar las espatlas encroseant lhi braç un bòt dessot e un bòt de sobre en alternança e lo fasiam costantament dal temp que chaminaviam.

Es ver, en aquesta maniera lo sang virava mielh, decò dins las zònas mai luenhas comprés lhi dets de las mans.

L’aiga da beure, se pilhva dai potz, quora aviam lo bonaür de n’encontrar qualqu’un. Calaviam la gaveta embe de còrdas e quora se tirava sus, al s’era já formaa la gruelha de glaç tant fasia freid.

Un jorn, durant lhi ordinari bombardaments, lhi rus chaperen decò un vagon de na tradòta.

Aürosament n’avien colpit un que transportava pas de personas, mas masque minjalhas e de botals de vin, que en s’eclapant, esparpalheren lo preciós líquid tot a l’entorn, congelant en gaire de temp.

Lo jorn d’après, embe la baioneta, fasiam leva dins lo glaç violet per reüssir a ne’n destachar de tòcs.

Puei, coma sempre, venia a talh la gaveta, que borraviam d’aquilhi fragments e mai tard, embe un pauc de chalor raubat a qualque fuec, aviam nòstre líquid violet que nos confortava.

Qui que sie passava d’aquí: italians, alemands, decò qualquas filhas russas, ne’n prenien un pauc.

Respèct a lhi alemands nosautri italians eriam butats ben pes, aviam ren, ni meians ni proteccions, eriam practicament en braias de tela en tuiti lhi sens e, bèla que foguessiam encara aliats, entre nosautri e lor lhi foguec jamai nimanc un contacte e nimanc jamai na demostracion de solidaritat.

Dins la retirada, encara que lor avion un baron de meians mecanizats, se lhi talhaves la colòmna, arribaven a t’esparar. En paga lhi civils rus temien lhi alemands, mas pas nosautri italians.

De lhi alemands disien: “Alleman nima karos!”. (lhi alemands son pas bòns!).

Per esquasi tot lo temp de la retirada devérem far lhi còmptes embe temperaturas extremament regdas, sobretot dins lhi mes de l’uvèrn.

Marchérem a pè mai de dui mes fins que, vèrs abril, quora la temperatura començava a èsser mai domèstia, arrubérem dins un luec já ben a oèst, esquasi da cant dal confin embe la Germània, d’ente polérem finalament montar sus la tradòta que nos auria reportat en Itàlia.

Eren já partits un baron de trens. Nos comanderen de montar e de nos arranjar ont se sie avessiam trobat pòst, perqué se tractava de la darriera tradòta e d’autras lhi n’auria pus aguas.

Montero. Es encara viventa dins ma tèsta l’image d’aquel tren plen de soldats malaürós, qui entre un vagon e l’autre, qui cojat sus lo cubèrt di vagons, d’autres estachats a manelhas e pontalhs de fortuna e via parelh....

Lo tot, rabelat da na locomotiva a charbon que tranflava coma lhi vançums umans que portava, se bojava a pas d’òme vèrs ponent.

Quora lo tren arribec en Germània, nos passeren a la desenfeccion.

Nos buteren tuiti en linha dedins na gròssa chambra ente la lhi avia dui o tres òmes abo de gròs penèls, esquasi de ramassas e, coma na chaena de montatge, passérem un per bòt al tractament. Na penelaa denant e una darreire, puei s’avançava dins un’autra gròssa chambra ente se fasia la docha, enfin dins la darriera nos rendien lhi bagatges que entramentier eren estats esterilizats.

Restérem aquí almenc tres jorns.


La ritirata

La retirada

dal libro "Giacomo Dalmasso Jaco Gròs racconta..." di Daniele Dalmasso

La ritirata
italiano

Il giorno seguente fu l’inizio della ritirata.

Marciammo sbandati per circa una settimana. I primi alpini che incontrammo furono gli artiglieri fra i quali fui molto felice di rivedere Giuanin d’Clerio, ma specialmente mio fratello Bartolomeo del quale da tempo non avevo più avuto notizie.

Fu un caso, noi eravamo fermi in un posto, quando davanti a noi passò la nostra artiglieria da montagna. Loro avevano ancora i muli e le slitte cariche di vettovaglie di magazzino, mentre noi non avevamo più nulla se non lo zaino a spalle.

Chiesi allora a mio fratello se avevano ancora un paio di scarponi perché i miei erano alla fine.

Afferrò un sacco, lo tagliò da sotto e me ne sporse un paio nuovo.

Mentre l’infinita colonna di soldati in ritirata proseguiva, noi restammo ancora fermi per un po’, poi c’incamminammo seguendola.

Della colonna non vidi mai né la testa né la coda. E pensare che Iòt d’Palanfrè si era tolto i denti per non partire, ma poi l’avevano fatto andare lo stesso.

Ritrovai mio fratello Bertu due giorni dopo, gli diedi del tabacco che avevo con me, tanto io non fumavo, e marciammo assieme per alcuni giorni.

Nonostante fossimo in ritirata, i russi continuavano a sparare e a bombardare la colonna.

Di quei giorni mi ricordo bene la figura di un prete militare alla nostra destra che, nel suo disperato tentativo di spronarci a proseguire quell’assurdo cammino, continuava incessantemente a gridare: “Avanti! Avanti!”.

I bombardamenti provenivano da ogni direzione.

Nei primi giorni, per scamparli, cercavamo di buttarci per terra o di raggrupparci come tanti greggi di pecore, ma poi, via via che i giorni passavano, preferivamo rimanere in piedi, anzi ci sparpagliavamo al nostro destino.

Eravamo giunti alla conclusione che era meglio essere colpiti subito e morire immediatamente piuttosto che rimanere feriti perché poi ti avrebbe colto il freddo uccidendoti in un modo assai più doloroso.

La ritirata proseguiva così, tra bombardamenti e cecchini che ti sparavano addosso.

Questi ultimi poi erano particolarmente insidiosi. Come quella volta in cui ci trovammo ad attraversare un ponte su un fiumiciattolo di cui non ricordo il nome. Fu un’ardua impresa, dei cecchini si erano appostati nei paraggi e sparavano sulla colonna. Solo in quel punto i morti si contavano a centinaia, ma non si riusciva a capire dove fossero nascosti.

Ad un certo punto l’attenzione si spostò su delle trebbiatrici ferme in un campo poco lontano: erano lì; non ebbero scampo ed il passaggio fu di nuovo sicuro, ma quanti morti!

Quando transitai nel punto che appena un attimo prima era stato bersagliato dai cecchini si presentò una situazione a dir poco straziante, c’erano moltissimi soldati uccisi mentre quelli feriti imploravano il loro ultimo aiuto, li sentivo gridare: “Mamma portami via!”. Sognavano che la loro mamma venisse a prenderli. Mi auguro per loro che se li sia presi la Madonna.

Di fronte a tutto questo eravamo annientati e in noi regnava una sensazione di totale impotenza.

Non potevamo fare nulla, se non tentare di tenere lontano il pensiero che fra un’ora, un giorno o una settimana sarebbe successo la stessa cosa anche a noi.

Un altro giorno invece, dopo aver sentito sparare per tutta la giornata, giungemmo in prossimità di un villaggio che si trovava sulla via della ritirata e si aprì dinanzi ai nostri occhi uno spettacolo ancora più terrificante: centinaia di morti, muli, soldati e il loro sangue mischiato che scorreva copiosamente per le strade del villaggio formando ovunque rigagnoli e pozzanghere come fa l’acqua della pioggia durante un temporale.

Anche qui, i feriti ormai in fin di vita gridavano: “Portatemi via! Portatemi via!”.

Ma di nuovo, chi avrebbe potuto soccorrerli? Dove li si sarebbe potuti portare? Ognuno di noi era abbandonato a se stesso e chi si fermava era perduto.

L’unica cosa che i poveri moribondi ricevevano era la benedizione del cappellano militare.

La situazione generale si faceva sempre più tragica tant’è che i preti iniziarono ad impartire la benedizione a chiunque, anche a chi era ancora in grado di camminare, perché non vi era più alcuna certezza del giorno dopo.

A me è capitato di riceverla almeno in due o tre occasioni.

Una volta ne ricevetti una collettiva, mentre c’eravamo rifugiati in un’isba. Il casolare era pieno zeppo di soldati, ed il prete, dopo aver avuto il nostro consenso, ci benedì.

Di giorno si camminava, di notte si cercava rifugio dove capitava: nelle case abbandonate, nei fienili, nelle stalle, nelle case abitate, nelle chiese e ovunque si potesse pernottare con un minimo di possibilità di ripararsi dal gelo.

La ritirata ci aveva reso irriconoscibili, avevamo la barba lunga, stracci avvolti ovunque per ripararci dal freddo ed una stanchezza infinita.

Una notte ricordo di essermi rifugiato in un piccolo casolare, sarà stato grande come la mia cucina di oggi, eravamo una trentina o forse più e dormimmo in piedi uno contro l’altro come fossimo delle acciughe.

La mattina seguente, facendo la coda per uscire mi trovai spalla a spalla con un ragazzo che mi chiese da dove arrivavo. Risposi che ero di un paesino piemontese chiamato Vernante e lui rispose: “Anche io sono di Vernante!”.

Non l’avevo riconosciuto, mi spiegò che era uno di quelli di Petulina del tetto Salet; al paese eravamo praticamente vicini di casa.

In tutta la ritirata incontrai parecchi miei compaesani, tra i quali mi viene in mente il mulinée d’la Madona soprannominato “Natalin dal mulin” che aveva i piedi congelati e faticava a camminare.

Gli chiesi se potevo aiutarlo o accompagnarlo in qualche modo, insistetti, ma mi disse: “No, no, vai solo avanti!”.

A guerra finita mi aveva poi ringraziato di avergli offerto aiuto dicendomi: “Ne ho visti passare di quelli di Vernante, ma nessuno si è mai proposto di aiutarmi!”.

Natalin dunque non morì in Russia come tanti, ma il Signore se lo prese ugualmente in un giorno di lavoro di qualche anno dopo, quando, con un tubo di ferro sulle spalle, sfiorò una delle prime linee ad alta tensione che salivano in valle. Destino!.

Mentre all’andata c’era stato garantito un modesto rancio, nella ritirata non vi era nulla, dovevamo arrangiarci a mangiare qualsiasi cosa trovavamo sul nostro cammino.

Quando andava bene riuscivamo a mangiare un po’ di carne di mulo, quelli che morivano di stenti durante il viaggio. Sembravamo degli avvoltoi. Non appena ne moriva uno, tutti quelli che passavano lì in quel momento si accanivano a strappargli un pezzo di carne ancora caldo e in un attimo rimanevano solo più le ossa.

Per almeno trentacinque giorni non accendemmo neanche più il fuoco.

Ma quest’ultimo in un’occasione fu anche causa di una tragedia.

Una sera, giunti in un piccolo paesino, come sempre accadeva, ognuno si trovò un riparo di fortuna.

Questa volta la provvidenza sembrava averci dato una mano, infatti, poco più avanti, apparve una piccola chiesa che poteva essere un valido rifugio.

Molti si erano già sistemati all’interno ed anch’io mi apprestai a raggiungerla, quando, avevo appena varcato la porta d’ingresso, iniziò ad uscire del fumo che proveniva dall’interno.

Qualcuno nel tentativo di riscaldare l’ambiente aveva acceso un fuoco con della segatura, ma il pavimento della chiesa era di legno. In un attimo l’aria diventò irrespirabile.

Io ebbi la fortuna di entrare fra gli ultimi e perciò ero ancora vicino alla porta quando la calca delle persone invertì la direzione e fui fuori in tempo, ma purtroppo per la maggior parte di chi era più avanti non ci fu speranza; in un attimo la chiesa fu avvolta dalle fiamme e si portò via una quarantina di ragazzi che non riuscirono a sottrarsi al provvidenziale rifugio.

Ancora una volta dovevamo assistere ad uno spettacolo straziante in compagnia del solito senso d’impotenza che ci accompagnava ormai da tempo.

Quella sera il fuoco impose una morte ben diversa da quella del gelo con cui eravamo abituati a convivere. In questo sembrava di percepire una sorta di pena del contrappasso.

Quando passavamo nei pressi di case o cascinali, andavamo a chiedere da mangiare ai civili che le abitavano.

Alcuni ci offrivano quel poco che avevano ancora, altri non avevano più nulla da dare e altri ancora nascondevano quel poco che avevano per paura che glielo portassimo via. Come dargli torto del resto!

Nel mio gruppo, per quanto riguarda la ricerca di cibo e acqua, c’eravamo organizzati con dei turni: un giorno toccava ad uno, il seguente ad un altro e via dicendo.

Una sera toccò a me. Decisi allora di avvicinarmi ad una cascina, in cui avevo visto delle mucche nella stalla, con l’intenzione di farmi dare un po’ di latte.

Entrai e mi trovai davanti ad una coppia d’anziani. Chiesi loro del latte: “Moloko!”, “Moloko!”. Ma la risposta fu: “Nima moloko! Nima korova, nima Moloko”. (Niente latte! Niente mucche, niente latte).

Gli feci capire che avevo visto le mucche e che quindi doveva esserci anche il latte, ma loro continuavano ad affermare che latte non ce n’era, allora gli chiesi del pane: “Kliba?”. Ma neanche kliba, niente.

Mi stavo convincendo che forse non avevano proprio nulla e decisi di uscire.

Mentre mi voltai per aprire la porta, l’anziano uomo cercò di colpirmi alle spalle. Me n’accorsi e in un attimo presi il moschetto, feci scattare il caricatore e glielo puntai.

Il mio gesto di difesa intimorì i due anziani, che per paura di essere uccisi alzarono subito le mani e come per incanto mi rifornirono di pane, latte, ed ogni sorta d’altro cibo.

I due tenevano tutto nascosto nel forno. Come li avrei capiti qualche tempo dopo!

Non avranno mai saputo che il moschetto che gli puntai quella volta era ormai senza munizioni da settimane.

Quando tornai, i miei compagni si stupirono alquanto nel vedermi arrivare con tutto quel ben di dio fra le braccia al che, gli raccontai la storia dei due vecchietti che prima non avevano nulla e poi invece n’avevano eccome.

Purtroppo era la regola per poter sopravvivere.

Le vacche e i vitelli che macellavamo e mangiavamo direttamente sul posto non si contavano nemmeno più.

Con una barra di ferro si stordiva l’animale, poi si sgozzava, infine si scorticava.

Eravamo alla stregua di un branco di lupi, uno tirava da una parte l’altro dall’altra e si mangiava la carne cruda ancora calda, alla fine le ossa parevano ancora muoversi, ma carne non ce n’era più da un pezzo.

Per tenerci caldo, ogni tanto, ci percuotevamo a vicenda e quando eravamo stufi continuavamo da soli.

Avevamo appurato che il metodo migliore era quello di percuotersi le spalle incrociando le braccia una volta da sotto e un’altra da sopra alternativamente e lo facevamo costantemente mentre camminavamo.

Già, in questo modo il sangue circolava meglio, anche nelle zone più periferiche comprese le dita delle mani.

L’acqua da bere si prendeva dai pozzi, quando avevamo la fortuna di incontrarne uno. Calavamo la gavetta con delle funi e quando la si tirava su, si era già formata la crosta di ghiaccio tanto faceva freddo.

Un giorno, durante i soliti bombardamenti, i russi colpirono anche un vagone di una tradotta. Fortunatamente n’avevano colpito uno che non trasportava persone, ma solo vettovaglie, tra cui delle botti di vino, che spaccandosi, sparpagliarono la preziosa bevanda tutto attorno, cristallizzando in pochi istanti.

Il giorno dopo, con la baionetta, facevamo leva nel ghiaccio viola per riuscire a staccarne dei pezzi. Poi, come sempre, tornava utile la gavetta, che riempivamo di quei frammenti e più tardi, con un po’ di calore rubato a qualche fuoco, avevamo la nostra bevanda che ci confortava.

Chiunque passava da lì: italiani, tedeschi e ricordo anche alcune ragazze russe, ne prendeva un po’.

Rispetto ai tedeschi noi italiani eravamo messi molto peggio, non avevamo né mezzi né protezioni adeguate, eravamo praticamente in braghe di tela in tutti i sensi e, benché fossimo ancora alleati, tra noi e loro non ci fu mai nemmeno un contatto e neppure mai una dimostrazione di solidarietà.

Nella ritirata, al di la del fatto che loro avevano ancora molti mezzi meccanizzati, se gli tagliavi la colonna, addirittura ti sparavano. In compenso i civili russi temevano i tedeschi, ma non noi italiani. Dei tedeschi dicevano: “Alleman nima karos!”. (I tedeschi non sono buoni!).

Per quasi tutto il tempo della ritirata dovemmo fare i conti con temperature estremamente rigide, specialmente nei mesi invernali.

Marciammo a piedi per più di due mesi finché, verso aprile, quando la temperatura iniziava ad essere più sopportabile, giungemmo in un luogo sufficientemente ad ovest, quasi vicino al confine con la Germania, da dove potemmo finalmente salire sulla tradotta che ci avrebbe riportato in Italia.

Erano già partiti molti convogli. Ci ordinarono di salire e di sistemarci ovunque avessimo trovato posto, perché si trattava dell’ultima tradotta e altre non ce ne sarebbero più state.

Salii. E’ ancora viva nella mia mente l’immagine di quel treno straripante di soldati malconci, chi tra un vagone e l’altro, chi sdraiato sul tetto delle carrozze, altri aggrappati a maniglie ed appigli di fortuna e così via.

Il tutto, trascinato da una locomotiva a carbone ansimante come i relitti umani che trasportava, si muoveva a passo d’uomo verso ovest.

Quando la tradotta arrivò in Germania, ci sottoposero a disinfezione.

Ci misero tutti in fila all’interno di uno stanzone dove vi erano due o tre uomini muniti di grossi pennelli, quasi delle scope e, come una catena di montaggio, passammo uno per volta al trattamento. Una pennellata davanti e una dietro, poi si avanzava in un altro stanzone dove si faceva la doccia, infine nell’ultimo ci riconsegnavano i vestiti che nel frattempo erano stati sterilizzati.

Rimanemmo lì almeno tre giorni.

occitan

Lo jorn seguent foguec lo començament de la retirada.

Marchérem desbandats per a pauc près na setmana. Lhi premiers alpins que encontrérem fogueren lhi artilhers entre lhi quals foguero ben aürós de reveire Joanin d’Clerio, mas especialement mon fraire Bèrto dal qual da temp aviu pus agut de nòvas.

Foguec un cas, nos eriam fèrms ent un pòst, quora denant a nosautri passec nòstra artilheria da montanha. Lor avien encara lhi muls e las lieias charjaas de minjalhas de magazin, dal temp que nosautri aviam pusren gavat lo bersac a l’espatla.

Demandero alora a mon fraire se avien encara un parelh de chauciers perqué lhi miei eren a la fin.

Prenec un sac, lo talhec dessot e me ne’n donec un parelh nòu.

Dal temp que l’enfenia colòmna di soldats en retirada contuniava, nosautri restérem encara fèrms per un pauc, puei nos enchaminérem la seguissent.

De la colòmna veiero jamai ni la tèsta ni la coa. E pensar que Iòt d’Palanfrè s’era gavat las dents per pas partir, mas puei l’avien totun fait anar.

Retrobero mon fraire dui jorns après, lhi donero de tabac que aviu embe iu, tant mi fumavo ren, e marchérem ensem per qualque jorn.

Malgrat foguessiam en retirada, lhi rus continuaven a tirar e a bombardar la colòmna.

D’aquilhi jorns m’enaviso ben la figura d’un preire militar a nòstra dreita que, dins son desperat temptatiu de nos possar a contuniar aquel absurde chamin, continuava sensa desmòrdre a bramar: “Anant! Anant!”.

Lhi bombardaments arribaven da chasque direccion.

Dins lhi premiers jorns, per lhi escampar, cerchaviam de nos campar a tèrra o de nos regropar coma de tropèls de feas, mas puei, man a man que lhi jorns passaven, preferissiam restar en pè, al contrari nos espanteaviam al nòstre destin.

Eriam arribats a la conclusion qu’era mielh èsser colpits d’abòrd e muérer sal colp pustòst que restar ferits perqué puei t’auria chapat la freid t’amaçant dins una maniera ben mai dolorosa.

La retirada contuniava parelh, entre bombardaments e chequins que t’esparaven a còl.

Aquisti darriers puei eren particularament perilhós. Coma aquel bòt dins lo qual nos trobérem a traversar un pònt sus un valonet del qual m’enaviso pas lo nòm. Foguec una dura empresa, de chequins s’eren estremats a l’environs e esparaven sus la colòmna. Masque en aquel ponch lhi mòrts se comptaven a centenas, mas se reüssia pas a comprene ente foguessen estremats.

D’un crep l’atencion se meirec sus de talha-bat fèrmas ent un champ pauc daluenh: eren aquí; augueren pas salvessa e lo passatge foguec torna segur, mas que de mòrts!

Quora passero ental ponch que just na seconda denant era estat mirat dai chequins se presentec na situacion a dir gaire paorosa, lhi avia un baron de soldats amaçats dal temp que aquilhi ferits emploraven lor darrier ajut, lhi sentiu bramar: “Mama pòrta-me via!”. Sunhaven que lor maire venesse a lhi pilhar. Espero per lor que se lhi sie pilhats la Madòna.

De frònt a tot aquò eriam costernats e en nosautri renhava na sensacion de totala empotènça.

Poliam far ren, se pas temptar de tenir luenh lo pensier que dins un’ora, un jorn o una setmana seria capitaa la mesma causa a nosautri.

N’autre jorn ensita, après aver auvit esparar per tota la jornaa, arrubérem en proximitat d’un vilatge que se trobava sus la via de la retirada e se durbec denant ai nòstri uelhs n’espectacle encara mai paorós: centenas de mòrts, muls, soldats e lor sang mesclat qu’escorria bondós per las charrieras dal vilatge formant ont se sie escolieras e peschàs coma fai l’aiga dal temporal.

Decò aquí, lhi ferits de bèl avant en fin de vita criaven: “Portatz-me via! Portatz-me via!”.

Mas que far, qui auria polgut lhi ajuar? Ente se seria polguts lhi portar? Chascun de nosautri era abandonat a ele mesme e qui se fermava era perdut.

La soleta causa que lhi paures moribonds recebien era la benediccion dal preire militar.

La situacion generala se fasia totjorn mai tràgica tant que lhi preires començeren a donar la benediccion a qui que sie, decò a qui era enca bòn de chaminar, perqué lhi avia pus deguna seguressa dal jorn d’après.

A mi es capitat de la recéber almenc en doas o tres ocasions.

Un bòt ne’n recebero una collectiva, dal temp que nos eriam refugiats en un’isba. La maison era plena borraa de soldats, e lo preire, après aver agut nòstre consens, nos donec la benediccion.

De jorn se chaminava, de nueit se cerchava refugi ente capitava: dins las maisons abandonaas, dins las fenieras, dins las vòutas, dins las maisons abitaas, dins las gleisas e ont se sie se poguesse passar la nueit embe una pichòta possibilitat de se parar dal gèl.

La retirada nos avia renduts pus reconoissibles, aviam la barba lonja, estraç envertolhats d’en pertot per nos parar da la freid e na fatiga enfenia.

Na nueit enaviso de m’èsser refugiat dins na pichòta maison, serè estaa granda coma ma foganha d’encuei, eriam na trentena o benlèu mai e durmérem en pè un còntra l’autre coma foguéssiam d’anchoas.

Lo matin d’après, fasent la coa per sortir me trobero espatla a espatla embe un filh que me chamec d’ente arribavo. Respòndero que ero d’un païset piemontés sonat Vernant e ele respòndec: “Decò iu siu dal Vernant!”.

L’aviu ren reconóissut, m’expliquet que era un d’aquilhi de Petolina dal teit Salet; al país eriam practicament vesins de maison.

En tota la retirada encontrero un baron de mi compaïsans, entre lhi quals me ven a la ment lo molinier de la Madòna dit “Natalin dal molin” que avia lhi pè congelats e fatigava a chaminar.

Lhi demandero se poliu l’ajuar o l’acompanhar en qualque maniera, insistero, mas me disec: “No, no, vai masque anant!”.

A guèrra feniá m’avia puei rengraciat de lhi aver ofèrt ajut me disent: “N’ai vist passar d’aquilhi dal Vernant, mas degun s’es jamai campat a me chamar se aviu de manca!”.

Natalin donca muérec pas en Rússia coma tanti, mas Nossenhor se lo prenec en un jorn de trabalh de qualque an après, dal temp que, embe un tube de fèrre sus las espatlas, tochec una de las premieras linhas a auta tension que montaven en valada. Destin!.

Dal temp que a l’anaa nos avien garantit un modèst disnar, dins la retirada la lhi avia pusren, deviam nos arranjar a minjar que se sie que trobessiam sus nòstre chamin.

Quora anava ben reüssiam a minjar un pauc de charn de mul, aquilhi que murien de fatiga al lòng dal viatge. Semelhaviam de vòutors. A pena ne muria un, tuiti aquilhi que passaven aquí en aquel moment se baronaven a lhi eschancar un tòc de charn encara chaud e en na seconda restava pus que l’ossamenta.

Per almenc trenta cinc jorns avisquérem nimanc pus lo fuec.

Mas aqueste dins un’ocasion foguec decò causa de tragèdia.

Na sera, arribats ent’un pichòt païset, coma sempre capitava, chascun se trobec na sosta de fortuna.

Aqueste bòt la providénça semelhava nos aver donaa na man, en efèct, pauc pus anant, pareissec na pichòta gleisa que polia èsser un bòn refugi.

Un pauc s’eren já plaçat al dedins e decò iu me aprestero a la rejónher, quora, just sobrat la pòrta d’entrada, començec a sortir de tuba que venia dal dedins.

Qualqu’un dins lo temptatiu de reschaudar l’ambient avia aviscat un fuec embe de resseüra, mas lo sòl de la gleisa era de bòsc. En na seconda l’aire era irrespirabla.

Iu aguero lo bonaür d’intrar d’en darrier e per aquò ero encara dapè l’uis quora la massa de gent chambiec direccion e foguero fòra per temp, mas malaürosament per la pus gròssa part d’aquilhi mai anant lhi foguec pas d’esperança; en na seconda la gleisa foguec envertolhaa dal fuec que se portec via na quarantena de filhs que arriberen ren a escapar dal providencial refugi.

Encara un viatge deviam assíster a n’espectacle terrible abo l’ordinari sens d’empotènça que de bèl avant nos acompanhava da temp.

Aquela sera lo fuec empausec na mòrt ben diferenta d’aquela de la freid embe la quala eriam acostumats a conviure. Dins aquò semelhava de percèbre na sòrta de pena del passsatge da la vita a la mòrt.

Quora passaviam pròche de maisons o cassinas, anaviam chamar da minjar ai civils qu’estaven aquí.

Qualqu’un nos semonia aquel gaire que avien encara, autres avien pasren da donar e autres encara etremaven aquel pauc que avien per paor que lhi lo portessiam via. Coma lhi donar tòrt en fin finala!

Dins mon grop, per çò que regarda la recèrcha de minjalhas e aiga, nos eriam organizats embe de torns: un jorn tochava a un, lo seguent a n’autre e via per parelh.

Una sera tochava a iu. Decidero alora de m’aprochar a na cassina, dins la quala aviu vist de vachas dins la vòuta, embe l’intencion de far-me donar un pauc de lait.

Intrero e me trobero denant a na cobla de vielhs. Demandero lor de lait: “Moloko!”, “Moloko!”. Mas la respòsta foguec: “Nima moloko! Nima korova, nima moloko”. (Pas de lait! Pas de vachas, pas de lait).

Lhi fasero capir que aviu vist las vachas e que donca devia decò lhi aver lo lait, mas lor continuaven me dir que lait lhi n’avia pas, alora lhi demandero de pan: “Kliba?”. Mas nimanc kliba, pasren.

M’istavo convincent que benlèu avien pròpi ren e decidero de sortir.

Dal temp que me virero per duérber l’uis, l’ancian òme a cerchat de me colpir a las espatlas. M’apercebero e en na seconda pilhero lo mosquet, lo fasero escatar e lhi lo ponchero.

Mon gèst de defensa esbarruec lhi dui vielhs, que per paor d’èsser amaçats leveren sus lo colp las mans e coma per enchant m’aprovisionero de pan, lait, e tota raça d’autras còsas bònas.

Lhi dui ténien tot estremat dins lo forn. Coma lhi auriu capits qualque temp après!

Aurèn jamai sabut que lo mosquet que lhi ponchero aquel bòt era de bèl avant sensa municions da setmanas.

Quora tornero, mi companhs s’estoneren un bel pauc veient-me arrubar embe tot aquel ben de diu enti braç, alora lhi contiero l’estòria di dui velhets que denant avien pasren e puei ensita n’avien ben pro.

Malaürosament era la règla per poler sobreviure.

Las vachas e lhi veèls que maselaviam e minjaviam dirèctament sal pòst se comptaven nimanc pus.

Abo na barra de fèrre s’enlordia la bèstia, puei se sanhava, enfin se pelava.

Eriam a usatge tropèl de lops, un tirava da na part l’autre da l’autra e se minjava la charn crua encara chauda, a la fin lhi òs pareissien encara se bojar, mas de charn lhi n’avia pus un tòc.

Per nos tenir chaud, de tant en tant, nos savataviam l’un l’autre e quora eriam estofis continuaviam da solets.

Aviam vist que la maniera mielh era aquela de se savatar las espatlas encroseant lhi braç un bòt dessot e un bòt de sobre en alternança e lo fasiam costantament dal temp que chaminaviam.

Es ver, en aquesta maniera lo sang virava mielh, decò dins las zònas mai luenhas comprés lhi dets de las mans.

L’aiga da beure, se pilhva dai potz, quora aviam lo bonaür de n’encontrar qualqu’un. Calaviam la gaveta embe de còrdas e quora se tirava sus, al s’era já formaa la gruelha de glaç tant fasia freid.

Un jorn, durant lhi ordinari bombardaments, lhi rus chaperen decò un vagon de na tradòta.

Aürosament n’avien colpit un que transportava pas de personas, mas masque minjalhas e de botals de vin, que en s’eclapant, esparpalheren lo preciós líquid tot a l’entorn, congelant en gaire de temp.

Lo jorn d’après, embe la baioneta, fasiam leva dins lo glaç violet per reüssir a ne’n destachar de tòcs.

Puei, coma sempre, venia a talh la gaveta, que borraviam d’aquilhi fragments e mai tard, embe un pauc de chalor raubat a qualque fuec, aviam nòstre líquid violet que nos confortava.

Qui que sie passava d’aquí: italians, alemands, decò qualquas filhas russas, ne’n prenien un pauc.

Respèct a lhi alemands nosautri italians eriam butats ben pes, aviam ren, ni meians ni proteccions, eriam practicament en braias de tela en tuiti lhi sens e, bèla que foguessiam encara aliats, entre nosautri e lor lhi foguec jamai nimanc un contacte e nimanc jamai na demostracion de solidaritat.

Dins la retirada, encara que lor avion un baron de meians mecanizats, se lhi talhaves la colòmna, arribaven a t’esparar. En paga lhi civils rus temien lhi alemands, mas pas nosautri italians.

De lhi alemands disien: “Alleman nima karos!”. (lhi alemands son pas bòns!).

Per esquasi tot lo temp de la retirada devérem far lhi còmptes embe temperaturas extremament regdas, sobretot dins lhi mes de l’uvèrn.

Marchérem a pè mai de dui mes fins que, vèrs abril, quora la temperatura començava a èsser mai domèstia, arrubérem dins un luec já ben a oèst, esquasi da cant dal confin embe la Germània, d’ente polérem finalament montar sus la tradòta que nos auria reportat en Itàlia.

Eren já partits un baron de trens. Nos comanderen de montar e de nos arranjar ont se sie avessiam trobat pòst, perqué se tractava de la darriera tradòta e d’autras lhi n’auria pus aguas.

Montero. Es encara viventa dins ma tèsta l’image d’aquel tren plen de soldats malaürós, qui entre un vagon e l’autre, qui cojat sus lo cubèrt di vagons, d’autres estachats a manelhas e pontalhs de fortuna e via parelh....

Lo tot, rabelat da na locomotiva a charbon que tranflava coma lhi vançums umans que portava, se bojava a pas d’òme vèrs ponent.

Quora lo tren arribec en Germània, nos passeren a la desenfeccion.

Nos buteren tuiti en linha dedins na gròssa chambra ente la lhi avia dui o tres òmes abo de gròs penèls, esquasi de ramassas e, coma na chaena de montatge, passérem un per bòt al tractament. Na penelaa denant e una darreire, puei s’avançava dins un’autra gròssa chambra ente se fasia la docha, enfin dins la darriera nos rendien lhi bagatges que entramentier eren estats esterilizats.

Restérem aquí almenc tres jorns.