Viene qui di seguito riportata integralmente la tabella delle corrispondenze tra grafemi e pronunce come è stata pubblicata dall'autore. La variante dialettale occitana è quella di Rodoretto (valle Germanasca). La grafia adottata è quella dell'Escolo dóu Po (concordata).

 

La varietà rappresentata dal testo dialettale è fondamentalmente quella di Rodoretto(Prali).

La grafia adottata è quella presentata su «Coumboscuro», 46 (febbraio 1973) e, in seguito, con qualche modifica, su «Lou Soulestrelh», 1 (8 agosto 1973), al termine dei lavori della Commissione incaricata di elaborare una scrittura valida per tutte le parlate occitane delle valli alpine italiane; con la sola differenza dell'introduzione di ce e ci (v. qui sotto) in luogo di che e chi per le corrispondenti sorde di ge e gi, secondo l'uso felicemente inaugurato da «La Valaddo» e ora adottato anche da altri.

La trascrizione di una sola varietà dialettale, come è nel nostro caso, avrebbe certamente consentito qualche semplificazione, come la rinuncia alla notazione del «raddoppiamento» delle occlusive e semiocclusive, le quali nella posizione immediatamente post-tonica (la sola in cui la parlata della Val Germanasca preveda raddoppiamento) non si presentano mai «scempie» (le eccezioni, di fatto apparenti, risultanti per lo più dalla caduta di s davanti a tali consonanti, sarebbero state segnate dall'accento circonflesso). Se non che questo avrebbe nuociuto a quell'unità di rappresentazione grafica che ha costituito la preoccupazione maggiore della suddetta Commissione e cui non ho voluto venir meno.

Si tengano dunque presenti, per la lettura, i seguenti segni e usi particolari:

ë: come e francese in le «il»;

u: come u francese;

ou: come ou francese;

eu: come eu francese;

è: e tonica aperta;

é: e tonica chiusa; per le vocali toniche diverse da e si indica di norma l'accento (sempre grave) solo quando questo non cade sulla penultima sillaba delle parole terminanti in vocale, sulla sillaba finale chiusa e sui monosillabi. Es.: tëngù, traì; ma. sore, baroun, ecc. Tuttavia, sulle I e III persone plurali in -ën, che hanno sempre l'accento sulla penultima sillaba, questo non viene segnato (es.: intravën, legg. intràvën); mentre lo si è indicato su alcuni monosillabi, come à (verbo) accanto ad a (prep.), ecc. e, per chiarezza, anche in eipìo, palài, Moìze ed altri casi consimili;

â, ecc.: vocale lunga. In posizione finale è tonica (es.: minjâ), fatta eccezione per il plurale degli aggettivi, ecc. (1) in posizione attributiva (es.: dë grosâ ricésa). Il circonflesso su e (ê) indica

la lunga chiusa; la e lunga aperta (tonica) è indicata con èe. In mancanza del segno dell'allungamento, valgono per la durata delle toniche le norme dell'italiano: vocale lunga in sillaba aperta (es.: bouno), vocale breve in sillaba chiusa (es.: routto, barco, aval) e in posizione finale (es.: anà), La tonica che precede r finale è però sempre lunga (es.: sërvitour);

ch (+ a, o, ou, u), c (+ i, e, ë, eu): come c it. in cena;

c (+ a, o, ou, u), qu (+ i, e, ë, eu): come c it. in cane;

j (+ a, o, ou, u), g (+ i, e, ë, eu): come g it. in gelo;

g (+ a, o, ou, u), gu (+ i, e, ë, eu): come g it. in gara;

s: come s it. in sera (sempre!);

z: come s it. in rosa;

sh: come sc it. in scena;

zh: come j fr.;

th: t palatalizzata, schiacciata: a t segue una breve i semiconsonantica sorda. Si trova in posizione finale. Es.: unth;

lh: come gl it. in gli;

nh: come gn li. in gnomo. Il «raddoppiamento» delle articolazioni rappresentate da digrammi si indica colla ripetizione del primo elemento (es.: vinnho, fillho);

-nn: in fine di parola, la doppia n indica la pronuncia dentale, anziché velare (-n) della nasale (es.: pann «panno», di contro a pan «pane»). La parte superiore del vallone di Rodoretto (e di Prali) è interessata dal fenomeno della caduta di n intervocalica (quando non costituisca l'esito di -nn-), con accentuata nasalizzazione di compenso delle vocali di contorno. Tale fenomeno, che non è generalizzato, non è stato registrato;

' : l'apostrofo indica la caduta occasionale nella parola (aferesi, apocope o sincope) di una o più vocali e/o consonanti (es.: 'd, qu'l, tro'). La frequenza, maggiore che non in italiano (v. 'sta, fra', po'), e la distribuzione del fenomeno che, come nel francese, riguarda sopra tutto ë, caratterizzano fortemente la parlata, determinando, assieme all'uso complementare della prostesi e all'alternanza di vocali brevi e lunghe (anche in atonia), il tipico andamento della frase. Al momento della trascrizione, si è pertanto posto il problema dello spazio da dare alla rappresentazione di questa caratteristica non indifferente, e quindi degna di essere rilevata, ma mutevole, in quanto legata alla velocità d'eloquio e utilizzata molto spesso anche a fini stilistico-espressivi. Essendo escluse, per queste ragioni, soluzioni normative, il criterio cui mi sono attenuto nella prima stesura è stato essenzialmente quello interpretativo immediato. Questa lettura «impressionistica» è stata poi in parte «corretta» da successive verifiche effettuate, per l'intera traduzione, con diversi parlanti.

Le parentesi tonde segnalano versetti (es.: Mc IX, 44 e 46) che mancano in alcuni manoscritti.

Il lettore vorrà attribuire al carattere sperimentale del lavoro la presenza di pecche o incongruenze, che spero non troppo numerose, ed inviare critiche e suggerimenti.

Nota bibliografica

Per le questioni dialettali e la letteratura recente, nonché per un approfondimento dei problemi di ordine fonetico della parlata, si veda il Dizionario del dialetto valdese della Val Germanasca (Torino) di T. G. Pons (Torre Pellice 1973) e la Bibliografia dialettale valdese ivi contenuta.

Per le vicende storiche e la letteratura antica dei Valdesi, si veda invece la Bibliografia valdese di A. Armand Hugon - G. Gonnet (Torre Pellice 1953).

NOTE:

1)V.in proposito il Dizionario, ecc.di T.G.Pons (cit.più avanti) alla p.L.