Lasciare memoria scritta in patois del portato di una cultura “bassa” non era certo una necessità; la veglia era adeguato e bastante veicolo di trasmissione e i bambini, fin da piccoli, entravano in quel processo di acculturazione, oltre che di inculturazione, che permetteva loro di apprendere, attraverso una comunicazione polisemica, quell’universo riempito di reale e di fantastico che dava senso ai luoghi in cui si dispiegava l’essere, ai rapporti di prossimità o lontananza dell’essere con quei luoghi e di conseguenza all’essere medesimo, al pari delle tracce e dei passi lasciati dagli antenati lungo le Vie dei Canti degli Aborigeni australiani.

Qualche termine in lingua occitana si incontra, spesso latinizzato, negli atti notarili, nelle sentenze, negli albergamenti e in altri documenti vergati su pergamene medievali tre e quattrocentesche, con particolare riferimento ad alcuni toponimi e alla loro individuazione e localizzazione o con riferimento a misure di superficie e capacità. Per lo più si tratta di termini per i quali l’estensore non ha a disposizione un corrispondente latino ed è pertanto costretto ad attingere dalla lingua parlata.

Per esigenza di uniformare le pratiche del Regno di Francia dove gli atti pubblici sono per consuetudine redatti in latino, ma sempre più frequentemente anche in francese, e per rendere omogeneo l’uso della lingua negli affari comuni, in quanto ogni regione utilizzava la propria lingua locale, il 10 agosto 1539, Francesco I emana l’Ordonnance de Villers-Cotterêts, decretando di «prononcés, enregistrés et délivrés» tutti gli atti in «langage françoys». L’obiettivo è quello di rendere inter comprensibile, e per ciò più controllabile, quanto comunicato nel territorio della corona in modo che tutto sia fatto e scritto «qu’il n’y ait ni puisse avoir aucune ambiguité ou incertitude ne lieu à demander interprétation». La lingua francese, assunta come idioma ufficiale del Regno, deve essere imposta in tutto il territorio e, per farlo, occorre renderla unica lingua “naturale” dei sudditi; pertanto, nell’editto di Francesco I si giunge a definirla, quella e non altre, «langage maternel».

Il francese diviene la lingua utilizzata per l’amministrazione, la giustizia e gli atti notarili che non possono più essere redatti «aultrement», ma in Delfinato, dove il Parlamento di Grenoble si indispettisce del fatto che l’ordinanza sia assunta dal sovrano «par la grâce de Dieu, Roy de France» e non anche in qualità di «Dauphin du Viennois», occorrerà attendere l’Ordonnance d’Abbeville del 1541 perché il francese divenga lingua ufficiale a tutti gli effetti6.

Nelle nostre borgate, quel poco che si scriveva lo si scriveva in latino prima, in lingua francese poi, magari con qualche espressione mutuata dalla lingua occitana e, infine, in italiano con prestiti dalla lingua francese.

"Il periodo favorevole allo sbocciare dello scritto occitano pubblico nel Briançonnais è breve: la lingua ufficiale si secolarizza sfuggendo al latino, nel momento stesso in cui la lingua del Regno di Francia s’impone. Il tutto si gioca tra il 1530 e il 1550 circa. L’occitano si rivela essere più usato come lingua di scrittura privata, contabile, e un po’ prima come supporto dell’oralità nel teatro religioso nei dintorni di Briançon. Ma possiamo realmente concludere, a partire dai rari documenti archiviati, che l’occitano non sia stato scritto in modo diffuso?7"

È possibile che molti documenti non siano a noi pervenuti a causa degli incendi della biblioteca della Prevostura di San Lorenzo di Oulx o dei tanti saccheggi, alluvioni e roghi che hanno devastato case, chiese, borgate e archivi. Di fatto, rari sono i documenti in lingua occitana in Alta Valle di Susa precedenti all’ultimo quarto di secolo del Nove­cento e chi li ha scritti ha comunque appreso il codice della scrittura attraverso un’altra lin­gua e per comporli ha dovuto, pertanto, compiere uno sforzo di traduzione.

In merito alla scrittura in lingua occitana del XVI secolo nel Brianzonese, Effantin osserva:

"In particolare, le abitudini dell’ortografia del francese contaminano alcune annotazioni medievali occitane, indebolite da una deriva fonetica, e destinate alla scomparsa."

All’epoca dei troubadours e delle prime carte, i redattori occitani segnano con la lettera o sia la o aperta di rosa sia la o chiusa di trobador. L’articolazione di quest’ultima si sposta durante i secoli verso /u/ ma la grafia non cambia. Il francese distingue i due fonemi a partire dal 1500 scrivendo o e ou (rose e troubadour), ma la grafia moderna dell’occitano aggiunge solo un accento grave per indicare la o aperta (ròsa e trobador). D’altronde, verso lo stesso periodo l’articolazione della -a finale atona è modificata, passa in certe zone a /o/, a volte /u/, ma la grafia moderna dell’occitano non segna questa evoluzione.

L’evoluzione fonetica dell’occitano e il peso del riferimento agli usi scritti del francese spiegano come nei testi annotazioni conformi alla norma tradizionale (una fuvela, fora, donar, tronar, ajoar-se, fornel, nos), forme miste (fogagno, Troncheo, honours) e forme scritte alla francese (fourt, touto, pouyà) compaiano contemporaneamente.

La grafia antica dell’occitano usa la lettera h per segnare palatalizzazioni consonantiche: chabra, vinha, filha. I testi del Briançonnais usano grafie occitane ch, lh ma preferiscono gn a nh: fogagno. Troviamo anche forme ibride ill, gl e ngn.

Le consonanti finali sono ancora conservate, la distinzione del numero è segnata dalla lettera -s. Il plurale dei sostantivi femminili che finivano anticamente con -a, è così regolarmente -as: feas, bestias chabrinas, di fronte alle forme in -o del singolare: mesuro, chartro, parsello.8

Tra i testi conosciuti in lingua occitana dell’Alta Valle della Dora, a parte qualche termine e qualche riga nei Conti consolari di Sauze di Cesana9, nei Conti consolari di Salbertrand10 e con presenze più cospicue nei Conti della Confratria dello Spirito Santo di Savoulx11, tutti manoscritti risalenti al XVI secolo, degna di nota, per la stesura pressoché totale in lingua occitana, è la Parcelle del 1545 delle spese effettuate in occasione di viaggi a Grenoble per gli affari dell’Escarton e di altre spese per conto della comunità, di Anthoine Béraud di Oulx12. In merito a questi scritti, Effantin osserva:

"I documenti in occitano di Savoulx e di Oulx degli anni 1530-1540 costituiscono degli esempi di documentazione puramente privata, conti di priori della confraternita del Santo Spirito di Savoulx o giornale di spese d’un delegato del sindaco di Oulx. Ma questi due conti sono per natura destinati ad essere letti da altre persone: i priori per l’uno, i sindaci per l’altro. La loro lingua rappresenta dunque una forma di occitano scritto che fugge alla scelta arbitraria del redattore. Deve corrispondere ad una norma linguistica e grafica in uso in questo momento nel Briançonnais negli ambienti anche poco colti. Il modo di trasmettere questa norma comune, sicuramente insegnata in concomitanza al latino o al francese, è ignoto.13"