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Invisibili minoranze.
Braccianti, afroamericani, lingue madri: la giustizia sociale si fonda sulla difesa delle differenze

Minoranças invisiblas.
Braçants, afroamericans, lengas maires: la justíci sociala se fonda sus la defensa d’las diferenças

di Andrea Fantino

italiano

Da quando abbiamo dato il via al “Premio Ostana 2020 – Scritture in lingua madre” (un’edizione speciale che per ovvie ragioni si è tenuta online) una parola mi ha rimbalzato in testa di continuo, come una biglia in un flipper: “invisibile”.

Non è un caso, e vado un po’ indietro negli anni. “Invisibili e indesiderabili” erano i rifugiati protagonisti della mia ricerca antropologica a Torino. Una coppia di aggettivi che compariva orgogliosa sul titolo della ricerca, a consigliarla era Roberto Beneduce, e c’era lo zampino della letteratura di Michel Agier. “Invisibile” era quindi una parola ben leggibile, qualcosa di ben visibile. Ma indicava e indica qualcosa che non si può vedere, e che spesso non si vuole vedere. In quel caso era una parola perfetta per i rifugiati che avevano occupato l’ex-clinica San Paolo di Torino. Centinaia di persone messe ai margini che si sono date da fare per essere viste, con grandi insuccessi e qualche soddisfazione.

A volte un aggettivo può diventare sostantivo, e così tutti coloro che sono “invisibili” possono diventare “gli invisibili”. Lo sa Aboubakar Soumahoro, che ha usato “gli invisibili” per dare voce a tutti i braccianti impegnati nelle campagne italiane e per descrivere la “sostanza” di cui sono fatti di fronte alle nostre amate istituzioni democratiche e repubblicane: una materia invisibile, che non si vuole vedere.

Da noi si conosce qualcosa solo quando la si vede. Vedere è conoscere. La vista rimane il senso a cui la nostra materia cerebrale dedica la maggior parte di sé. Non si apprende finché non si vede. San Tommaso docet. Soumahoro ha iniziato con i suoi video in diretta sui social networks dalle campagne del sud. I video si sono fatti sempre più frequenti. Alle sue spalle i braccianti. La sua lotta sociale e sindacale ha iniziato a interessare alcuni quotidiani, alcuni programmi televisivi, che in genere condividevano le sue prospettive politiche. Nel tempo il suo impegno si è allargato arrivando ai canali televisivi pubblici, e le persone alle sue spalle hanno iniziato ad essere un poco più visibili, fino allo “sciopero degli invisibili” del 21 maggio, quando i braccianti hanno incrociato le loro braccia “per chiedere diritti e dignità”. Alcuni di loro hanno avuto qualche diritto in più. Non è sufficiente, ma è qualcosa, qualcosa di ben visibile. Non sarà stato solo lo smartphone di Soumahoro ad aver fatto la differenza, ma di certo ha avuto un ruolo importante in quei territori che raramente vengono visitati da operatori televisivi, per ragioni di sicurezza personale oltre che per ragioni politiche.

Secondo il poeta newyorchese Bob Holman, Premio Ostana 2018 per la promozione della diversità linguistica, stiamo vivendo in uno “slittamento di coscienza” tra il testo e il digitale: è la seconda volta che l’umanità vive un cambiamento di questa portata, quindi dobbiamo essere attenti, rimanere vigili. In molte parti del mondo si è passati (semplifichiamo) da una cultura orale ad una cultura scritta. Ora si sta passando da una cultura scritta ad una digitale. Grazie al digitale, e in particolare al video digitale, sempre più si sta r-innovando la nostra comunicazione, come abbiamo potuto toccare tutti con mano in questi tempi pandemici. Bob Holman ha a cuore la poesia e le lingue che si trovano in difficoltà, lingue madri la cui scomparsa coincide con la scomparsa di una visione del mondo. È convinto che la video-poesia in lingua madre sia una nuova forma di poesia, capace di arrivare a più persone e di rimanere nel tempo. Al Premio Ostana 2020 è comparso nella video-chat di zoom con una mascherina su cui sopra era scritto “George Floyd”. Esprimeva così la sua solidarietà verso le manifestazioni che sono seguite all’omicidio del quarantaseienne afroamericano. Un omicidio ben visibile, grazie allo smartphone di una ragazza che ha deciso di riprendere i poliziotti durante il crimine, trasformando (è proprio il caso di dirlo) uno degli ennesimi episodi invisibili di violenza brutale nei confronti degli afroamericani in qualcosa di ben visibile, qualcosa di conoscibile in tutto il suo orrore. Milioni di persone sono scese in piazza in tutto il mondo. Sono cadute statue simboli di un potere e di una storia razzista che non possiamo più guardare con gli stessi occhi di quando sono state erette. Possiamo contestualizzarle in un determinato periodo sociale, fare una storia delle idee, diventare apologeti del relativismo storico, comprenderle: ma rimane il fatto che le statue vengono erette in spazi pubblici per omaggiare chi rappresentano, per marcare un segno nel tempo, per fare tesoro di una determinata memoria. Oggi vogliamo costruire nuovi spazi pubblici (non solo fisici), ma non vogliamo dimenticare il nostro passato, anche quando razzista. Detto questo, alcune statue possono e devono cadere, altre possono essere oggetto di interventi artistici per una loro attualizzazione. Ogni statua ha la sua storia, ma c’è una storia che vale per tutti, e dobbiamo tenerci strette le parole di Walter Benjamin: “la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno dell’attualità”.

Il Premio Ostana nella sua edizione online è arrivato a più persone di quelle che ogni anno sono solite radunarsi di fronte al Monviso, in valle Po. Un tamburo digitale sui social networks ha portato un pubblico mondiale a seguire gli incontri dedicati a tutte quelle lingue che per una ragione o per l’altra si ritrovano in uno “stato di minoranza”. Alcuni governi proibiscono l’uso delle lingue ad alcuni cittadini, con buona pace dei trattati e delle convenzioni internazionali intorno ai diritti linguistici. A volte la lingua coincide con una minoranza che aspira ad una maggiore autonomia, e quando accade alla repressione linguistica si accompagna quella politica, in molti casi quella militare. In altri casi le lingue sono tutelate, ma non accedono in pieno ai diritti e a quel che aspirano, e vengono tenute un po’ da parte, ai margini. Lingue madri, lingue minoritarie, lingue indigene, lingue native. Le si può chiamare come le si vuole, ma anche loro sono spesso invisibili. Chi le parla a volte viene rappresentato come un passatista, se non come un vero e proprio conservatore. Qualcuno affezionato ad una lotta ormai persa, a costumi folklorici, ad un mondo che oggi non ha più senso. Li si guarda con un misto di compassione e compatimento, spesso si dà loro le spalle, e li si disprezza. Incredibilmente, questo continuo e sottaciuto svilimento è inversamente proporzionale alla distanza che separa chi esprime il giudizio da chi parla l’ “altra lingua”: in altre parole, tanto più una lingua è vicina tanto più mi sembra che possa essere oggetto di indifferenza se non disdegno. Per concludere e fornire un esempio guardando al territorio che abito da quando sono nato, è decisamente più interessante e stimabile la lingua maori che la lingua occitana. Ma si sa, a volte i vicini sono scomodi e li si conosce fin troppo bene, mentre chi è lontano non solo non è scomodo, ma può anche essere “avvolto” da un profumo esotico (ed estetico) irresistibile. Ricordiamolo: questa prospettiva non va in alcun modo a scalfire l’importanza del rapporto con l’alterità, centrale in ogni società. Si tratta di una miopia, e come tale va trattata.

Dietro ogni lingua c’è un mondo, e sono convinto che questo mondo debba far parte del “nostro mondo contemporaneo”. È una questione di giustizia sociale, da difendere e promuovere. Perché la diversità in sé è un valore, e come tale deve essere trattata, sempre, che si tratti di lingue, di culture, di pelli, di orientamenti sessuali, di religioni. Durante il Premio Ostana è successo un miracolo: per più di 15 ore le lingue erano lì, ben visibili in video sul web, in tutta la loro varietà, nella loro ricchezza espressiva e artistica, capaci di dare voce ad un pensiero originale, spesso lontano anni luce da quello dominante nei media e nelle narrazioni pubbliche in generale. Uno scalino verso la “visibilità”? Vedremo.

Negli stessi giorni del Premio Ostana le piazze si sono riempite in tutto il mondo per chiedere giustizia sociale, gridando “No Justice No Peace”. Non è un caso che si siano riempite in così poco tempo, dobbiamo ricordare ad esempio il movimento “Friday for Futures” a livello globale, e avere ben presente che c’è una nuova generazione che si è rotta del mondo dei propri padri. Non è la prima volta né sarà l’ultima, è la storia a ricordarcelo. Ci sono stati anche scontri violenti, la rabbia non si può sempre tamponare con questo o quel cerotto, e l’ineguaglianza non la si può nascondere sempre sotto il tappeto. L’invisibile vuole e deve essere visibile, per tutti. Nel 2001 a Genova un movimento sociale globale ha ricevuto una bella batosta. Sta a tutti noi continuare a remare per un altro mondo possibile. Ogni minoranza ha diritto ad essere cittadina di ogni paese, di ogni società, e del mondo nella sua interezza. Dobbiamo lavorare per portare alla visibilità quel che è invisibile.

occitan

Da quora avem començat lo “Prèmi Ostana 2020 – Escrituras en lenga maire” (un’edicion especiala que per de rasons evidentas s’es tengua online) una paraula m’a rendonat ne tèsta d’un contuni, coma una bilha d’un flipper: “invisible”.

Es pas un cas, e vau un pauc arreire dins lhi ans. “Invisibles e indesirables” eron lhi refugiats protagonistas de ma recèrcha antropològica a Turin. Una cobla d’adjectius que apareissua grandosa sal títol de la recèrcha, a la conselhar era Roberto Beneduce, e lhi avia lo piotin de la literatura de Michel Agier. “Invisible” era donca una paraula ben lesibla, qualquaren de ben visible. Mas indicava e índica qualquaren que se pòl pas veire, e que sovent se vòl pas veire. Dins aquel cas era una paraula perfècta per lhi refugiats que avion ocupat l’ex-clínica San Paolo de Turin. De centenas de personas butaas ai marges que se son donaas da far per èsser vistas, abo de grands insuccès e qualque satisfaccion.

De bòts un adjectiu pòl devenir un substantiu, e parelh tuchi aquilhi que son “invisibles” pòlon devenir “lhi invisibles”. Lo sa Aboubakar Soumahoro, que a adobrat “lhi invisibles” per donar vòutz a tuchi lhi braçants empenhats dins las campanhas italianas e per descriure la “substança” dont son fach derant nòstras amaas institucions democràticas e republicanas: una matèria invisibla, que se vòl pas veire.

En cò nòstre un conois qualquaren masque quora un la ve. Veire es conóisser. La vista rèsta lo sens al qual nòstra matèria cerebrala dédica la majora part de se. Un empren pas fins que ve pas. San Tomàs docet. Soumahoro a començar abo si video en dirècta sus lhi social networks da las campanhas dal sud. Lhi video se son fachs sempre pus frequents. A sas espatlas lhi braçants. Sa luta sociala e sindacala a començat a interessar qualqui quotidians e qualqui programas televisius qu’en general partatjavon sas prospectivas políticas. Ental temp son empenh s’es eslarjat en arribant ai canals televisius públics e las personas a sas espatlas an començat a èsser un pauc pus visiblas fins a la “grèva di invisibles” dal 21 de mai, quora lhi braçants an encroseat lhi braç “per demandar de drechs e de dignitat”. Qualqu’uns d’ilhs a agut qualque drech de mai. Es as pro, mas es qualquaren, qualquaren de ben visible. Serè pas istat masque lo smartphone de Soumahoro a aver fach la diferença, mas de segur a agut un ròtle important ente aquilhi territòris que rarament venon visitats da d’operators televisius, per de rasons de seguressa personala en mai que per de rasons políticas.

Second lo poèta newyorqués Bob Holman, Prèmi Ostana 2018 per la promocion de la diversitat linguística, istem vivent dins un “esquilhament de consciença” entre lo tèxt e lo digital: es lo second bòt que l’umanitat viu un chambiament d’aquesta portaa, donca nos chal èsser atents, restar vigilants. Dins ben de parts dal mond siem passats (simplifiquem) da una cultura orala a una cultura escricha. Aüra istem passant da una cultura escricha a una digitala. Gràcias al digital, e en particular al video digital, de mai en mai s’ista renovant nòstra comunicacion, coma avem polgut tuchi truchar abo man dins aquesti temps pandèmics. Bob Holman a a còr la poesia e las lengas que se tròbon en dificultat, de lengas maires dont la disparicion coïncid abo la disparicion d’una vision dal mond. Es convinçut que la video-poesia en lenga maire sie una nòva forma de poesia, capabla de arribar a mai de gent e de demorar ental temp. Al Prèmi Ostana 2020 es apareissut dins la video-chat de zoom abo una masqueta sus la quala era escrich “George Floyd”. Exprimia parelh sa solidarietat vèrs las manifestacions que son seguias a l’omicidi de l’òme afroamerican de 46 ans. Un omicidi ben visible, gràcias a lo smartphone d’una filha que a decidat de reprene lhi policiòts durant lo crime, en transformant (es pròpi lo cas de dir-lo) un di enens episòdis invisibles de violença brutala vèrs lhi afroamericans dins qualquaren de visible, qualquaren de conoissible dins tot son orror. De milions de personas son calaas en plaça dins tot lo mond. Son chaütas las d’estàtuas símbol d’un poer e de un’estòria racista que polem pus beicar abo lhi mesmes uelhs de quora son istaas dreiçaas. Polem las contextualizar entun determinat períod social, far un’estòria d’las ideas, venir d’apologetas dal relativisme estòric, las comprene: mas rèsta lo fach que las estàtuas venon dreiçaas dins d’espacis públics per omatjar qui representon, per laissar una marca ental temp, per far tesòr d’una cèrta memòria. Encuei volem bastir de nòus espacis públics (ren masque físics), mas volem pas desmentiar nòstre passat, bèla quora racista. Dich aquò, d’unas estàtuas pòlon e devon cheire, d’autras pòlon èsser objèct d’intervents artístics per una lor actualizacion. Chasque estàtua a son estòria, mas lhi a un’estòria que val per tuchi e devem tenir-nos estrechas las paraulas de Walter Benjamin: “L’estòria es objèct d’una construccion dont lo luec es pas lo temp omogèneu e vueit, mas aquel plen de l’actualitat”.

Lo Prèmi Ostana dins son edicion online es arribat a mai de personas d’aquelas que chasque an se rechampon de costuma derant lo Vísol, en Val Pò. Un tambor digital sus lhi social networks a portar un públic mondial a seguir lhi encòntres dedicats a totas aquelas lengas que per una rason o l’autra se retròbon entun “estat de minorança” Cèrci govèrns proïbisson l’usatge d’las lengas a cèrti citadins, abo bòna patz di tractats e d’las convencions internacionalas a l’entorn di drechs linguístics. De bòts la lenga coíncid abo una minorança que aspira a una majora autonomia e quora aven a la repression linguística s’acompanha aquela política, dins ben de cas aquela militara. Dins d’autri cas las lengas son tutelaas, mas accèdon pas plenament ai drechs e a çò que aspiron e venon tenguas un pauc da cant, ai marges. Lengas maires, lengas minoritàrias, lengas indígenas, lengas nativas. Polem las sonar coma volem, mas decò elas sovent son invisiblas. Qui las parla de bòt ven representat coma un passatista, se ren coma un ver e pròpri conservator. Qualqu’un affeccionat a una luta desenant perdua, a de costums folclòrics, a un mond qu’encuei a pas pus sens. Un lhi beica abo una mèscla de compassion e de compatiment, sovent un lhi dona las espàtlas, e un lhi mespresa. Incrediblement, aqueste aviliment contuni e passat sota silenci es inversament proporcional a la distança que separa qui exprim lo judici da qui parla “l’autra lenga”: en d’autri tèrmes, tant mai una lenga es vesina tant mai semelha que pòle èsser objèct d’indiferença se ren de desdenh. Per concluire e fornir un exèmple en beicant al territòri que abito da quora que siu naissut, es decisament pus interessant e estimabla la lenga maori que la lenga occitana. Mas se sa, de bòts lhi vesins son descòmods e un lhi conois fins tròp ben, dal temp que qui es luenh ren masque es pas descòmod, mas pòl èsser “envòut” da un profum exòtic (e estétic) irresistible. Recordem-lo: aquesta prospectiva vai pas en deguna maniera a reduire l’importança dal rapòrt abo l’alteritat, centrala dins chasque societat. Se tracta d’una miopia, e coma tala vai tractaa.

Darreire chasque lenga lhi a un mond e siu convinçut que aqueste mond deve far part dal “nòstre mond contemporàneu”. Es una question de justícia sociala, da defénder e promòure. Perqué la diversitat es en se un valor, e coma tala deu èsser tractaa, totjorn, que se tracte de lengas, de culturas, de pèls, d’orientaments sexuals, de religions. Durant lo Prèmi Ostana es avengut un miracle: per mai de q5 oras las lengas eron aquí, ben visiblas en video sal web, dins tota lor varietatr, dins lor richessa expressiva e artística, capablas de donar vòutz a un pensier original, sovent luenh d’ans lutz da aquel dominant enti mèdias e dins las rarracions públicas en general. Un eschalon vèrs la “visibilitat”? Veierèm.

Enti mesmes jorns dal Prèmi Ostana las plaças se son emplias dins tot lo mond per demandar de justícia sociala, en criant “No Justice No Peace”. Es pas lo cas que sie emplias dins tan gaire de temp, nos chal recordar per exèmple lo movement Friday For Futures” a livèl global e aver ben present que lhi a una nòva generacion que n’a pro dal mond de si paires. Es pas lo premier bòt ni serè lo darrier, es l’estòria a nos lo remembrar. Lhi a agut decò d’escòntres violents, la ràbia se pòl pas sempre tamponar abo aqueste o aquel ceròt e l’inegalitat se pòl pas sempre estremar dessot lo tapís. L’invisible vòl e deu èsser invisible, per tuchi. Ental 2001 a Genova un movement social global a chapat una bèla rosta. Es a tuchi nosautre de continuar a remar per un autre mond possible. Chasque minorança a lo drech d’èsser citadina de chasque país, de chasque societat, dal mond dins sa totalitat. Nos chal trabalhar per portar a la visibilitat çò qu’es invisible.