Nei primi anni Cinquanta Masino vuole condividere il suo amore per le note. Ed è così che nasce l’Anghilante maestro, che avvia intere generazioni di giovani alla musica. Una seconda storia, che vale la pena raccontare, cominciata ancora a Sampeyre. «Un giorno il direttore didattico, una persona magnifica di Bellino, mi mise a parte di una circolare del Provveditorato agli studi che invitava a istituire, nei piccoli centri, corsi di orientamento musicale rivolti ai giovani. Per attivarli ci voleva un insegnante con determinati requisiti. Tra questi, essere direttori di banda. Io lo ero e feci domanda. I corsi duravano tre anni ed erano a indirizzo corale, strumentale, bandistico, con un esame conclusivo. Cominciai con 25-30 allievi. Ma dopo 18 mesi dovetti rinunciare per trasferire la famiglia a Cuneo. Tuttavia lasciai i ragazzi in buone mani, a un mio allievo, Franco Boerio, ragazzo intelligentissimo che portò brillantemente alla fine quel corso» Rimase il rimpianto. Destinato, anche questa volta a essere superato, grazie alla passione tenace di un montanaro caparbio, che aveva deciso di non rinunciare alla poesia. Nel frattempo, nella sua vita, erano arrivati i figli che, finite le elementari, non potevano continuare gli studi. A Sampeyre, infatti, non c’era la scuola media: «Mi avevano detto che se trovavamo i locali e il numero di allievi minimo si poteva anche aprire. Trovammo gli uni e gli altri, ma l’amministrazione comunale non ci aiutò».

È il distacco dalla sua valle. Cede il negozio in affitto e si trasferisce a Cuneo. Siamo nel ’56 e così Adriana, Dario, Mauro e Diego potranno studiare, mentre Masino apre, in Corso Nizza, «un bel negozio arredato in stile val Varaita, che tenni per 19 anni».
«A Cuneo mio padre continuò a comporre» racconta Dario «e lo so bene perché nel ’61 con la nascita di mio fratello Diego, mamma non può più aiutarlo. Ho appena finito le medie e tocca a me andare in bottega, per due anni. Mi ricordo che papà non aspettava altro che poter lasciare il banco per rifugiarsi nel retrobottega, dove aveva chitarra, violino e mandolino, a comporre. Quando non c’erano clienti, in negozio rimanevo io e lui, dietro, a suonare».
«Dario era molto bravo. Imparò subito il mestiere» continua Masino «e sarebbe stato un ottimo macellaio. Finite le medie, era indeciso tra il continuare a studiare e venire in negozio. Dopo un anno decise di iscriversi a un corso serale per geometri. Andava a scuola fino alle 11 di sera e alle 6 del mattino seguente dovevamo essere in macelleria. Fu promosso e l’autunno successivo mi comunicò l’intenzione di proseguire. Ero contento della sua voglia di studiare e non volevo avesse rimpianti. A quel punto gli dissi che se voleva continuare gli studi doveva farlo al mattino, come tutti. Si iscrisse al corso regolare per geometri e si diplomò. Visto che Dario aveva preso quella strada e gli altri figli erano giovani e non manifestavano alcuna intenzione di seguire il mio mestiere, raggiunto il momento della pensione, cedetti il negozio».

Ma, nell’attesa, il generoso e tenace Masino non abbandonò la sua passione: continuava ad andare avanti e indietro a Sampeyre, per cantare, suonare, provare… Nel ’62 fonda un coro, il Monte Nebin, solo maschile, con cui nel ’64-65 registra un Lp, A la meiro. Con il ’75, arriva il tempo della pensione e Masino, lasciato il negozio, torna a Sampeyre per riprendere i corsi di orientamento musicale. «Ero sempre rimasto in contatto con il professor Giovanni Mosca, direttore dell’istituto musicale Bruni di Cuneo. Mi rivolsi a lui per informarmi se c’era ancora la possibilità di tenere i corsi. Mi disse che erano sempre attivi, anche se la competenza era passata alla Regione; occorreva rivolgersi al direttore didattico per vedere se era propenso e se c’erano allievi. Fu così che ripresi. Ne ho fatti 11 di quei corsi triennali! Ancora a Sampeyre, poi a Brossasco, a Venasca… Due lezioni per settimana per corso. Ho avuto più di 300 ragazzi. Li preparavo bene a partire dalla teoria: il ragazzo doveva saper scrivere e leggere la musica, solo allora poteva avvicinarsi allo strumento, allora era padrone, in grado di leggere a prima vista. Insegnavo prima teoria, poi solfeggio, in fine assegnavo gli strumenti. Alla fine dei tre anni organizzavo sempre un saggio, davanti a un pubblico di invitati: una volta ebbi ben 65 allievi impegnati contemporaneamente a suonare e cantare. Facevo eseguire anche i mie brani, cui assegnavo un numero, perché non fossero influenzati dal fatto che fossi io l’autore. Se li avevo composti in occitano c’era la traduzione e io davo le spiegazioni… Tra i miei allievi c’è stata gente molto brava; ricordo un allievo di violino, che aveva otto anni quando venne da me e dopo i tre anni andò a studiare al conservatorio a Cuneo e si diplomò: un fuoriclasse», commenta con un sorriso che sottolinea l’orgoglio del bravo maestro.

All’inizio le sue composizioni sono in italiano: «Poi nel ’62, una sera che nevicava forte, finii con gli sci in una frazione di Sampeyre; incontrai gente che conoscevo e che mi fece accomodare nella stalla. Lì mi ritrovai davanti a un quadro caratteristico delle nostre comunità contadine: le vacche, il vitellino gli agnelli, bambini nella culla con la nonna che li cullava… Da quel momento, da quell’incontro, saltò fuori La charamalha mai che scrissi “a nosto modo” (allora non si parlava di occitano), con tutti i dubbi sul modo di scrivere…
Mi capitò di cantarla, la prima volta, in occasione di una serata al municipio di Costigliole, dove fummo invitati come gruppo in costume della Val Varaita. Ci ritrovammo al bar – c’erano anche alcuni miei allievi, insieme a dei valligiani che parlavano solo o “a nosto modo” o in italiano – ed ebbi il coraggio, imbracciata la chitarra: «… La charamalha mai, charamalha mai/ si cubèrts, per lo viòl sus la bealiera,/ lhi chats nhaulíen d’amor/ vesamont s’la liera…1». E intona con voce possente il motivo della canzone, facendo poi il verso ai commenti degli astanti, colpiti dal fatto che avesse composto un pezzo in lingua locale. «Hai proprio cantato bene, hai cantato “a nosto modo”, mi dissero. Di lì presi coraggio e cominciai a comporre nella lingua locale». Alla fine, nel suo repertorio, ha messo insieme una cinquantina di pezzi in occitano.
La charamalha mai è del ’62, agli albori della riscoperta dell’occitano, che aveva visto, l’anno precedente, la fondazione, a Crissolo, della Escolo dou Po, movimento di rilancio della tradizione linguistica delle valli. «Mio papà era di Sampeyre e parlava occitano. Mia madre, di Verzuolo, parlava piemontese. Avevo sentito parlare occitano in casa, fin da bambino, anche se i miei parlavano soprattutto piemontese e italiano con la clientela che veniva da fuori. Ma da noi, per tanti anni, ad aiutare in casa, c’era stata Marguerita Nèl di Duguet che si esprimeva solo in quella lingua. Poi fortunatamente c’è stato un grande risveglio, un rifiorire della nostra cultura e della nostra lingua, che ha visto una grande partecipazione». Masino dà a questa rinascita il suo prezioso apporto di poeta e musicista, con i canti popolari, quelli in onore della famosa Bahïo2 e quelli liturgici.
Ricorda così, quell’epoca, Dario: «Da noi, in famiglia, si parlava piemontese, non occitano. Anche perché a Sampeyre, la borghesia locale venuta da fuori, e i villeggianti, non parlavano “a nosto modo”. Così mio padre, pur conoscendo la lingua, ebbe poche occasioni di esprimersi in occitano. Noi figli imparammo l’occitano in auto perché con mio padre si cantava sempre. Io ho poi avuto modo di approfondire la questione linguistica quando sono diventato un occitanista. Di tutti noi, solo io ho continuato la tradizione artistica, cantando, suonando, recitando, facendo teatro. Anche Diego canta molto bene, ma lo fa solo per passione personale, all’osteria con gli amici. La mia attività nel movimento occitano è iniziata nel ’71, su sollecitazione di Barba Tòni; allora ho cominciato a cantare e a suonare portando in giro nelle valli le canzoni di mio padre, da solo, accompagnato dalla chitarra.

Dopo l’interruzione del periodo militare, nel ’76 fui invitato a una festa ad Andonno, in alle Gesso. Quella sera eravamo in tre: io, Sergio Berardo che insieme a una ragazza faceva musica cilena (si era nell’epoca degli Inti Illimani…) e un prestigiatore. A fine serata Sergio, che io non conoscevo, mi avvicinò chiedendo informazioni sulle mie canzoni e sull’occitano. Gli parlai della questione occitana delle valli e della lingua. Si interessò subito e volle approfondire. Lui, ragazzo diciannovenne nato a Caraglio, ma poi per lungo tempo a Torino, era un ottimo chitarrista, e nacque l’idea di fare qualcosa insieme. Per un paio di anni girammo tutte le valli, facendo serate in cui suonavamo dappertutto: nelle stalle, nei saloni improvvisati, nelle piazze di mercato… All’inizio il repertorio era prevalentemente quello delle composizioni di mio padre, poi cominciammo a scoprire altri canti, a fare un minimo di ricerca nelle valli per riscoprire il canto tradizionale. Subito dopo intensificammo i contatti con l’altra parte dell’Occitania, facemmo venire un gruppo del conservatorio occitano di Tolosa che, nel corso di una serie di serate, ci fece scoprire nuovi repertori e anche gli strumenti della tradizione. Sergio venne in contatto con ghironde, galobets, semiton… E lui, che sarebbe capace di far suonare una marmitta, trovò la sua strada. Formammo il primo gruppo delle valli, Lhi sonaires occitans, attivo per un paio di anni. Poi Sergio ebbe l’esigenza di scegliere: terminata la maturità, non volle andare all’università e dunque, per lui, si trattava di trasformare la militanza in attività professionale. Intraprese il suo cammino, suonando prima con La ciapa rossa e poi fondando i Lou dalfin, che lo hanno portato al meritato successo.

La musica è stata senza dubbio uno degli strumenti più efficaci per far conoscere e diffondere la questione occitana nei nostri territori. Nelle valli c’era una voglia incredibile di riscoprire la lingua, le tradizioni, l’identità. Musiche e danze tradizionali sono stati i mezzi per avvicinare tanta gente alla consapevolezza di appartenere a una storia, a un’identità».