Sono salito a Roccabruna, poco oltre Dronero, fino a un piccolo gruppo di case appollaiato sulle prime pendici del monte, a due passi da Espaci occitan – Museo multimediale Sòn de lenga e Istituto di studi occitani.
Dirimpetto, sulla sinistra orografica, il secondo “quartier generale”, avamposto del “sentire” occitano. Vie che si intersecano portando ognuna un nome legato alla storia secolare del popolo erede della tradizione trobadorica medievale. Duecentomila chilometri quadrati: questa la vasta area geografica che va dalla val d’Aran, nel cuore dei Pirenei, passando attraverso Guascogna, Linguadoca, Provenza, Limosino, Alvergna, Delfinato e coinvolgendo le vallate alpine tra il mare di Imperia e le pendici dell’alta valle di Susa.
Prima di andare a trovare Tommaso “Masino” Anghilante – poeta, compositore, musicista, direttore di banda, maestro di musica… –, faccio tappa dal figlio Dario e da Ines, infaticabili animatori del rilancio di queste comunità che parte dal ritrovato orgoglio culturale che fonda le sue radici nella lingua d’oc, omaggiata da Dante nel Purgatorio, attraverso la voce di Arnaut Daniel.
Ed è proprio in via “chamin” Arnaut Daniel, nella piccola lottizzazione alla periferia di Roccabruna, che c’è casa Anghilante/Cavalcanti, una fucina di cultura che ha forgiato anche i figli Esteve e Peyre, traduttore in occitano dei classici della letteratura che escono, scritti e parlati, sulla testata on line Nòvas d’Occitània.
Come di consueto, sono accolto con la massima ospitalità, come fossi un parente. Ines ha cucinato il piatto che prediligo e di cui sono ghiotto, i talhons vonchs (tagliatelle condite, a base di pasta, patate e un misto di formaggi di montagna e burro fuso). Gli ingredienti sono i sapori di questa terra, la forza dei formaggi d’alpeggio, la consistenza delle patate di montagna, il nutrimento del latte, il condimento robusto del burro che conserva il sapore delle erbe aromatiche dei pascoli d’altura…
La ricetta richiede che siano sapientemente dosati e amalgamati, per un risultato che dà il senso di come ingredienti “poveri” sappiano trasformarsi in piatti ricchi di sapore, testimonianza della creatività contadina. Per preparare il palato, in tavola ci sono alcuni prelibati antipasti “del territorio”, mentre a seguire tanto bendidio, qualche pezzo di “Castelmagno” DOC sgrunà, giustamente stagionato da sbriciolarsi solo ad avvicinare il coltello.
A tavola si parla di cinema: Dario e Ines stanno partecipando alle riprese di un film che tra poco sarà nelle sale. Quando ne parliamo la cosa non è affatto sicura. Si sa di qualche partecipazione e svariati festival, ma non si è certi di come sarà distribuito. Poi la storia – realmente accaduta, nonostante le consuete scritte finali «ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale…» – raccontata attraverso il filtro della poetica sensibile di Fredo Valla è piaciuta a critica e pubblico. Un successo, per Il vento fa il suo giro, oltre ogni attesa, ai festival e nelle sale. E non solo del Piemonte…

In questi territori l’appartenenza a un’origine occitana è consapevolezza relativamente recente ed è stata rilanciata negli anni Settanta sull’onda di un movimento politico innescato da François Fontan, che ripropose l’antico orgoglio di una lingua che ebbe nel Frederic Mistral di “Mireio”, “Calendal” e di tanti altri poemi in lingua occitana, la sua consacrazione nel 1904 con l’assegnazione del Nobel per la letteratura. L’interpretazione identitaria di Fontan ebbe qualche rigidità verso una purezza etnica oggi non più condivisibile; tuttavia consentì di recuperare una coscienza dell’importanza della propria lingua madre che significò una rinascita, oggi evoluta verso rivendicazioni prevalentemente culturali più che nazionalistiche. D’altra parte nell’orizzonte europeo ogni declinazione diversa risulterebbe anacronistica e antistorica.

«Da giovane all’occitano non avevo mai pensato» mi confesserà più tardi Masino «e ne compresi più tardi l’importanza. Personaggi come Barba Tòni (Antonio Bodrero) mi hanno fatto capire tante cose e ho riconsiderato la preziosità di esprimere i sentimenti che provavo nella mia lingua madre, così intensa e ricca anche di un’armoniosità quasi naturalmente musicale».
Prosegue Dario: «Mio padre ha fatto qualcosa che la gente ha recepito, in cui si è riconosciuta. Ti racconto un episodio: val Germanasca, osteria. Ero con un gruppo di amici. A un altro tavolo un gruppo canta e, a un certo punto, fa una canzone di mio padre. Ci dicono: “Ah, questa certamente non la conoscete…”.“Ma si che la conosco – rispondo – è di mio padre!”. Loro non sapevano che fosse di Masino Anghilante. Erano convinti si trattasse di una canzone della tradizione. Era La charamalha mai e la cantavano bene, con delle varianti; quando il canto va sul territorio e diventa popolare, bisogna accettare che si modifichi rispetto alla concezione dell’autore. Non passa più attraverso lo spartito, ma attraverso l’oralità. Mio padre a volte fa presente com’è l’originale, ma poi accetta le trasformazioni ».
Masino è, a buon diritto un testimone della tradizione popolare proprio per la sua capacità, forse inconsapevole, di raccordarvisi introducendo elementi innovativi capaci di rilanciarla.