È la considerazione che faccio tra me e me scendendo verso Cuneo. Masino mi ha dato indicazioni precise su dove lasciare l’automobile. È già in strada ad attendere. Sono in leggero ritardo e mi affretto perché so che poi c’è l’impegno al Centro anziani della parrocchia Sacro Cuore di Gesù dove lo attendono per un concerto di Natale. Saliamo nella sua casa, a due passi dalla Stazione ferroviaria. Abbiamo a disposizione un paio d’ore, che scorreranno via veloci, in compagnia della moglie Giovanna. «Ho sempre avuto passione per la musica e gli strumenti. Ho cominciato che avevo 5-6 anni, con un mandolino, strumento piuttosto diffuso nelle nostre valli. Un giorno capitò nella macelleria di mio padre, che si intendeva anche delle proprietà medicinali delle erbe, tal Tommaso “Tomà” Gauthier di Villar di Sampeyre: voleva consigli per curare alcune vacche non proprio in salute. Parlando del più e del meno, a un certo punto disse a mio padre che a casa aveva uno strumento indeterminato – una viola, un violino – appeso in un camino della cucina e non sapeva che farne. Lo aveva avuto da suo padre che non lo aveva mai suonato... Lo strumento risaliva al nonno, bravo violinista, attendente di un ufficiale di Napoleone, morto nella battaglia di Waterloo del 1815. Mio padre si convinse e lo prese, in cambio di un paio di scarpe nuove, fatte fare appositamente per Tomà… Pensi che ho ancora prestato questo violino l’estate scorsa per un’esposizione di mobili e strumenti antichi della valle, che si è tenuta a Castello di Pontechianale, curata da Celeste Ruà ».
Si era negli anni ’30-’35; a Sampeyre c’erano 7000 abitanti e si cominciarono a costruire gli impianti idroelettrici. Per l’occasione arrivarono operai da tutta Italia: «Vennero da Calabria, Puglia, Veneto, Bergamo, dappertutto. Tra questi c’erano tantissimi giovani che suonavano bene, in varie orchestrine. Fu la mia fortuna. Tra di loro c’era, infatti, un minatore che veniva dal Veneto: suonava il violino, in chiesa, la domenica, e lo faceva veramente bene! Insistetti con mio padre perché parlasse con questo ragazzo, che poi mi mise a posto il violino e mi diede le prime lezioni. Ho iniziato così e mi sarebbe piaciuto frequentare il liceo, magari il conservatorio, ma mio padre mi avrebbe chiesto se ero impazzito: suonare andava bene, ma a tempo perso, per il resto bisognava lavorare.
Così, nel 1940, partii militare. Suonavo già abbastanza bene e, a Savigliano, incontrai niente meno che un certo Subelli, prima tromba dell’orchestra Semprini di Roma, cui fu dato l’incarico di organizzare un’orchestra militare. Il comandante scelse, tra le tre, 400 reclute, chi era in grado di suonare; poi ci concesse due giorni di permesso per andare a casa a recuperare gli strumenti. Dopo quell’esperienza mi ritrovai a Tolone; di quell’orchestra era rimasto solo un chitarrista e insieme continuammo a suonare; intanto avevo cominciato a comporre, a fare l’autore.

Nel 1943 composi “La baita”, ovviamente in italiano, perché del piemontese e dell’occitano ci vergognavamo; e composi quella canzone d’amore per la mia morosa, oggi mia moglie, che ho proposto in occasione del Premio ai Testimoni della cultura popolare… Mai più avrei immaginato di trovarmi al Teatro Piccolo Regio di Torino, a cantare e suonare, da solo, la mia unica composizione d’amore!».

La fine della guerra è il ritorno alla dura realtà.
«Di mestiere mio padre ha dovuto fare il macellaio» mi ha raccontato Dario, «anche se controvoglia. Lui era fatto per lo studio e ne avrebbe anche avuta la possibilità. Suo padre, “Tomalin d’Àngel”, prima della guerra era uno dei più facoltosi della val Varaita. Veniva da una famiglia di macellai e ci fu un tempo in cui, a Sampeyre, c’erano tre macellerie, tutte di proprietà della famiglia. La guerra segnò un momento di crisi senza eguali, fu così che decise di chiudere bottega. Ma per poter interrompere un’attività commerciale bisognava essere militari, dimostrando che non si era in grado di proseguirla».
«Mio padre non ci pensò due volte» ricorda Masino, «mi fece arrivare da Tolone e con un atto notarile mi intestò il negozio. Mi ritrovai così con la macelleria».
«Lui aveva la testa per studiare, gli piaceva molto leggere» commenta Dario «e soprattutto fare il musicista. La musica è sempre stata la grande passione della sua vita, è sempre rimasta nel suo cuore».
Nonostante la macelleria, Masino ricomincia subito a comporre. Già verso il ’38 aveva messo in piedi una “mandolinistica”, con mandolini, banjo, mandole, strumenti allora molto diffusi nelle nostre valli. «L’orchestrina di mandolini si chiamava OrSaVa, Orchestra sampeyrese vagabonda, che significa però anche (in francese) “adesso va bene”, ed era composta di 15 elementi. L’occasione fu la presenza di un veterinario torinese, un pianista classico che suonava pezzi d’opera. Mi invitò a casa mettendomi a disposizione le partiture e suonavamo lui al pianoforte, io al mandolino. Nacque l’idea dell’orchestra di 10-15 elementi che durò fino al ’50. Poi a Sampeyre fu creata una banda musicale di 35 elementi dove, non potendo suonare il mandolino o il violino, facevo la prima tromba. In questo caso lo stimolo venne da un farmacista, appassionato di musica, che convinse il prete, organista, a organizzare la banda. Io insegnavo ai ragazzi che arrivarono le basi della musica. Era il ’45 e ci guidava il maestro Orazietti della Banda di Saluzzo, dandoci lezione e armonizzando i brani; lui mi fece passare al flicorno in mi bemolle, detto “pistoncino”, che faceva una nota acutissima e richiedeva tantissimo fiato. L’esperienza durò 10 anni, poi il prete fu trasferito, cambiarono due maestri e alla fine toccò a me fare il direttore. Alla fine rimanemmo in 11: erano tutti partiti per cercare lavoro fuori dalla valle. Tra di loro un clarino che era un fenomeno; anche lui dovette andar via, a Parigi… Nel ’55 la decisione di sospendere l’attività che dobbiamo ancora riprendere…» conclude con una nota di ironica allegria.