Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2019

invia mail   print document in pdf format Rss channel

Nòvas n.189 Junh 2019

Monica Longobardi: Viaggio in Occitania - Aicurzio, Virtuosa-Mente, 2019

Monica Longobardi: Viaggio in Occitania - Aicurzio, Virtuosa-Mente, 2019

Viaggio in Occitania - Aicurzio, Virtuosa-Mente, 2019 (€ 29,00)

italiano

Gli studi sulla lirica trobadorica sono il fulcro della Filologia romanza in Italia. Dopo il Medioevo, però, cala un disinteresse assoluto per il paese che fu patria dei trovatori, ormai annesso alla corona di Francia. Solo si ridesta, anche in Italia, una certa attenzione per l’opera di Mistral, continuando tuttavia a restare del tutto sconosciuta ai più la poesia e la prosa occitanica del XX e XXI secolo. È pur vero che la poesia del Novecento italiano continua di fatto a guardare a quella lirica delle origini, da Pasolini a Giovanni Giudici (Salutz, 1986), sino a Roberto Rossi Precerutti (da Entrebescar al recente Midons: raccolta di trovatori provenzali, 2010), ma la filologia romanza tributa non troppa attenzione ai poeti occitani delle nostre vallate piemontesi, che da quei poeti provenzali vantano una filiazione più intima (Antonio Bodrero e Claudio Salvagno), o a una poetessa del Friuli quale Ida Vallerugo (Mistral).

Eppure, come hanno ben messo in evidenza Fausta Garavini (Parigi e provincia), Robert Lafont (Le Sud ou l’Autre), e da ultimo Philippe Gardy, L’ombre de l’occitan, questa nobile lingua ha affiancato da presso la produzione di molti romanzieri di lingua francese lungo i secoli sino ad oggi. Ma “ombra” sembra restare il confino obbligato dell’occitano ed infatti compare quale parola-emblema della prima raccolta di Claudio Salvagno (L’empèri de l’ombra).

Questo nostro libro, Viaggio in Occitania, però, non ha l’ambizione di ripercorrere e sagomare ulteriormente la silhouette di queste due alterità, la francese e l’occitana o di ridistribuire luci ed ombre, ma di uscire francamente allo scoperto, facendo conoscere ai lettori italiani l’opera di tre autori occitani attivi nel XX e XXI secolo. Né intende affiliarsi di nuovo a polemiche su nomenclature (provenzale o occitano?) che, fuori di quell’ambito, non credo giovino alla loro causa comune. Infatti ho usato “Occitania” in un’accezione vasta, ovvero quella parte dell’attuale Francia dove ancora si parla la lingua d’òc, indifferentemente da scuole di grafia opposte o forme di purismo residuo.

Dal punto di vista tematico, grande protagonista della letteratura occitanica, a tutt’oggi sconosciuta fuori di Francia, è il paesaggio: quanto agli autori qui antologizzati, la Camargue, il Rodano con il suo delta palustre e la Nouvelle-Aquitaine (Limousin e Périgord), con i suoi boschi ed i sui mille ruscelli. Data questa matrice paesaggistica, varie componenti culturali e antropologiche danno anima a questa letteratura suggestiva e misteriosa: il tema dell’esilio e il ritorno degli dèi pagani (d’Arbaud), già caro all’Ottocento; la versione occitanica della barca dei morti (Delavouët) diffusa nel medioevo anche in area rodaniana; il paganesimo ancestrale delle foreste dominate dai lupi, e la maison hantée del racconto gotico (Ganhaire).

La Bèstio dóu Vacarés (1926) di d’Arbaud evoca l’incontro pieno d’orrore tra un pio gardian di una Camargue medievale ed una sorta di dio Pan, decrepito e languente, che ha trovato l’ultimo rifugio in questa sconfinata landa palustre: lo stagno del Vacarés. Ma la primitiva potenza del fauno sul regno animale (i cavalli indomiti e i tori bradi della Camargue) riaffiorerà in una ridda notturna in cui le mandrie roteano attorno al loro antico signore. Tra il gardian (questa sorta di nuovo centauro, quale cavaliere di distese solitarie) e il semidio dall’ibrida natura, demonizzato dal monoteismo cristiano, si stabilirà una nuova, toccante fratellanza. La storia celebra e insieme compiange il crepuscolo di una terra dominata dagli elementi naturali, con i suoi numi tutelari antichi e moderni, a causa dell’avanzare del progresso.

L’Istòri dóu Rèi mort qu’anavo à la desciso (1961) di Delavouët canta il percorso notturno della nave-feretro di un re alla volta degli Alyscamps, venerato sepolcreto della cristianità, situato presso la città di Arles. Il tono è ieratico e celebra il mistero della regalità terrena che si libera delle spoglie mortali per ambire ad una palingenesi celeste. L’autore conosceva le leggende medievali relative al celebre camposanto tardoantico, riesumate da Mistral, autore a sua volta di un altro grande poema, che è matrice dell’ennesima desciso cantata da Delavouët: Lou Pouèmo dóu Rose (Il Poema del Rodano), capolavoro della fine del XIX secolo. La “storia del re morto che discendeva il fiume” resta un’opera enigmatica e sfuggente. Alla ricerca di affinità, abbiamo riscontrato una consonanza inedita e suggestiva (benché Delavouët - come mi conferma Arlette, sua moglie - non ne conoscesse l’opera) con le poesie di Fernando Pessoa, tra Mensagem, la saga dei primi re del Portogallo, e lo spirito della nota poesia Abdicazione («Corpo ed anima, la regalità / deposi, e alla tranquilla e antica notte / tornai, paesaggio nel morir del giorno»).

Lo darrier daus Lobaterras (1987) di Ganhaire narra la storia di un medioevo sperduto nel minuscolo priorato di Merlanda. Un viluppo di fiere che si dilaniano a vicenda, gruppo marmoreo scolpito su un capitello, ed ecco rievocato l’epos di un annoso conflitto in cui la foresta di Feytaud assiste alle battaglie tra uomini disboscatori e lupi, antichi dominatori di quel luogo ancestrale. Ma le due stirpi conosceranno ibridazioni infauste (il leberon, sospeso dolorosamente tra la natura umana e l’istinto ferino) ed alla fine sarà proprio la damnatio memoriae della Chiesa e il muto impegno della foresta nel riscattare il suo dominio vegetale, a cancellare le tracce di tutto il sangue versato in dissennate guerre.

Lo sendareu daus genebres (2000), ancora di Ganhaire, è un racconto gotico che rievoca con eleganza e fine intelligenza una storia macabra e “fuligginosa” di un rapporto malsano tra un medico ed un giovane, ultimo rampollo di un’aristocrazia putrescente. Lo scenario di quella morte ciclica (cercata dal paziente e dispensata dal medico-sacerdote) è il Grande Bosco, dove tutto inizia all’insegna di una caccia rituale; una maison hantée, abitata dai fantasmi di una nobiltà in declino, è il luogo dove la vicenda trova il suo tragico epilogo.

Ognuno di questi autori ha dunque celebrato, ma anche vissuto pienamente la Natura: d’Arbaud, figlio di un’aristocrazia terriera, abbracciando per otto anni la vita del manadier, allevatore di bestiame in una Camargue aspra e selvaggia. Il secondo, intellettuale coltissimo, scegliendo di vivere da agricoltore nel suo Bayle-Vert, e componendo i suoi versi al ritmo del lavoro diurno. Ganhaire, contagiato da una ruralità (i suoi pazienti di una vita passata nella sua boscosa Dordogne, esercitando la professione di medico di campagna) da cui ha riappreso la lingua occitana e scoperto un tesoro di narrativa popolare.

Tre “notturni” ambientati in una Natura panica che difende misteriosamente le sue antiche leggi e pronuncia i suoi sortilegi; dove la cerva, il cinghiale, le querce, i castagni, i ginepri combattono la loro tacita battaglia contro le ferite inferte alla terra. Il bosco, i pascoli, il grande fiume, le saline e la palude: le terre d’Occitania che la storia ha silenziato e che una letteratura dei “quattro elementi” riprende a sillabare. In quale lingua? L’occitano di oggi, lingua viva ma che parla troppo sommessamente perché il mondo di fuori la distingua. La voce che fu dei trovatori, ma che non ha mai cessato il suo canto. La lettura di d’Arbaud, Delavouët e Ganhaire ci introduce in questo universo letterario inesplorato in Italia, negletto dai traduttori e dalla ricerca. Con questo libro, seppur consapevole di tutti i limiti di una filologa romanza prestata ad un ambito di ricerca non consueto per le sue competenze, intendo offrire un piccolo risarcimento e un’occasione per iniziare a scoprire questo tesoro letterario.



Viaggio in Occitania - Aicurzio, Virtuosa-Mente, 2019 (€ 29,00)

occitan

Lhi estudis sus la lírica trobadorenca son lo fucre de la Filologia romànica en Itàlia. Mas après l’atge mesan cala un desinterès absolut per lo país que foguet la pàtria di trobadors, d’aüra enlai annexat a la corona de França. Se revelha un’atencion, bèla en Itàlia, ren que per l’òbra de Mistral, en continuant totun a restar dal tot desconoissua a la majoritat la poesia e la pròsa occitana dal XX e XXI sècle. Es ver que la poesia dal Nòu Cent italian de fach contínua a s’inspirar an aquela lírica d’las originas, da Pasolini a Giovanni Giudici (Salutz, 1986), fins a Roberto Rossi Precerutti (da Entrebescar al recent Midons: raccolta di trovatori provenzali, 2010), mas la filologia romana tributa pas gaire d’atencion ai poètas occitans d’las nòstras valadas piemontesas, que da aquesti poètas provençals vanton una filhacion pus íntima (Antonio Bodrero e Claudio Salvagno), o a una poetessa dal Friul coma Ida Vallerugo (Mistral).

E pura, coma an ben butat en evidença Fausta Garavini (Parigi e provincia), Robert Lafont (Le Sud ou l’Autre), e d’en darrier Philippe Gardy, L’ombre de l’occitan, aquesta lenga nòbla a acompanhat de près la produccion d’un baron d’escriveires de romanç de lenga francesa al lòng di sècles fins a encuei. Mas lo confin obligat de l’occitan semelha restar un’ “ombra” e de fach apareis qualque paraulas-emblèma dal premier recuelh de Claudio Salvagno (L’empèri de l’ombra).

Aqueste nòstre libre, Viaggio in Occitania, totun, a pas l’ambicion de repercórrer e sagomar ulteriorament la siloeta d’aquestas doas realitats, aquela francesas e aquela occitana, e de redistribuïr de lutz e d’ombras, mas de salhir francament al descubèrt, en fasent conóisser ai lectors ilalians l’òbra de tres autors occitans actius ental XX e XXI sècle. Ni entend s’afiliar mai a de polèmicas sus las numenclaturas (provençal o occitan?) que, en defòra d’aquel ambient, creo pas ajuen lor causa comuna. Pr’aquò ai adobrat “Occitania”dins un accepcion vasta, o ben aquela part de la França actuala ente se parla encara la lenga d’oc, indiferentement da d’escòlas de grafia opausaaas o de formas de purisme restantas.

Dal ponch de vista temàtic, lo grand protagonista de la literatura occitana, encara encuei desconoissua fòra de França, es lo païsatge: per çò que regarda lhi autors aicí antologizats, la Camarga, Lo Ròse abo son delta palustre e la Nouvelle-Aquitaine (Limosin e Perigòrd) abo si bòsc e si mila rivets. Donaa aquesta matritz païsatgística, divèrsas compausantas culturalas e antropològicas donon un anma an aquela literatura suggestiva e misteriosa: lo tèma de l’exili e lo retorn di diu pagans (d’Arbaud), já char a l’Uech Cent; la version occitana de la barca di mòrts (Delavouët) difondua dins l’Atge Mesan decò dins l’àrea rodanenca; lo paganisme ancestral d’las forèstas dominaas dai lops e la maison hantée dal cònte gòtic (Ganhaire).

La Bèstio dóu Vacarés (1926) de d’Arbaud èvoca l’encòntre plen d’orror entre lo piu gardian d’una Camarga medievala e una sòrta de diu Pan, decrépit e languent, que a trobat lo darrier refugi dins aquela immensa landa sanhosa: l’estanh de Vacarès. Mas la primitiva potença dal faune sal rènhe animal (lhi cavals indomdats e lhi tòrs salvatges de la Camarga) tornarè emèrger dins una ronda nocturna ente lhi tropèls roon a l’entorn de lor antic senhor. Entre lo gardian (aquesta sòrta de novèl centaure, coma cavalier d’estenduas solitàrias) e lo semidiu da la natura íbrida, demonizat dal monoteïsme cristian, s’establirè una nòva e esmoventa frairança. L’estòria cèlebra e ensem planh lo trescòl d’una literatura dominaa da lhi elements naturals, abo sas divinitats tutelaras anticas e modèrnas, a causa de l’avançar dal progrès.

L’Istòri dóu Rèi mort qu’anavo à la desciso (1961) di Delavouët chanta lo percors nuechenc de la nau-caiss da mòrt d’un rei en direccion di Alyscamps, necròpoli veneraa de la cristianitat, situaa près de la vila d’Arla. Lo tòn es ieràtic e celèbra lo mistèri de la regalitat terrena que se desliura de sas rèstas mortalas per aspirar a una palingènesi celèsta. L’autor conoissia las lengendas medievalas relativas al celèbre cementieri de la tardiera antiquitat, reviudaas da Mistral, autor a son torn d’un grand poèma, qu’es la socha de l’enena desciso chantaa da Delavouët: Lou Pouèmo dóu Rose (Il Poema del Rodano), cap d’òbra de la fin dal XIX sècle. L’ “estòria dal rei mòrt que descendia lo flum” rèsta un’òbra enigmàtica e fugenta. A la recèrcha d’afinitats, avem rescontrat una consonança inédita e suggestiva (ben que Delavouët – coma me confèrma Arlette, sa frema – ne’n conoissesse pas l’òbra) abo las poesias de Fernando PessoA, entre Mensagem, la saga di premiers reis dal Portugal, e l’esperit de la famosa poesia Abdicacion ((«Còrp e anma, la regalitat / abandonero, e a la pàsia e antica nuech / tornero, païsatge ental murir dal jorn»).

Lo darrier daus Lobaterras (1987) di Ganhaire còntia l’estòria d’un Atge Mesan perdut ental minúscul priorat de Merlanda. Un embolh de bèstias fèras que s’escharnon una abo l’autra, grop marmòreu escultat sus un capitèl, e te-aquí evocaa l’epopea d’un vielh conflict ente la forèsta de Fytaud assist a las batalhas entre lhi òmes desboscaires e lhi lops, ancians dominators d’aquel luec ancestral. Mas lhi dui linhatges conoisserèn d’ibridacions funèstas (lo leberon, suspendut dolorosament entre la natura umana e l’istint feròç) ed a la fin serè pròpri la damnatio memoriae de la Gleisa e lo mut empenh de la forèsta ental rescatar son domini vegetal, a esfaçar las traças de tot lo sang versat dins de guèrras dessenaas.

Lo sendareu daus genebres (2000), encara de Ganhaire, es un cònte gòtic que rièvoca abo elegança e fina intelligença estòria màcabra e “suosa” d’un rapòrt malsan entre un mètge e un jove, darrier descendent de un’aristocracia putrescenta. Lo scenari d’aquela mòrt cíclica (cerchaa dal pacient e despensaa dal mètge sacerdòt) es lo Grand Bòsc, ente tot comença sot lo senh d’una traça rituala; una maison hantée, abitaa da de fantasmas d’una nobiltat en decadença, es un luec ente l’eveniment tròba son tràgic epílog.

Chascun d’aquesti autors a donca celebrat, mas decò viscut plenament, la Natura: d’Arbaud, filh de un’aristocracia terriera, en embraçant per uech ans la vita dal manadier, enlevaire de bestiam dins una Camarga aspra e salvatja. Lo second, intellectual mai que mai cultivat, en cernent de viure da agricultor dins son Bayle-Vert e en compausant si vèrs al ritme dal trabalh diurne. Ganhaire, contaminat da una ruralitat (si pacients d’una vita passaa dins sa boscosa Dordonha, en exercitant la profession de mètge de campanha) da la quala a reaprès la lenga occitana e descubèrt un tesòr de narrativa populara.

Tres “nocturnes” ambientats dins una natura pànica que defend misteriosament sas anticas leis e pronóncia si sortilègis; ente la cèrva, lhi chastanhiers, lhi genebriers, combàton lor tàcita batalha còntra las ferias inflijuas a la tèrra. Lo bòsc, lhi pasturals, lo grand flum, las salinas e la palud: las tèrras d’Occitània que l’estòria a silenciat e que una literatura di “quatre elements” pren mai a sillabar. Dins quala lenga? L’occitan d’encuei, una lenga viva mas que parla tròp somesament per que lo mond de defòra la destrie. La vòutz que foguet di trobadors, mas que a pas jamai quitat son chant. La literatura de d’Arbaud, Delavouët e Ganhaire nos introdui dins aqueste univèrs literari inexplorat en Itàlia, neglijat dai traductors e da la recèrcha. Abo aqueste libre, bèla se conscienta de tuchi lhi límits d’una filologia romànica prestaa a un sector de recèrcha ren acostumat per sas competenças, vuelh semóner un pichòta compensacion e un’ocasion per començar a descurbir aquel tesòr literari.



Viaggio in Occitania - Aicurzio, Virtuosa-Mente, 2019 (€ 29,00)


Condividi