Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2019

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Nòvas n.194 Decembre 2019

Il camoscio bianco - Racconto di Natale

Lo chamol blanc

di Franco Bronzat

italiano

Fernand era uno dei più accaniti cacciatori della valle, di quelli che percorrevano la montagna e la conoscevano come le loro tasche. Conosceva tutti i valloni, tutti i ripari, sapeva dove vi erano le nidiate dei fagiani, delle quaglie, delle pernici di montagna, sapeva dove nidificava l’aquila. E ciò da quando era un bambino. Non parliamo poi degli uccelli, quelli canterini come cardellini, merli, usignoli. Conosceva tutte le razze degli animali che vivevano nei boschi delle sue montagne, volpi, tassi, donnole, marmotte senza parlare poi di quelli più piccoli che popolano le nostre valli.

Di quelli che vivevano un tempo qui da noi come i lupi, gli orsi, le linci ne aveva solamente sentito parlare dai vecchi che raccontavano delle storie fantastiche e alle volte incredibili capitate a cacciatori e a personaggi di un tempo.

Era durante le veglie o all’osteria che si raccontava tutto ciò come la storia del violinista che arrivando da un matrimonio dove aveva suonato tutto il giorno, aveva capito che un lupo lo seguiva. Allora aveva iniziato a buttargli dei pezzi di pane e carne che aveva in un sacchetto. Ma il lupo continuava a seguirlo, sempre più vicino. Il nostro violinista camminando a ritroso non si avvide d’una pietra che sporgeva lungo la strada, urtò questo ostacolo, vacillò e toccò con la mano il suo violino per ripararlo dalla caduta e questo ..suonò. A quel suono il lupo si fermò senza avvicinarsi. Il nostro violinista ebbe quindi l’idea di suonare il violino con le note più acute possibili, che facevano accapponare la pelle e il lupo si tenne ben lontano finché il pover uomo non giunse a casa e chiuse la porta. Salvo. Così raccontavano.

I vecchi del villaggio chiacchierando attorno ad un tavolo e ad una bottiglia di vino buono, ricordavano pure gli orsi e le linci. Una volta ce n’erano, dicevano ma ciò era talmente lontano nel tempo che il ricordo di questi animali s’era perso nelle nebbie del passato.

Degli orsi tuttavia raccontavano che un giorno, un uomo che stava togliendo il pane dal forno, sentendo una presenza si girò e vide qualcosa di peloso dritto sulla porta: un orso. Un momento di paura e poi timoroso prese una pagnotta e gliela buttò dicendo: “vattene e che Dio ti protegga”. L’orso prese il pane e davanti all’uomo, rimasto di sasso, ora vi era un bel giovane tutto ben vestito. “Sono originario dell’altra parte della montagna, disse, e sono di buona famiglia. Sono stato maledetto e trasformato in orso. Sono fuggito e mi sono nascosto nei boschi e girando sono giunto sin qui. Avevo fame e ero ormai disperato per la mia condizione ma un venticello mi ha portato il buon profumo di pane. Perciò mi sono avvicinato. Poi mi avete gettato quel pane dicendomi di andarmene chiedendo a Dio di proteggermi. Il vostro gesto e le vostre parole mi hanno liberato dal sortilegio. Grazie.” Quindi quel giovane prese dal suo borsello tre monete d’oro e le diede all’uomo che restò di legno e quindi se ne andò.

Dicevano pure che non bisognava guardare gli occhi della lince poiché quel grosso gatto poteva stregarti.

Il nostro Fernand conosceva decine di storie su quasi tutti gli animali, il sangue di Gesù del pettirosso, la maledizione del toporagno e della Vergine e la mula, del segno nero sul collo dell’asino ma pensava che un giorno qualcuno avrebbe raccontato le sue imprese di caccia. Un giorno sentì raccontare, qualcuno lo aveva visto, che vi era un piccolo camoscio bianco. Lo avevano visto su a Crestovol, dietro la madre, su per quei valloni che profondi, precipitano verso le Grange, verso Chambon.

Parti pure lui un mattino presto dal suo villaggio per vedere se riusciva a scorgerlo. Era la metà del mese di settembre. Attraversò il fiume Chisone, poi prese il sentiero di Malvicino. Arrivò a Rochier che il sole iniziava appena ad imbiancare le cime dei monti, i più alti. Di qui raggiunse il piano delle Pertiche da dove si poteva vedere il vallone di Bourcét e dove inizia la cresta che porta verso il Becco dell’Aquila. Non v’era bisogna di arrivare sulla punta della montagna ma di lì avrebbe percorso tutti valloni fino ai laghi dell’Alberjan e col cannocchiale avrebbe potuto osservare i pascoli, i valloni, dove potevano esserci dei camosci. Camminava e anche se era abituato le gambe iniziarono già ad avere bisogno di una pausa. Si fermo un pochino e tolta dal suo sacco una borraccia bevve una sorsata di vino e mangiò un pezzo di pane con del formaggio grasso. Per riprendersi dalla fatica ! Ormai il sole aveva invaso la valle. La vista era meravigliosa, l’Orsiera, la Cristalliera, il Rocciavrè, il Robinet e dietro la punta del Rocciamelone. Se prima il cielo era terso, ora qualque nuvola iniziava ad apparire. Verso la pianura un nebbietta grigiastra impediva una buona vista.

Ogni tanto i fischi delle marmotte segnalavano il suo passaggio. Era sottovento e così gli animali non potevano avvertire il suo odore. Camminava piano, traversando sui sentieri degli animali che ogni tanto si perdevano, per riprendere dopo dei massi, dopo una pietraia, dei nevai dove si dissetava con l’acqua che filtrava tra le pietre. Aveva trovato delle fatte di camoscio, non troppo fresche per la verità. Mentre camminava aveva fatto innalzare un volo di pernici bianche, aveva visto molti gracchi ma di camosci non c’era il segno. Eppure in quella zona ce n’erano sempre stati! Mezzogiorno. Il sole riusciva ancora a rischiarare ma tra pochi giorni la parte alta di quei valloni, che sono all’opaco della valle sarebbero restati senza sole. Era ora di tornare. Tra poco sarebbe iniziata la stagione della caccia. Come tutti gli anni riuscirono a catturare, con i suoi compagni i tre camosci che spettavano ai cacciatori del suo comune ma in tutta la stagione nessuno vide il camoscio bianco e sua madre.

Passò un inverno e nuovamente sentì parlare di questo camoscio bianco. Qualcuno lo aveva visto verso il Guinivert, il Barifreid, Tutti gli anni faceva qualche passeggiata in montagna ma quest’anno con la speranza di poter vedere.

A Fenestrelle , un giorno trovò un pastore che con le sue vacche e le sue pecore saliva all’alpe dell’Alberjan il quale gli disse di aver scorto quell’animale : “ è tutto bianco, con i suoi corni neri ricurvi, un maschio sicuramente; l’ho visto un pochino sopra i laghi dell’Alberjan, l’ho visto da lontano con il mio binocolo mentre cercavo le mie pecore che sono al pascolo”. Tra un bicchiere di vino e l’altro si chiacchierò di campagna e di caccia. Quel camoscio bianco ormai s’era incuneato nella sua testa. Doveva trovarlo e farlo suo. Il giorno dopo andò proprio dove gli aveva detto di averlo visto il pastore e ebbe fortuna. Un po' sotto il Chabertas, vi sono dei pascoli molto ripidi, tra due colate di pietrisco grigio che si riuniscono in basso. Da lontano sembra vi sia disegnato un cuore e in quel cuore vi crescono le più belle stelle alpine che vi siano. Si quel giorno riuscì a vederlo. Era con altri giovani maschi che pascolavano tranquilli ma al fischio di una marmotta smisero di brucare e in un attimo risalirono e scomparvero alla sua vista Lo cercò ancora col binocolo. Ma nulla. Ormai l’aveva visto, non era solamente una chimera ma il camoscio bianco esisteva per davvero. Era felice e contento di averlo visto. Che animale, una meraviglia !

Fernand immaginava già di averlo sulle spalle, di portarlo a valle e di agganciarlo per le corna sulla piazza della sua borgata. Sarebbe divenuto il cacciatore più famoso della valle; della valle, cosa dico, delle Valli !

Avrebbe fatto imbalsamare la testa e l’avrebbe piazzata nel tinello dove aveva già una bella collezione di animali: una testa di cinghiale dai denti lunghi una spanna, una volpe, una faina, uno scoiattolo e poi il suo camoscio bianco!

Ma la caccia è la caccia. Un buon cacciatore non può sopportare di stare fermo l’autunno arrivato. Con gli amici cacciatori avevano fatto una buona caccia e portato a casa molta selvaggina. Avevano pure fatto festa, lepri e cinghiali al civet, polenta e quanto vino!

Ma del camoscio bianco nessuna traccia ! Nessuno l’aveva più visto. E nessuno lo vide per tutto l’inverno ne la primavera o l’estate dell’anno seguente.

Ormai il camoscio doveva aver tre anni ma a dire la verità gli aveva quasi messo una croce sopra sul prenderlo e farlo suo.

Quell’anno l’inverno arrivò in fretta. Già nei primi giorni di ottobre le cime si erano imbiancate. L’aria era fredda. Presto la neve sarebbe giunta pure in basso. Sembrava ci sarebbe stata una stagione molto difficile sia per gli uomini che per gli animali. .

A Fernand piaceva molto andare andare a caccia da solo, senza cane , girare per i boschi e se alle volte qualcosa si faceva vedere...sparava. Un giorno era su per la selva di Chambon, quasi in cima, quando ai suoi occhi apparve un gruppo di camosci. Brucavano l’erba secca, quella fine che cresceva in mezzo alle rocce e usciva dalla neve gelata. Rimase stupito, in quel gruppetto di maschi vi era il suo camoscio bianco. Subito non se n’era accorto, bianco com’era. Sapeva di poter sparare ai camosci poiché la quota non era ancora stata raggiunta. Sarebbe tornato con il suo camoscio bianco e tutti l’avrebbero celebrato come il più grande cacciatore della valle. I camosci brucavano tranquilli. Era a qualche centinaia di metri accquattato dietro ad un roccione, prese la mira, la croce del cannocchiale del fucile inquadrava il petto dell’animale.Come era bello. Ora una macchia di sangue avrebbe tinto di rosso pure la neve, immacolata. Il dito sul grilletto era contratto pronto allo sparo ma qualcosa lo fermò. Per la prima volta nella sua vita una voce gli parlò e gli disse di lasciarlo vivere. Di lasciarlo libero su quelle montagne. Un momento, poi una nebbia giocherellona coprì i camosci.

Da allora Fernand non andò più a caccia ne vide più il suo camoscio bianco. Ora è il più grande fotografo di animali della valle.

occitan

Fernand al era un dals plus aramazit chaçaor de la valeá, un de quèlos que batian la montanha e la conoissian comà loras sachieras. Al conoissiá tuts los goleons, totas las balmas, al sabiá adont la li eran las niaas dals faisans, de las calhas, de las jalabrias, al sabiá adont faziá son nin l’aigla. E eiquen de quand al era mainaa. Parlem pas puèi dals uzeaus, de quèlos que chantan comà los cardelins, los merles, los ressinhòls.

Al conoissiá totas las raças de bescuri que vivian dins los bòscs de sas montanhas, volps, taissons, mostielas, murets sença parlar puèi de tuts quèlos plus pechits que puèplan nòstras valeas.

De quèlos que vivian un còp en çò nòstre comà los lobs, los ors, los chalons al n’aviá mesquè auvit parlar dals velhs que contiavan d’istoiras fantasticas e de viatge encreiablas encapitaas a de chaçaors e a de personatge d’un temps.

L’era dins los vilhògols o a l’òste que la se contiava tot aiquen comà l’istoira dal violonaire que en arribent de un mariatge adont al aviá sonat tot lo jorn al aviá apercebut que un lob zo seguiá. Alora al aviá donat man a li fotre de tòcs de pan e de charn qu’al sortiá de una tasca. Mas lo lob contunhava al zo sègre, totjorn plus dapè. Nòstre violonaire en marchent de reculon s’era pas avisat d’una peira que sortiá sul chamin, truchec cest açup, bachilec un pauc e tochec abó la man son violon per zo reparar de la chaüta e cest..sonec. A quel son lo lob se plantec sença s’avezinar. Nòstre violonaire perparelh aguec l’ideá de sonar son violon abó la nòtas plus aguás possible, que fazian granar la pel e lo lob s’es tengut ben luènh fin que lo paure òme arribec a maison e barrec la pòrta. Salve. Aiquen contiavan.


Lo velhs dal vialatge en ganaciend a la viron d’una taula e d’una botèlha de vin bon, ramentavan decò los ors e los chalons. Un còp la n’i era, dizian mas aiquen al era talament luènh dins lo temps que la soventança de cestas bistias ilh s’era perduá dins las nèblas dal passat.

Dals ors pas mens ilhs contiavan que un jorn, un òme entren a chavar son pan dal forn, en sentend una presença al s’era virat e al a vit qualquaren de borraçut dreit sus la pòrta: un ors. Un moment de frula e puèi crentiós al a pres una pèça de pan e li l’a fotuá en dizent : “ vai-te n’en a la gardia dal Bon Dius!” L’ors al pren lo pan e derant a l’òme, sobrat esbegut, aüra la li a un jove tot ben abilhat. “Siuc de l’autre caire de la montanha” , al a dit “e siuc de bona familha. Siuc istat maleizit e chanjat en ors”. Siuc escapat e me siuc escondut dins los bòscs e en picatend pel mond a siuc arribat aicí. Aviuc fam e ero dauzaüra embloit per ma condicion mas un alenc m’a portat lo bon flat dal pan. Al es per aiquen que me siuc avezinat. Puèi ‘os m’avatz fotut quel pan e dit “vai-te n’en a la gardia dal Bon Dius”. Vòtre gèst e vòstras paraulas m’an desliurat de l’enmascatge. Mercés. Alora quel jove al a prés de son escarcèla tres moneás d’òr e las a donaas a l’òme que sobrec de bòsc e puèi al se n’es anat.

Ilhs dizian decò que chaliá pas agachar los uèlhs dal chalon que quel gròs chaton al arriba de t’ensorcelar.

Nòstre Fernand al n’en sabiá de dezena d’istòira sus quasi totas las bistias, lo sang de Juesi dal pitrerós, la maleizon dal mussét e de la Vierja e de la muula, de la marca niera sul còl de l’asne mas al pensava que un jorn qualcun al auriá decò contiat qualquas istòiras sus sa impresas de chaça. Un jorn aviá entendut dire, qualcun zo aviá vist, que la li era un pichit de chamol blanc. Ilhs zo avian vist amont per Crestovol, darreire de la maire, amont per quèlos combals que ins, desròchan ver las Granjas, ver los Chambons.

Partec decò el un matin vito de son vielatge per véer se a li arribava de zo rencontrar. L’era la meita dal mes de setembre. Passec Cluson, puèi amont per lo viòl de Malvezin. Arribec al Rochier que lo solelh començava just de blanchir las cimas, las plus autas. D’aiquí rejonhec lo clòt de las Pertias de adont la se poiá véer la comba de Borcét e adont comença lo crest que porta ver lo Bec de l’Aigla. La li era pas besonh de arribar sus la pontia de la montanha mas d’aiquí al auriá fait totas las combas fins als laus de l’Alberjan e abó son canochard al auriá pogut guinchar los pasturals, los combals, los goleons adont poian ésser los chamols. Al marchava e mesme se al era acostumat las chambas comencian já d’aguer besonh d’una pausa. Se plantec un piel e chavaa de son abrasac una gorda buvec una flancaa de vin, mingec un toquet de pan abó de toma grassa. Per se reprener de la fatiga! Dausaüra lo solelh aviá envait la valea. La vista era meravilhosa, l’Orsiera, la Cristaliera, lo Ròchavrè, lo Robinèt e darriere la pontia dal Rochamelon. Se derant lo ciel al era candi, aüra qualquas neblas comencian de far totut, Ervers la planura un fumét grisastre empachava una bona vista.

Chas tant los subles dals murets sinhalaven son passatge. Al aviá l’aura contra e perparelh las bistias poian pas apercebre son odor. Marchava plan , en traversent sus de draias que chas tant se perdian, per reprener passat un cassaç, una cassiera, de nevier adont al se desseava de l’aiga que colava entre las peiras. Al aviá trobat de brèlas de chamols, pas tròp freschas a dire la veritat. Dal temps que marchava aviá fait levar un vòl de jalabrias, al aviá vist plusieras chauvias mas de chamols pas las traça. Epura dins quèla zòna la ni era totjorn istats! Meijorn. Lo solelh arribava encara d’esclarzir mas entre pauqui jorns la part auta de cestos combals, que sion a l’envers de la valea, sarian sobrat sença solelh. Era ora de se n’en tornar. Entre pas gaire sariá començaa la sason de la chaça. Comà tuts los ans arriberon de prener, abó sos companhons los tres chamols que tochavan als chaçaors de sa comuna mas dal temps de la chaça pas ningun arribec de véer lo chamol blanc e sa maire.

Passec un uvern e li arribec mai de auvir parlar de cest chamol blanc. Qualcun l’aviá vist vers lo Guinivert, al Barifreid, Tuts los ans faziá qualquas promenadas en montanha mas aicèst an abó l’esperança de poguer véer quèla bistia.

A Finistrèlas, un jorn trobec un bergier que abó sas vas vachas e sas feas montava a l’alp de l’Alberjan que li dizec de aguer vist quèla bistia: al es tot blanc, abó sos còrns crucuts niers, un mascle de segur; l’ai vist just un pauc de sobre los laus de l’Alberjan, l’ai vist de luènh abó mon canochard dal temps que cherchavo mas feás que las sion en ratge. E entre un veire de vin e l’autre se barjaquiec de campagna e de chaça. Quel chamol blanc dauzaüra s’era enconhat dins sa tèsta. Duviá zo trobar e zo far seu. Lo jorn apres anec pròpi adont li aviá dit de l’aguer vist lo bergier e aguec de chança. Un pauc de sos lo Chabertaç, la li a de pasturals bien rauts, entre doas colaas de craçilhas grisa que se rejonhon en bas. De luèn la sembla de la siè dissenhat un cuèr e entre quel cuèr un pòl trobar las plus bèlas estielètas que la li siè. Òi quel jorn arribec de zo véer. Al era abó d’autri joves mascles que ilhs pasturavan tranquiles mas al suble d’un muret quiteron de brotar e d’en vist grimperon e se cacheron a sa vista. Zo cherchec encara abó son canochard mas ren de ren. Totun l’aviá agut vist, era pas mesquè una quimera mas lo chamol blanc al existiá per dalbon. Al era aürós e content de l’aguer vist. Que bistia, una maravelha !

Fernand al imaginava já de l’aguer sus sas espalas, zo portar aval e de zo encrocar sus la plaça de son vialatge. Al sariá vengut lo chaçaor plus famós de la valea; de la valea, çò que dizo, de las valeas !

Al auriá fait embalsamar sa tèsta e al auriá plaçaa dins la sala de sa maison adont al aviá já una bèla collecion de bescuris: una tèsta de senglar abó de dents lojas una brancha, una volp, una fàina, un eschiròl e puèi son chamol blanc !

Mas la chaça ilh es la chaça. Un bon chaçaor pòl pas tarchir d’istar ferm l’autuènh arribat. Abó sos amics chaçaors, ilhs avian fait de bonas chaças e portat a maison bien de gibier. Ilhs avian decò fait bombança, leaures e senglar al civet, polenta e que de vin !

Totun dal chamol blanc pas la marca! Ningun l’aviá pas mai vist.

E ningun zo viec per tot l’uvern ni la prima o l’istat de l’an apres.

Dauzaüra lo chamol duviá aguer environ tres ans mas a dire la veritat a li aviá quasi butat una crotz sus de zo prener e de zo far siu.

Quel an l’uvern arribec vito. Ja dals primieri jorns dal mes d’otobre las cimas avian blanchit. L’aer era freid. Vito la neu sariá arribaa decò en bas. Semblava que la li sariá istaa una sason ben penibla per los òmes e per totas las bistias.

A Fernand plaiá un baron anar a la chaça solet, sença chin, virar per los bòcs e se de viatge qualquaren se parava derant el..tirar. Un jorn al era amont dins la serva de Chambons, quasi a la cima, quand dins sos uèlhs se parec derant un tropel de chamols. Ilhs brutavan d’erba sècha, de baucha que creissiá a mei de las ròchas e ilh sortiá de la neu jalaa.Sobrec estonat, entre quel tropelòt de mascles la li era son chamol blanc. Subit al s’n’era pas avisat, blanc ‘mà al era. Sabiá qu’al poiá tirar als chamols que dauzaüra la quota possibla ilh era pas encara istaa rejontia. Al sariá arribat aval abó son chamol blanc e tuts l’aurian celebrat comà lo plus grand chaçaor de la valea. Los chamols brotavan tranquiles. Al era a qualque centenas de mètres replatat darreire un rochaç, prenguec la mira, la crotz dal canochard dal fuziel encadrava lo pitre de la bistia . Comà al era bel. Aüra una tacha de sang auriá tenth de roi quèla bèla borra blancha e decò la neu, immacolaa. Lo dèt sus dal grilet era contract, prést al còlbe mas qualquaren zo fermec. Per lo primier viatge de sa vita una votz li parlec en li dizend de zo laissar viure. De zo laissar libre sus quèlas montanhas. Un moment, puèi una nèbla amusarèla crubec lo tropel de chamols.

Daulora Fernand anec pas mai a la chaça, ni viec pas mai son chamol blanc. Aüra al es lo plus grand fotografe de bistias de la valea.


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