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L’emergenza covid ha ancora una volta dimostrato la non volontà della politica, al massimo livello istituzionale (a causa di non conoscenza o volontà cosciente?), di considerare le specificità delle aree montane che non possono e non devono essere trattate come le altre parti del paese.

La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane” dice l’articolo 44 della Costituzione Italiana. Altri tempi, altre teste!

Di fatto da decine di anni questa norma è disattesa dalla politica romana.

In occasione della pandemia questa carenza si è espressa al massimo: i nostri paesini montani sono stati considerati come fossero tante città densamente popolate.

Intendiamoci, questo succede normalmente (un comune di 100 abitanti è, a livello burocratico, soggetto alle medesime norme di un grande comune che ha disposizione centinaia, quando non migliaia, di dipendenti a fronte magari di un dipendente in un piccolo comune) ma in questi giorni la cosa è visibile da tutti coloro che abitano in montagna e non solo dagli amministratori come succede di solito.

Solo per fare un esempio. I comuni hanno appena approvato il DUP (documento unico di programmazione, obbligatorio per legge), un librone di oltre 130 pagine dove si parla del sesso degli angeli: grado di autonomia dell’ente, pressione fiscale locale e restituzione erariale pro-capite, grado di rigidità del bilancio, grado di rigidità pro-capite, costo del personale (nel caso di Ostana un dipendente), propensione agli investimenti, e via dicendo. Quest’ultima è in particolar modo ridicola: noi avremmo una propensione grandissima agli investimenti solo che non sappiamo dove trovare i soldi.

Il documento si dettaglia obbligatoriamente in missioni. Riassumo le più esilaranti per i piccoli comuni: soccorso civile (ci sarebbe da fare una grande manutenzione sul territorio ma non ci sono soldi), diritti sociali, politiche sociali e famiglia, politiche per il lavoro e formazione professionale, politiche agroalimentari e pesca, relazioni internazionali, giustizia, politiche giovanili, sport e tempo libero… Ovviamente temi interessanti e fondamentali per la vita civile ma improponibili in questi termini, slegati completamente dalla realtà. Abbiamo approvato il DUP, nessuno lo leggerà mai ma ci è costato quindici giorni di prezioso lavoro della nostra unica dipendente che avrebbe potuto fare altro di ben più utile.

Tornando al covid.

I negozi (quei pochi rimasti in montagna) vivono sul turismo di fine settimana e quindi grazie a chi si sposta dai propri comuni di residenza e non sono sicuramente sufficienti i pochi residenti rimasti nei nostri paesi per permetterne la sopravvivenza.

La necessità (più che legittima) di evitare assembramenti non ha fatto distinzione tra quelli che si possono verificare nei luoghi densamente abitati e quelli “rarefatti” propri delle aree montane (grandi stazioni escluse; ma queste, seppur “firmate”, non sono la montagna vera) e così, proibendo i trasferimenti da comune a comune, la scure si è abbattuta anche nei confronti dei nostri piccoli esercizi commerciali che hanno visto ridurre in modo drastico i propri introiti. Sarebbe come se a Torino chi abita in via Piossasco non potesse recarsi in via Cuneo o in corso Napoli (per ricordare l’area dove erano emigrati i montanari dell’Alta Valle Po)!

I ristori arrivati sono, forse, serviti a pagare in piccola parte le spese di (scarso) funzionamento, ma sicuramente non sono stati sufficienti a limitare in modo decisivo il danno del look down. Le nostre piccole realtà commerciali vivono del turismo minuto favorito dalla presenza delle seconde case (in qualche paese in quantità eccessiva per non dire folle, ma questo è un altro discorso) che favoriscono la presenza, specie a fine settimana e/o in estate e a fine anno, di nuclei famigliari che danno ossigeno all’economia dei paesi.

Chi ha scritto la normativa che gestisce le misure di contenimento del virus tutto questo l’ha ignorato. A parte il blocco dello sci di pista di cui ho già parlato, ha bloccato anche questo limitato, ma importante per noi, turismo minuto che non avrebbe sicuramente rappresentato pericoli per il diffondersi dell’epidemia. Non che non ci sia stato qualche caso anche in montagna ma credo che le aree montane non potessero essere indenni. Dobbiamo pur scendere per i rifornimenti alimentari e qualche artigiano deve pur salire se si blocca il riscaldamento; ma che danno poteva fare una famiglia che viene in montagna e ha pochissimi contatti con i locali se non un veloce momento mentre magari compra il pane? I massici raduni non avvengono da noi e un può di buon senso e un minimo di prudenza sono l’antidoto migliore per evitare il diffondersi del contagio.

Lo stesso vale per i nostri ristoranti. Magari restringendo ancora le norme legate ai servizi e operando stretti controlli.

Ma come al solito la montagna è stata ignorata e dobbiamo chiederci perché ciò continui ad avvenire.

La montagna subisce come al solito in silenzio. Marco Bussone, appena riconfermato presidente nazionale dell’UNCEM, sta facendo con l’associazione, un enorme lavoro per limitare i danni ma ottiene briciole strappate con fastidio più che per convinzione.

L’ultima volta che i montanari si sono mobilitati è stato quando in ventimila siamo andati a manifestare a Roma per bloccare il tentativo di Calderoli (quello della legge porcata) che voleva eliminare 4000-5000 comuni. Allora la vincemmo!

Da allora abbiamo continuato a subire. Tagli dei contributi statali pur a fronte dei sempre più alti trasferimenti allo stato da parte della fiscalità comunale, burocrazia che paralizza i piccoli comuni,

mancanza di una serie politica di sviluppo per i territori montani, ecc.

Hanno anche deciso di riempirci di cinghiali che sventrano i nostri prati e i nostri campi e se vuoi piantare due patate devi cintare con brutte e robuste reti. I rari cinghiali di una volta (peraltro ben meno prolifici di quelli ora immessi) che si trovavano, incauti, a passare negli abitati, non potevano fare che pochi metri prima di finire in pentola!

I parlamentari che abbiamo contribuito ad eleggere guardano da un’altra parte.

Ovviamente a Roma sono ben consci di affondare il coltello nel burro.

Ora, con la pandemia, il mondo intellettuale e i media rivalutano l’abitare in montagna.

Via dalle città. Nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”,titolava La Repubblica in un’intervista a Stefano Boeri in piena emergenza sanitaria. Stesso concetto espresso da un noto architetto, Rem Koolhaas, che poco prima della pandemia ha inaugurato a New York la mostra “Countryside. The future”. La campagna, dunque i borghi,le montagne e le aree interne come nuova frontiera dell’urbanizzazione.

Fino a ieri si prevedeva che l’ottanta per cento delle persone nel 2050 sarebbero vissute in grandissime città! Un incubo e un’ossessione!

Ma questi pensatori e questi grandi giornalisti a che montagna pensano? Aree abbandonate dall’agricoltura con paesaggi deteriorati ma (fin troppo) verdi dove tutti lavorano in remoto attaccati ai computer e, finito il collegamento, si possono permettere una passeggiata respirando aria pura in villaggi copiati dalle città? Attorniati dagli antichi campi e prati pieni di rovi dove l’agricoltura ed il paesaggio sono spariti da un pezzo. Sarà questo il nuovo sviluppo della montagna?

C’è il pericolo di nuova colonizzazione della montagna, seppur di altro tipo rispetto al passato, dove scompare l’antico modo di essere comunità.

E’ chiaro che la montagna non può che aprirsi al nuovo ma senza perdere la propria cultura e la propria identità, recuperando l’agricoltura che modellava il paesaggio. Che senso avrebbe una montagna nuovamente abitata ma diventata dormitorio in contesti totalmente estranei alla propria storia?

Ma dove sono le forze che possano governare a livello locale con i piedi nel presente ma nel solco di una tradizione pur soggetta ad una naturale evoluzione? Che forze abbiamo ancora in montagna per opporci a quello che ci verrà imposto?

Parafrasando Stalin che nel febbraio 1945 a Yalta dove i “tre grandi” decidevano sul futuro dell’Europa sprezzattamente disse a chi paventava un dissenso da parte del Vaticano: “quante divisioni ha il Papa?” Secondo voci, nel 1953 all’annuncio della morte di Stalin papa Pacelli avrebbe esclamato: “ora vedrà quante divisioni abbiamo lassù”

Quante divisioni (voti) ha la montagna? E non possiamo neanche credere nel paradiso della montagna!

Molti interrogativi sul nostro futuro e sulla necessità di un impegno forte e quotidiano di chi ha a cuore le terre alte e, soprattutto, chi vi abita ancora.

Giacomo Lombardo

Ostana 12/12/2020