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Monica Longobardi, Un nuovo sodalizio tra Italia e Occitania: 
«E nadi contra suberna». Essere “trovatori” oggi, Atti di convegno (Ferrara, 20-21 novembre 2018)

Monica Longobardi, Un novèl sodalici entre l’Itàlia e l’Occitània

«E nadi contra suberna». Essere “trovatori” oggi, Atti di convegno (Ferrara, 20-21 novembre 2018), a cura di Monica Longobardi e Estelle Ceccarini, «Biblioteca di Carte Romanze» 11, Milano, Ledizioni LediPublishing, 2020.

italiano

«Difendere tutte le specie linguistiche, oggi che la loro sopravvivenza è minacciata, è un compito ecologico, e dunque politico, del traduttore. Ogni lingua sembra attendere il transito in una nuova lingua per potersi rinnovare … (A. Prete, All’ombra dell’altra lingua, pp. 12-13).

Nel 2015, il fortunato incontro con Fausta Garavini, importante per più di una ragione, valse a curvare i miei interessi circa i conflitti storici tra lingue egemoni e lingue subalterne verso le sorti dell’occitano (si vedano gli Atti de L’Europa romanza, «Lengas» 79/ 2016). L’occitano contemporaneo, quella terra di nessuno cui la Filologia romanza, almeno in Italia, destina interessi scarsi e distratti. Presto ne nacque a Ferrara un insegnamento accademico, un convegno internazionale (2018) e un libro (Viaggio in Occitania, Virtuosa-mente, 2019). Escono oggi nella Biblioteca di Carte Romanze gli Atti di quel convegno ferrarese dal titolo «E nadi contra suberna». Essere “trovatori” oggi. Gli studiosi, italiani e occitani, hanno potuto scegliere liberamente la lingua in cui redigere i loro saggi: italiano, occitano, francese. Molti di loro, occitani di origini italiane, hanno deciso di omaggiare la nostra lingua per questa occasione. I contributi vertono in larga parte sulla letteratura occitanica post-mistraliana sino ad oggi. Gli autori presi in esame comprendono dunque Frédéric Mistral, Joseph d’Arbaud, Max-Philippe Delavouët, Max Rouquette, Marcela Delpastre, Joan-Luc Sauvaigo, fino a Joan Ganhaire (autori misconosciuti anche in Francia), e i poeti occitani Sergio Arneodo, Antonio Bodrero, Piero Raina e Claudio Salvagno (stessa sorte in Italia).

Roland Pécout, poeta e scrittore, ci ha regalato un ampio saggio su quell’autentico capolavoro che è Il Poema del Rodano (1897): « L’ancienne batellerie, dont Mistral met en scène le dernier voyage, nous est devenue aussi lointaine que les aventures d’Ulysse, et les navigateurs du Caburle, aussi mythiques que ceux des anciennes épopées».

Amore per il Rodano, la Camargue e venerazione per il maestro, Mistral, che furono alla base dell’esperienza letteraria – questa volta esercitata sulla prosa – di Joseph d’Arbaud (1874-1950) nel bellissimo La Bèstio dóu Vacarés (1926). Grande e suggestivo romanzo panico -- di cui ancora si lamenta la mancanza di una traduzione italiana -- che celebra il ritorno del ‘Signore degli animali’ nella terra incantata dei cavalli e dei tori. Sul difficile processo di riconoscimento dell’Altro pagano da parte di un gardian, stati d’animo che dall’orrore approdano alla fratellanza, si indaga nella relazione di chi scrive (Università di Ferrara). Da Mistral prende le mosse anche l’opera poetica di Mas-Felipe Delavouët; come Estelle Ceccarini (Aix-Marseille Université, CAER, Aix-en-Provence) constata amaramente in apertura del suo saggio: «La poesia di Mas-Felipe Delavouët (1920-1990) è ignota a molti anche in Francia, sicuramente in gran parte perché scritta in provenzale, idioma disprezzato in quanto “lingua regionale”». Opera immensa che affonda le sue radici in quella terra che il poeta arò tutta la vita, ma che s’innalza ad una meditazione universale. Su questo autore grande e misterioso, tra i suoi versi scanditi dal lavoro dei campi, ma « dove Delavouët convoca di volta in volta Piero della Francesca e Cézanne, Beethoven e Mozart, Shakespeare e Mistral, d’Arbaud e Mallarmé», Estelle ha scavato la figura del Principe e della sua musa-regina. D’altro canto, su una sua via crucis suggestiva, adattata al mondo dei mandriani in Camargue «che venne recitata per la prima volta, strofa dopo strofa, in ciascuna stazione, lungo un sentiero del tragitto di tredici chilometri che percorsero processionalmente i gardians a cavallo», in occasione del venerdì santo del 1979, ha relazionato Giacomo Pavan (oggi docente di Scuola Superiore), già studioso di un Camin de la Crous più dottrinale dello stesso Delavouët. Come nel caso di Mistral per l’Ottocento, non potevamo ignorare Max Rouquette (1908-2005), uno dei più grandi scrittori del Novecento occitano. Alla sua condizione esistenziale di stare al mondo, vivendo “anche” (ma non esclusivamente) il suo attaccamento alla terra natale, al suo Verd Paradís, ci ha accompagnato lo studioso più solido di questa letteratura, nonché poeta e scrittore, Jean-Yves Casanova ("Université de Pau e PLH-ELH Université Toulouse-Jean Jaurès), osservando di «non considerare questo paesaggio mediterraneo alla stregua del pittoresco, perché il fatum ordinato attorno a questo mondo, terra, uomini e bestie, appare terribile: questo Verd Paradís non è in alcun modo un locus amoenus, né Paradiso, né verde, né sicuro». Coetanea di Delavouët, e come tutti gli altri autori legatissima alla sua terra di cui fu poetessa ed etnologa, è Marcela Delpastre (1925-1998), la voce femminile più alta della letteratura occitanica. Se n’è fatta ambasciatrice a Ferrara Joëlle Ginestet (ELH-PLH Universitat Tolosa-Joan Jaurés). L’imponente produzione della Delpastre costituisce una sorta di Libro della Natura compendiata nei saperi rurali della sua piccola comunità limosina. Ma, come per Delavouët, l’arte della scrittura e la religione della Natura nobilitano e trasfigurano questa pura matrice: «Femna dels camps e de l’ostal o de l’estable, sa reflexion se virava cap a l’interioritat e a la question de la memòria. E aquela reflexion l’aprigondiguèt amb Jan dau Melhau e los collègas de Lemouzi o del Leberaubre tot en abordant l’escritura de novèlas, de dramas poëtics e tot en trobant puèi sa votz amb de poèmas-psaumes en lemosin (Saumes Pagans et Paraulas per questa terra), en francés o bilingües».

E di frontiere, di confini smarginati dalla storia (la Nizza di Pepin Garibaldi) e di difficili appartenenze parla l’opera di Joan-Luc Sauvaigo (1950-), una figura singolare, poliedrica e refrattaria a qualsiasi etichetta, ma emblematica di uno stato, quello dello scrittore nizzardo, ancora più isolato in un non-luogo dagli incerti confini, anche quelli identitari: «lo mieu nom es Degun, alias Degun, «s’es debanat tant vito e m’a ‘scapat lo mieu nom». Ci introduce alla sua opera e al suo pantais Olivier Pasquetti (Université Côte d’Azur).

Per i nostri Atti ferraresi, sulla lingua dei poeti delle Valli occitane del Piemonte, Sergio Arneodo, Antonio Bodrero, Piero Raina e Claudio Salvagno ci regala un denso contributo Matteo Rivoira (Università di Torino). Ed è occasione per noi tutti di ricordare Salvagno, che ci ha lasciato nel giugno scorso, con le sue parole poetiche estratte dal saggio di Rivoira: «Ma quarquebòt, quarcòsa nos junh, / un lenh da tramerar ensem, ‘na caissa da portar, / alora mai quarcòsa se balança, / es lo braç dal temp que tròba encara un pontalh / dins la charn, ‘na caire que ten / bele que lo gueddo es pus lo mesme», (Salvagno 2013: 31; Lo cotel de Tbilisi). Altra appartenenza problematica quella dei poeti delle Valli (Occitania grande, Piemonte, Italia), sfuggente, in dileguo « di una lingua e di una cultura che da decenni appaiono condannate al silenzio e tuttavia ancora non tacciono».

In questa lingua maudicha, negata a tutti questi scrittori, Joan Ganhaire, tra gli autori più prestigiosi d’Occitania, ha redatto esclusivamente le sue opere letterarie. A Ferrara, nella sua lingua limosina, ci ha parlato della serie da lui ideata del commissario Darnaudguilhem, raffrontandola con quella del Montalbano di Camilleri. E questo è il suo impegno militante per la lingua e la cultura occitana: «Chas Darnaudguilhem, tot se passa en occitan, revenja de l’autor per far viure quela lenga maudicha, mostrant sa vitalitat e sa capacitat de tot dire».

Inutile ribadire che di tutti questi grandi autori occitani ( a parte la recente antologia curata da Fausta Garavini in «Paragone», 2015 e qualche mia traduzione parziale in Viaggio in Occitania) mancano traduzioni italiane. Quindi io, non calcolando le tante difficoltà di questa lingua a noi non familiare, e senza francese a fronte, mi sono arrischiata a duettare con Ganhaire, traducendo uno dei suoi polizieschi, Vautres que m’avetz tuada (Voi che mi avete uccisa), di cui negli Atti do una semplice anteprima. La traduzione integrale, con introduzione e note (e con una nota linguistica di Matteo Rivoira) uscirà presso Virtuosa-mente ( «Testo a fronte») nei primi mesi del 2021. Terzo della serie poliziesca, narra una vicenda toccante di una paziente, vittima di certa classe medica che Ganhaire conosce per professione, e di cui in più occasioni ha denunciato gli abusi, tributando la sua pietà per le sofferenze dei deboli e degli oppressi (si veda per esempio Un tant doç fogier, sui disabili). Misto di macabro e di umorismo, la sua prosa è un chiaroscuro stilistico continuo, croce e delizia di chi si sobbarchi l’onere, ma anche l’infinito onore di diventare la ‘voce italiana’ dell’autore.

Un ringraziamento particolare va ai colleghi Alfonso d’Agostino e Matteo Milani, che con vero senso di amicizia non hanno esitato a darci ospitalità nella loro prestigiosa collana «Biblioteca di Carte Romanze». Grande riconoscenza da parte di noi curatrici degli Atti va a tutti quegli studiosi che in quest’anno difficile anche per la ricerca, a causa della pandemia (perciò ho intitolato la mia Introduzione «Giornale di guerra e di prigionia»), si sono industriati a redigere i loro contributi, rispettando i tempi serrati della consegna.

Gli Atti sono dedicati a Fausta Garavini, senza la cui passione, dottrina e dedizione di una vita questo nostro tributo alla letteratura occitanica novecentesca non sarebbe stato possibile.


Il libro è disponibile  a questo link.


occitan

«Defénder totas las espècias linguísticas, encuei que lor sobrevivença es menaçaa, es un dever ecològic, e donc polític, dal traductor. Chasque lenga pareis aténder lo passatge dins una nòva lenga per se poler renovar … (A. Prete, All’ombra dell’altra lingua, pp. 12-13).

Ental 2015, lo fortunat encòntre abo Fausta Garavini, importanta per mai d’una rason, servet a mudar mi interès sus lhi conflicts estòrics entre lengas egemònicas e lengas subaltèrnas vèrs las sòrts de l’occitan (veire lhi Acts de L’Europa romanza, «Lengas» 79/ 2016). L’occitan contemporàneu, aquela tèrra de degun a la quala la filologia romànica, almenc en Itàlia, destina un escars e destrach interès. Lèu es naissut a Ferrara un ensenhament acadèmic, un collòqui internacional (2018) e un libre (Viaggio in Occitania, Virtuosa-mente, 2019). Naisson encuei dins la Biblioteca di Carte Romanze lhi Acts d’aquel collòqui ferrarés dal títol «E nadi contra suberna». Essere “trovatori” oggi. Lhi estudiós, italians e occitans, an polgut chausir librament la lenga dins la quala redíger lors ensags: italian, occitan, francés. Ben d’ilhs, occitans d’originas italians, an decidat de rénder omatge a nòstra lenga per aquesta ocasion. Lhi contributs tracton en larja part la literatura occitana post-mistralenca fins a encuei. Lhi autors prés en exam comprenon donc Frédéric Mistral, Joseph d’Arbaud, Max-Philippe Delavouët, Max Rouquette, Marcela Delpastre, Joan-Luc Sauvaigo, fins a Joan Ganhaire (d’autors desconoissuts bèla en França), e lhi poètas occitans Sergio Arneodo, Antonio Bodrero, Piero Raina e Claudio Salvagno (colpits da la mesma sòrt en Itàlia).

Roland Pécout, poèta e escriveire, nos a regalat un ample ensag sus aquel auténtic cap d’òbra qu’es Lou Pouèmo dóu Rose (1897): «L’ancienne batellerie, dont Mistral met en scène le dernier voyage, nous est devenue aussi lointaine que les aventures d’Ulysse, et les navigateurs du Caburle, aussi mythiques que ceux des anciennes épopées».

Amor per lo Ròse, la Camarga e la veneracion per lo mèstre, Mistral, que fogueron a la basa de de lexperiença literària – aqueste bòt exercitaa sus la pròsa – de Joseph d’Arbaud (1874-1950) ental belíssim La Bèstio dóu Vacarés (1926). Grand e suggestiu romanç pànic – dont encara én planh la mancança d’una revirada italiana – que cèlebra lo retorn dal “Senhor di animals” dins la tèrra enchantaa di cavals e di tòrs. Lo difícil procès de reconoissiment de l’Autre pagan da part d’un “gardian”, d’estats d’ànim que da l’orror menon a la frairança, es l’objèct de recèrcha de la relacion de qui escriu (Universitat de Ferrara). Da Mistral comença decò l’òbra poètica de Mas-Felipe Delavouët; coma Estelle Ceccarini (Aix-Marseille Université, CAER, Aix-en-Provence) constata amarament en durbent son ensag: «La poesia de Mas-Felipe Delavouët (1920-1990) es desconoissua a un baron de gent gent bèla en França, de segur sustot perqué escricha en provençal, un idiòma mespresat en tant que “lenga regionala”. Òbra immensa qu’enfonza sas raïtz dins aquela tèrra que lo poèta lauret tota la vita, mas que s’enauça a un meditacion universala. Sus aqueste autor grand e misteriós, entre si vèrs escandits dal trabalh di champs, ma «ente Delavouët cònvoca a chasque bòt Piero della Francesca e Cézanne, Beethoven e Mozart, Shakespeare e Mistral, d’Arbaud e Mallarmé», Estelle a chavat la figura dal Prince e de sa musa-regina. D’autre cant, sus una sia via crucis suggestiva, adaptaa al mond di bergiers en Camarga «que venet recitaaa per lo premier bòt, estròfa après estròfa, dins chasque estacion, al lòng d’un viòl dal percors de trètze quilomètres que percorreron en procession lhi “gardians” a caval», en ocasion dal venre sant dal 1979, a relacionat Giacomo Pavan (encuei docent d’Escòla Superiora), já estudiós d’un “Camin de la Crous” pus doctrinal dal mesme Delavouët. Coma ental cas de Mistral per lo Uech Cent, políem pas ignorar Max Roquette (1908-2005), un di pus grands escriveires dal Nòu Cent occitan. A sa condicion existenciala d’istar al mond, en vivent “tanben” (mas ren exclusivament) son estachament a la tèrra natala, a son Vert Paradís, nos a acompanhats l’estudiós pus sòlid d’aquesta literatura, e mai poèta e escriveire, Jean-Yves Casanova ("Université de Pau e PLH-ELH Université Toulouse-Jean Jaurès), en observant de «ren considerar aqueste païsatge mediteràneu d’un biais pintorèsc, perqué lo fatum ordinat a l’entorn d’aqueste mond, la terra, lhi òmes e las bèstias, apareis terrible: aqueste Verd Paradís es pas gis un locus amoenus, ni un Paradís, ni vèrd, ni segur». Coetànea de Delavouët, e coma tuchi lhi autri autors fortement liaa a sa tèrra, dont foguet poetessa e etnòloga, es Marcela Delpastre (1925-1998), la vòutz femenina pus auta de la literatura occitana. Se’n es facha ambassadoraa Ferrara Joëlle Ginestet (ELH-PLH Universitat Tolosa-Joan Jaurés). L’empausanta producciion de la Delpastre constituís una sòrta de “Libre de la Natura” compendiaa enti sabers rurals de sa pichòta comunitat limosina. Mas coma per Delavouët, l’art de l’escritura e la religion de la Natura nobíliton e transfiguron aquesta pura matritz: «Femna dels camps e de l’ostal o de l’estable, sa reflexion se virava cap a l’interioritat e a la question de la memòria. E aquela reflexion l’aprigondiguèt amb Jan dau Melhau e los collègas de Lemouzi o del Leberaubre tot en abordant l’escritura de novèlas, de dramas poëtics e tot en trobant puèi sa votz amb de poèmas-psaumes en lemosin (Saumes Pagans et Paraulas per questa terra), en francés o bilingües».

E de frontieras, de confins desmarginats da l’estòria (la Niça de “Pepin” Garibaldi) e d’apartenenças difícilas parla l’òbra de Joan-Luc Sauvaigo (1950-), una figura singulara, polièdrica e refactària a qual se sie etiqueta, mas emblemàtica dins un estat, aquel d’escriveire niçard, encara pus isolat dins un non-luec dai confins incèrts, bèla aquilhis identitàris: “lo mieu nom es Degun, alias Degun, “s’es debanat tant vito e m’a ‘scapat lo mieu nom”. Nos introdui a son òbra e a son “pantais” Olivier Pasquetti (Université Côte d’Azur).

Per nòstri Acts ferrarés, sus la lenga di poètas d’las valadas occitanas dal Piemont, Sergio Arneodo, Antonio Bodrero, Piero Raina e Claudio Salvagno nos regala un dens contribut Matteo Rivoira (Universitat de Turin). E es l’ocasion per tuchi nos de recordar Claudio Salvagno, que nos a laissat ental junh passat, abo sas paraulas poèticas tiraas da l’esag de Rivoira: «Ma quarquebòt, quarcòsa nos junh, / un lenh da tramerar ensem, ‘na caissa da portar, / alora mai quarcòsa se balança, / es lo braç dal temp que tròba encara un pontalh / dins la charn, ‘na caire que ten / bele que lo gueddo es pus lo mesme», (Salvagno 2013: 31; Lo cotel de Tbilisi). Un’autra apartenença problemàtica es aquela di poètas d’las Valadas (las valadas occitanas dal Piemont, en Itàlia), fugenta, en disparicion, “d’una lenga e d’una cultura que da de decènnis apareisson condamnaas al silenci e pasmenc se taison pas”.

Dins aquesta lenga “maudicha”, negaa a tuchi aquesti escriveires, Joan Ganhaire, entre lhi autors pus prestigiós d’Occitània, a redijut exclusivament sas òbras literàrias. A Ferrara, dins sa lenga limosina, nos a parlat de la seria da el ideaa dal comissari Darnaudguilhelm, en la comparant abo aquela dal Montalbano de Camilleri. E aqueste es son engatjament militant per la lenga e la cultura occitana: «Chas Darnaudguilhem, tot se passa en occitan, revenja de l’autor per far viure quela lenga maudicha, mostrant sa vitalitat e sa capacitat de tot dire».

Es inútil repéter que tuchi lhi grands autors occitans (a part la recenta antologia curaa da Fausta Garavini dins “Paragone”, 2015, e qualqua mia revirada parciala dins Viaggio in Occitania), mancon de reviradas italianas. Donc mi, ren calculant las tantas dificultats d’aquesta lenga que nos es pas familiara, e sensa lo francés a front, ai encalat a a duetar abo Ganhaire, en revirant un de si còntes policiers, “Vautres que m’avetz tuada”, dont dins lhi Acts dono una simpla avnt-premiera. La traduccion integrala, abo l’introduccion e las nòtas (e abo una nòta linguística de Matteo Rivoira) salherè en cò de Virtuosa-mente (Tèxte a front) enti premiers mes dal 2001. Tresen d’una seria policiera, narra un eveniment tochant d’una pacienta, víctima d’una cèrta classa medicala que Ganhaire conois per profession, e dont dins mai de un’ocasion a denonciat lhi abús, en tributant sa pietat per las sufrenças di debles e di oprimuts (veire per exèmple “Un tant doç fogier”, sus lhi disables). Mèscla de macabre e d’umorisme, sa pròsa es un continu clarescur estilístic, crotz e delícia de qui se prene la charja, mas decò l’infinit onor, de devenir la “vòutz italiana” de l’autor.

Un rengraciament particular vai ai collègas Alfonso d’Agostino e Matteo Milani, que abo un ver sens d’amistat an pas esitat nos donar ospitalitat dins lor prestigiosa colana Biblioteca delle Carte Romanze. Una granda reconoissença da part de nos curatritz di Acts vai a tuchi aquilhi estudiós que ente aqueste an difícil decò per la recèrcha, a causa de la pandemia (per aquò ai entitolat mon introduccion “Giornal de guèrra e de preisonia”), se son estudiats a redíger lors apòrts en respectant lhi temps serrats de la consenha.

Lhi Acts son dedicats a Fausta Garavini, dont sensa la passion, la doctrina e la dedicion d’una vita aqueste nòstre apòrt a la literatura occitana da Nòu Cent seria pas istat possible.