Portal d’Occitània    Premio Ostana - Scritture in lingua madre

Manuel RIVAS - Premio internazionale

ANTOLOGIA - MANUEL RIVAS

Lingua gallega (Spagna) - "Premio Ostana scritture in Lingua Madre" edizione 2019

italiano

Una delle figure più rappresentative della narrativa gallega contemporanea è lo scrittore, poeta e giornalista in lingua gallega e spagnola: Manuel Rivas Barrós.

Nato a La Coruña (Galizia) nel 1957, inizia a soli 15 anni la carriera giornalistica, scrivendo per il giornale El ideal Gallego. Si trasferisce a Madrid per studiare Scienze dell’Informazione presso l’Università Complutense e continua a lavorare nel mondo del giornalismo. In quel periodo fonda il primo settimanale scritto interamente in lingua gallega, Teima, nell’anno 1977, e il mensile Man Común. Dopo la laurea torna in Galizia e collabora con la stampa, la radio e la televisione. Diventa vicedirettore di Diario 16 e responsabile della rubrica culturale di El Globo. Scrive anche per il Diario de Galicia e La voz de Galicia. Tutti questi impegni lo portano a vincere nel 1991 il Premio Fernández Latorre per il giornalismo. Nell’ottobre del 2003, insieme a Xurxo Souto, diventa padrino della radio comunitaria CUAC FM (La Coruña) e si cimenta come presentatore in un programma di dibattiti chiamato El faro. Attualmente collabora con il giornale El País.

Una buona parte dei suoi migliori reportage, in spagnolo, sono raccolti in El periodismo es un cuento (1998), usato come libro di testo in numerose Facoltà spagnole di Scienze dell’Informazione, così come nei volumi Toxos e flores (1992), Galicia, el bonsái atlántico (1994), Galicia, Galicia (2001), Mujer en el baño (2004) e Una espía en el reino de Galicia (2004).

La sua carriera letteraria inizia con la poesia e precisamente con la pubblicazione nel 1979 della raccolta “Libro do Entroido”. Negli anni settanta diventa cofondatore del gruppo Loia e pubblica nella rivista omonima i suoi primi versi. Successivamente scrive varie raccolte di poesie e antologie come

O pobo da noite (1996) e El pueblo de la noche y mohicania revisitada,(2004), A desaparición da neve (2009), A boca da terra (2015).

Si addentra alla narrativa con il romanzo breve per ragazzi Todo ben (1985), rivolto ad un pubblico giovane. Tra le varie opere che seguono questo inizio, ricordiamo il libro di racconti Un millón de vacas (1990), vincitore del Premio della Critica Spagnola ed il racconto En salvaxe compaña (1994), per il quale riceve il Premio della Critica della Narrativa Gallega. Nel 1996 pubblica la raccolta ¿Qué me quieres, amor?, che tratta di amori e di solitudine intrecciati con umorismo e tenerezza.

Tra di essi compare il racconto A lengua das bolboretas a cui si ispira il regista José Luis Cuerda per girare il film omonimo La lengua de las mariposas (1999). Con questo libro ottiene il Premio Nazionale della Narrativa, il Premio Torrente Ballester, e viene tradotto in varie lingue. Oltre ai racconti, Rivas scrive anche romanzi di successo come O lapis do carpinteiro, El lápiz del carpintero (1998), basato su una storia vera e tradotto in 33 lingue, grazie al quale vince diversi premi tra cui il Premio della Critica Spagnola e il Premio de la Asociación de Escritores en Lingua Galega e cattura l’attenzione di Antonio Reixa che lo trasforma in un film.

Del 1999 è la raccolta di tredici racconti sentimentali scritti con un linguaggio attento, accurato, in cui realtà e finzione si uniscono indissolubilmente che ha come titolo Ella, maldita alma. Tra le opere posteriori ricordiamo i racconti di As chamadas perdidas, Las llamadas perdidas (2002) vincitore del Premio della Critica, Contos de Nadal (2003)

e dello stesso anno Nosotros dos. Nel 2005 si mette in discussione nel campo del teatro con l’opera El héroe. Nel 2006 collabora con il giornalista italiano Giorgio Visciglia per la stesura di un articolo sulle dittature.

Tra le altre opere ricordiamo anche il romanzo Os libros arden mal (2006) e il saggio A cuerpo abierto (2008). Nel 2010 scrive Todo é silencio, Todo es silencio, pubblicato anche in Inghilterra nel 2011, opera finalista del Premio Hammett, è un romanzo giallo, poliziesco, adattato al cinema in un film nel 2012 diretto da José Luis Cuerda. Nel 2012 pubblica un’opera molto personale, autobiografica As voces baixas (Las voces bajas), in cui ritorna alla sua infanzia (insieme a sua sorella Maria).

Come dice Rivas, “quello che racconto non è l’enigma che sono; posso solo capire una parte dell’enigma che sono, attraverso il racconto”.

Nel 2015 pubblica El último día de Terranovaromanzo che parla del post-guerra spagnolo e della transizione, partendo dalla vita di una libreria de La Coruña, minacciata di dover chiudere.

Nel 2016 pubblica A boca da terra/La boca de la tierra e nel 2018 vede la luce l’opera Vivir sin permiso y otras historias de Oeste.

Rivas non è solo un autore di poesia, narrativa e saggi, è anche un attivista interessato ai problemi ambientali: è stato socio fondatore di Greenpeace in Spagna e per diversi anni ha svolto funzioni direttive in questa organizzazione. La sua attività è stata di fondamentale importanza in seguito al disastro della petroliera Prestige, partecipando alla creazione della piattaforma cittadina Nunca Máis.

Nel 2009 è stato eletto membro della Real Academia Gallega e nell’ottobre del 2012, gli è stato conferito il titolo di dottore honoris causa dall’Universidad de La Coruña in riconoscimento della sua difesa e promozione della lingua e della cultura gallega. Con Feltrinelli ha pubblicato il romanzo Il lapis del falegname (2000), il libro per bambini Il pirata testa matta (2001), la raccolta di racconti La lingua delle farfalle (2005) e il romanzo I libri bruciano male (2009).

Motivazione

Nel panorama della letteratura mondiale Manuel Rivas è una rara eccezione per la sua capacità di maneggiare il linguaggio, per l’autenticità, la tenerezza delle sue storie e la profonda risonanza poetica delle sue parole. I suoi libri hanno attratto lettori non solo del continente europeo ma anche di quello americano. La sua opera letteraria è soprattutto in gallego. Ha fondato diverse riviste letterarie in questa lingua. Alcune delle sue opere sono state adattate al cinema ottenendo molto successo. La varietà e la ricchezza dei contenuti, l’originalità, l’ironia e la solida capacità espressiva caratterizzano questo autore che ha saputo diffondere una lingua ed una cultura in tutto il mondo. Abile giocoliere delle parole, sa combinare la mitologia infantile con la realtà del mondo quotidiano cimentandosi altresì in diversi generi letterari senza tralasciare l’attivismo a favore dell’ambiente. Vincitore di molti premi, il Premio di Ostana gli viene assegnato per la sua lunga carriera creativa.


ANTOLOGIA - TESTO ITALIANO


La lingua delle farfalle

da “La lingua delle farfalle” (2005, Feltrinelli)

Traduzione di Danilo Manera

A Chabela

Come va, Pardal? Spero che finalmente quest’anno potremo vedere la lingua delle farfalle.”

Il maestro aspettava da tempo che mandassero un microscopio a quelli della Pubblica istruzione. Ci parlava tanto di quell’apparecchio che ingrandiva le cose minuscole e invisibili, che noi bambini arrivavamo a vederle davvero, come se le sue parole entusiaste avessero l’effetto di formidabili lenti.

La lingua della farfalla è una tromba avvolta a spirale come una molla da orologio. Se un fiore l’attrae, la srotola e la infila nel calice per succhiare. Quando avvicinate il dito inumidito a un barattalo di zucchero, non è forse vero che sentite già il dolce in bocca come se il polpastrello fosse la punta della lingua? Be’, così è la lingua delle farfalle.”

E allora tutti invidiavamo le farfalle. Che meraviglia. Andarsene in giro per il mondo volando, con quei vestiti da festa, e fermarsi sui fiori come taverne con barili pieni di sciroppo.

Io volevo molto bene a quel maestro. All’inizio, i miei genitori non riuscivano a crederci. Cioè non capivano perché volessi bene al mio maestro. Quand’ero un monellino, la scuola era una minaccia tremenda. Una parola che vibrava nell’aria come un battipanni.

Vedrai quando ti toccherà andare a scuola!”

Due dei miei zii, come molti altri giovani, erano emigrati in America per non finire arruolati nella guerra del Marocco. Ebbene, anch’io sognavo di andare in America solo per non finire a scuola. Di fatto, si raccontavano storie di bambini che scappavano nei boschi per evitare quel supplizio. Ricomparivano due o tre giorni dopo, terrorizzati e muti, come disertori del Burrone del Lupo.

Io stavo per compiere sei anni e tutti mi chiamavano Pardal, cioè “passerotto”. Altri bambini della mia età lavoravano già. Ma mio padre era sarto e non aveva terre ne bestiame. Preferiva vedermi lontano piuttosto che avermi tra i piedi nel piccolo laboratorio di cucito. Sicché passavo gran parte del giorno scorrazzando per il viale e i giardini pubblici, e fu Cordeiro, lo spazzino che raccoglieva immondizia e foglie secche, a darmi quel soprannome: “Sembri un passerotto”. Credo di non aver mai corso tanto come l’estate prima di iniziare la scuola. Correvo come un matto e a volte varcavo il confine del viale alberato e continuavo lontano, con lo sguardo fisso sul monte Sinaí, sognando che un giorno o l’altro mi sarebbero spuntate le ali e sarei potuto arrivare a Buenos Aires. Invece non ho mai oltrepassato quella montagna magica.

Vedrai quando ti toccherà andare a scuola! “

Mio padre raccontava come una tortura il modo in cui il suo maestro toglieva i vizi di pronuncia galeghi, come se gli strappasse le tonsille con le mani, perché gli alunni evitassero ad esempio la g aspirata e non dicessero “ghatto” o “ghrazie”. “Ogni mattina ci esercitavamo a scandire frasi in castigliano, come Los pajaros de Guadalajara tienen la garganta llena de trigo. Ce ne siamo prese di botte dicendo ‘Ghuadalagara’!” Se davvero voleva mettermi paura, ci riuscì. La notte della vigilia, non dormii. Raggomitolato nel letto, ascoltavo la pendola della sala con l’angoscia di un condannato. Il giorno arrivò bianco come il grembiule di un macellaio. Non avrei mentito se avessi detto ai miei genitori che ero malato.

La paura mi rosicchiava le viscere come un topo.

E me la feci addosso. Non me la feci addosso a letto, bensì a scuola.

Me lo ricordo molto bene. Sono passati tanti anni e sento ancora un’umidità calda e vergognosa che mi scivola giù per le gambe. Ero seduto all’ultimo banco, mezzo chino sperando che nessuno notasse la mia presenza, in attesa di poter uscire e mettermi a volare per il viale.

Vediamo un po’, lei, si alzi in piedi!”

Il destino avvisa sempre. Alzai gli occhi e vidi con spavento che l’ordine era rivolto a me. Quel maestro brutto come una bestiaccia mi indicava con la riga. Era piccola, di legno, ma a me sembrò la lancia di Abd el Krim.

Qual è il suo nome?”

Pardal.”

Tutti i bambini scoppiarono a ridere. Sentii come se mi colpissero con delle latte sulle orecchie.

Passerotto?”

Non mi ricordavo nulla. Nemmeno il mio nome. Tutto quel che ero stato fino ad allora mi si era cancellato dalla testa. I miei genitori erano due figure confuse che sbiadivano nella memoria. Guardai verso il finestrone, cercando tormentosamente gli alberi del viale.

E fu allora che mi pisciai addosso.

Quando gli altri ragazzini se ne accorsero, le sghignazzatè aumentarono, schioccando come frustate.

Scappai. Mi misi a correre come un pazzerello con le ali. Correvo, correvo come si corre solamente nei sogni quando ti insegue l’orco. Io ero convinto che il maestro stesse facendo proprio questo. Inseguirmi. Potevo sentire il suo fiato sul collo, e quello di tutti gli scolari, come una muta di cani a caccia di una volpe. Ma quando arrivai all’altezza del chiosco della banda musicale e guardai indietro, vidi che nessuno mi aveva seguito, che ero solo con la mia paura, zuppo di sudore e di pipì. Il palco era vuoto. Nessuno sembrava far caso a me, ma io avevo la sensazione che tutto il paese fingesse, che dozzine di occhi censori mi spiassero da dietro le finestre e che le lingue impiccione non avrebbero tardato a portare la notizia ai miei genitori. Le mie gambe decisero da sole. S’incamminarono verso il Sinaí con una determinazione fino ad allora sconosciuta. Quella volta avevo intenzione di raggiungere A Coruña e imbarcarmi come clandestino su una nave per Buenos Aires.

Dalla cima del Sinaí non si vedeva il mare, bensì un’altra montagna ancora più alta, con rupi scoscese come torri di una fortezza inaccessibile. Ora ricordo con una miscela di stupore e malinconia quel che riuscii a fare quel giorno. Io solo, sulla vetta, seduto su una sedia di pietra, sotto le stelle, mentre nella valle si muovevano come lucciole quelli che mi cercavano con le lucerne. Il mio nome attraversava la notte in groppa agli ululati dei cani. Non ero impressionato. Era come se avessi superato la linea della paura. Per questo non piansi né feci resistenza quando apparve accanto a me l’ombra robusta e ruvida di Cordeiro. Mi avvolse nel suo giaccone e mi prese in braccio. “Tranquillo, passerotto, è tutto finito.”

Quella notte dormii come un santo, stretto stretto a mia madre. Nessuno mi aveva sgridato. Mio padre era rimasto in cucina, a fumare in silenzio, con i gomiti sulla tovaglia di tela cerata e i mozziconi che si ammucchiavano nel posacenere ricavato da una conchiglia di vieira, proprio come quando era morta la nonna.

Avevo la sensazione che mia madre mi avesse tenuto per mano tutta la notte. Allo stesso modo, come se portasse una corba, mi accompagnò al mio ritorno a scuola. E allora potei osservare per la prima volta a cuor sereno il maestro. Aveva una faccia da rospo.

Il rospo sorrideva. Mi pizzicò la guancia affettuosamente. “Mi piace quel nome, Pardal.” E il pizzicotto mi ferì come un pasticcino per il caffè. Ma la cosa più incredibile fu che, in mezzo a un silenzio assoluto, mi condusse per mano fino alla cattedra e mi fece sedere sulla sua seggiola. Lui rimase in piedi, prese un libro e disse:

Abbiamo un nuovo compagno. È una gioia per tutti e lo accoglieremo con un applauso”. Pensai che me la sarei fatta di nuovo nei pantaloni, ma notai solo un’umidità negli occhi. “Bene, e adesso cominciamo una poesia. A chi tocca? Romualdo? Forza, Romualdo, avvicinati. Sai come si fa: adagio e a voce ben alta.”

Romualdo faceva ridere con i pantaloni corti. Aveva le gambe lunghe e scure, con le ginocchia piene di cicatrici.

Una tarde parda y fria…

Un momento, Romualdo, che cos’è quello che leggerai?”

Una poesia, signore”.

E come si intitola?”

Recuerdo infantil. L’autore è don Antonio Machado”.

Molto bene, Romualdo, vai avanti. Con calma e ad alta voce. Osserva la punteggiatura”. Colui che veniva chiamato Romualdo, che io conoscevo come bambino di Altamura che trasportava sacchi di strafalcioni, si schiarì la voce come un vecchio fumatore di tabacco trinciato e lesse con una voce incredibile, splendida, che sembrava uscita dalla radio di Manolo Suarez, l’indiano di Montevideo.

Una tarde parda y fria

de inviemo. Los colegiales

estudian. Monotonía

de lluvia tras los cristales.

Es la clase. En un cartel

se representa a Caín

fugitiuo, y muerto Abel,

junto a una mancha carmín…

Molto bene. Cosa significa monotonia di pioggia, Romualdo?”

Che piove sul bagnato, signor Gregorio.”

Hai pregato?” mi chiese la mamma, mentre stirava la roba che papà aveva cucito durante il giorno. In cucina, la pentola della cena spargeva un odore amaro di cime di rapa.

Be’, sì” risposi non molto sicuro. “Una cosa che parlava di Caino e Abele.”

Così va bene” disse la mamma. “Non so perché dicono che il nuovo maestro è un ateo.”

Cos’è un ateo?”

Uno che dice che Dio non esiste.” La mamma fece un gesto di disappunto e passò il ferro da stiro con energia sulle pieghe di un pantalone.

Papa è un ateo?”

La mamma appoggiò il ferro e mi guardò dritto in faccia.

Come può essere un ateo papà? Come ti salta in mente una domanda così stupida?”

Io avevo sentito molte volte mio padre bestemmiare contro Dio. Lo facevano tutti gli uomini. Quando qualcosa andava storto, sputavano per terra e lanciavano un insulto tremendo contro Dio. Dicevano entrambe le cose: Porco Dio, Porco diavolo. Mi sembrava che solo le donne credessero davvero in Dio.

E il diavolo? Esiste il diavolo?”

Naturalmente!”

La bollitura faceva ballare il coperchio della casseruola. Da quella bocca irrequieta uscivano zaffate di vapore e scaracchi di schiuma e verze. Una farfalla notturna svolazzava sul soffitto attorno alla lampadina appesa al filo elettrico intrecciato. La mamma era indispettita, come ogni volta che doveva stirare. Il viso le si tendeva quando marcava la riga di un paio di calzoni. Ma adesso parlava in un tono dolce e un po’ triste, come se si riferisse a un derelitto.

Il diavolo era un angelo, ma poi è diventato cattivo.”

La farfalla sbattè contro la lampadina, che dondolò leggermente, scompigliando le ombre.

Oggi il maestro ha detto che anche le farfalle hanno la lingua, una lingua sottile e lunghissima, che portano arrotolata come la molla di un orologio. Ce la mostrerà con un apparecchio che gli devono mandare da Madrid. Vero che sembra una bugia questa faccenda della lingua delle farfalle?”

Se lo dice lui, è così. Ci sono molte cose che sembrano false, e sono vere. Ti è piaciuta la scuola?”

Tanto. E non picchia. Il maestro non picchia.”

No, il signor Gregorio non picchiava. Al contrario, sorrideva quasi sempre con la sua faccia da rospo. Quando due di noi litigavano durante la ricreazione, lui li richiamava: “Sembrate due montoni”. E li obbligava a stringersi la mano. Poi li faceva sedere allo stesso banco. Fu così che conobbi il mio miglior amico, Dombodàn, buono, corpulento e goffo. C’era un altro ragazzino, Eladio, con un neo sulla guancia, che avrei pestato volenrieri, ma non lo feci mai per timore che il maestro mi ordinasse di dargli la mano e mi spostasse da accanto a Dombodàn. Il modo in cui il signor Gregorio si mostrava arrabbiatissimo era il silenzio.

Se non vi zittite voi, dovrò tacere io.”

E si dirigeva al finestrone, con lo sguardo assente, perduto verso il Sinaí. Era un silenzio prolungato, sconsolante, come se ci avesse abbandonati in uno strano paese. Mi resi conto presto che il silenzio del maestro era il peggior castigo immaginabile. Perché tutto quello che lui toccava si trasformava in un racconto seducente. Il racconto poteva cominciare da un foglio di carta, e poi passare per l’Amazzonia e la sistole e diastole del cuore. Tutto era collegato, tutto aveva senso. L’erba, la lana, la pecora, il mio freddo. Quando il maestro andava verso il mappamondo, facevamo attenzione come se si illuminasse lo schermo del cinema Rex. Sperimentavamo la paura degli indigeni americani nell’udire per la prima volta il nitrito dei cavalli e le schioppettate degli archibugi. Andavamo in groppa agli elefanti di Annibale tra le nevi delle Alpi, sulla strada di Roma. Combattevamo con bastoni e pietre a Ponte Sampaio contro le truppe napoleoniche durante la guerra d’indipendenza. Ma non c’erano solo battaglie. Fabbricavamo falci e vomeri nelle ferriere dell’Incio. Scrivevamo canzonieri d’amore in Provenza o nel mare di Vigo. Scolpivamo il Portico della Gloria nella cattedrale di Santiago. Piantavamo le patate venute dall’America. E in America emigrammo quando arrivò la peste della patata.

Le patate sono venute dall’America” dissi a mia madre all’ora di cena, quando mi mise il piatto davanti.

Figurati se sono venute dall’America. Le patate ci sono sempre state!” sentenziò lei.

No, prima si mangiavano castagne. Anche il granturco è venuto dall’America.” Era la prima volta che avevo la chiara sensazione che grazie al maestro io sapevo cose importanti del nostro mondo che loro, i miei genitori, ignoravano. Ma i momenti più affascinanti della scuola erano quando il maestro parlava degli animali. I ragni d’acqua inventavano il sottomarino. Le formiche allevavano un bestiame che dava latte e zucchero e coltivavano funghi. C’era un uccello in Australia che dipingeva il suo nido a colori con una specie di olio che fabbricava usando pigmenri vegetali. Non lo scorderò mai. Si chiamava tilonorinco o uccello giardiniere australiano. Il maschio metteva un’orchidea nel nuovo nido per attirare la femmina.

Ero così interessato che divenni il fornitore di animali del signor Gregorio e lui mi accolse come il suo miglior discepolo. Certi sabati o giorni festivi, passava da casa mia e andavamo insieme in gita. Percorrevamo le sponde del fiume, i gerbidi, le sterpaie, il bosco e salivamo sul monte Sinaí. Ciascuno di quei viaggi era per me come una rotta alla scoperta delI’America. Tornavamo sempre con un tesoro. Una mantide. Una libellula. Un cervo volante. E ogni volta una farfalla diversa, anche se ricordo soltanto il nome di una che il maestro chiamò Iris, e che brillava bellissima posata sul fango o sul letame.

Al ritorno, cantavamo lungo i sentieri come due vecchi compagni. Il lunedì, a scuola, il maestro diceva: “E adesso parliamo degli animaletti di Pardal”.

Per i miei genitori, quelle attenzioni del maestro erano un onore. Nei giorni delle escursioni, mia madre preparava la merenda per entrambi: “Non è necessario, signora, io ho già mangiato” insisteva il signor Gregorio. Ma al rientro diceva: “Grazie, signora, lo spuntino era squisito”.

Sono sicura che non se la passa bene” diceva mia madre la sera.

I maestri non guadagnano quel che dovrebbero” sentenziava, con una certa solennità, mio padre. “Sono loro i fari della Repubblica.”

La Repubblica, la Repubblica! Vedremo dove va a finire la Repubblica!”

Mio padre era repubblicano. Mia madre no. Voglio dire che mia madre andava a messa tutti i giorni e i repubblicani erano presentati come nemici della Chiesa. Cercavano di non bistìcciare quando c’ero io, ma a volte li sorprendevo.

Cos’hai tu contro Azaña? Qui c’è Io zampino del prete, che vi scalda la testa.”

Io vado a messa a pregare” diceva mia madre.

Tu sì, ma il prete no.”

Un giorno che il signor Gregorio venne a prendermi per andare a cercare farfalle, mio padre gli disse che, se non aveva niente in contrario, gli sarebbe piaciuto prendergli le misure per un vestito.

Un vestito?”

Signor Gregorio, non se ne abbia a male. Vorrei farle un presente. E io sono un sarto.”

Il maestro si guardò attorno sconcertato.

E il mio mestiere” disse mio padre con un sorriso.

Ho molto rispetto per i mestieri” disse alla fine il maestro.

Il signor Gregorio indossò quel vestito per un anno intero, e lo portava anche quel giorno di luglio 1936 quando mi incrociò sul viale, diretto al municipio.

Come va, Pardal? Spero che finalmente quest’anno potremo vedere la lingua delle farfalle.”

Stava succedendo qualcosa di strano. Tutti sembravano avere fretta, ma non si muovevano. Quelli che guardavano in avanti, facevano dietrofront. Quelli che guardavano verso destra, si giravano a sinistra. Cordeiro, lo spazzino che raccoglieva immondizia e foglie secche, era seduto su una panchina, vicino al palco della banda. Non avevo mai visto Cordeiro seduto su una panchina. Guardò verso l’alto, con la mano a visiera. Quando Cordeiro guardava così e gli uccelli si zittivano, voleva dire che si avvicinava un temporale.

Sentii il fracasso di una motoretta solitaria. Era una guardia civile con una bandiera legata al sedile posteriore. Passò davanti al municipio e squadrò gli uomini che conversavano inquieti sotto i portici. Gridò: “Viva la Spagna!”. E ripartì lasciandosi dietro una scia di scoppi.

Traditori! Criminali! Rossi!”

Grida anche tu, Ramón, per l’amor del cielo, grida!” Mia madre teneva mio padre sottobraccio, come a reggerlo con tutte le sue forze perché non svenisse. “Che ti vedano gridare, Ramón, che ti vedano gridare!

E allora sentii mio padre dire, con un filo di voce: “Tradìtori!”. E poi, sempre più forte: “Criminali! Rossi!”. Si sciolse dal braccio di mia madre e si avvicinò di più alla fila dei soldati, rivolgendo lo sguardo furibondo al maestro. “Assassino! Anarchico! Mangiabambini!”

Adesso la mamma cercava di trattenerlo e lo tirava per la giacca con discrezione. Ma lui era fuori di sé. “Cornuto! Figlio di malafemmina! “Non lo avevo mai sentito apostrofare così nessuno, nemmeno l’arbitro sul campo da calcio. “Sua madre non ha colpa, eh, Moncho? Ricordatelo.” Ma adesso si girava verso di me impazzito e mi incitava con lo sguardo, gli occhi pieni di lacrime e sangue. “Gridagli contro anche tu, Moncho, gridagli anche tu!”

Quando i camion partirono, carichi di prigionieri, io fui uno dei bambini che si misero a corrergli dietro, tirando pietre. Cercavo disperatamente il volto del maestro per chiamarlo traditore e criminale. Ma il convoglio era ormai una nube di polvere in lontananza e io, in mezzo al viale, con i pugni chiusi, fui capace solamente di mormorare con rabbia: “Rospo! Tilonorinco! Iris!”


TESTO ANTOLOGIA: GALLEGO

A lingua das bolboretas

De “Que me queres, amor?” (1995, Editorial Galaxia)


Que hai, Pardal? Espero que este ano poidamos ver por fin a lingua das bolboretas”.

O mestre agardaba desde había tempo que Ile enviasen un microscopio aos da Instrución pública. Tanto nos falaba de como se agrandaban as cousas miúdas e invisíbeis por aquel aparello que os nenos chegabamos a velas de verdade, como se as súas verbas entusiastas tivesen o efecto de poderosas lentes.

A lingua da bolboreta é unha trompa enroscada como un resorte de reloxo. Se hai unha flor que a atrae, desenrólaa e métea no cáliz para zugar. Cando levades o dedo humidecido a un tarro de azucre, a que sentides xa o doce na boca como se a xema fose a punta da lingua? Pois así é a lingua da bolboreta”.

E entón todos tiñamos envexa das bolboretas. Que marabilla. Ir polo mundo voando, con eses traxes de festa, e parar en flores como tabernas con bocois cheos de xarope.

Eu quería moito a aquel mestre. Ao primeiro, os meus pais non podían crelo. Quero dicir que non podían entender como eu quería ao meu mestre. Cando era un picariño, a escola era unha ameaza terríbel. Unha palabra que cimbraba no ar como unha vara de vimbio.

Xa verás cando vaias á escola!”

Dous dos meus tíos, como moitos outros mozos, emigraran a América por non ir de quintos á guerra de Marrocos. Pois ben, eu tamén soñaba con ir a América só por non ir á escola. De feito, había historias de nenos que fuxían ao monte para evitar aquel suplicio. Aparecían aos dous ou tres días, aterecidos e sen fala, como desertores do Barranco do Lobo, no norte de Africa.

Eu ía para seis anos e chamábanme todos Pardal. Outros nenos da miña idade xa traballaban. Mais o meu pai era xastre e non tiña terras nin gando. Prefería verme lonxe que non enredando no pequeno taller de costura. Así pasaba gran parte do día a corricar pola Alameda, e foi Cordeiro, o recolledor de lixo e follas secas, o que me puxo o alcume. “Pareces un pardal”

Coido que nunca corrín tanto como aquel verán anterior ao ingreso na escola. Corría como un tolo e ás veces sobrepasaba o linde da Alameda e seguía lonxe, coa mirada posta na cima do monte Sinaí, coa ilusión de que algún día me sairían ás e podería chegar a Buenos Aires.

Mais nunca sobrepasei aquela montaña máxica.

Xa verás cando vaias á escola!”

O meu pai contaba como un tormento, como se lle arrincasen as amígdalas coa man, a maneira en que o mestre Iles arrincaba a gheada da fala para que non dixesen aghua nin ghato nin ghracias.

Todas as mañás tiñamos que dicir a frase Los pájaros de Guadalajara tienen la garganta llena de trigo. Moitos paus levamos por culpa de Ghuadalagara!” Se de verdade quería meterme medo, conseguiuno. A noite da véspera non durmín. Encollido na cama, escoitaba o reloxo de parede na sala coa anguria dun condenado. O día chegou cunha claridade de mandil de carniceiro. Non mentiría se lle dixese aos meus pais que estaba enfermo.

O medo, como un rato, roíame os adentros.

E mexei por min. Non mexei na cama senón na escola. Recórdoo moi ben. Pasaron tantos anos e aínda sinto unha humidade cálida e vergoñenta escorregando polas pernas. Estaba sentado no derradeiro pupitre, medio agachado coa esperanza de que ninguén se decatase da miña existencia, até poder saír e botar a voar pola Alameda.

A ver, vostede, póñase en pé!”

O destino sempre avisa. Levantei os ollos e vin con espanto que a orde ía por min. Aquel mestre feo como un bicho sinalábame coa regra. Era pequena, de madeira, mais a min pareceume a lanza do temido guerreiro Abd el-Krim.

Cal é o seu nome?”

Pardal”.

Todos os nenos riron a gargalladas. Sentín como se me batesen con latas nas orellas.

Pardal?”

Non recordaba nada. Nin o meu nome. Todo o que eu fora deica entón desaparecera da miña cabeza. Os meus pais eran dúas figuras borrosas que se esvaían na memoria. Mirei cara ao ventanal, buscando con anguria as árbores da alameda.

E foi entón cando mexei por min.

Cando se decataron os outros rapaces, as gargalladas aumentaron e resoaban como trallazos.

Fuxín. Botei a correr como un toliño con ás. Corría, corría como só se corre en soños e vén tras dun o Sa-caúntos. Eu estaba convencido de que iso era o que facía o mestre. Vir tras de min. Podía sentir o seu alento na caluga e o de todos os nenos, como manda de cans á caza clun raposo. Mais cando cheguei á altura do palco da música e mirei cara atrás, vin que ninguén me seguira, que estaba só co meu medo, empapado de suor e mexos. O palco estaba baleiro. Ninguén parecía reparar en min, mais eu tiña a sensación de que toda a vila estaba a disimular, que ducias de ollos censuradores axexaban nas fiestras, e que as linguas murmuradoras non tardarían en levarlle a nova aos meus pais. As pernas decidiron por min. Camiñaron cara ao Sinaí cunha determinación descoñecida deica entón. Esta vez chegaría á dársena da Coruña e embarcaría de polisón nun deses navíos que levan a Buenos Aires.

Desde o cume clo Sinaí non se vía o mar senón outro monte máis grande aínda, con penedos recortados como torres dunha fortaleza inaccesíbel. Agora recordo cunha mestura de asombro e saudade o que fun quen de facer aquel día. Eu só, no cumio, sentado en cadeira de pedra, baixo as estrelas, mentres no val se movían como vagalumes os que con candil andaban á miña procura. O meu nome cruzaba a noite ao lombo dos ouveos dos cans. Non estaba abraiado. Era como se atravesase a liña do medo. Por iso non chorei nin me resistín cando chegou onda min a sombra rexa de Cordeiro. Envolveume co seu chaquetón e elevoume no colo.

Tranquilo Pardal, xa pasou todo”.

Durmín como un santo aquela noite, pegadiño á nai. Ninguén me rifara. O meu pai ficara na cociña, fumando en silencio, cos cóbados sobre o mantel de hule, as cabichas amoreadas no cinceiro de cuncha de vieira, tal como pasara cando morrera a avoa.

Tiña a sensación de que a miña nai non me soltara a man en toda a noite. Así me levou, agarrado como quen leva un seirón, na miña volta á escola. E nesta ocasión, co corazón sereno, puiden fixarme por vez primeira no mestre. Tiña a cara dun sapo.

O sapo sorría. Beliscoume a meixela con agarimo.

Gústame ese nome, Pardal”. E aquel belisco feriume como un doce de café. Pero o máis incríbel foi cando, no medio dun silencio absoluto, me levou da man cara á súa mesa e me sentou na súa cadeira. El ficou de pé, colleu libro e dixo:

Temos un novo compañeiro. E unha alegría para todos e imos recibilo cun aplauso”. Pensei que ía mexar de novo polos pantalóns, mais só notei unha humidade nos ollos.

Ben, e agora, imos comezar cun poema. A quen Ile toca? Romualdo? Veña, Romualdo, achégate. Xa sabes, amodiño e en voz ben alta”.

A Romualdo os pantalóns curtos quedábanlle ridículos. Tiña as pernas moi longas e mouras, cos xeonllos cheos de feridas.

Una tarde parda y fría...

Un momento, Romualdo, que é o que vas ler?”

Unha poesía, señor”.

E como se titula?”

Recuerdo infantil. O seu autor é don Antonio Machado”.

Moi ben, Romualdo, adiante. Amodiño e en voz alta. Repara na puntuación”

O chamado Romualdo, a quen eu coñecía de carrexar sacos de piñas como neno que era de Altamira, carraspeou como un vello fumador de picadura e leu cunha voz incríbel, espléndida, que parecía saída da radio de Manolo Suárez, o indiano de Montevideo.


Una tarde parda y fría

de invierno. Los colegiales

estudian. Monotonía

de lluvia tras los cristales.

Es la clase. En un cartel

se representa a Caín

fugitivo, y muerto Abel,

junto a una mancha carmín…


Moi ben. Que significa monotonía de lluvia, Romualdo?” preguntou o mestre.

Que chove despois de chover, don Gregorio”.

Rezaches?”, preguntou mamá, mentres pasaba o ferro pola roupa que papá cosera durante o día. Na cociña, a pota da cea despedía un arrecenclo amargo de nabiza.

Pois si”, dixen eu non moi seguro. “Unha cousa que falaba de Caín e Abel'.

Iso está ben”, dixo mamá. “Non sei por que din que ese novo mestre é un ateo”.

Que é un ateo?”

Alguén que di que Deus non existe”.

Mamá fixo un aceno de desagrado e pasou o ferro con enerxía polas engurras dun pantalón.

“Papá é un ateo?”

Mamá pousou o ferro e miroume fite.

Como vai ser papá un ateo? Como se che ocorre preguntar esa parvada?”

Eu escoitara moitas veces a meu pai blasfemar contra Deus. Facíano todos os homes. Cando algo ía mal, cuspían no chan e dicían esa cousa tremenda contra Deus. Dicían as dúas cousas: Cagho en Deus, cagho no Demo. Parecíame que só as mulleres crían de verdade en Deus.

E o Demo? Existe o Demo?”

Por suposto!”

O fervor facía bailar a tapa da pota. Daquela boca mutante, con enxivas de verza, saían bafaradas de vapor e gargallos de escuma. Unha avelaíña revoaba no teito arredor da lámpada eléctrica que penduraba do cable trenzado. Mamá estaba enfurruñada como cada vez que tiña que pasar o ferro. A súa cara tensábase cando marcaba a raia clas perneiras. Mais agora falaba nun ton suave e algo triste, como se se referise a un desvalido.

O Demo era un anxo, pero fíxose malo”.

A avelaíña bateu contra a lámpada, que abaneou lixeiramente e desordenou as sombras.

O mestre dixo hoxe que as bolboretas tamén teñen lingua, unha lingua finiña e moi longa, que levan enrolada como o resorte dun reloxo. Váinola ensinar cun aparello que Ile teñen que mandar de Madrid. A que parece mentira iso de que as bolboretas teñan lingua?”

Se el o di, é certo. Hai moitas cousas que parecen mentira e son verdade. Gustouche a escola?”

Moito. E non pega. O mestre non pega”.

Non, o mestre don Gregorio non pegaba. Pola contra, case sempre sorría coa súa cara de sapo. Cando dous pelexaban no recreo, el chamábaos, “parecedes carneiros”, e facia que se desen a man. Logo, sentábaos no mesmo pupitre. Así foi como fixen o meu mellor amigo, Domboclán, grande, bondadoso e torpe. Había outro rapaz, Eladio, que tiña un lunar na meixela, no que mallaría con gusto, mais nunca o fixen por medo a que o mestre me mandase darlle a man e que me cambiase de xunto a Dombodán. O xeito que tiña don Gregorio de mostrar un grande enfado era o silencio.

Se vós non calacles, terei que calar eu”.

E ía cara ao ventanal, coa mirada ausente, perdida no Sinaí. Era un silencio prolongado, desacougante, como se nos cleixase abandonados nun estraño país. Sentín pronto que o silencio clo mestre era o peor castigo imaxinábel. Porque todo o que tocaba era un conto engaiolante. O conto podía comezar cunha folla de papel, despois de pasar polo Amazonas e a sístole e diástole do corazón. Todo enfiaba, todo tiña sentido. A herba, a ovella, a la, a miña friaxe. Cando o mestre se dirixía ao mapamundi, ficabamos atentos como se se iluminase a pantalla do cine Rex. Sentiamos o medo dos indios cando escoitaron por vez primeira o rincho dos cabalos e o estoupido do arcabuz, lamos ao lombo dos elefantes de Aníbal de Cartago polas neves dos Alpes, camiño de Roma. Loitamos con paus e pedras en Ponte Sampaio contra as tropas de Napoleón. Mais non todo eran guerras. Faciamos fouces e rellas de arado nas ferrerías do Incio. Escribimos cancioneiros de amor en Provenza e no mar de Vigo. Construímos o Pórtico da Gloria. Plantamos as patacas que viñeran de América, E a América emigramos cando veu a peste da pataca.

As patacas viñeron de América”, díxenlle á miña nai no xantar, cando deitou o prato diante miña.

Que ían vir de América! Sempre houbo patacas”, sentenciou ela.

Non. Antes comíanse castañas. E tamén veu de América o maínzo”. Era a primeira vez que tiña clara a sensación de que, grazas ao mestre, sabía cousas importantes do noso mundo que eles, os pais, descoñecían.

Pero os momentos máis fascinantes da escola eran cando o mestre falaba dos bichos. As arañas de auga inventaban o submarino. Os zapateiros hemípteros, os hidroavións. As formigas coidaban dun gando que daba leite con azucre e cultivaban cogomelos. Había un paxaro en Australia que pintaba de cores o seu niño cunha especie de óleo que fabricaba con pigmentos vexetais. Nunca me esquecerei. Chamábase o tilonorrinco. O macho puña unha orquídea no novo niño para atraer a femia.

Tal era o meu interese que me convertín no subministrador de bichos de don Gregorio e el acolleume como o mellor discípulo. Había sábados e festivos que pasaba pola miña casa e iamos xuntos de excursión. Percorriamos as beiras do río, as gándaras, a fraga, e subiamos ao monte Sinaí. Cada viaxe desas era para min como unha ruta do descubrimento. Volviamos sempre cun tesouro. Unha mantis. Un cabaliño do demo. Un escornabois. E unha bolboreta distinta de cada vez, aínda que eu só recorde o nome dunha á que o mestre chamou Iris, e que brillaba fermosísima pousada na lama ou no esterco.

De regreso, cantabamos polas corredoiras como dous vellos compañeiros. Os luns, na escola, o mestre dicía: “E agora imos falar dos bichos de Pardal”.

Para os meus pais, esas atencións do mestre eran unha honra, Aqueles clías de excursión, a miña nai preparaba a merenda para os dous. “Non fai falta, señora, eu xa vou comido”, insistía don Gregorio. Pero á volta, dicía: “Grazas, señora, exquisita a merenda”.

Estou segura cle que passa necesidades”, dicía a miña nai pola noite.

Os mestres non gañan o que tiñan que gañar”, sentenciaba, con sentida solemnidade, o meu pai. “Eles son as luces da República”.

A República, a República! Xa veremos onde vai parar a República!”

O meu pai era republicano. A miña nai, non. Quero dicir que a milha nai era de misa diaria e os republicanos aparecían como inimigos da Igrexa. Procuraban non discutir cando eu estaba diante, mais ás veces sorprendíaos.

Que tes ti contra Azaña? Esa é cousa do cura, que vos anda quentando a cabeza”.

Eu á misa vou rezar”, clicía a miña nai.

Ti, si, mais o cura non”.

Un día que don Gregorio veu recollerme para ir buscar bolboretas, o meu pai clíxolle que, se non tiña inconveniente, Ile gustaría tomarlle as medidas para un traxe.

Un traxe?”

Don Gregorio, non o tome a mal. Quixera ter unha atención con vostede. E o que sei facer son traxes”.

O mestre mirou arredor con desconcerto.

É o meu oficio”, dixo o meu pai cun sorriso.

Respecto moito os oficios”, dixo por fin o mestre.

Don Gregorio levou posto aquel traxe durante un ano e levábao tamén aquel día de xullo de 1936 cando se cruzou comigo na alameda, camiño do concello.

Que hai, Pardal? A ver se este ano podemos verlles por fin a lingua ás bolboretas”.

Algo estraño estaba a suceder. Todo o mundo parecía ter présa, mais non se movía. Os que miraban cara adiante, daban a volta. Os que miraban para a dereita, viraban cara á esquerda. Cordeiro, o recolledor de lixo e follas secas, estaba sentado nun banco, a carón do palco da música. Eu nunca vira sentado nun banco a Cordeiro. Mirou cara arriba, coa man de viseira. Cando Cordeiro miraba así e calaban os paxaros era que viña unha treboada.

Sentín o estrondo dunha moto solitaria. Era un garda cunha bandeira suxeita no asento de atrás. Pasou diante clo concello e mirou cara aos homes que conversaban inquedos no porche, Berrou, brazo en alto: “Arriba España!” E arrincou de novo a moto deixando atrás un ronsel de estalos.

As nais comezaron a chamar polos nenos. Na casa, parecía ter morto outra vez a avoa. O meu pai amoreaba cabichas no cinceiro e a miña nai choraba e facía cousas sen sentido, como abrir a billa da auga e lavar os pratos limpos e gardar os sucios.

Petaron á porta e os meus pais miraron o pomo con desacougo. Era Amelia, a veciña, que traballaba na casa de Suárez, o indiano.

Sabedes o que está pasando? Na Coruña os militares declararon o estado de guerra. Están disparando canonacontra o Goberno Civil”.

Santo ceo'”, persignouse a miña nai.

E aquí”, continuou Amelia en voz baixa, como se as paredes oísen, “disque o alcalde chamou ao capitán de carabineiros e este manclou dicir que estaba enfermo”.

Ao día seguinte non me deixaron saír á rúa. Eu miraba pola fiestra e todos os que pasaban me parecían sombras fuñivas, como se de súpeto caese o inverno e o vento arrastrase os pardais da Alameda ao xeito de follas secas.

Chegaron tropas da capital e ocuparon o concello. Mamá saíu para ir á misa e volveu pálida e tristeira, como se se fixese vella en media hora.

Están pasando cousas terríbeis, Ramón”, oín que lle dicía, entre sabucos, ao meu pai. Tamén el envellecera. Peor aínda. Parecía que perdera toda vontade. Esfondárase nunha butaca e non se movía. Non Palaba. Non quería comer.

Hai que queimar as cousas que te comprometan, Ramón. Os periódicos, os libros. Todo”.

Foi a miña nai a que tomou a iniciativa aqueles días. Unha mañá fixo que o meu pai se arranxase ben e levouno con ela á misa. Cando volveron, díxome: “Veña, Moncho, vas vir connosco á alameda”. Tróuxome a roupa de festa e, mentres me axudaba a anoar a gravata, díxome en voz moi grave: “Recorda isto, Moncho. Papá non era republicano. Papá non era amigo do alcalde. Papá non falaba mal dos curas. E outra cousa moi importante, Moncho. Papá non lle regalou un traxe ao mestre”.

Si que llo regalou”.

Non, Moncho. Non llo regalou. Entendiches ben? Non llo regalou!”

Non, mamá, non llo regalou”.

Había moita xente na Alameda, toda con roupa de domingo. Baixaran tamén algúns grupos das aldeas, mulleres enloitadas, paisanos vellos de chaleco e sombreiro, nenos con ar asustado, precedidos por algúns homes con camisa azul e pistola ao cinto. Dúas fileiras de soldados abrían un corredor desde a escalinata do concello até uns camións con remolque atoldado, como os que se usaban para transportar o gando na feira grande. Mais na alameda non había o balbordo clas feiras senón un silencio grave, de Semana Santa. A xente non se saudaba. Nin sequera parecían recoñecerse os uns aos outros. Toda a atención estaba posta na fachada do concello.

Un garda entreabriu a porta e percorreu o xentío coa mirada. Logo abriu de todo e fixo un aceno co brazo. Da boca escura do edificio, escoltados por outros gardas, saíron os detidos, ían atados de mans e pés, en silente cordada. Dalgúns non sabía o nome, mais coñecía todos aqueles rostros. O alcalde, os dos sindicatos, o bibliotecario do ateneo Resplandor Obreiro, Charli, o vocalista da orquestra Sol e Vida, o canteiro a quen chamaban Hércules, pai de Dombodán... E ao cabo da cordada, chepudo e feo como un sapo, o mestre.

Escoitáronse algunhas ordes e berros illados que resoaron na Alameda como petardos. Pouco a pouco, da multitude foi saíndo un ruxerruxe que acabou imitando aqueles alcumes.

Traidores! Criminais! Roxos!”

Berra ti tamén, Ramón, polo que máis queiras, berra!” A miña nai agarraba do brazo a papá, como se o suxeitase con toda a súa forza para que non desfalecese, “Que vexan que berras, Ramón, que vexan que berras!”

E entón oin como o meu pai dicía “Traidores!” cun fío de voz. E logo, a cada vez máis forte, “Criminais! Roxos!” Soltou do brazo á miña nai e achegouse máis á fileira dos soldados, coa mirada enfurecida cara ao mestre. “Asasino! Anarquista! Comenenos!”

Agora mamá trataba de retelo e tiroulle da chaqueta discretamente. Mais el estaba fóra de si. “Cabrón! Fillo de mala nai!” Nunca lle escoitara chamar iso a ninguén, nin sequera ao árbitro no campo de fútbol. “A súa nai non ten a culpa, eh, Moncho?, recorda iso”. Agora volvíase cara a min entolecido e empuxábame coa mirada, os ollos cheos de bágoas e sangue. “Bérralle ti tamén, Monchiño, bérralle ti tamén!”

Cando os camións arrincaron cargados de presos, eu fun un dos nenos que corría detrás lanzando pedras. Buscaba con desespero o rostro do mestre para chamarlle traidor e criminal, Mais o convoi era xa unha nube de po ao lonxe e eu, no medio da alameda, cos puños pechados, só fun capaz de murmurar con rabia: “Sapo! Tilonorrinco! Iris”.