L’ANARPADZO

Bóndzòrt! No de sèin li mouèinà de Noualèize è de vólèin prezantavo lo travòll que d’èin fèt pandeunn hèt eunn

LA TRANSUMANZA – LO DEZARPADZO

Li 9 d’ótóbro do 2011 a Noualèize lle s’èt deroulaia la féha do dezarpadzo.

Il 9 ottobre del 2011 a Novalesa si è svolta la festa della transumanza.

La transumanza significa quando le pecore – le faieu, le mucche – le vatse, gli asini – ll’ano scendono dalle montagne – le móntigneu alla fine di settembre e tornano alle stalle – li hrablo che possono essere in pianura o ai piedi delle montagne.

Fin dal mattino si è aperto un mercato – lo martchò con molte bancarelle che vendevano il formaggio – la toumò, i campanacci – li carón, le castagne arrosto – le tsahgneu brezataie, i marroni – le marón-ne, il miele – lo miel e le patate rosse e bianche – le trófóleu rouseu è blòntse ed altri prodotti locali.

I avèt aseu d’artisto ambuleunn qu’ou fajónt des animachón protso de l’egllize.

C’erano anche degli artisti di strada che facevano delle animazioni vicino alla chiesa.

Nei vicoli- le rotaie e sotto gli antichi portici – li pórticho c’erano signore che filavano la lana – ou flavo la lòn-na e la infeltrivano – la paravo per fare dei fiori – le flour, dei pupazzi – li petotcho…. Altre vendevano presine – le pougneteu, calze ricamate – le tsohe bródaie, le ciabatte con mucche dipinte sopra e degli oggetti fatti con il decupage.

Diego avó li carón de de vatse.

Diego con i campanacci delle sue mucche.

Verso le 16.00 hanno cominciato a passare le mucche di Guido con i campanacci e subito dopo, le hanno seguite gli asini di Rinaldo che erano carichi di zaini – li sècapòn, paioli – li pouèirèl, e bottiglioni di vino – li pintón.

Poi è passato il gregge – lo troupèl di Francesco, un ragazzo giovane – in dzevenó che da alcuni anni ha deciso di fare il pastore – lo bredzìe ed è tornato a Novalesa con i suoi genitori nella casa della bisnonna – l’anrêre-marèin-na, mentre prima abitava in città.

Dopo un po’ è passato il gregge di Albino composto da circa 3500 pecore. Albino è un pastore errante che in estate montica negli alpeggi di Novalesa: Alp Tour, Alpe Lamet e Prapiano. In autunno – semetsìe, inverno- evèrt e primavera – premò, invece, pascola nelle pianure piemontesi spostandosi continuamente in cerca di pascoli e di luoghi adatti per il pernottamento del gregge.

Li ano avó li agnèl din le satse.

Gli asini con gli agnellini nelle sacche.

Mentre passavano gli animali c’erano molte persone che filmavano il bellissimo spettacolo.

La nonna – la marèin-na di Valentina Croce ha comprato un agnellino piccolino da tenere e curare.

Passati tutti gli animali, la Banda Musicale di Novalesa- la Bònda de Noualèize ha incominciato a suonare per le vie del paese molte marce bellissime: Chiuso per ferie, Ciao banda, Baldoria, Venezia, 2 Agosto, Boario, Aria di festa, Prateria ….Alcuni di noi fanno parte della Banda Musicale.

La banda musicale ha suonato a lungo fino alle 18.00 circa e di sera c’è stata una cena dove hanno partecipato in particolare tutti i margari e la banda musicale.

Intanto gli animali sono stati portati nelle stalle, ma le pecore di Albino si sono fermate in un grande prato – la Grendzahe per riposarsi e continuare l’indomani il loro cammino senza fine.

Alla fine della stupenda festa, quando non c’era nessuno per le vie, l’associazione degli A.I.B. ha lavato il paese perché c’erano gli escrementi degli animali. A Novalesa, per le vie del paese si fa scorrere l’acqua come si faceva un tempo.

Lo lavadzo de la Vlò avó l’éva de l’ahòntse de Heniclla : ina viêlle tradichòn que le dzènn do veladzo ou l’ónt gardà di pé d’in iadzo tèinqu’o dzòrt d’incoueu. I se fèt sisse de tsótèin pre rómahìe lo femêlé la bouza de le vatse que d’evèrt pre degadzìe lo tsemin de la nèi.

Il lavaggio della Via Maestra con l’acqua del Cenischia: una antica tradizione che la gente del paese ha conservato sino ai giorni nostri. Si fa sia in estate per ripulire la strada dal letame e dallo sterco delle mucche, sia d’inverno per liberare la strada dalla neve.

La gròndze

La grangia

Li agnèl

Gli agnelli

La moudzeu

La mucca

La cotse

Lo meleut

Il mulo

Lo bredzìe

Il pastor

Lo gourdzé

Il ruscello

Li bólèll

I funghi

L’ano

L’asino

La vatse

Le mucche

TRANSUMANZA 1964 –

Famiglia Aschieris

In primavera bisogna uscire dalle cascine con le mucche perché il contratto d’affitto era terminato. Le mucche erano caricate sul camion di mattino presto quando era ancora buio e si andava a scaricarle a Novalesa. Arrivati a Novalesa c’erano amici e parenti che ci aspettavano per aiutarci a far salire le mucche su per la mulattiera della Fraita, si proseguiva verso Alpe Tour. Arrivati a Touretò il sentiero era molto stretto e pericoloso, le mucche dovevano passare una alla volta per non precipitare nei burroni. Arrivati all’Alpe Tour si proseguiva per il sentiero dei 2000 sino all’Alpe Lamet. In montagna si portavano le cose più importanti come le catene per legare le mucche nella stalla, la pasta, il pane, lo zucchero, il sale per i formaggi, caffè, coperte, vestiti e non bisognava mai dimenticare i fiammiferi per accendere il fuoco per far scaldare il latte con il quale era fatto il formaggio, le candele, i lumini a petrolio, il petrolio, le pile e le batterie: tutte queste cose erano messe nei sacchi di iuta e trasportate nelle ceste a dorso di muli.

Arrivati all’Alpe Lamet le mucche erano molto stanche tutte assieme si mettevano coricate nell’erba fresca e profumata per qualche ora.

Mio papà scaricava le cose dai muli e la mia mamma accendeva il fuoco per far scaldare la pentola del bollito per poi mangiare tutti insieme e dopo si andava a fare il letto sul fieno nella grangia.

Alla sera prima di mettere le mucche nella stalla si dovevano togliere le campane più grosse e si lasciava solamente le campane più piccole che servivano a sentire il suono quando erano al pascolo e c’era nebbia fitta e brutto tempo.

Tutte le mattine e sere veniva fatta la mungitura a mano, il latte che era munto si portava nelle cantine con dei secchielli e messo dentro delle grosse bacinelle di rame.

Alla sera prima di coricarsi bisognava caricare la sveglia per sapere l’ora della giornata e alcune volte non sempre ci si ricordava, allora ci dicevano di andare alle Giunrive che è un gran prato e lì si sentivano le campane di Novalesa e Ferrera Cenisio suonare mezzogiorno.

La mia mamma Eugenia tutte le mattine doveva scaldare il latte per fare il formaggio, le forme pesavano sui 12-14 Kg. Mio papà andava assai poche volte al pascolo perché aveva paura dei precipizi. Andava quasi sempre mia sorella Piera, in compagnia di Rinaldo, con lo zaino sulle spalle nel quali si portava il pranzo: un pezzo di pane e formaggio mentre l’acqua si prendeva a la Fontana del Tubo o alle Fontanine. Durante l’estate ci si spostava una sola volta con la mandria di mucche e si vitelli e si andava per quindici giorni a Baracon Chamois. La nostra famiglia aveva una baracca in pietra con il tetto in lamiera, costruita da una persona di nome Giuseppe Della valle che era garzone e ci aiutava. In questa baracca si lavorava il formaggio e venivano consumati il pranzo e la cena che mia mamma ci preparava. La mungitura si faceva all’aperto con il tempo bello o cattivo tempo, perché non vi erano stalle. Alla sera tardi si andava a dormire sotto la Barma con il saccopelo e le coperte: si rimaneva vicini per tenersi caldo. Per non avere troppo freddo i nostri genitori mettevano una grande lamiera davanti alla Barma con un bastone per fissarla. Tutte le mattine ci si doveva alzare presto, prima che spuntasse il sole, si andava nella baracca a fare colazione, un po’ di caffè e latte che la mamma aveva preparato, quindi via di corsa appresso alle mucche che erano coricate nei prati per farle rientrare nel recinto dove avveniva la mungitura a mano. Dopo qualche ora si terminava la mungitura e mia sorella Piera e mio fratello Rinaldo andavano ad accompagnare le mucche al pascolo. Nel pomeriggio mio papà partiva carico di formaggio nelle ceste legate al dorso del mulo e scendeva lentamente per il sentiero che portava a Lamet.

Noi bambini Piera, Rinaldo, Giancarla e Silvana non avevamo nessun gioco con cui giocare, ci accontentavamo di giocare con poche cose ad esempio: prendevamo i fiammiferi usati e li mettevamo nella patata per fare la mucca o il mulo, dopo andavamo a prendere della terra la mescolavamo con acqua e con uno straccio che ci dava la mamma facevano la forma del formaggio questi erano i nostri giochi.

Mi ricordo che, quando io e mia sorella Silvana eravamo piccole, soffrivamo molto il freddo e piangevamo spesso; a volte eravamo così stanche che ci addormentavamo davanti al focolare. A Lamèt quando pioveva per alcuni giorni, l’acqua filtrava nel terreno, entrava nella cantina e da lì passava nell’abitazione.

Tutte le domeniche al mattino mio papà Pietro partiva con i muli carichi di burro nelle cavagne a fare il mercato al Moncenisio, al ritorno ci portava la spesa per la settimana. Con mio fratello Rinaldo prendeva il mulo per andare a vedere le manze all’Alpe Brigare.

I formaggi erano venduti al padrone della montagna per pagare l’affitto.

Il 4 agosto, vigilia della festa della Madonna del Rocciamelone, si faceva un gran falò, sia a Lamèt che al Carolei, con il ginepro e con lo sterco secco di mucca. Il fuoco doveva essere molto grande perché dovevano vederlo fino a Novalesa e dalle altre borgate montane intorno al paese.

Verso fine stagione a metà settembre mia mamma ci portava noi bambini a trovare la famiglia Votta all’Alpe Tour dove c’erano le bambine Enrica, Olga, Cherubina il bambino Ferdinando e la piccolina Alda a giocare insieme che poi siamo diventati amici.

Nella prima settimana d’ottobre si doveva scendere con la mandria di mucche giù a Novalesa dove ci attendevano i camion per caricare il bestiame e partire per la cascina Savonera.

Con il passare degli anni mio papà affittò la montagna all’Alpe Prapiano e Alpe Carolei, a questo punto non si saliva più alla Fraita ma dalla mulattiera che da Novalesa porta a Prapiano con la mandria di mucche e con la sumà di roba sui muli. Durante la stagione estiva noi facevamo tre traslochi si andava prima all’Alpe Prapiano poi al Carolei e dopo all’Alpe Lamet perché la mandria si era ingrandita, c’erano 200 capi tra mucche vitelli e manze.

Un anno c’è capitato di svegliarci al mattino e di trovare sulle nostre coperte la neve che era caduta nella notte portata dalla tormenta, non potevamo più mettere gli scarponi e gli stivali perché erano tutti bagnati, allora abbiamo preso dei nailon che avevamo in casa e li mettevamo intorno ai piedi per mettere gli scarponi e andare a mettere fuori le mucche dalla stalla e scappare giù a Prapiano dove la neve non era ancora arrivata e l’erba era fresca.

Nell’anno 1977 il giorno otto agosto ci fu un grave incidente nella nostra famiglia, purtroppo nostro papà con il brutto tempo andò fuori strada con la macchina giù nel burrone veraso Ferrera Cenisio. Noi siamo rimasti soli e abbiamo dovuto andare avanti con il lavoro ed affrontare tutte le difficoltà che ci aveva lasciato.

Dall’anno successivo noi non siamo più andati sulla montagna Alpe Lamet perché ci aveva lasciato un brutto ricordo, siamo sempre andati alla montagna Alpe Prapiano, Alpe Carolei, Alpe Brigard e Alpe Budin, questa piccola montagna era dei nostri nonni Aschieris Giuseppe e Domitilla Votta.

In alcune sere durante l’estate all’Alpe Carolei io Giancarla, Rinaldo e Silvana andavamo a trovare i nostri amici all’Alpe Tour con il chiaro di luna e non con la pila perché non bisognava sprecare energia, si giocava a nascondino e si guardavano i giornalini di Topolino. Mi ricordo che Maria ci offriva sempre la tisana: era una mamma molto generosa.

A fare la transumanza con i campanacci ci piaceva molto perché era quasi sempre una festa, quando si arrivava a Novalesa con i camion amici parenti e bambini venivano volentieri ad aiutarci a salire con le mucche e i muli su per la mulattiera fino ad arrivare all’Alpe Prapiano dove si sentiva l’erba che profumava di fiori e violette.

La gente del paese ci ha sempre voluto molto bene!

Giancarla Aschieris

O tèin de l’anarpadzo an móntigneu do 1964 (Famille Aschieris)

An premò i fólèt sòrtre de le casin-ne avó le vatse prequèi que lo countròt de lóie ou iére livro.

Le vatse ou veniónt sardzìe desù li camio di pé matin vutto cònque i éret acourò hur é ou veniónt desardzìe a Noualèize. In còl arvà iquieu i avèt d’amì é de pareunn qu’ou nós atandiónt pre èidano a fare anarpà le vatse inot pre la melacêre de la Fréta tèinqu’o Tour. Arvà a la Touretò, lo viól ou iére bieunn rehèt è dandzeroù, le vatse ou deviónt pasà unò pre còl pre pa tsèire ba de le rotse. Do Tour i se poursouivèt pre lo viól di Dbemile tèinqu’a Lamèt.

An móntigneu ou se pórtavo le tsóze plu nesesére cómme les ahatse, la pastisouite, lo pòn, lo seucro, la sal pre le toumeu, lo café, li crevótour, le guenille, è i fólèt jamé iblà les aliméte pre alemà lo fouò è pre fare asódà lo lahèl avó loquin i se fazèt la toumò. An plu i avèt le tsandêle, li lemin a petróllo, lo petróllo, le pile è le baterì: tò hònn i se betàvet din de sèc de trouêlo è i venèt bieunn amenadjò din li cavèin de la sarde di meleut.

In còl arvà a Lamèt le vatse ou iéro ina vrêiò lase è bieunn ansèin ou se coucévo din l’èrba frêse è prefemaia pre carqui oura.

Papa ou desargéve l’aquipadzo di meleut tandeunn que ma mare ll’alemave lo fouò pre fare asódà l’oula do billì è pre pé mendzìe tpit ansèin. Apré tsacun ou l’alàvet a aprestase lo llit desù lo fèin de la gròndze.

De véfro, deveunn aharmà le vatse din lo hrablo i se devèt gavà li carón plu gró è ou se lichévo cinque hi plu petchòt qu’ou sarviónt pre sèintre lo són cònque ou iéro an tseunn é i avèt lo gévro ón lo móvé tèin.

Tpi li matin é tpi li véfro i s’ariàvet a mòn, lo lahèl qu’ou venèt arià ou se pórtave din le voutte avó de sedzelin è ou venèt betà din de gró pouèirèl d’aròm.

De véfro deveunn alà coucése, i fólèt sardzìe lo jullarin pre cunuhre l’oura de la dzórnà é, de iadzo, pa delón i s’ansevenèt, aloura ou nó dejónt d’alà a le Dzournive, qu’ét in greunn pra, é d’iquieu i se santiónt le cllotse de Noualèize é de la Frêre a midzòrt.

Mama tpi li matin lle devèt asódà lo lahèl pre fare la toumò: le toumeu ou pèizavo desù li 10-12 quilo.

Papa ou l’alave bieunn pó de còl an tseunn prequèi qu’ou l’avèt pour di vouido. I alave dabòr delón ma souéra Piera, an cómpagnì de Rinaldo, avó lo sècapòn desù les efale è i se pórtàvet apré lo denà: in tòc de pòn è de toumò tramantì que l’éva de l’arparavo a la Fóntòn-na do Cadut ón a le Fóntònteu.

Pandeunn lo tsótèin de demenagévo rinque in iadzo avó lo troupèl de vatse é de vèl é i s’alave pre quinze dzòrt inot a Baracón Tsamour. Nóhra famille ll’avèt ina trouin-na an labio avó lo tèt an tóla, batiò da ina presenò de nón Giuseppe Della Valle qu’ou l’éret in demesticco è qu’ou nós èidave. Din hlò trouin-na i se fazèt la toumò, i se denave è i se henave. I s’ariàvet a la bòn-nehêla sisse avólo bè tèin qu’avó lo tampèl, prequèi que i avèt pa dzin hrablo. De véfro tèrt i s’alave coucése dzòt la Barma avó lo sècapêl é li crevótour: de no cugnévo fehì fehì pre tenino tsot. Pre pa avê trò frèt nóhre dzènn ou plahiévo ina lardze tóla deveunn

la Barma avó in bahón pre fijéla. Tpi li fòl

matin i fólèt levase vutto, deveunn lo levà do sólèi, i s’alave din la trouin-na a fare lo dedzun, in bòl de café è lahél que mama ll’avèt aprestà, a pé vió apré le vatse qu’ou tsómavo din li pahê pre tramouale din lo parc è pre ariale a mòn. Apré carqui oura i se frenèt d’arià è ma souéra è Piera è món frare Rinaldo ou l’alavo an tseunn a le vatse.

Din l’aprédenà món pare ou partèt avó la sardze de toumò din li cavèin è le satse do meleut é ou desandèt trouplòn ba pre lo viól de Lamèt.

Nó mouèinà me, Piera, Rinaldo, Silvana d’avión padzin dzouó avó quin dzouìe, de nós amujévo avó pó de tsóze, pre ezimplo: de prenión de cric anóvrà è de li betavo din ina trófólò pre fare la vatse ón lo meleut, apré d’alavo cri de la tèra, de la mehllavo avó l’éva è, avó in tourtsón de mouèijón que mama lle nó dónave, de fajón la fouèichèla de la toumò: hiti ou iéro nóhri dzouò.

De m’ansevêno que cinque me è ma souéra Silvana d’iéro petchote, de soufrión ina vrêiò la frèt è de pleravo bieunn souveunn, de còl d’iéro talameunn lase que de no coucévo de larê do fouò è de droumión pre tèra. A Lamèt cònqu’i plouvèt pre carqui dzòrt, l’éva ll’ambrevalèt lo terèin, ll’intrave din la voutta è, d’iquieu, lle s’anflave din la mouijón.

Touteu le demèindze matin, papa ou partèt avó li meleut sardjò de beurio din li cavèin pre alà fare lo lo meleut cònque ou devèt alà a Briguèrt pre vê le moudzeu.

Le toumeu ou iéro vandeuve o métre de la móntigneu pre paìe la lóie.

Li catro d’ó, vedzille de la féha de la Madonna d’Artsemelón, i se fazèt in gró fouò, teunn a Lamèt qu’o Carólèi, avó de dzenêvro é de bléhe setseu de vatse. Lo fougadzo ou devèt iéhre greunn prequèi qu’ou deviónt vêlo tèinqu’a Noualèize é de les otre móntigneu a l’antòrt do veladzo.

Cóntòrt de la fin de la sejón, a la mouèità de stèimbro, mama lle nó menave vê li Votta anai o Tour antéqu’i avèt le filleu Enrica, Olga, Cherubina, lo garsón Ferdinando é Alda, la plu petchota, é ansèiavó llour de dzouiévo é de sèin venù amì.

Din la premiére semòn-na d’ótóbro, i se devèt desèindre avó lo troupèl de vatse ba a Noualèize antéqu’ou nós atandiónt li camio pre sardzìe le béhe é pre alasezeunn a la casin-na de la Savónêre.

Avó ll’eunn papa ou l’èt lóiò pluque la móntigneu de Praplòn é do Carólèi. A hlò mire iquieu i s’anarpave pa mé de la Fréta ma de la melacêre que de Noualèize lle mênet a Praplòn : i avèt lo troupèl de vatse é l’aquipadzo desù li meleut. Pandeunn lo tsótèin, nó de fajón trèi demenadzo : an premìe i s’alàvet a Praplòn, a pé inot o Carólèi é, a l’andarê, a Lamèt prequèi que lo troupèl ou iére bieunn plu gró : i avèt dbehènn tòc antre vatse, vèl é moudzeu.

In matin i nós èt pasà de druchano é de vê desù de nóhri crevótour la nèi que ll’ére tò bagnò, aloura d’èin avoù prèin in nailo que d’avión din mouijón é de l’èin avoù betà a l’antòrt di piò pre anflà li sólà, sòrtre le vatse do hrablo é fouì ba a Praplòn antéque la nèi ll’ére pa acourò arvaia é l’èrba ll’ére bieunn frêse.

An 1977, li ouit d’ó, i èt avoù in cròi asideunn din nóhra famille: papa, a coza dó móvé tèin, ou l’èt sórtù do tsemin avó la vouiteura ba din in presipicho vèrs la Frêre.

De sèin astà souleut é i èt fólù alà ineunn avó lo travòll an fazeunn fahe a tò le malouére que lloueu ou nós avèt lichò.

Di pè l’eunn d’apré de sèin pa mé alà a la móntigneu de Lamèt prequèi que lle nós avèt lichò ina móvéze anseveniònhe ; de sèin pé delón alà a Praplòn, Carólèi, Briguèrt, é Bódin, hlò ieu darêre ll’éret ina móntigneu de nóhri parèin Aschieris Giuseppe e Domitilla Votta.

Pendeunn carqui véfro do tsótèin inot o Carólèi, me, Rinaldo, Piera, e Silvana d’alavp tróvà nóhri amì o Tour avó l’avadour de la lunò é sèinha pila pre mó qu’i fólèt pa gaspillìe de enerjì, a pè i se dzouiévet a baracatsìe é ou s’avouitavo li dzournaleut de Topolino. De m’anservêno que Maria lle nó semónèt delón lo cllèr d’èrbe : ll’éret ina mare bienn dzenerouze.

A anarpà é a dezarpà avó li carón nó plèizèt fròn ina vrêiò prequèi que iére dabòr delón ina féha.

Cònque d’arvavo a Noualèize avó li camio, li amì é li pareunn avó li mouèinà ou veniónt vólóntê a fidano a anarpà inot pre la melacêre tèinqu’a Plaplòn antéqu’i antèt lo fla de l’èrba, de le flour é de le vióleteu.

Le dzènn do veladzo ou nós ónt delón vólù de bieunn !

Giancarla Aschieris

Lo tsemin

La strada

Lo pra

Il prato

La gnébla

Le nuvole

Li zouèl

Gli uccelli

La móntigneu

La montagna

L’éva

L’acqua

La plònta

La pianta

La sèrt

La serpe

La flour

Il fiore

Lo bouê

Il bosco

Lo troupèl de paieu

Il gregge di pecore

La partònhe pre la móntigneu

La partenza per la montagna

La transumanza della Famiglia Votta all’alpe Tour

L’anarpadzo de la famille Votta a la móntigneu

Come ogni anno arrivava la stagione estiva – lo tsótèin e con il mese di giugno – lo mèi de zouin, giungeva il periodo della salita del bestiame in alpeggio- anarpà an móntigneu.

I preparativi per il giorno della transumanza duravano quasi una settimana e l’occorrente consisteva in :

  • La provvista da mangiare- l’ampléta

  • Il vestiario e la biancheria – lo bagadzo è lo lindo

  • I paioli per fare il formaggio – li pouèirèl è le tsódêre

  • I contenitori per il latte – li basin do lahèl

  • Le tele per i formaggi – le hrèiróle è le patetoumeu

  • Le forme del burro e del formaggio – le paleteu è le fouèichéle

  • I medicinali per gli animali – le medeheneu pre le béhe

  • Le corde per far nascere i vitellini – li asavèl

  • Le catene per legare le mucche nelle stalle – les ahatse

Il giorno precedente la monticazione – l’anarpadzo si estraevano dal fienile – la gròndze i campanacci – li carón che bisognava spolverare – depouhà, ungere – angrichìe o unguìe con il grasso e sistemare per il mattino seguente.

La sera di quel giorno si dormiva molto poco: la sveglia suonava all’alba e arrivavano gli amici e i parenti per dare una mano. Si mungevano le mucche che avevano una maggiore quantità di latte e si iniziavano ad attaccare i campanacci alle mucche – le vatse più forti.

Alle mucche più vecchie e ai vitelli – li vèl si attaccavano invece le campane più piccole, quelle che, durante l’estate, venivano usate per andare al pascolo e per comprendere gli spostamenti della mandria specialmente nelle giornate più cupe e nebbiose.

Al termine di questa operazione veniva il signor Fila con il camion per caricare la roba, i vitellini più piccoli – li vouèileut e le galline – le dzelneu.

Si faceva quindi un salto a casa per prendere un po’ di colazione – lo dedzun e il camion finalmente partiva per andare su fino alla Couara- Moncenisio. Qui c’erano i muli – li mouleut che, carichi della roba, la trasportavano fino al Tour attraverso i sentieri: l’attuale strada non era ancora stata costruita.

Chi rimaneva all’Abbazia – Sèin Pêre doveva invece slegare le mucche – dehatsìe e far partire la mandria – lo troupèl. Si arrivava al paese – la Vlò e si passava alla borgata Santa Maria – Sèinte Marì proseguendo lungo la mulattiera – tsemin de la lloutò della Fréta.

Appena sopra quest’ultima borgata, nella zona denominata Plòn Malaquì, ci si fermava per una tappa – l’aréta al fine di far riposare le mucche e mangiare qualche cosa.

Quando si arrivava a questo punto si sapeva che già metà percorso era stato coperto tra Novalesa e il Tour.

Da Plòn Malaquì fino al Tour non si facevano più tappe quindi dopo questo momento di riposo si ripartiva senza indugi. Quando si arrivava nel piano al di sotto delle case

dell’alpeggio, si lasciavano le mucche e si andava a mangiare il cibo preparato da mamma Maria.

Verso le cinque papà Osvaldo comandava di andare a mettere le catene nelle stalle dopodiché si facevano entrare le mucche, si legavano, si privavano dei carón, si facevano uscire le manze – le moudzeu e si incominciava a mungere – arià la vatse.

Le manze le mettevamo nel recinto – lo parc predisposto sopra le case.

Dopo la mungitura si colava il latte nei recipienti – la flourêre e l’indomani si raccoglieva la panna – aflourà lo lahèl per fare il burro – lo beurio e si cagliava il latte per fare il formaggio – la toumò.

Quindi si entrava in casa, si consumava la cena e poi tutti si andava a riposare a seguito della lunghissima giornata trascorsa e in vista della nuova stagione estiva in alpeggio.

Il primo periodo estivo era molto faticoso per il lavoro dovuto alla grande produzione di latte: la mungitura avveniva a mano in quanto non erano ancora state inventate le mungitrici.

Dalla metà di agosto – mi ó il lavoro iniziava a diminuire perché le mucche gravide – le vatse prigneu producevano meno latte con il conseguente calo nella produzione dei latticini.

Quando arrivava l’autunno – lo semetsìe cioè il mese di ottobre – lo mèi d’ótóbro si facevano i preparativi per la discesa a valle – dezarpà al fine di trascorrere l’inverno – l’evèrt in pianura.

LA GIORNATA TIPICA IN ALPEGGIO

La giornata in alpeggio iniziava molto presto: alle 4 suonava la sveglia. Ci si alzava, si preparava la zangola – la brêre per fare il burro e vi si introduceva la panna – la flour raccolta a seguito della scrematura del latte; la zangola del Tour girava con l’acqua quindi era una comodità che non tutti gli alpeggi avevano.

Le paleteu do beurio pre fare li cólgnón

Le palette del burro per fare i panetti

La brêre

La zangola

Si metteva a scaldare il latte nel paiolo – lo pouèirèl sopra il fuoco – lo fouò, appena era caldo si metteva il caglio – la prezerò e si produceva il formaggio.

Quindi si andava a mungere le mucche.

Verso le 9 si faceva colazione e poi si andava al pascolo – alà an tseunn fino alla sera verso le 17 quando si tornava a casa e si mettevano le mucche nella stalla per la mungitura.

Si mangiava cena – la hin-na e poi subito a dormire perché il giorno dopo iniziava una nuova giornata di lavoro.

Per andare al pascolo si facevano i turni – li tòrt perché bisognava che qualcuno rimanesse sempre a casa – la mouèijón per fare il formaggio e sbrigare le faccende domestiche – lo menadzo.

Lo pahê

Lo bahón

Il bastone

Le faieu

Le pecore

Lo chêl

Il cielo

Lo sólèi

Il sole

Lo tsapèl

Il cappello

Lo tsin

Il cane

La nèi

La neve

Li labio

Alà an tseunn

Ló lo

Il lago

Meldó

L’anarpadzo de le meneuve an premò

La transumanza in primavera

Laura din lo hrablo avó si vouèileut

Laura nella stalla con i suoi vitellini

Laura avó són frare Diego è ina cambrada pandeunn l’anarpadzo de se vatse

Laura con il fratello Diego e un’amica durante la transumanza delle sue mucche

Cristian din lo hrablo avó se vatse

Cristian nella stalla con le sue mucche

Li mouèina de catriêma din lo hrablo de Guido

Gli alunni di quarta nella stalla di Guido

An tseunn a le vatse de Guido

Al pascolo alle mucche di Guido

Escóla priméra de Noualèize

Scola primaria di Novalesa

Premiére

Bronzei Ioana

Caffo Valentina

Cobbe Cristian

Conca Alessia

Gattiglio Matteo

Mancuso Alice

Perottino Gabriele

Sibille Marlisa

Trèijêma

Bernard Damiano

Bolognesi Sara

Cimaz Andrea

Croce Valentina

Catriêma

Aschieris Irene

Cimaz Claudia

Conca Giacomo

Gattiglio Federico

Rossetto Andrea

Hinquiêma

Bruno Laura Carla

Vayr Nicolò

Virlan Ana

Magistre

Reynaud Renza

Giordano Carla

Fontana Emanuela

Eunn escóléro 2011-2012 Anno scolastico 2011-2012

Totale alunni: 20

Alunni non dialettofoni: 20

Alunni con competenza passiva: 10

Tutti gli alunni possiedono una minima competenza attiva su limitati argomenti trattati a scuola nel corso di quest’anno scolastico e negli anni precedenti, da quando è iniziato il Progetto del Circolo relativo alle Lingue Minoritarie.

Il lavoro di ricerca è stato svolto attraverso questionari alle famiglie, interviste ad anziani ed esperti, ricerca di fotografie, uscite sul territorio, produzione di testi e disegni e realizzazione di fotografie.

Gli alunni effettuavano un’ora settimanale di francoprovenzale con l’insegnante madrelingua Renza Reynaud, anche responsabile del Progetto per tutto l’Istituto Comprensivo di Susa.

Un esperto di lingua francoprovenzale del paese ha seguito le attività coadiuvando le insegnanti nella scrittura del patois.

In grècha a tò le famille que, bieunn despónible, ou nos ónt èidà dion la resèrtse é ou nos ónt prehà vólóntê se madze é si ritròt

Ringraziamo tutte le famiglie che con molta disponibilità ci hanno aiutato nella ricerca e ci hanno prestato volentieri le loro fotografie

In grècha, de manêre particuléra, a le preseneu viêlle qu’ou no paso delón lo plèizì de se cunusònhe è de són savê

Ringraziamo, in modo particolare, le persone anziane che ci trasmettono sempre con piacere il loro sapere

In grècha o mócheu Matteo Ghiotto qu’ou no móhret a parlà, scrire è lire lo patouê de Noualèize è qu’ou nos èt èidà din la redachòn de hè lêvro

Ringraziamo il dottor Matteo Ghiotto che ci sta insegnando a parlare, scrivere e leggere in francoprovenzale e che ci ha aiutati nella stesura del libro