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Giorgio Giorda legge dal suo libro “Parlà a nosta moda” – il dialetto di Rubiana

Giorgio Giorda ou lésë da so liba “Parlà a nosta moda” – il dialetto di Rubiana

di Paola Vai

Giorgio Giorda legge dal suo libro “Parlà a nosta moda” – il dialetto di Rubiana
italiano

Qualche modo di parlare, qualche modo di dire. Per esempio uno che si stupisce di tutto, credulone si dice ‘sembra che non abbia mai visto il verde’, che a Rubiana non c’è altro che verde.

Poi, ‘non trova un filo di paglia in un pagliaio’ lo capiscono tutti ‘La fontana è sana se ha la salamandra’, vuole dire che la fonte è sana se c’è la salamandra vicino, perché la salamandra non sta nell’acqua inquinata, non frequenta. Uno che è vecchio, ‘vecchio come un salice’, perché i salici vengono vecchi. ‘Verde come una gagia’, la gagia è molto verde, sarebbe uno avaro. A ecco, caratteristico proprio di Rubiana, una persona avidissima di denaro ‘scuoierebbe una pulce per prenderle la pelle’. Poi, una persona rispettata ma che non piace tanto ‘ben visto, mal guardato’. Poi per capire una ragazza come è veramente, senza trucchi, ‘bisognerebbe vederla al mattino, spettinata e con la gerla a spalle’.

Poi alcuni proverbi: ‘nebbia alla Rocca, pioggia in tasca’, pioggia sicura quando c’è la nebbia a Rocca Sella; ‘a Natale il solicello, a Pasqua il fuocherello’, a Natale c’è il sole, a Pasqua il fuocherello; ‘se piove la domenica delle Palme piove sette domeniche di fila’; ‘San Martino, la neve sui camini’, vuol dire che a San Martino certe volte poteva già nevicare.

E poi abbiamo le parole, le parole sono tantissime, ad esempio un’amboustà, un’amboustà è quanta farina è presa con due mani, quello che sta in una mano è una amboustà. Una buschaji, una buschaji è una scheggia di legno, si tirava fuori il ceppo [dalla terra] e poi si spaccava e venivano fuori le schegge, e allora si diceva: i figli somigliano ai genitori, si diceva ‘le schegge assomigliano ai ceppi’, ecco un modo di dire.

Il fico è anche interessante, perché c’è il fié, il fié è la pianta del fico, la fië' è il fico, la fië' ‘d fioû è il fiorone che viene a giugno, che matura a giugno. La furmi, la furmi è la formica, le furmië sono le formiche, la furmìa è un’altra cosa, è quando si puliscono le piante del sottobosco, si puliscono solo con il falcetto per farle andar più alte, così si pulisce il sottobosco, si fa la furmìa. Méhi, Méhi invece è Messa, che sarebbe il torrente, mentre la messa si dice mëssa; mourguizzou, mourguizzou è un ragazzino moccioso, mourguizzou; nuzî, a Rubiana c’erano tanti noci, tante piante di noci e allora si faceva l’olio di noci con il torchio e l’olio lo usavano per mangiare e lo davano alla parrocchia per il prete, per i lumini e quello che restava era il nuzî [residuo della spremitura delle noci per ricavare l’olio]. La couèha, la couèha è un velo che le donne si mettevano per andare in chiesa, la couèha, che corrisponde abbastanza alla kefiah, perché più o meno viene di lì, perché a Rubiana c’é una certa quantità, anche in piemontese, di parole che vengono ancora dai saraceni, dai saraceni che sono arrivati in Val di Susa prima dell’anno mille. Outa, outa vuole dire oltre, lai outa è là oltre, outa; ourìhi, è quando piove due o tre giorni di fila che c’è lo stravento, ourìhi.

Io avrei finito. Su questo libro abbiamo raccolto alcune cose che abbiamo ricordato e un po’ di cose che abbiamo dimenticato le aggiungeremo un’altra volta. Però abbiamo messo una frase che può anche servire a spiegare perché il nostro dialetto, il nostro modo di parlare cambia. Perché normalmente in tutti i paesi la parlata cambia continuamente e tutte le volte che arriva qualcuno da fuori porta qualcosa e lo lascia, e quelli che vengono dopo lo trovano, lo modificano a lora volta; e quindi anche il modo di pensare, in italiano si dice cultura, la cultura materiale, resta e porta qualcosa dei nostri vecchi e porta qualcosa a chi viene dopo.

[La frase che compare nella quarta di copertina è questa: “I dialetti e le tradizioni sono passati attraverso una continua evoluzione, assorbendo gli elementi nuovi che ciascun gruppo etnico venuto ad abitare le nostre terre vi ha apportato, perciò conoscere i dialetti non è una forma di isolamento culturale ma un modo per capire meglio le nostre origini e come l’uomo che abita il territorio, assorba da esso la cultura dei propi avi, la modifichi e lasci qualcosa di sé alle generazioni che lo seguono”.]

franco-provenzale

Queiquë manéri ëd parlà, quéiquë mod ëd dire. Per esempio uno che si stupisce di tutto, credulone si dicea zmijë qu’ou i éi mai vist värt’, sembra che non abbia mai visto il verde, che a Rubiana non c’è altro che verde.

Poi, ‘ou treuvë pa ina buschi d’paji ënt’in paié’ a lou capisou tuti. ‘La fountana i é sana s’i ä la piouvana’, vuole dire che la fonte è sana se c’è la salamandra vicino, perché la salamandra non sta nell’acqua inquinata, non frequenta. Un qu’ou i é véi, ‘véi coume in sali’, perché i salici vengono vecchi. ‘Värt coume na gazia’, la gagia è molto verde, sarebbe uno avaro. A ecco, caraterìstic propi ëd Rubiana, una persona avidissima di denaroou splërit ina puvi për piaji la pèl’, scuoierebbe una pulce per prenderle la pelle. Poi, una persona rispettata ma che non piace tantoben vist, mal bucà’. Poi per capire una ragazza come è veramente, senza trucchi, ‘andrì véla d’matinà, dëspednà coun la garbina a spalë’.

Poi alcuni proverbi: ‘neubia ala Rochi, piova an sacochi’, pioggia sicura quando c’è la nebbia a Rocca Sella; ‘Natal lou souliät, Pasca lou fougät’, a Natale c’è il sole, a Pasqua il fuocherello; ‘s’a piot ala rumuliva a piot sèt diduménië ëd fila’; ‘San Martin, la fioca për li camin’, vuol dire che a San Martino certe volte poteva già nevicare.

E poi abbiamo le parole, le parole sono tantissime, ad esempio n’amboustà, n’amboustà a i é pià coun dieu män la farina, hän qu’a ista ant’ina män a i é n’amboustà. Na buschaji, na buschaji è una scheggia di legno, a s’tiravë fora ou chuc e peui ou së squiapavë e a mni fora le buschaië, e allora si diceva: i figli somigliano ai genitori, si dicevale buschaië a i zmiou ai chuc’, ecco modo di dire.

Il fico è anche interessante, perqué a i é lou fié, lou fié è la pianta del fico, la fië' è il fico, la fië' ‘d fioû è il fico che viene a giugno, che matura a giugno. La furmi, la furmi è la formica, le furmië sono le formiche, la furmìa è un’altra cosa, è quando si puliscono le piante del sottobosco, si puliscono solo con il falcetto per farle andar più alte, così si pulisce il sottobosco, a s’ fa la furmìa. Méhi, Méhi invece è Messa, che sarebbe il torrente, mentre la messa si dice mëssa; mourguizzou, mourguizzou è un ragazzino moccioso, mourguizzou; nuzî, a Rubiana c’erano tanti noci, tante piante di noci, a i érë tänti nouié e aloura faioun l’euli ëd nous coun lou torch e l’euli a lou douvravou për minjà e për dounaië ala parocquia për lou préve për lou lumin e hän que a restavë i érë i nuzî. La couèha, la couèha è un velo che le donne si mettevano per andare in chiesa, la couèha, qu’a courispounde bastänsa ala quèfia [kefiah], perché più o meno viene di lì, perché a Rubiana i é ina chérta couantità anque an piemountés ëd parole qu’a venou ancoura dai sarazén, dai sarazén qu’a soun amnù ntla Val Susa prima dl’anno mille. Outa, outa a veu dire oltre, lai outa è là oltre, outa; ourìhi, a i é cant a piot dui o tréi di qu’ i é stravent, ourìhi.

Mi arìou finì. Su ha liba hi i an butà quéic choze qu’a san ricourdà e in po ‘d choze i an dësmentià i butan peui in aoutou vir, però i an butà na fraze que peu anque sérvë coume definisioun dou pärquë' nostou dialët, nosta moda ëd parlà i cämbië, pärquë' nourmalmént an tuti i pais la parlà i cämbië countinouamént e tuti i vir qu’a vin queicun da vië' a portou queicoza e a lou lasou, e i hi qu’a venou dopou a lou treuvou, a lou moudificou tourna lour e couindi anque la manéra ëd pensà, an italien a s’ dit cultura, la cultura materiale, i rèstë e i porte queicoza di nosti véi e i porte queicoza a hi qu’a vénou dopou.