Enti in rete L.482/99   

Testimonianze dal territorio

Il ceppo di Natale

Lo Chalendon

Racconto di Natale di Franco Bronzat

italiano

Sandrin della Rosinetta aveva adocchiato un bel ceppo che l’acqua dell’ultima piena aveva trascinato a valle nel vallone di Roan. Era veramente un bel ciocco di larice che sicuramente avrebbe costituito un bel ceppo di Natale che avrebbe bruciato per parecchi giorni nel camino.

La sorte lo aveva fatto arenare sulla scarpata, tra dei roccioni, di sua proprietà all’Inverso a valle. Veramente era pezzo di terra di sua moglie, pieno di pioppi tremuli, noccioli e rovi.

Era ora di iniziare a pensare alle provviste natalizie per un anno che non era stato troppo favorevole per tutti.

Comunque l’epidemia passerà. Almeno non aver problemi di salute per la fine dell’anno e l’inizio del prossimo.

Quel ceppo, per poterlo togliere dal rio, avrebbe dovuto rimuoverlo grazie alla sua Mora, la sua vecchia mula, compagna di fatica su e giù per i valloni che attorniano la sua borgata; la scarpata era piena di rovi, che ne impedivano un facile recupero.

Da ottobre, le notti venivano sempre più lunghe e fredde. Quasi tutti avevano ripreso l’abitudine delle veglie serali dopo cena. Le stalle si riempivano di vicini e amici. Vi era sempre qualcuno che sapeva raccontare delle belle storie, chi di guerra, chi di emigrazione ( i più vecchi); vi era pure chi sapeva raccontare delle storielle che facevano ridere, mentre le donne facevano la maglia, facevano calza e gli uomini, quelli che desideravano solamente passare un ora in tranquillità, chiacchieravano giocando alla belotte. Alcuni si portavano uno sgabello, chi una sedia per sedersi, chi lo faceva su di un ciocco, altri si buttavano nello strame sperando non vi fossero troppi ricci poiché la più parte delle foglie erano di castagno.

Le vacche, alla mangiatoia scuotevano la testa e ruminavano tranquille. I vitelli calpestavano nel loro recinto. In fondo alla stalla, nel suo box, il maiale russava, senza sapere ciò che l’attendeva tra non molto. Le veglie nella stalla di Sandrin erano molto piacevoli poiché vi era sempre un bicchiere di vino per tutti e alle volte vi era pure qualche goccetto di acquavite fatta con le vinacce del suo vino.

Sandrin era sempre stato per la sua famiglia un buon approvvigionatore natalizio, come lo era stato suo padre e i suoi vecchi secondo l’epoca, le guerre, la povertà della famiglia ma erano sempre riusciti a trovare delle provviste per poter passare in serenità le feste di Natale.

Comunque, quest’anno, il prodotto della campagna era stato discreto. La vigna aveva fatto il suo dovere e così i campi e i prati; una buona quantità di patate, di granaglie e di fieno erano al riparo e in cantina vi erano delle scaffalate di formaggi dalla crosta rossiccia, pronte per essere vendute.

Il vino era morbido e piacevole.

Sandrin della Rosinetta poteva essere contento.

La sua famigliola non poteva lamentarsi. Non erano ricchi ma tuttavia nella sua casa vi erano già tutte quelle cose che si possono considerare moderne: la televisione e tutti quegli aggeggi che aiutavano a vivere meglio e che rendevano il menage famigliare più facile.

La Pina, sua moglie, ringraziava sempre d’aver conosciuto quel ragazzo che non l’aveva condotta in città. Vi era stato un periodo, negli anni passati che tutti cercavano di abbandonare il paese, di andarsene, per una vita migliore. Ma Sandrin no, aveva resistito e aveva seguito la via dei suoi antenati. La sua vita gli piaceva; non sarebbe riuscito a vivere in città. Ci aveva provato ma la cosa non aveva funzionato. Gli mancava la sua valle, i suoi genitori e l’aria pura non avvelenata dai veleni delle fabbriche.

Sandrin, anche se aveva ancora la sua vecchia mula alla quale voleva bene come ad una di famiglia, si era comprato un trattorino che gli aveva permesso di continuare il suo lavoro di agricoltore di montagna.

Mandava ancora le sue vacche all’alpeggio ma ne teneva alcune in paese per avere un po’ di latte per il burro e le formaggette fresche estive. Ultimamente, d’estate, nel paese, si teneva un piccolo mercato di prodotti locali.

C’era chi vendeva miele, chi marmellate, chi prodotti dell’orto, chi formaggio, di capra, di pecora, di vacca. Sua figlia Alina, giovane ma piena di inventiva per la sua età, amava avvolgere le formaggette nelle foglie di di castagno o mescolare la cagliata con erbe aromatiche e spezie – timo serpillo, origano, pepe ( cacio fresco col pepe non ancora messo in forma), peperoncino -, prima di metterlo nella fiscella.

Ma era stato Sandrin che aveva avuto l’idea di coprire i formaggi di vinacce come aveva visto fare in televisione; il risultato era ottimo.

Alina aveva iniziato la frequenza di un istituto agrario mentre i due fratellini erano ancora alle elementari.

Sandrin si era deciso, era ora di recuperare il ceppo; il tempo accompagnava, sicuramente un bel periodo. Bisognava approfittarne e fare tutti quei lavori che forse, se il tempo cambiava, sarebbe stato impossibilitato di fare.

Sino ad ora aveva ancora fatto pascolare le sue vacche, poiché le piogge dell’autunno avevano ancora fatto crescere della buona erba.

Dopo i Santi, un mattino aveva messo fuori dalla stalla la Mora, l’aveva attaccata al carretto che veniva utilizzato normalmente per portar via il letame, gli aveva caricato due catenacci, il bilancino e le redini e non aveva dimenticato di prendere i cunei con anello, un palanchino, un accetta, falcetto, motosega, insomma tutto ciò che serviva per fare il suo lavoro.

Il ceppo era incastrato nelle rocce, ma dopo aver segato un pezzo del tronco ch’era nascosto dalla fanghiglia del rio, la Mora era riuscita, a forza di tirare, a svellerlo. Veramente un bel ciocco che avrebbe costituito un formidabile ceppo di Natale. Lavorò ancora un po’ ma tolse pure il tronco dal limo che l’imprigionava.

Ora il ceppo faceva bella figura nel cortile di casa sua; al riparo, avrebbe avuto il tempo di asciugare e di essere pronto per la notte di Natale. Era talmente grosso che non avrebbe potuto entrare nella sua cucina e essere messo nel camino. Sarebbe stato necessario spaccarlo.

Gli venne in mente una vecchia poesia che qualcuno del suo villaggio aveva scritto, come era ?:

Le campane suonano l’inizio della messa

gli uomini spaccano il ceppo

i bambini vanno sullo slittino

e le donne preparano il cenone.

Si, dovevano essere così quei versi ma la poesia era più lunga e con quelle parole in testa iniziò, con mazza e cuneo, a spaccare quel grosso ceppo di Natale, per dividerlo per poterlo far entrare in casa e soprattutto nel camino.

Gli era sempre piaciuto provvedere al Natale; preparare il pane che avevano sempre indicato col nome di chalendal, Dava lavoro fare il pane. Impastare, accendere il forno, i bimbi che preparano bamboline, ometti e galletti dolci decorati di nonpariglia e codette di zucchero colorato.

Quindi la domenica precedente il Natale preparare il presepio con il muschio, rametti d’edera, scorza di larice, costruire la grotta dove collocare la Madonna, San Giuseppe, il bue e l’asinello, poi i pastori con le pecore, e tutti i personaggi, mettere qualche luce e la carta stellata.

Quindi fare l’albero con le palline colorate, le candele, i festoni argentati e dorati. Andare a cercare rami d’agrifoglio pieni di bacche colorate, da mettere fuori della porta di casa e pure il vischio.

Alla fine la notte di Natale arrivò; vi era la sua famiglia , dei vicini soli si aggiunsero alla parentela: zia Vittorina, la Nòra, zio Casimiro, l’Isidoro, la Tida, tutti vecchietti del quartiere del Cortiel che vivevano soli e non avevano più famiglia.

Il camino era stato preparato, un mucchietto di rametti, qualche pezzo di legno rotondo e quando il tutto inizierà a bruciare un bel pezzo del ceppo di Natale che darà nell’aria il suo buon profumo di resina.

Sulla tavola della cucina le donne avevano messo delle belle tovaglie bianche, tre candele, delle bottiglie di vino bianco e dei calici per il brindisi: « Preparate i vostri bicchieri, bisogna brindare a Natale che sta per arrivare !» e a Sandrin de la Rosineta gli vennero in mente le parole di una antica preghiera, di quando si metteva il ceppo di Natale nel fuoco;:

« Gioisca il ceppo

che domani è Natale,

il giorno del pane

che ogni grazia di Dio

entri in questa casa,

che le donne abbiano dei bimbi

che le capre facciano capretti

che le pecore facciano agnelli

che abbondi il grano e la farina

e che si riempa la botte del vino!»

«Viva, alla vostra, levate i vostri bicchieri, buona salute e buona festa a tutti»

Un po’ di vino cadde sul ceppo che venne buttato sul fuoco, e le faville presero la via del camino.

E voi bambini imparate le parole di questa preguiera:

« Angelo benedetto

angelo del ceppo natalizio

mio bel ceppo

portami qualche biscotto

portami delle cose belle

di giochi un sacchetto

che domani è la festa dei bambini

non di tritume di fieno delle carrettate !»

E ora tutti a messa a pregare Gesù Bambino che sta per nascere e dopo il cenone.

Fuori aveva iniziato a nevischiare e faceva freddo.

La Nora che nella sua gioventù era stata in Provenza, lavorante presso una famiglia nobile di Marsiglia, aveva aiutato la Pina per il cenone e le aveva proposto di farlo alla moda provenzale, quella dei tredici piatti leggeri con tredici pani per ricordare l’ultima cena: i dodici apostoli e Gesù. Dopo i tredici piatti: focaccine all’olio, due tipi di torrone, uno alle mandorle con miele, l’altro al cioccolato, uno bianco e uno nero; dopo i quattro mendicanti- i frutti secchi per ricordare il colore degli abiti dei quatro ordini mendicanti _ : le mandorle per i Domenicani, l’uva passa per gli Agostiniani, i fichi secchi per i Francescani e le noci per i Carmelitani. Dopo i frutti freschi: mele, pere, uva ( ne conservavamo sempre dei tralci col grappolo proprio per Natale ), caki, marmellata di mele cotogne e di castagne.

Il ceppo di Natale bruciava e buon appetito !

I bambini a letto, Sandrin e la Pina prepararono i pacchetti con i doni per i loro figli. Per Alina si erano acquistate cose utili, abbigliamento, ormai era una ragazza. Non era più tempo per lei di giochi e bambole.

Questo, tuttavia, a Sandrin fece venire alla memoria l’ultima bambola acquistata, non per Alina ma per sua madre la Rosinetta. Diceva sempre che nella sua vita nessuno gli aveva regalato una bambola, aveva sempre giocato con bambole di stracci; così pensò, d’accordo con la Pina di acquistarne una. Pianse il giorno di Natale la Rosinetta vedendo il regalo che gli aveva fatto la sua famiglia e la strinse a se la bambola come se avesse avuto un bimbo nelle sue braccia.

Il giorno di Natale trascorse bene, un buon desinare, i suoi figli e sua moglie erano contenti dei regali – alla Pina aveva regalato una bella catenina con tre fiori in filigrana – e lui ricevette un bel paio di forbici da potatura e un maglioncino di lana che sua moglie gli aveva fatto di nascosto. Una bella festa di Natale, nulla da ridire.

Il ceppo di natale bruciò sinoi all’Epifania. Quindi le ceneri forono sparpagliate per prati e campi e vigne di Sandrin de la Rosineta. Avrebbero favorito la campagna.

occitan

Sandrin de la Rosinèta al aviá aquintat un bel sochaç que l’aiga aviá portat aval la darriera plena dins la comba de Roan. Al era pro una bèla socha de bleton que de segur ilh sariá istaa un bel chalendon qu’al auriá cremat per plusieri jorns dins son foier. La chança l’aviá faita plantar sal broaç, entre de rochaç, de sa proprietat, a l’Envers daval. Verament ilh era una barra de tèrra de sa fèmna, plena d’albrons e d’aulanhiers e de ronzas.

L’era ora d’acomençar a pensar a un bon chalendal per un an que al era pas istat gaire bon per tuts.

Pas mens la malandruènha passarè. Almens pas aguer de problemas de sandat per la fin de cest an e de l’acomençament dal nau.


Quel sochon, per poguer zo chavar dal rius, al zo duviá tòlre mercé de sa Mòra, sa vèlha muula, companha de fatigas amont e aval per los combals que avironavan sa borjaa; lo broaç al era plen de ronzas que empachava de zo rebastar aisament.


Despì otobre las nuèits venian totjorn plus lònjas e freidas. Quasi tuts avian représ l’abituda de vilhaa après cina. Los teits se ramplian de vezins e d’amics . La li era tutjorn qualcun que sabiá contiar de bèlas istòiras, qui de la guèra, qui de l’emigracion ( los plus velhs); la li era decò quèlos que sabian contiar de faribòlas que fazian rire, dal temps que las fèmnas tricoteiavan, fazian chauça e los òmes, quèlos que volian mesquè passar un’oraça en tranquilitat, barjaqueiavan en joent a la belòta.

Qualcun se portava un selòt o una careá per s’assetar, qui simplamente s’atopava, d’autri ilhs se fotian dil jaç en esperent que la li foguesse pas tròp d’ariçons que la plus gran part l’era de fuèlhas de chastanier. Las vachas, a la crèpia sopatavan la tèsta e las runhavan tranquilas. Los veeaus trampinhavan dins lor trion. Al fons dal teit, dins son boit, lo corin ronflava, sença sauper çò que l’atendiá entre pas gaire. Los vilhògols ental teit de Sandrin eran decò plaiós perqué al aviá totjorn un veire de vin per tuts e de viatges decò qualqui chiquets de aigavita faita abó la rapa de son vin.


Sandrin al era totjorn istat per sa familha un bon chalendiaire, comà al era istat son paire e sos velhs conforma a l’epòca, a la guèrras, a la pauruènha de la familha mas ilhs eran totjorn arribats de trobar un pauc de vivoralha per poguer passar en serenitat las fèstas de Chalendas.

Pas mens, cest an, lo revengut de la campanha al era pas istat tròp marrit. La vinha darreire maison aviá fait son dover e per parelh los champs e los prats; una bona quantitat de trifas, de blad e de fen eran a la sosta e a la cròta la li eran d’estagieras plenas de tomas de la crosta roinèla, prestas per èsser venduás.

Lo vin al era ja còti e beverin.

Sandrin de la Rosinèta poiá èsser content.

Sa familhòla ilh poiá pas se planher. Ilhs eran pas riches mas pas mens dins sa maison la li eran ja totas quèlas chausas que poian se considerar modernas: la television e tuts quèlos aises qu’ajuvan de segur a viure melh e que rendian lo menatge plus aisit. La Pina, sa fèmna, ilh remerciava totjorn d’aguer conoissut quel filh que l’aviá pas menaa en viela, La li era istat un moment, dins los ans passats, que tuts cherchavan de fuir lo país, de se n’en anar, per una vita melhora. Mas Sandrin non , al aviá resistut e al aviá seguit la draia de sos velhs. Sa vita li plaiá; al auriá pas pogut resistre dins una viela. A li aviá pro provat mas la chausa ilh aviá pas marchat. Li mancava sa valea, sa gent e l’aire pur pas enpoisonat dal venin de las fabricas.

Sandrin, mesme se al aviá encara sa vèlha muula que de segur li voliá ben comà a una de familha, al s’era ja achatat un bon tratoròt que li aviá permetut de contunhar son trabalh de agricoltor de montanha. Al mandava encara sas vachas amont a l’alp mas al n’en gardava un parelh aval per aguer un pauc de lait per lo bure e per las tomètas freschas per l’istat. Darrierament, l’istat, dil país, la se teniá un pechit merchat dals produts dal luòc. La li era qui vendiá de meel, qui de confituras, qui d’ortolalhas, qui de fromatge, de chabra, de feá, de vacha. Sa filha Alina, avenjaa per son temps, li plaiá envelupar las tomètas dins de fuèlhas de chastanier o mesclar la calhaa abó d’èrbas finas e d’espiças – serpol, òorient, peure (lo peraut), piment o peuronin -, derant de la butar dins la faisèla. Mas al era istat el qu’aviá agut l’ideá de butar de tomas de sos la rapa dal razim comà al aviá vist far a la television e lo resultat al era istat agreable.

Alina aviá enchaminat de frequentar un istitut agrari dal temp que sos dos frairòls anavan encara a l’escòla primaria.

Sandrin al s’era decidat, l’era ora de anar rabastar quel sohaç; lo temps companhava, de segur un bel passatge. Chaliá n’aprofictar e far tuts quèlos trabalhs que beleu, se lo temps chanjava, la sariá istat empossible far. Fin aüra al aviá encara larjat sas vachas, que las pluás d’autuènh avian encara fait creisser de bonas èrbas.


Apres Tuts Sents, una matin al aviá butat fòra dal teit sa Mòra, l’aviá atelaa al velh tombarel que serviá normalment per portar viá la tampaa, li aviá charriat sus doas ferraças, lo balancin e las tirèlas e al aviá pas eissubliat de prener los timangles, un palfèrre, una apia, faucét , reissa a motor, ensoma tot çò que serviá per far son òbra.

Lo sochon al era ben plantat dins los rochaç mas apres d’aguer reissat un tòc dal bilhon qu’al era escondut de sos la nita dal rius, la Mòra ilh era arribaa, a fòrça de tirasseiar, de zo tirar aut. Pròpi un bel sochon qu’al auriá fait un chalendon formidable. Al aviá encara trabalhat un pauc mas averec decò lo bilhon de la nita que l’empreisonava.

Aüra la sochon faziá bèla figura dins la bassa cort de sa maison; a la sosta, al auriá agut lo temps de s’eissuar e d’esser prest per la nuèit de Chalendas. Al era talament gròs que al auriá jamai pogut intrar dins sa foganha e èsser butat dil foier. L’unica l’era quèla de l’esclapar.

Li venguec a la ment una vèlha poesiá que qualcun de son vialatge aviá escrit, comà ilh diziá ja ?:

Las clòchas sonon lo primier de messa

los òmes esclapon lo sochon

los mòssis van s’escarussar

e las fèmnas aprestan lo recinon1

Òi, ilh duviá a pauc pres èsser per parelh mas plus lònja e abó quèlos vers dins la tèsta comencec, abó maça e conh, esclapar quel gròs chalendon, per l’espessar d’en maniera qu’al intrèsse dins maison e sor tot dil foier.

A li era totjorn plaiut achalendar: aprestar lo pan qu’avian totjorn nomat lo chalendal.

La donava d’òbra far lo pan. Empastar, aprestar lo forn, los mainaas que fan las poponas, lo chichols e los jalucs dóoç cuberts de coètas e dragiels de çucre colorat. Puèi la diamenja derant Chalendas aprestar lo presepi abó la mofa, de branchas d’eire, de gruèlha de bleton, far la balma adont butar la Vierge, Sent Josep, lo buu e l’asne, puèi los bergiers abó las feas, e tuts los personatges, darreire qualquas lumieras e lo papier estielat. Aprés far l’albre abó las balicas coloraas, las chandielas, los ribans argentats e daurats. Anar cherchar de branchas d’agrevol plenas de balicas roias, per butar fòra de la pòrta e decò una de viscle.

La nuèit de Chalendas a la fin ilh es arribaa; la li era sa familha, de vezins solets ilhs se sion jonth a la parentuènha: danda Victorina, la Nòra, barbo Casimir, lo Sidòr, la Tida, tuts de velhòts dal quartier dal Cortiel que vivian solets e los avian pas mai gis de familha.

Lo foier al es istat aprestat, un cuchon de ramilha, qualqui reondeaus de bòsc e quand lo tot començarè brular, un bel tòc de chalendon que donarè a l’aire son bon parfum de pega.

Sus la taula de la cusina las fèmnas avian ja butat de bèlas napas blanchas, tres chandeelas, de botelhas de vin blanc e los gobelets per lo brinde: « Paratz vòstri veires, chal brindar a Chalendas que van arribar !» e a Sandrin de la Rosinèta li vengueron a la ment las paraula d’un antica preiera, de quand la se butavo lo chalendon sul fuòc e la recitec:

« Se rejoisse lo sochon

que deman es Chalendas,

lo jorn dal pan

que chasca graça dal Bon Dius

intre dins cèsta maison,

que las fèmnas aian de mainaas

que las chabras chabrien

que las feá anhelen

que abonde lo gran e la farina

e que se ramplisse lo baral de vin

«Viva, a la vòstra, levatz vòstri veires, bona sandat e bona fèsta a tuts »

Un pauc de vin cheiec sal sochon que venguec butat dil fuòc, e las beluás prengueron la viá dal fornel.

E vosautri mainaas aprenatz las paraulas de cèsta preiera:

« Ange beneizit

ange dal Chalendon

mon bel sochon

pòrta-me qualque biscoit

pòrta-me de chausas bèlas

de joets un’escarcèla

que deman l’es la fèsta dals mainaas

pas de broissas de broetaas

E aüra tuts a messa a preiar Juesi Bambin que vai naisser e aprés lo recinon!

Fòra al a aviá començat de paluchar e la faziá freid.

La Nòra que dins sa jovença era istaa en Provença, embauchaa en çò d’una familha nòbla de Marsèlha, aviá ajuat la Pina per lo recinon e li aviá prepausat de zo far a la mòda provençala, quèla dals tretze plats legiers abó tretze micas per sovenir la darriera cina: los dotze apostres e Juesi. Apres los tretze plats: de fogaça a l’uèli, dos torons, un al meel e a las amandas, l’autre a la chicolata, un blanc e un nier; apres los quatre mendiants – los fruits secs per soventar la color dals abilhaments dals quatre òrdres de moines -: las amandas per los Domenicans, lo razim pasarol per lo Augostinians, las fias sèchas per l’òrdre de Sent Francés e las noisas per los carmelitans. Apres los fruits verds: de poms, de peruç, de razim (n’en gardavan tojorn de ròsts pròpi per Chalendas ), de caquis, de marmeladas de pom codòn e de chastanha.2

Lo Chalendon brulava e bon apetit!

Los mainaas cóojats, Sandrin e la Pina apresteron los paquets abó los dons per sos filhets. Per Alina avian pres de chausas que poian li servir, de chausas per s’abilhar, dauzaüra ilh era una mendiá. L’era pas mai lo temps per ilhe de joets e poponas. Aiquen, pas mens, a Sandrin li fazec venir a la memòira la darriera popona qu’avian achatat, pas per Alina mas per la Rosinèta, sa maire. Ilh diziá totjorn que dins sa vita los sius li avian jamai regalat una popona, ilh s’era totjorn amusaa abó de poponas faita d’estraç; per parelh pensec, d’acòrdi abó la Pina de li n’en chatar una. Plorec lo jorn de Chalendas la Rosinèta en veient lo regal que li aviá fait sa familha e l’estrenhec la popona comà s’ilh aguèsse agut un mainaròt dins sos braç.

Lo jorn de Chalenda tot se passec ben, un bon repast, sos filhs e sa fèmna ilhs eran contents per los regals recets - a la Pina li aviá donat una bèla chaenèta qu’aviá tres florètas en filigrana -, e el recebec un bel parelh de tesoiras a poar e un bel corpet de lana que sa fèmna li aviá fait d’escondon. Un bel chalendum, pas ren a dire.

Lo chalendon brulec fin als Reis. Puèi las cenres dal chalendon fogueran esbolhaas per prats e champs e vinhas de Sandrin de la Rosinèta. Las aurian portat ben a tota la campanha.


Franco Bronzat

1De una poesiá de G. Ressent de Vialaret Roure – Chałenda d’ön viegge – publiaa sus lo numre 2-1969 de La Valaddo.

2La tradicion provençala preveá lo melon d’uvern ( quel blanc dedins) e la confitura de pasteca, dita de “ mereviho”, entrovablas en çò nòstre.