La lingua occitana diviene anche lingua in cui tradurre testi classici. Molti autori si cimentano nel trasporre testi, i più disparati: dagli aforismi greci, latini o cinesi da parte di Daniele Gally, ai testi contemporanei del Vignetta attraverso la penna di Augusta Gleise. La traduzione in patois de Le favole di Fedro o dei Vangeli da parte di Angelo Masset, de Il Piccolo Principe, de Le avventure di Pinocchio o di alcune novelle del Decameron a cura di Giovanna Jayme e quella di due canti della Divina Commedia da parte di Clelia Baccon, è opera preziosa per l’arricchimento del lessico e, in particolare nel caso de Le favole di Fedro, per la forma di racconto vicina a quella della tradizione popolare occitana. 

I lavori citati comportano uno sforzo notevole per i traduttori, essendo pochi e incompleti i dizionari a oggi editi che, per l’Alta Valle, si riducono al Vocabolario del patois provenzale di Rochemolles di Angelo Masset e a quello della stessa Baccon. Si tratta comunque di traduzioni preziose per il filologo, per il linguista e, purtroppo, per pochi altri poiché il taglio del cordone ombelicale con la propria madre lingua ha fatto sì che oggi pochi vogliano o abbiano gli strumenti per leggere questi testi in patois. Se le edizioni a stampa riportano il testo a fronte, la maggior parte dei lettori che non siano studiosi, dopo qualche pagina nel più fortunato dei casi, leggerà in italiano o in francese perché la sua cultura binaria è in queste lingue che percorre la scrittura, in patois è oralità.

Questo discorso vale a maggior ragione per le pagine web tradotte per i siti internet di Oulx, Salbertrand, Exilles, ex Comunità Montana Alta Valle Susa e Parco naturale del Gran Bosco di Salbertrand, dove una parte dei testi bilingue riguarda la legge 482/1999 e i servizi amministrativi. Qual è l’utilità per un parlante di leggere in patois tali informazioni, quando ne può disporre in lingua italiana? È difficile, francamente, vederla.

Se la scrittura in lingua occitana è spesso ostica per il lettore, anche per quello patoisant, cosa ben diversa è la lettura a voce alta da parte dell’autore, del traduttore o di altro lettore-narratore. Il racconto ritorna a farsi tale nella forma orale; la parola scritta ha valore unicamente se detta, altrimenti è lettera morta, reperto d’archivio per qualche paleontologo. Oggi, operazioni di traduzione, quali quelle citate, hanno un senso solo se ridate alla tradizione orale.