Nel 1961, una valanga distrugge buona parte del villaggio di Rochemolles e causa quattro vittime costringendo gran parte della popolazione a scendere a Bardonecchia. Tra gli abitanti che abbandonano la borgata c’è Angelo Masset che seguirà il corso della sua vita lontano dalla valle e dal paese natio al quale dedica un nostalgico e tenero sguardo, sentendo il peso del distacco e la responsabilità di lasciare memoria della sua gente.

Angelo Masset (1919-), nativo di Rochemolles (Comune autonomo fino al 1928, quando è soppresso e accorpato al Comune di Bardonecchia) dove negli anni Cinquanta è maestro elementare, emigra prima a Perosa Argentina (TO) poi a Bassano del Grappa (VI). Lontano dal paese natio continua a insegnare e inizia il lento e paziente lavoro che lo porterà alla stesura di Grammatica e Dizionario del patois provenzale di Rochemolles e alla traduzione dei Vangeli e delle Favole esopiche di Fedro nella parlata archamourìe, mantenendo un profondo rapporto con le proprie radici.

Il Masset aveva capito, prima di altri, l’importanza della testimonianza orale, così i Vangeli e le Favole sono corredati dalle registrazioni audio di una selezione dei testi in modo da fornire supporto ideale alla pronuncia e da costituire documentazione preziosissima per lo studio dell’evoluzione della lingua, purtroppo tali supporti non sono stati riprodotti con la pubblicazione delle Favole, mentre il lavoro sui Vangeli è rimasto inedito.

Nel Dizionario, il Masset raccoglie circa 7.700 vocaboli, di cui molti peculiari della parlata archamourìe. Nella Grammatica illustra, tra l’altro, la particolarità verbale occitana altovalsusina del modo suppositivo o congetturale (mi aghérou, probabilmente io avevo avuto) e che, riporta l’autore, trova riscontro nel giapponese arcaico e nelle lingue turche.

La grafia elaborata dal Masset è assai complessa, si basa sulla grafia della lingua italiana con numerosi adattamenti ed eccezioni. L’accento grave sulla vocale indica l’accento tonico (àigh, acqua) o apertura (èrb, erba), quello acuto sulla e indica chiusura (étré, stretto) e l’eventuale sottolineatura ne indica l’allungamento (fét, festa), quello circonflesso indica allungamento (sarâ, salare) e, nel caso di e ed o, anche apertura (gamêl, scodella grande; acôr, accordo). La e terminale può essere pronunciata (be, bello) o semimuta (flaparie, pigrizia) e, in questo caso può a volte essere indicata con ē (pariē, così). Il grafema ă indica suono intermedio tra a ed e (eplă, spellato), mentre ŏ indica la chiusura della vocale (sabŏ, zoccolo) e la sottolineatura ne indica l’allungamento.

La vocale u ha suono alla francese (rumlea, tossicchiare), mentre la u italiana è resa con ou (foué, frusta) e il gruppo eu è pronunciato alla francese (pleuie, pioggia). Il gruppo consonantico ch è pronunciato alla francese (chinigl, bruco; choufleur, cavolo), di conseguenza il Masset utilizza la k per rendere il suono di c aspra davanti ad e ed i (kinké, lume) e in finale di parola (evèk, vescovo). La consonante j ha suono alla francese (jarl, mastello). Il digramma dz è pronunciato separatamente (dzînâ, pranzo) con alcune eccezioni in cui è pronunciato come z dolce (dzâbl, diavolo; dzâcr, diacono; dzèmbr, dicembre).

Il digramma gl ha suono gutturale (glàs, ghiaccio) a inizio o in corpo di parola, ma prende suono molle in fine di parola (feugl, foglia), davanti ad u (glusumea, piagnucolare) o quando indica articolo determinativo maschile singolare (gl’, il, lo). La r è pronunciata all’italiana (vîr, anello) e, quando sottolineata, alla francese (raclâ, raschiare). Il digramma tz è normalmente pronunciato separatamente, come quello dz, con rapida successione di t e z dolce (tzub, tubo) salvo rare eccezioni in cui è pronunciata come z dura (etzér, stella). Numerose le eufoniche precedute e seguite da trattino: gn (i-gn-iou, un uovo), ş (lou-ş-agnèou, gli agnelli), l (be-l-ân, bell’asino), i (douş-i-an, dodici anni), t (gran-t-ôm, uomo di statura alta).

Grammatica e dizionario del patois provenzale di Rochemolles

Il Dizionario patois-italiano e italiano-patois riporta in calce il toponimo di ogni casa di Rochemolles, oltre a un lungo elenco di modi di dire locali, quali: S’ chia parin (farsela addosso per la gioia e per l’orgoglio) o Tria lou tôrtzi (spidocchiarsi)269. Il Dizionario, come la Grammatica, riporta numerosi giochi di parole e frasi a monosillabi particolarmente amati dagli arguti abitanti come, ad esempio: Oh! là, o sé blan coum ‘l là, so jă lâ? (Oh, diamine! siete bianco come il latte, siete già stanco?) 270.

La Grammatica è corredata da nomenclature, glossari, raccolta di toponimi, racconti, preghiere, filastrocche, dialoghi, ecc. che rendono il lavoro una fonte preziosissima di informazioni sugli usi e sulle tradizioni del piccolo borgo alpino. Tra i tanti trascriviamo alcuni giochi di parole e scioglilingua

Riportiamo l’incipit del racconto ‘L joû d’ la fiér, già pubblicato da Valdaos Usitanos anni prima che il lavoro di Masset potesse trovare l’interesse delle istituzioni per finanziarne la costosa edizione. Si tratta di uno dei numerosi racconti inseriti nella Grammatica, dove una miriade di personaggi è descritta con ironia nel gioioso clima della fiera di Bardonecchia, evento che richiamava a valle gli abitanti di Rochemolles per fare acquisti e provviste e, soprattutto, per vendere i propri prodotti. 

L joû d’ la fiér 

Terminato l’impegnativo lavoro di compilazione del Dizionario e della Grammatica, e in attesa della pubblicazione, il Masset si dedica all’altrettanto impegnativa traduzione dei Vangeli dai quali riportiamo un frammento per ciascuna delle quattro parti. 

Evanjîl slon Sen Matzieû

Evanjîl slon Sen Mâr

Evanjîl slon Sen Gluk

Evanjîl slon Sen Jàn



Fedro. Le favole esopiche tradotte nel patois di Rochemolles

Conclusa la fatica dei Vangeli che ad oggi rimangono inediti, il Masset si dedica alla traduzione di alcune favole che solo molti anni dopo saranno pubblicate nella collana dei Quaderni di Bardonecchia.

Nella prima parte del lavoro il Masset traduce un’ampia selezione delle favole contenute nei cinque libri dello scrittore greco, mentre nella seconda parte riporta, sempre con testo a fronte, una raccolta di racconti di autori vari, alcuni celebri come Tolstoj, Gozzi, Andersen, Lessing, altri meno noti come Allodoli e Bargellini e alcune favole della più disparata provenienza, dall’Ucraina all’Africa, dalla Bulgaria ai Paesi Arabi, scelti «sia per gli argomenti trattati, spesso vicini alla vita agro-pastorale che si conduceva un tempo a Rochemolles, sia ancora per il semplice stile narrativo nel corso del quale il discorso diretto, che compare frequentemente, dà la possibilità di applicare un maggior numero di regole grammaticali»277

L chìn k port la viand

Lo vîse do-ş-ôme



Rochemolles

Dopo aver composto e dattiloscritto le sue opere, Angelo Masset s’impegna in una ricerca approfondita della storia della borgata raccogliendo in Rochemolles280, un corposo volume dattiloscritto inedito, una miscellanea di documenti, annotazioni, diari, articoli e aneddoti in italiano e francese sul paese natio, in minima parte utilizzato ad introduzione della Grammatica.

Tra le tante curiosità raccolte, il Masset riporta alcuni vocaboli corredati da disegni illustrativi come per câise, cartella degli alunni, cassetta a forma di tronco di piramide rovesciato con due coperchi ribaltabili o di tôtou, frullino, piccola trottola creata con un rocchetto. Interessante la parte riguardante i testi di canzoni, compiante e serenate in lingua francese con la descrizione dell’usanza delle obădda, le serenate che i ragazzi di Rochemolles facevano alle fanciulle la vigilia di Pentecoste. 

Gli ultimi scritti

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, il Masset ripropone alcune favole, modi di dire, preghiere e filastrocche della tradizione occitana di Rochemolles, attraverso la rivista La Valaddo e il Bollettino Parrocchiale delle frazioni di Bardonecchia, La Frasiun.

Alcuni scritti sono riproposti con la grafia utilizzata nelle opere sopracitate, altri sono riportati in una grafia semplificata senza sottolineature, con l’accento circonflesso ad indicare l’allungamento vocalico e con la soppressiondi alcuni segni quali ă ed ş sostituiti rispettivamente da semplici a e s (â venta, bisogna; dzisie, diceva). Questi accorgimenti, indubbiamente più agevoli, non permettono la distinzione della vocale intermedia tra a ed e, tra s sorda e s sonora e tra le diverse articolazioni della consonante r.

Anche la novella La vent és obeisen (Bisogna essere obbedienti), traduzione da Christoph von Schmid, come quelle raccolte in Fedro. Le favole esopiche tradotte nel patois di Rochemolles, è a contenuto moraleggiante.

La vent és obeisen