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Ricordando François Fontan

En recordant François Fontan

di Sergio Salvi

Ricordando François Fontan
italiano

Ho conosciuto Fontan nel 1976, a Firenze, quasi per caso, realizzando un desiderio che covavo da tempo. Allora, il 90% degli italiani che avevano frequentato la scuola dell’obbligo e godevano dei diritti civili, ignorava completamente che cosa e dove fosse l’Occitania. Perfino un linguista di fama come Tullio de Mauro chiamava la lingua occitana col nome di “provenzale”. I più colti intuivano che non si trattava di una malattia o di un gasteropodo e ipotizzavano che l’Occitania fosse uno di quegli staterelli balcanici, immaginari ma attestati dalla letteratura di consumo, quali, ad esempio la Ruritania del Prigioniero di Zenda o il Pontevedro della Vedova allegra.

Io, che ero curioso ma anche fortunato, invece, lo sapevo. Me lo avevano detto Fausta Garavini, che riusciva a insegnare anche letteratura d’oc all’Università di Firenze inserendola coraggiosamente tra le pieghe della letteratura francese e Osvaldo Coisson, un commerciante valdese di caolino, residente a Firenze, che aveva scoperto dieci anni prima, in patria, nella Val Pellice, di essere occitano e conosceva Fontan, in quell’occasione suo ospite.

In una situazione come quella, si capisce come conoscere di persona Fontan, che aveva scritto La nation occitane, ses frontières, ses régions pochi anni prima ed era il segretario del Partito Nazionalista Occitano in Francia e l’ispiratore del Movimento Autonomista Occitano in Italia, fosse per me un avvenimento eccezionale. Anche se non eravamo più di 10-12, in Italia, a sapere delle sue benemerenze.

Al contrario della parola “Occitania”, ancora ignota ai più, la parola “nazione” era ancora conosciutissima a Firenze e in Italia: solo che appariva universalmente intesa come sinonimo di “stato”. Il fatto che, per Fontan e per i suoi zelatori, esistesse una “nazione occitana” senza stato proprio ma con tutti i crismi per diventarlo, mi appariva straordinario.

Da quel poco che avevo appreso, ero ormai a conoscenza di questo fenomeno. C’erano anche ragioni più banali. Da bambino avevo letto di nascosto alcuni romanzi d’amore di mia sorella, narrazioni che possedevano una dimensione, sullo sfondo, anche politica, che mi avevano istigato a parteggiare apertamente, e con entusiasmo, per la causa irlandese e per la causa armena, due paesi di cui auspicavo la piena indipendenza nell’ambito di tutto il territorio dove si parlava la loro lingua. I romanzi si svolgevano infatti a Cork, sotto occupazione britannica e a Erzerum, sotto il tallone turco. L’eroina irlandese era stata strangolata dal suo amante inglese in un impeto di gelosia ingiustificata e l’eroina armena avviata con la forza sulla strada della prostituzione dall’ufficiale turco che l’aveva sedotta.

È ovvio che applicavo mentalmente a queste vicende drammatiche anche principi di giustizia e di democrazia generale: se la Gran Bretagna e la Turchia erano nazioni riconosciute in quanto stati, perché non dovevano esserlo l’Irlanda e l’Armenia, oltre tutto ferocemente oppresse proprio da loro?

Poi, da ragazzo, avevo preso l’abitudine di scrivere poesie ed ero eccitato dalle tecniche usate dai poeti. I Trovatori, col loro repertorio di coplas capfinidas, capdenals, retronchadas e capcaudadas e la loro abilità magistrale di entrebescar los moz (“intrecciare le parole”), mi avevano affascinato in maniera indelebile.

I trovatori scrivevano in occitano e questa lingua, data per estinta perfino su molti manuali, era invece ancora parlata, anche se da pochi, nella propria patria, come mi assicuravano Garavini e Coisson. E questo mi bastava per sposare la causa dell’indipendentismo occitano, di cui Fontan mi dicevano essere il teorico e il leader. Si può dunque capire come lo ammirassi e “bevessi” le sue parole: tra l’altro, dirò che lo incontrai a tavola, in un ristorante sull’Arno, un luogo delegato per mangiare e per bere: anche le parole.

Certo, quell’occasione, pur intensa, fu breve. Pochi giorni dopo, però, riuscii a procurarmi la seconda edizione di Ethnisme, vers un nationalisme humaniste, testo fondamentale del pensiero di Fontan, uscito l’anno prima. Entrai meglio in contatto col suo pensiero, così denso di spunti e di definizioni, che tuttavia mi sembrò, da un lato, meticoloso e pertinente, ma, dall’altro, distratto da esigenze che andavano oltre la “nazione” e l’“Occitania” per suffragare l’“umanismo” del titolo, cosa in sé lodevole ma forse di mole esagerata rispetto all’argomento trattato.

Non è un caso che Fontan abbia teorizzato, in seguito, che gli occitani erano sottoposti a tre alienazioni: nazionale (cioè linguistica e culturale); socio-economica (di classe); sessuale-generazionale (da cui il suo interesse per i giovani, con la formulazione del concetto di “classi di età”, importanti come quelle sociali, e le problematiche omosessuali, femministe ed ecologiche).

Le risposte a queste tematiche erano soltanto accennate nel libro, mentre quelle relative alla lingua erano sviscerate con sufficiente profondità. Certo, non si poteva fare di più in un libretto di appena 70 pagine, la cui bibliografia appariva, per giunta, per forza di cose, modesta e piuttosto parziale. Comunque, la definizione fontaniana della “lingua” come “indizio sintetico della nazione” era davvero calzante e felice.

Fontan sapeva moltissime cose ma non era uno studioso accademico. Era un animatore dal fascino enorme: e questo spiega i risultati della sua opera paziente ed itinerante che lo ha impegnato lungo una vita, tutto sommato, breve.

Fontan aveva le sue spiccatissime idiosincrasie e le sue predilezioni. A proposito di ogni lingua “nazionale” da costruire, sosteneva giustamente l’esigenza di una koinè, ma pretendeva anche che questa si basasse sui dialetti centrali del Paese in oggetto, quando esistono lingue codificate sulla base di dialetti periferici, perfettamente funzionanti. Il francese si fonda sul dialetto di Parigi e non su quello di Tours, l’inglese sul dialetto di Londra e non su quello di Birmingham. Pretendeva, poi, che tutte le lingue adottassero una scrittura alfabetica e un alfabeto fonetico, facendo torto a tradizioni che non andavano negate proprio perché “nazionali”.

Questo, per quanto riguarda le sue ribadite prescrizioni. Per l’individuazione di una lingua, riteneva poi necessaria l’intercomprensione tra coloro che parlavano uno dei suoi dialetti ed io ero, per esperienza, un feroce negatore di questo concetto. L’intercomprensione è un fatto culturale e non linguistico. Conosco un dialettofono ligure che dice, nel suo dialetto, gesgía, per “chiesa” e non comprende che cesa, in piemontese, significa la stessa cosa. Ma comprende subito il significato della parola church, che è inglese, senza che il ligure debba essere un dialetto inglese.

Fontan ha avuto scarso seguito in Francia, dove la pletora dei regionalisti, degli autonomisti e dei federalisti, che pure erano numerosi, non comprendeva ancora il significato reale della parola “nazione”, che continuava a identificare con lo stato, cioè con la Francia, nonostante l’ardore per la lingua d’oc. Fontan ha ottenuto invece un seguito di non lieve entità in Italia, nelle valli piemontesi che parlavano occitano senza saperlo, dove ha convinto un buon numero di giovani, parte dell’opinione pubblica e perfino le autorità regionali, naturalmente nei limiti di un costume irresoluto nel prendere provvedimenti, tipico della nostra classe politica.

Il suo messaggio rivoluzionario, pur negato in Francia dalla maggioranza degli occitanisti, è entrato, per merito suo, e soltanto suo, proprio nel cuore dell’occitanismo più militante che, pur negandolo, ha dovuto e deve confrontarsi con le sue enunciazioni proprio per negarle, alla vana ricerca di sostituti che sono soltanto antichi luoghi comuni (regionalismo, federalismo, autonomismo…).

In questo momento, i recenti “fatti” scozzesi, catalani e còrsi, che testimoniano l’inizio di una “grande fuga” dagli stati-nazione dell’Europa occidentale da parte di molte “nazioni senza stato” (come l’Occitania) sono un fenomeno significativo che gli stati attuali, pur travestiti da “nazioni”, non erano preparati (vedi il comportamento dello stato spagnolo nei confronti della Catalogna) ad affrontare ma che François Fontan aveva previsto con un anticipo visionario. Questo è il suo grande merito e il suo contributo prezioso alla storia in fieri dell’umanità. In questo senso, il suo “etnismo” può essere davvero un “nazionalismo umanista”, come lui credeva dovesse essere, e fornire la base più autentica per una società politica rinnovata e indotta al riconoscimento delle sue strutture di fondo.

occitan

Ai conoissut Fontal ental 1876, a Firenze, esquasi per cas, en realizant un desir que coavo despuei de temp. Alora lo 90% di italians que avion frequentat l’escòla obligatòria e godion di drechs civils ignorava completament çò que foguesse e ente foguesse l’Occitània. Fins a mai un linguista de fama coma Tullio de Mauro sonava la lenga occitana abo lo nom de “provençal”. Lhi pus sabents intuïon que se tractava pas d’una malatia o d’un gasteròpod e ipotizavon que l’Occitània foguesse un d’aquilh estaterèls balcànics, imaginàris mas atestats da la literatura de consum, coma, per exèmple la Ruritània dal Preisonier de Zenda o lo Pontevedro de La vedova allegra.

Mi, qu’ero curiós mas decò fortunat, ensita, lo saubio. Me l’avio dich Faust Garavini, que arribava a mostrar decò la literatura d’òc a l’Universitat de Firenze en l’inserent coratjosament entre las plegas de la literatura francesa, e Osvaldo Coisson, un marchand valdés de caolin resident a Firenze que dètz ans derant avia descubèrt, en pàtria, en Val Pélitz, d’èsser occitan e conoissia Fontan, son òste dins aquela ocasion.

Dins una situacion coma aquela se compren coma conóisser de persona Fontan, que avia escrich La nation occitane, ses frontières, ses régions qualque an derant e era lo secretari dal Partit Nacionalista Occitan en França e inspirator dal Moviment Autonomista Occitan en Itàlia, foguesse per mi un aveniment excepcional. Ben que foguéssem pas mai que 10-12 mila, en Itàlia, a sauber de sas benemerenças.

Al contrari de la paraula “Occitània”, encara ignoraa da la major part de la gent, la paraula “nacion” era encara ben conoissua a Firenze e en Itàlia: masque que apareissia universalament entendua coma sinònim de “estat”. Lo fach que, per Fontan e per si defensors, existesse una “nacion occitana” sensa un siu estat, mas abo tuchi lhi crismas per lo devenir, m’apareissia extraordinari.

Da aquel pauc que aviu emprés, d’aüra enlai ero a conoissença d’aquel fenomèn. Lhi avia decò de rasons pus banalas. Da mainat aviu lesut d’estremat quaqui romanç d’amor de ma sòrre, de narracions que possedion una dimension, sal fons, decò política, que m’avion menat a sosténer dubertament, e abo entosiasme, la causa irlandesa e la causa armena, dui país dont auspicavo la plena indipendença dins tot lo territòri ente se parlava lor lenga. Lhi romanç de fach se debanavon a Cork, dessot l’ocupacion britànica, e a Erzerum, dessot lo talon turc. L’eroïna irlandesa era istaa estranglaa da son amant anglés dins un’impulsion de gelosia injustificaa e l’eroïna armena menaa abo la fòrça sal chamin de la prostitucion da l’oficial turc qu l’avia seducha.

Es evident que aplicavo mentalament an aquilhi eveniments tràgics decò de principis de justícia e de democracia generala: se la Gran Bretagna e la Turquia eron de nacions reconoissuas en tant qu’estats, perqué devion pas l’èsser l’Irlanda e l’Arménia, per de pus ferotjament oprimuas pròpi da ilhs?

Puei, da jove, avio pilhat la costuma d’escriure de poesias e ero excitat da las técnicas adobraas dai poètas. Lhi trobadors, abo lor repertòri de coplas capfinidas, capdenals, retronchadas e capcaudadas e lor abilitat magistrala de entrebescar los moz m’avion encharmat.

Lhi Trobadors escrivion en occitan e aquela lenga, donaa per finia bèla sus tanti manuals, al contrari era encara parlaa, bèla se da gaire de gent, dins sa pàtria, coma m’asseguravon la Garavini e Coisson, e aquò me bastva per mairar la causa de l’indipendentisme occitan, dont Fontan me dision èsser lo teòric e lo leader. Se pòl comprene donca coma l’admiresse e “bevesse” sas paraulas: e puei direi que l’encontrero a taula, dins un restaurant sus sus l’Arno, un luec delegat per minjar e beure: decò las paraulas.

Segur, aquela ocasion, bèla se intensa, foguet brèva. Pauc de jorns après, totun, arribero a me procurar la seconda edicion de Ethnisme, vers un nationalisme humaniste, tèxt fondamental dal pensier de Fontan sortit l’an de derant,. Intrero mielh en contact abo son pensier, parelh dens d’ideas e de definicions, que totun d’un cant me semelhet meticulós e pertinent, mas de l’autre destrach da d’exigenças que anavon al delai de la “nacion” e de l’ “Occitània” per sufragar l’ “umanisme” dal títol, causa en se laudabla, mas benlèu d’amplor exageraa respèct a l’argument tractat.

Es pas un cas que Fontan aie teorizat, puei, que lhi occitans eron somés a tres alienacions: nacionala (es a dir linguística e culturala); sòcio-econòmica (de classa); sexuala-generacionala (d’aquí son interès per lhi joves, abo la formulacion dal concèpt de “classas d’etat”, importantas coma aquelas socialas, e las problemàticas omosexualas, feministas e ecològicas).

Las responsas an aquelas temàticas eron masque alluduas ental libre, dal temp que aquelas relativas a la lenga eron pro aprofondias. Segur, se polia pas far de mai dins un libret de just 70 pàginas dont la biografia aprareissia, en mai, e per fòrça de causas, modèsta e putòst parciala. Coma se sie la definicion fontaniana de la”lenga” coma “indici sintetic de la nacio” era da bòn apropriat e aurós.

Fontan saubia un baron de causas, mas era pas un estudiós acadèmic. Era un animator dal charme enòrme e aquòexplica lhi resultats de son òbra pacienta e itineranta que l’a empenhat al lòng d’una vita, tot somat, brèva.

Fontan avia sas particularitats e sas predileccions. A propaus de chasque lenga “nacionala” da construïr, sostenia justament l’existença d’una koinè, mas pretendia decò que se basesse sus lhi dialècts centrals dal Païs en objèct, quora existon de lengas codificaas sus la basa de dialècts perifèrics perfectament foncionantas. Lo francés se fonda sal dialèct e París e ren sus aquel de Tours, l’anglés sal dialèct de Londra e ren sus aquel de Birmingham. Pretendia puei que totas las lengas adoptessen un’escritura alfabètica e un alfabet fonétic, en fasent tòrt a de tradicions que anavon pas negaas justament perqué “nacionalas”.

Aquò per çò que regarda sas afortias prescripcions. Per trobar una lenga, estimava puei necessària l’intercomprension entre aquilhi que parlvon un de si dialècts e mi ero, per experiença, un ferotge negador d’aquel concèpt. L’intercomprension es un fach cultural e ren linguístic. Conoisso un dialectòfon ligur que dins son dialèct ditz gesgía, per “gleisa” e compren pas que cesa, en piemontés, vòl dir la mesma causa. Mas compren sal colp lo significar de la paraula church, qu’es en anglés, sensa que lo ligur deve èsser un dialèct anglés.

Fontan a agut pas gaire d’adèptes en França, ente la plétora di jornalistas, di autonomistas e di federalistas, bèla se nombrós, comprenia pas encà lo significat real de la paraula “nacion”, que continuava a identificar abo l’estat, o ben la França, malgrat lo vam per la lenga d’òc. Fontan, ensita, a fach pas mal d’adèptes en Itàlia, dins las valadas piemontesas que parlavon occitan sensa lo sauber, ente a convinçut un bòn numre de joves, una part de l’opinion pública e fins a mai las autoritats regionalas, naturalament enti límits d’un costum esitant a prene de provediments, típic de nòstra classa política.

Son messatge revolucionari, bèla se negat en França da la majorança di occitanistas, gràcias a el, e masque a el, es intrat d’a fons ental còr de loccitanisme pus militant que, bèla en lo negant, a degut e deu se confrontar abo sas enonciacions pròpi per las negar, dins la vana recèrcha de substituts que son ren que de vielhs luecs comuns (regionalisme, federalisme, autonomisme...).

Dins aqueste moment lhi recents “fachs” escocés, catalans e còrses, que testimònion lo començament d’una “granda fuga” da lhi estats-nacion de l’Euròpa occidentala da part de tantas “nacions sensa estat” (coma l’Occitània), son un fenomèn significatiu que lhi estats actuals, bèla se travestits da “nacions”, eron pas preparats a afrontar (ve lo comportament de l’estat espanhòl vèrs la Catalonha), mas que François Fontan avia previst a l’avança d’un biais visionàri. Aqueste es son grand mérit e son preciós contribut a l’istòria en cors de l’umanitat. Dins aquel sens, son “etnisme” pòl èsser da bòn un “nacionalisme umanista”, coma el creïa que devesse èsser, e fornir la basa pus auténtica per una societat política renovaa e inducha al reconoissiment de sas estructuras de fons.


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