(da un documento diffuso a Frassino l'8 marzo 1981)

 

...di fronte alla varietà delle grafie finora adottate sul versante italiano, vorrei difendere la grafia dell'IEO, che mi sembra la migliore o - quanto meno - la meno peggio fra tutte, e questo per delle ragioni insieme tecniche e politiche.

 

dal punto di vista tecnico:

la grossa obiezione che ci viene mossa riguarda l'originalità della grafia IEO, il fatto che non ha niente da spartire con tutto ciò a cui la gente è abituata per via dell'educazione ricevuta. Ci viene detto, in particolare, che non è possibile riconoscere la parola occitana quando è scritta in grafia IEO.

In realtà bisogna ammettere che non esiste una grafia evidente, una grafia così semplice che chi non ha mai visto la propria lingua scritta si trovi subito a suo agio e riconosca subito le parole che deve leggere. Da questo punto di vista, tutte le grafie si equivalgono agli occhi di chi ha dell'occitano una conoscenza soltanto orale. Un problema di adattamento esiste sempre. E ciò vale tanto per la grafia "francese" dell'Escolo dòu Po quanto per la grafia "italiana" di Ousitanio Vivo. La grafia è un codice, un codice dotato di regole che si possono apprendere e poi applicare: è una questione di pedagogia e di mancanza di pregiudizi. E pertanto il criterio in base a cui si sceglie quel codice non deve essere la pura e semplice somiglianza con il codice di una lingua più conosciuta (altrimenti il lettore si viene a trovare in una situazione di totale confusione), ma piuttosto la coerenza e l'efficacia del sistema.

 

Credo che il sistema migliore è quello dell'IEO

- perché nota i fonemi - che sono gli elementi costitutivi della lingua - comuni a tutte le parlate, senza entrare nei dettagli delle realizzazioni locali: in primo luogo perché ce ne sarebbero troppi (al limite ogni individuo parlante dovrebbe forgiarsi il proprio sistema), secondariamente perché è impossibile farlo. L'alfabeto fonetico internazionale (API) ha 117 segni per notare tutti i suoni di tutte le lingue del mondo. Inoltre, la notazione fonetica non traduce mai in modo perfetto la realtà orale della parlata. Un esempio può servire. Ecco la trascrizione, effettuata da E.Hirsch, della parabola del Figliol Prodigo nella parlata dell'Argentera:

I era en viadze en ome ke avia düei efan. En dzurn, lu pe dzuve de ieli a dits al paire: paire du me la part de l'ereditaia ke me tutsa; volu püs restar isi volu veire lu munde.

Nella parlata di Larche (Ubaye, a una ventina di Kilometri):

Li avye en viaddze en ome k avye duz enfans. En dzurt lup pü dzuve d'ellus a dits a sun paire. Paire, duna me la part de l'ereditaia ke me tutsa. Volu pü restar isi, volu veire lu munde.

In apparenza, le poche differenze sono soprattutto morfologiche e si potrebbe credere che quelle due parlate - in base alla notazione "fonetica"- si pronuncino allo stesso modo. E invece no! Basta sentir parlare, per un solo minuto, un abitante dell'Argentera e uno de Larche per capire che il ritmo, l'intonazione della frase, non hanno molto in comune. Ma come si fa ad evidenziarlo foneticamente? Non bisogna chiedere alla scrittura ciò che non può dare: la tonalità. Bisogna chiederle soltanto quel tanto di chiarezza sufficiente perché il parlante possa riconoscere la struttura essenziale della parola, che lo stesso parlante provvederà poi a pronunciare alla sua maniera (alla maniera del suo villaggio).

Questa chiarezza, il sistema dell'IEO la possiede. Basta voler ammettere, ad esempio, che il suono u non si scrive ou come in francese oppure u come in italiano, ma invece o. È soltanto questione d'abitudine.

-di fatto, il grosso vantaggio della grafia IEO consiste nel suo carattere unificante. Unificante nello spazio, ma anche unificante nel tempo, in quanto permette l'accesso ad opere in lingua antica (i poemi valdesi, ad esempio).

 

dal punto di vista politico:

-l'Occitania è divisa. C'è un confine che separa la parte "italiana" dalla parte "francese". Non possiamo negare l'esistenza di quel confine. È causa diretta di differenze economiche, sociologiche, mentali fra i due versanti della montagna. Naturalmente, riconoscere l'esistenza di quel confine non vuol dire accettare l'idea di rinunciare a qualsiasi realzione con l'altro versante. Bisogna favorire gli scambi fra le diverse regioni occitane. Questi scambi non possono essere che fruttuosi a tutti i livelli. Per essere più chiari: gli occitani d'Italia fanno delle cose, pubblicano dei libri, ma lo sanno che potrebbero farli conoscere a un numero sempre maggiore di lettori, quelli del versante francese? La grafia utilizzata oggi dalla maggior parte degli occitani di Francia é la grafia IEO. Invece, i principi di base della grafia italiana sono sconosciuti. Bisogna essere già iniziati all'italiana per capire che "achest" si deve leggere akest e non invece atsest, "escricc" =eskrits, e non eskrik, "maj" = mai e non madz. Gli occitani di Francia sono già sovente delusi nel vedere che le riviste dei loro fratelli d'Italia sono redatte in italiano. Come se ciò non bastasse, i pochi testi occitani sono di difficile comprensione: la delusione non può esserne che aggravata. Il problema fondamentale è di sapere che Occitania si vuole. Un'Occitania dove ogni regione fa vita a sé, o invece un'Occitania dove circolano la parola e l'esperienza.