GRAZIE!

Al Sindaco Claudio Vernetto, all’Amministrazione Comunale di Mattie.

Alla signora Maria Terziano e a suo marito, il Signor Luigi Gillo, per il loro preziosissimo aiuto sullo studio del dialetto, la traduzione e la trascrizione di parole, frasi e testi, per le loro importanti testimonianze. Alla signora Laura Favro, mamma di Elena, per le foto, per le testimonianze e per la collaborazione.

Al signor Rivetti Bruno e a sua moglie, la signora Bellando Luigina, nonni di Matteo, per il loro prezioso aiuto.

Al Parco Orsiera Rocciavrè, in particolare ai guardia parco Alpe Dante e Elio Giuliano per le foto e la cartografia.

Bun giouërn!

Buongiorno!

Noi siamo gli alunni della scuola di Mattie, siamo rimasti in pochi in questo piccolo comune della Valle di Susa. Quest’anno ci sono 4 alunni in classe I, 5 in classe III, 3 in classe IV e 3 in classe V, ma un tempo le classi erano molto numerose e si doveva addirittura fare i turni per avere un posto nel banco; quasi tutte le borgate avevano una scuola per le prime classi, mentre la IV e la V erano al capoluogo.

Il nostro Comune adesso conta 699 abitanti, le frazioni “burgià” di Mattie sono:

  • Gillo- li Geilou

  • Giordani – li Giourdän

  • Menolzio – Mënous

  • Grandi Tanze – Grantë Tansës

  • Piccole Tanze – Pëcëite Tansës

  • Vallone – Valön

  • Combe – Lë Cömbës

Il nostro è un paese di montagna (nostrum paiëis e i ët d’ muntagne e d’ roche);

si trova sulla destra orografica della Dora

Mattie: la borgata Gillo ed il monte Orsiera

Matiës: la burgià di Geilu e la puënta dë l’Ursira

INTRODUZIONE

RICORDI ….PRIMA CH’A VENA NEUIT

Prima che venga notte…”

Prima che il passare del tempo cancelli dalla nostra memoria le parole, i gesti, le tradizioni che hanno caratterizzato la vita dei nostri nonni, dei loro padri e via, via indietro nel tempo.

A Mattie si parlava un patuà francoprovenzale, ma ormai son ben poche le persone al di sotto dei 40 anni che lo sanno ancora parlare. Noi abbiamo raccolto le testimonianze per il tema proposto dal concorso, abbiamo registrato i termini dialettali degli attrezzi e di alcune usanze e abbiamo cercato di raccontare com’erano organizzati alcuni consorzi e la vita in montagna in due momenti importanti: la fienagione e l’alpeggio.

CONSORZIO “FILO A SBALZO”

Nel comune di Mattie, negli anni ’50, si decise di regolamentare l’uso del filo a sbalzo e della teleferica con un apposito regolamento e consorzio: era il 24 maggio 1953.

Gli abitanti di Mattie, nei mesi estivi, salivano ai pascoli alti con le loro piccole mandrie e lì falciavano i fieni.

Il fieno era falciato a mano con “lou dài”, una falce con una lunga lama. Chi lo sapeva usare bene, a ritmi costanti e regolari, faceva cadere, ad ogni movimento delle braccia un bel po’ d’erba che veniva poi distribuito su tutto il prato, perché potesse seccare meglio e più in fretta. Questo lavoro (spataré lou féeign) di solito veniva svolto dai bambini.

Il recipiente di legno “lou couì” era appeso, con una cinghia dietro la schiena, per comodità dato l’uso frequente di questo attrezzo. Si riempiva “lou couì” di acqua per tenere la mola “la còu” sempre bagnata e si metteva una manciata d’erba perché l’acqua non uscisse fuori.

Per rifare il filo della lama si martellava “lou dài”. Si conficcava nel terreno un attrezzo apposta “la martëloura” e poi si batteva la lama del “dai” con un martello, per togliere tutte le imperfezioni della lama. Era un lavoro di pazienza e di precisione.

Le ore del mattino, quando i prati erano ancora freschi di rugiada, erano le migliori per un buon risultato, perché l’erba si tagliava meglio. Per rendere sempre tagliente “lou dai”, si utilizzava una mola “la còu”, che veniva tenuta in un apposito recipiente di legno “lou couì” che era agganciato alla cinghia dei pantaloni come “lou fousët”, il falcetto.

Lou couì era riempito d’acqua e d’una manciata d’erba. Tanto tempo fa si usava come “couì” un corno di mucca.

Dopo un po’ di lavoro occorreva affilare la lama: quindi si estraeva la mola “la còu” dal “coui” e si fregava più volte sulla lama della falce “lou dai” appoggiata sapientemente, in modo verticale sulla punta dello scarpone.

I movimenti erano sicuri e precisi, un vero e proprio rito; perché uno sbaglio voleva dire tagli profondi. L’operazione durava circa un minuto poi si ricominciava a “siè”.

LA MARTËLOURA

Si può vedere la parte che veniva piantata nel terreno fino alla rotella. Si appoggiava, poi, “lou dai” sullo scalino e si batteva sulla lama con il martello che si vede appeso, fino a quando la lama era molto tagliente. Nei prati, infatti, era molto facile colpire con la lama sassi o radici, che rovinavano il filo della lama.

LOU TËRIÀN – IL TRIDENTE

Quest’attrezzo era usato per sveltire il lavoro quando si ammucchiava il fieno per poi fare la “bariunà”.

LOU RÄTÀL – IL RASTRELLO

È un attrezzo di legno, possibilmente leggero. Le punte “büé” sono di legno e spesso si rompevano, allora il nonno “lou Grò” doveva rifarle.

Era un lavoro che si faceva d’inverno.

L’erba tagliata veniva poi fatta seccare; le donne ed i bambini andavano a “boudré lou féeign” cioè girare il fieno per affrettare l’essiccatura, poiché in estate basta un temporale “armassà” per bagnare il fieno e dover ricominciare da capo.

Quando finalmente era secco si raccoglieva con i rastrelli “ratäl” e si facevano le “bariunà” o “trapunà”.

C’era un’usanza: otto “brasà” bracciate dovevano servire per riempire il “bariëun”, attrezzo fatto di corde e legno.

Il fieno veniva raccolto con il rastrello e stretto e compresso il più possibile in un mucchio grande quanto le braccia di un adulto, quindi messo nel “bariëun” steso a terra.

Quando il mucchio era pronto si tiravano le corde, prima da un’estremità, poi dall’altra perché i due legni portanti fossero sempre paralleli.

Al secondo passaggio delle corde, l’uomo o il ragazzo saliva sulla “bariunà” per comprimere ancora di più il fieno e schiacciarlo con il suo peso, quindi si stringevano al massimo le corde e si facevano i nodi stretti, stretti.

In seguito anche per evitare la faticaccia di riportare su a spalle la “jëttà”, si iniziò ad usare il filo a sbalzo “la corda”, più comodo e veloce.

Un lungo filo d’acciaio univa due località: una in alto, l’altra più a valle; di solito situate su un’ altura “trüc” per evitare ostacoli lungo il tragitto. Tendere la fune d’acciaio era un’operazione molto pericolosa e faticosa, partecipavano tutti gli uomini del paese con i muli che dovevano prima trasportare il cavo d’acciaio e poi tenderlo e fissarlo a un basamento predisposto. Era importante che “la bariunà” fosse ben fatta perché altrimenti il fieno sarebbe uscito dalle otto corde e la “bariunà” si sarebbe sfasciata nella discesa con la teleferica.

Quando tutte le “bariunà” erano pronte si dovevano portare a valle: si usava la “jëttà”, la slitta, che al massimo ne trasportava due per volta.

LA JËTTÀ

La “jëttà” era usata “për mëné le bariunà de faëgn” cioè per trasportare a valle i fagotti di fieno.

Era fatta di legno, era abbastanza pesante e poteva trasportare due o tre “bariounà” per volta. Era pericolosa, e soprattutto nelle discese ripide e sulle pietre “ blëuve” blu molto scivolose. Sono successi molti incidenti e qualcuno ha addirittura perso la vita.

Le “bariunà” erano collocate sul filo d’ acciaio con una carrucola “la cariculä” ed iniziavano la loro discesa a gran velocità che era tanto maggiore, quanto era la pendenza del filo. Arrivata al fondo con un grande tonfo, “la bariunà” si sganciava; “la cariculä” era caldissima.

Il gancio era fissato alle corde della “bariunà”, mentre la rotella veniva posta sulla fune d’acciaio e lì cominciava la sua veloce discesa. Alcuni ragazzi, per guadagnare pochi soldi, trasportavano con la “ garbisà” le carrucole giunte al fondo discesa, riportandole al punto di partenza.

Per distinguere le “bariunà” di una famiglia da quelle delle altre famiglie, si metteva un nastro colorato ad ogni “bariunà”, oppure si mandavano giù lungo il filo a sbalzo un rametto di pino o quercia o abete e lo stesso quando le “bariunà” a monte erano finite: era un segnale per chi era a valle a sganciare: si poteva iniziare a portare il fieno a un altro filo a sbalzo per un’altra discesa o nel fienile “lou sulì”, se si era arrivati a Mattie. Allora non c’erano le radiotrasmittenti, la distanza tra la partenza e l’arrivo era molta e neanche urlando ci si poteva sentire, così alcune famiglie, anziché utilizzare il rametto di pino battevano tre colpi sulla fune d’acciaio: dal basso si rispondevano con tre colpi, le vibrazioni portavano la risposta; tutto a posto, si poteva cominciare a mandare giù il fieno. Ogni tanto una “bariunà” si sganciava lungo il trafitto, che rabbia!. Quella “bariunà” era “au Tignërée” – luogo molto impervio e difficile da raggiungere.

Il filo a sbalzo più usato partiva dalla Salencia fino alle Teugliës, un secondo tronco collegava Teugliës au Ciatëlar.

Un altro cavo partiva da J’étèrp e arriva a Ciätëlar, quindi dal Ciätëlar si raggiungeva Mattie nella frazione Gillo in località Versino.

Sull’altro versante della montagna un filo a sbalzo partiva da J’étèrp per Pian Cervetto, quindi Pian Cervetto, Giordani località Reis.

Nella frazione Menolzio non esistevano teleferiche. Oltre al fieno si trasportava a valle anche il legname, legato in fascine, se erano piccoli rami o frasche. Per utilizzare il filo a sbalzo si doveva essere soci del consorzio e pagare una quota di circa 50 £ per ogni “bariunà”. Con il filo a sbalzo si poteva effettuare solo la discesa, a differenza delle teleferiche che permettevano anche l’utilizzo della salita. Le teleferiche erano usate solo per il legname e per i tragitto abbastanza brevi.

Il filo a sbalzo oggi non può più essere usato, anzi i comuni sono stati obbligati a far tagliare le funi, perché il lavoro degli elicotteri, sempre più presenti in montagna per diversi motivi: elisoccorso, spegnimento incendi, trasporto materiali per la ristrutturazione degli alpeggi, poteva essere messo in serio pericolo.

I fili a sbalzo che ancora oggi esistono, devono essere autorizzati e segnalati con bandierine bianche e rosse.

LOU BARIOUN

È l’attrezzo che serviva per trasportare il fieno: due legni robusti e paralleli tra loro, uniti da otto corde. Erano anche chiamati “trapoun”. Si potevano trasportare anche sulla testa, ma essendo le bariounà assai pesanti, era, per lo più, un lavoro riservato agli uomini.

CONSORZIO ALPEGGIO ALLEVATORI MATTIE

Mattie, come quasi tutti i comuni della valle di Susa, intorno agli anni 1960- 1970, risente dei grandi cambiamenti avvenuti nell’economia e nell’organizzazione sociale di tutto il Nord Italia. Fino agli anni 1960 a Mattie erano molto sviluppati l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, ma sempre più persone preferivano il lavoro nelle industrie e negli uffici della bassa Valle di Susa o di Torino, al lavoro sempre meno remunerativo dei campi.

Così l’agricoltura e l’allevamento vennero lasciati alle donne, agli uomini anziani ed al tempo libero. Quasi tutte le famiglie, però allevavano ancora due o tre mucche, falciavano i fieni e coltivavano le vigne e gli orti, ma ormai la dura vita del contadino di montagna non bastava più per mantenere una famiglia. Erano sempre meno le famiglie che nei mesi estivi salivano agli alpeggi Toglie e di Prà la Grangia con le loro mucche.

Un tempo quasi tutte le famiglie avevano una piccola baita “grangia” adibita ad alpeggio con piccole stalle “etrabli” che contenevano al massimo una decina di mucche “les vacies”.

Si saliva all’alpeggio “meré amön” l’ 11 giugno, San Barnaba, e si custodivano anche le mucche di altre famiglie di Mattie o di paesi di pianura: Coldimosso, Traduerivi, Bussoleno. Mentre si era all’alpeggio si falciavano “sié” i fieni “li faign” dei pascoli alti per la provvista invernale, si raccoglieva la legna “arbaté dë boc”: si pulivano i pascoli, le balere etc..

Se la mucca data in affidamento “an garda” era ricca di latte, quindi dava un reddito a chi l’aveva in custodia, il pastore avrebbe dato in cambio burro e formaggio. Il proprietario doveva una retta per la custodia “garda” se il latte non era sufficiente.

Alle Toglie esisteva un alpeggio comunale che era dato in affitto a un pastore “bargi” e che, oltre alle sue mucche, custodiva anche le mucche di alcune famiglie di Mattie, ma nel 1972 una valanga lo distrusse. Gli abitanti di Mattie non si vollero arrendere abbandonando tutto, così deciSero di costituire un consorzio per la costruzione di un alpeggio che potesse accogliere tutte le mucche di Mattie, che allora erano più di 100. il 7 febbraio 1977, guidati dall’entusiasmo del signor Bruno Rivetti, il nonno di Matteo, gli abitanti di Mattie presero la decisione di costituire un consorzio per poter ricevere contributi e collaborare nei lavori che erano molti e gravosi.

Risolta la questione burocratica dinanzi ad un notaio, occorreva trovare i finanziamenti. Gli 80 soci si autotassarono con 100.000 Lire a testa, poi la Regione Piemonte finanziò l’iniziativa con 65 milioni e la Comunità Montana fornì la pala meccanica, gli automezzi per il trasporto, il “ragno” per l’acquedotto e 25 milioni.

Ottenuto il consenso della Forestale, il bravo palista Armando Cevrero della Comunità Montana, cominciò la costruzione della pista silvo pastorale per arrivare al luogo dove sarebbe sorto l’alpeggio. Nella primavera del 1978 iniziarono i lavori per la costruzione dell’alpeggio: una o più persone per ogni famiglia di soci partecipò attivamente ai lavori: c’era chi faceva il muratore “lou muradou”, chi inchiodava i legni “lou midabosc”, chi scavava “ciavé”, chi portava pietre “roc” e faceva il “bocia”.

Tutto il paese si mobilitò per un complessivo di ben 2500 giornate lavorative e la partecipazione di 90 persone. Quello stesso anno salirono all’alpeggio ben 110 mucche, ospitate in più stalle private. Nell’inverno del 1978 la stalla era già finita: poteva contenere 108 mucche. L’estate successiva si decise di utilizzare una parte della stalla per l’abitazione del malgaro, mentre si procedeva alla costruzione della casa. La casa è molto grande perché, oltre all’abitazione del malgaro, alle stanze per la lavorazione del latte e dei formaggi, ci sono dei locali per i soci e per istituire un posto tappa della G.T.A. (Gran Traversata delle Alpi) con 14 posti letto.

Una centralina a caduta d’acqua fornisce energia elettrica ed acqua calda in permanenza per tutti gli usi dell’alpeggio.

Nel 1980 i lavori più grandi finirono; il costo finale si aggirò intorno ai 106 milioni, ben poco, considerando l’ampiezza dell’alpeggio, il pregio delle rifiniture dell’abitazione (l’esterno è tutto in pietre a vista), la sistemazione interna dei locali, con i confort di un moderno chalet di montagna e la quota (M. 1540), ma non si sarebbe costruito se non ci fosse stata l’opera gratuita di molti e molti volontari che, legati alla loro montagna, non hanno permesso che un pezzo della loro storia potesse morire.

Finito l’alpeggio, si costruì con il contributo di 20 milioni della Provincia, un muraglione, lungo circa 100 metri e alto 2 o 3 tutto in pietra a vista, per contenere la terra a monte ed evitare piccole frane. Si fece la recinzione del cortile con tronchi di larice “malësù” e si costruì la concimaia: una grande vasca in cemento armato che raccoglie lo stallatico “iam” che poi viene fatto defluire con l’acqua per la concimazione dei prati.

Si costruirono anche gli abbeveratoi (vasche o tronchi di legno scavati, che raccolgono l’acqua delle sorgenti della zona) per abbeverare i capi bovini.

Gli abbeveratoi furono costruiti sparsi sui pascoli migliori per evitare lo spostamento delle mandrie alla ricerca dell’acqua con conseguente erosione della cotica erbosa.ancora oggi, a lavori finiti, ogni anno i soci dell’Alpeggio lavorano una giornata gratuitamente per la pulizia dei prati e per la manutenzione ordinaria.

Adesso l’alpeggio è il fiore all’occhiello della Val di Susa, confortevole e ben attrezzato, ospita circa 130 capi bovini, di cui 70 sono mucche da latte e 100 capre. Una famiglia di margari custodisce il bestiame, lavora il latte e vende i suoi formaggi agli abitanti di Mattie e ai mercati della Valle. Molti escursionisti si fermano al posto tappa G.T.A. per poi proseguire nella visita del Parco Orsiera Rocciavrè, perché l’alpeggio si trova nel cuore del Parco.

I soci fondatori, i loro famigliari, gli amici si ritrovano tutte le estati seduti intorno al grandissimo tavolo nel locale a loro riservato a mangiare una buona polenta “puläinta”, ricordando le fatiche, i problemi, ma con la felicità e l’orgoglio di aver realizzato un sogno che rimarrà a testimonianza per le future generazioni.

Nei prati lontani dall’alpeggio, si trova la Cappella di sAn Lorenzo e San Bartolomeo dove tutti gli anni il 10 agosto si festeggia il santo patrono; molta gente sale da Mattie e dai paesi vicini per la ricorrenza. I priori con i loro invitati fanno una grande tavolata presso las Cappella, mentre le altre persone festeggiano sparsi nei prati, nelle baite o all’alpeggio; in quest’occasione il malgaro regala un formaggio che viene messo all’asta ed il ricavato è utilizzato per il restauro della cappella. Il giorno di San Bartolomeo (24 agosto) viene celebrata un’altra Messa quasi a dare l’addio alle ferie.

Per noi bambini è sempre una grande festa andare all’alpeggio, rincorrerci nei boschi “giouè à cuit, a caciese”, fare le capriole nei prati “virè li capu”, a “ciapèsë” e, mentre una fisarmonica suona, si sente che, un coro improvvisato inizia a cantare e sembra che il tempo si sia fermato e sia rimasto così com’era al tempo dei nostri nonni. Si scendeva a valle con le mandrie il sabato prima della grande fiera del 20 settembre di Susa che era chiamata la “faëra di bargì”.

LA VITA ALL’ALPEGGIO

La nonna di Matteo, la signora Luigina Bellando, è venuta in classe e ci ha raccontato la sua esperienza di quando, bambina e poi ragazzina, saliva all’alpeggio di Prà la Grangia.

Io, come quasi tutti i bambini di Mattie, dovevo interrompere la scuola l’11 giugno, giorno di San Barnaba, perché si doveva salire all’alpeggio. Scendevo poi alla fine di giugno per sostenere gli esami . Il giorno di San Barnaba c’era un gran trambusto e una grande eccitazione: tutte le mucche venivano radunate in un grande spiazzo sotto i castagneti “Plan du Bal”.

Le mucche erano agitate: dopo il lungo inverno passato nel buio delle stalle, uscivano al sole con al collo i campanacci “rundön” lucidati per l’occasione. Giungevano sullo spiazzo anche le mucche dei paesi vicini: Coldimosso, Traduerivi, Bussoleno: iniziavano le cornate, le corse sotto i castagni alla rincorsa dei vitellini. Era tutto un vociare tra i richiami, lo scampanio dei campanacci, il latrato dei cani, ma alla fine si partiva….

Il malgaro dell’alpeggio comunale arrivava con la sua mandria “trup” ed i ragazzini facevano a gara per trasportare a spalle le sue masserizie: “pèrëul” “lou sëgëlëin” , provviste, in cambio di pochi soldi, i più robusti portavano la zangola “bürera”. Si saliva per una mulattiera, che, a tratti, era molto ripida; ci si impiegava circa due ore.

Le baite “gräingiës” erano molto piccole: in pietra a secco, con il tetto in lose, sotto c’era la stalla divisa dall’abitazione civile.

In quell’unico locale c’era una parte “notte” con un letto di foglie o fieno “paiëun” e una parte giorno con un focolare “lu fuì” senza camino, un tavolo, alcune panche e una “stagira” per i piatti, le casseruole e le scodelle erano tutto l’arredamento.

Quando pioveva, soprattutto durante i temporali, la pioggia entrava tra le fessure delle lose e quando tirava vento, il fumo si spargeva per tutto il locale, facendo lacrimare gli occhi.

La prima cosa da fare, appena arrivati, era smuovere il fieno o le foglie del letto perché durante l’inverno le vipere o i topi o i ghiri potevano essersi nascosti lì. Mia mamma aveva una gran paura, io no, ed allora era un lavoro che dovevo fare io. Nel locale dove si lavorava il latte c’era un piccolo ruscello perché potesse mantenere il latte fresco e perché si potesse formare sul latte una panna cremosa ed abbondante. Con quella panna si faceva il burro “lu beöru”, che veniva portato a Mattie la domenica sera, avvolto in foglie di genziana, per poi essere venduto al lunedì mattina al mercato di Bussoleno.

Noi bambini dovevamo andare a pascolare le mucche con i cani pastori “ ceign da bargi”, ma prima dovevamo pulire le stalle. Era una faticaccia! Bisognava far uscire il letame da due buchi nel muro e spesso si dovevano usare le mani e quella puzza non te la levavi più di dosso!

Andare a pascolare non era facile: bisognava portare le mandrie in alto, sui pascoli del comune perché i prati privati erano falciati. Dovevamo fare attenzione che nessuna mucca andasse a brucare l’erba di un prato del vicino, perché si litigava anche per un pugno d’erba. In quei tempi, con “lou vulam” che è una piccola falce arrotondata, si tagliavano i ciuffi d’erba vicino ai massi, lungo i muri, intorno alle piante perché nulla andasse perso “fàre lës pignà”. Era necessario che stessimo attente, soprattutto nelle giornate di nebbia, che nessuna mucca o vitellino scappasse, perché, oltre alle botte, tutti gli uomini si sarebbero mobilitati per la ricerca.

Le giornate non passavano mai, soprattutto quando c’era la nebbia e non si riconoscevano più i luoghi e non si sapeva l’ora e non si poteva neanche giocare. Le giornate peggiori erano quelle dei temporali: occorreva trovare un riparo sotto una roccia “barma”, ma la paura era tanta! Se pioveva o grandinava si restava con la roba bagnata addosso per tutto il giorno e i piedi diventavano bianchi per la troppa umidità.

Le giornate più belle erano quelle di festa. Alle Toglie si festeggiava San Lorenzo, il 10 agosto, ed allora arrivavano tutti i parenti: si mangiava e si bevevo tutti insieme. Alla fine grandi cori di montagna, più o meno intonati. Al 21 luglio il malgaro dell’alpeggio comunale saliva alla “Bergeria dell’Orsiera”, pascolo che si trova sotto il monte Orsiera 2378 m.

Anche noi, con le nostre mucche, dovevamo salire verso i pascoli alti, per cercare nuovo cibo. Al 20 settembre di ogni anno, finalmente si tornava a Mattie, perché a Susa c’era una grande fiera del bestiame. Noi bambini eravamo contenti: se la stagione era andata bene, magari c’era qualche regalo anche per noi….

RACCONTI DALL’ALPEGGIO

LA SERA…..LOU VÉPRU…..

Alla sera, di ritorno dai pascoli, terminati i lavori ci si soffermava nei cortili delle grangie e davanti ad un buon bicchiere di vino iniziavano i racconti.

Noi bambini, ci dice la nonna di Matteo, ascoltavamo le parole dei grandi con attenzione sempre maggiore via via che il racconto si faceva più pauroso, allora non c’era la televisione e noi, seppure non avessimo paura di niente, né dei serpenti, né delle fatiche, eravamo poi spaventati da quei racconti di masche, streghe e folletti.

SËMÄNSÄ DE QÜRIOUS

Si racconta che una bella ragazza “mandià” da sposare era all’alpeggio delle Toglie con la sua piccola mandria.

Un pomeriggio scese a Mattie per far rifornimento di viveri; tutti prima di partire le raccomandarono:”Non voltarti mai!” “Vëirëté mae”.

Fatte le sue commissioni, con “loi garbëign” a spalla, la ragazza prese la strada del ritorno, ma la tentazione di girarsi indietro era forte.

Così dopo aver resistito un po’, si disse “solo una sbirciatina” “machë un’üciada”.

Con sua enorme sorpresa, vide sulla punta del monte Rocciamelone proprio di fronte a lei una palla di fuoco. “Un incendio” pensò e cominciò ad affrettare il passo.

Si girò per la seconda volta: la palla di fuoco era scesa a mezza costa del monte.

Prese a correre, ma giunta a metà strada, si rivoltò indietro: incredibile!

Il fuoco aveva già risalito le pendici del monte ed era già arrivato a Mattie. Con il cuore in gola, corse sempre più in fretta: il peso della cesta non lo sentiva più, le Toglie erano lì; era arrivata, il fuoco però le era alle spalle. Un’ultima corsa: la sua stalla, il suo agnellino con al collo il campanello benedetto; lei lo strinse forte forte al cuore; il fuoco era dietro la porta chiusa della stalla. Dalla porta chiusa giunse una voce “Ringrazia il campanellino benedetto che tu ora stringi al cuore: ma impara a non essere più così curiosa”.

BARBA GIOUÀNN E LOU CIAVRÒT

Una volta, un signore di nome Barba Giouànn andò a comprare del tabacco; ad un certo punto incontrò un capretto, e pensò che fosse scappato da qualche ovile. Allora lo rese a spalle e si avviò verso il negozio. Lungo il tragitto il capretto diventò sempre più pesante tanto che dovette rimetterlo a terra. Il capretto disse: “ Oh,oh,oh,oh, mi sono fatto portare da Barba Giouàninn d’Calò”.

Quel capretto era un uomo trasformato che prendeva in giro Barba Giouàninn.

LOU TÈIGN - IL TEMPO

Segnali di pioggia

A marchët la plogia

Quando le formiche fanno la processione

Canchë lë frümiës e fän lä pusësiön

Insegnante di Francese: Piera Favro