Portal d’Occitània    Premio Ostana - Scritture in lingua madre

Omaggio a Robert Lafont nel decennale della sua scomparsa

Omenatge a Robèrt Lafont per los dètz ans de sa disparicion

Robert Lafont (1923-2009)

Racconti di Robert Lafont estratti da

La primiera persona, Lyon, Féderop, 1978

TESTO ITALIANO

Fantasma senza casa

Mica è vita quella d’un fantasma. Non so se mi capite. Quando dico vita potrei dire eternità: passato il passo della morte, noialtri abbiamo l’eternità da vivere. Figuratevi che tirata! Ma non vi figurate l’eternità, non potete immaginarvi... E poi non mi capite perché non mi sentite. Con i fantasmi, avete solo alcuni mezzi di comunicazione grossolani che voialtri avete stabilito, non noi: i colpi d’un tavolo, l’ululato del vento nei corridoi, le luci lattiginose degli ectoplasmi, un rumore di catene. Se vogliamo segnalare la nostra presenza ci tocca strascinar catene: grottesco. Se non ci vestiamo di lenzuoli, per dar consistenza a quel che chiamate un fantasma, restiamo trasparenti e voi ci attraversate, su e giù, come fossimo aria.

Come potreste comprendere la nostra eternità esistenziale? adopero le vostre parole più sottili: proprio così, esistenziale. Non è l’eternità immobile di Dio, ma un’illimitazione della durata. Non siamo il buon Dio. Del resto non l’abbiamo mai incontrato, il buon Dio, in quello che chiamate l’aldilà. Devono esserci molte stanze nella casa del signore, e probabilmente ci ha alloggiati nell’ala dove non mette mai il naso. A volte ci domandiamo se non l’avete inventato voi, appunto per riempire l’aldilà. L’uomo riempie sempre tutto. L’uomo ha orrore del vuoto. Per questo si è fabbricata un’immagine piena e rotonda dell’essere infinito.

La nostra esperienza dell’universo non corrisponde alla vostra. Non ho bisogno di molte parole per comunicarvela. Per esempio, non avete un’idea della visuale obliqua. Un fantasma, quando guarda dritto davanti a sé, vede come voi, ma vede più di quanto voi vedete. Per questo ci fate soffrire quando ci venite incontro e ci attraversate. In compenso, è un piacere per un fantasma vedere un muro in cui un vivo batterebbe il naso, e attraversarlo come un’acqua di sorgente. Ma in più un fantasma ha il potere di voltar la testa e guardare sia a destra sia a sinistra. Facendo questo movimento, fino ad aver il mento sull’una o sull’altra spalla, vediamo aprirsi, come direste voi, delle grandi fenditure una dopo l’altra, e in ognuna un’infinità di mondi aboliti o ancor da venire, con tutti i loro abitanti. È questa la nostra eternità esistenziale: il tempo che fende lo spazio, appena il nostro sguardo non è più fisso dritto davanti a noi. Una fenditura che è infinitizzazione, qualcosa che assomiglia all’effetto che ottenete mettendo due specchi uno di fronte all’altro. Infinitizzazione da ogni parte, perché se c’è un infinito in ogni fenditura, c’è anche un’infinità di fenditure sui quarantacinque gradi che possiamo abbracciare con l’occhio, di qua e di là. E poi, questa per noi è un’esperienza normale, l’infinito di destra, non è che l’infinito di sinistra rovesciato, l’eternità dipanata che scende e risale dal tempo.

Dire che è normale non significa che non se ne patisca. La testa d’un fantasma ... gli prende il capogiro come a un vivo, soltanto non è una vertigine di spazio, ma una vertigine del tempo che gli pesa addosso. Per questo dico che la nostra vita ha un bell’essere eterna, ma non è vita. Siamo presi fra la paura degli umani che ci attraversano e ci bucano e i buchi del tempo che ci assediano da ogni parte. Non potete sapere. Bisogna esser morti per sapere cos’è l’insicurezza.

La sicurezza, la troviamo un po’ nelle case, quelle case dove ci si sente, come voi dite. Mi hanno raccontato che alcuni vostri sapientoni hanno fatto molti studi su questi fenomeni. E qualche volta ho anche incontrato, fra la folla dei fantasmi miei fratelli, il fantasma d’uno specialista di metapsichica: ironia della sorte, dover verificare, dopo morto, quel che uno pensava da vivo della condizione dei morti. L’essenziale è che gli umani, nella loro paura verde dell’aldilà, non hanno mai potuto indovinare questa verità semplicissima: se i fantasmi si affezionano a una casa è perché ci si sentono meglio che fuori, ci si sentono al coperto. Come voi vi sentite al coperto dalla pioggia.

Le case dove vanno i fantasmi sono quelle che hanno mura opache. Cercherò di spiegarmi. È successo molte volte che la mescolanza di cemento e di pietra con cui costruite i muri, come per miracolo si rivelasse intraversabile dal tempo. Voi parlate di solidità, d’indistruttibilità. Noi sappiamo ... Sappiamo che la parete ferma il tempo. Dunque se siamo fra delle pareti possiamo voltarci a destra e a sinistra senza che ci prenda la paura del vuoto. La fenditura (a pensarci bene è normale) si produce solo nel momento in cui attraversiamo il muro, in cui siamo fra una superficie e l’altra.

Allora, quando un fantasma ha trovato un edificio fatto in modo da bloccare il tempo, potete star sicuri che ne approfitta, e se è un bravo fantasma, ne fa approfittare i compagni. È la vita in comune che comincia ... Ridere, ballare, amare ... insomma, fantaridere, fantaballare, fantamare, quel che può fare un fantasma, si può sapere. Cerchiamo soltanto di proteggere la nostra tranquillità nei confronti dei vivi. Con qualche sibilo e qualche sferragliar di catene quando suona mezzanotte, per lo più siamo a posto. Baubau! e l’uomo se la fa addosso. Così siamo a casa nostra, qui dove dite che siamo a casa nostra: avete fatto disegni e mappe dei castelli, dei palazzi, delle case dove succedono fenomeni soprannaturali.

E noi, i fenomeni, viviamo in pace. Ma non viviamo comodi. Di case opache non ce ne sono poi tante. Certo, abbiamo i monumenti romani. Il famoso cemento romano, di cui nessuno ha più trovato il segreto, era una meraviglia di opacità, specie nell’opus minutum. Ci si sente avviluppati di sicurezza, come un feto nel ventre della madre. Ma i Romani, dopo morti, se ne accorsero subito, e i vari Caio e Marco si rifugiano qui, rannicchiati insieme a tutti i Cesari accoltellati e alle Agrippine avvelenate. Loro, i loro clienti, i liberti, gli schiavi, tutti quanti stipati in quel che resta dei monumenti della grandezza romana; e non avanza molto posto per i più giovani.

Il modo di costruire del Medioevo segnò, dal nostro punto di vista, una decadenza, ma succedeva ancora spesso che la torre d’un castello, una cantina a volta, una sala d’armi o una scala a chiocciola fossero fatte d’una materia non troppo trasparente. E qui, ve ne siete accorti, c’è una sovrapopolazione di fantasmi. Per entrarci, è un pigia-pigia.

Dopo il Medioevo, la catastrofe: finestre sempre più grandi dove l’eternità irrompe e sprizza con ogni raggio di sole, muri sempre meno spessi, sale alte dove il cielo trabocca. Per noi sono luoghi di dolore sempiterno. Dobbiamo camminare in linea retta, diritto davanti al naso, come una prua, o come chi avesse il torcicollo, altrimenti lo sguardo e il pensiero precipitano nelle fenditure. Perdiamo la bussola. E un fantasma scombussolato non è più buono a niente. Non è un vantaggio per nessuno.

Ma qualche volta ... qualche volta c’è un muratore che non sa quel che fa, una calce venuta non si sa da dove, delle pietre prese da una buona cava, e ti costruiscono una casa ... gemütlich, come dicono i fantasmi tedeschi che arrivano qui sempre più numerosi da quando l’Europa facoltosa si ritira a passar la vecchiaia sulla costa provenzale. Gemütlich, se capisco bene, è proprio il contrario di quelle case che van di moda adesso, costruite di vetro e d’acciaio: vi rendete conto, il vetro e l’acciaio, l’acciaio ancor più del vetro, la trasparenza perfetta, e per di più brilla, luccica, vi fa girar la testa, e quando la testa gira non si può dimenticare l’infinito neppure per un secondo.

Gemütlich, così mi disse quel fantasma che incontrai circa un mese fa, una bella notte di luna, sulla strada fra la Séina e Sièis Fors. Aveva trovato un alloggio coi fiocchi, una casa di quattro stanze, due a terreno, due al primo piano. La porta e le quattro finestre incorniciate di stucchi, fiori, rami, fogliame; arabeschi e volute su tutta la facciata. Qualcosa di deliziosamente rococò. Ai fantasmi piace l’arte barocca, soprattutto le sue inflessioni decadenti. E anche dentro, una festa di stuccature. Probabilmente era tutto quello stucco, dentro e fuori, che formava una protezione. Verso il 1900 o il 1910, un Provenzale un po’ toccato – a meno che non fosse un turista – si era fatto costruire questo nido infronzolito, quasi fosse stato preso dall’odio del liscio, della superficie nuda, dell’equilibrio architettonico. Senza accorgersene, aveva cacciato fuori l’infinito e il tempo. Per sempre.

Aggiungete, per finire, che il paesaggio che si sarebbe potuto vedere dalle finestre era nascosto da palmizi piantati a siepe. La scorza sbollata degli alberi rispondeva perfettamente al groviglio degli stucchi e delle pietre sbrecciate, come uno specchio, e quell’effetto di rispondenza ci metteva appunto al riparo sospeso sull’infinito che avrebbe scavato ogni altra prospettiva. Questo è gemütlich, il limite, il confine, il guscio dell’uovo.

Con Gemütlich (era il nome che avevo dato al mio compagno) preparammo nella casa degli stucchi e degli arabeschi la notte che ora dirò. E poiché siamo sempre bonaccioni e cordiali, noi fantasmi invitammo gli amici. Sulla porta era appeso un cartello: vendesi. Era tutto scolorito, prova che i compratori non venivano a frotte. La strada era vicina, ma probabilmente una casa rococò, fra la Sèina e Sièis Fors, non suscita entusiasmi. Gli automobilisti dovevano tirar dritto senza fermarsi. Comunque, per prudenza, togliemmo il cartello. Eravamo una buona decina, una compagnia affiatata, tutti della stessa età. Fantasmi moderni, direi contemporanei. Ci si intende meglio quando si è della stessa generazione. Questione di gusti.

I nostri gusti erano per la festa. O la fantafesta. Facevamo finta di ballare. Ridevamo a crepapelle, la fantapelle che abbiamo. La gioia arrivò al colmo quando Gemütlich si accorse che in quella casa disabitata non avevano tolto la luce. Girò l’interruttore e la stanza fu inondata da una luce brillante, zampillata come un getto d’acqua da un lampadario di cristallo falso.

Quello scoppio di gioia fu la nostra rovina. Dalla strada, dovettero vedere le finestre illuminate. Una macchina si fermò. Un uomo venne ad origliare alla porta, puntò l’occhio a una fessura fra due tavole sconnesse. La paura lo prese. Sentimmo il suo urlo di spavento e poi il rombo del motore, una fuga precipitosa. Da quel momento ci sapemmo perduti: sarebbero venuti degli studiosi, i “nostri” specialisti. Avrebbero messo dei fili di seta attraverso le stanze per scoprire il nostro passaggio, e forse delle cellule fotoelettriche negli angoli per captare le nostre forme di ectoplasmi evanescenti. I più coraggiosi sarebbero venuti a passar qui la notte, protetti da scudi contro le famose proiezioni di oggetti.

Ma no, quel che è successo è qualcosa di più. Per nulla scientifico. Un bulldozer ci ha distrutto la casa ieri mattina, in meno di un’ora. Quei muri stuccati e così opachi, dentro eran fatti di polvere e ghiaia. Solo gli ornamenti li tenevano in piedi. Materiale scadente: probabilmente era per questo che la casa non era stata venduta. Caduto l’edificio, vennero due uomini che rasero al suolo le palme. Per noi, ora, è un luogo di deserto e di vertigine. Nella vertigine, sul deserto, arrivò un altro uomo. Aveva in mano carte e progetti. Guardai al di sopra della sua spalla, confondendomi al turbinio della polvere. Vidi il disegno d’una casa tutta finestre. Solo finestre fra linee metalliche. Ma dietro di me c’era qualcun’altro che guardava. Un uomo e una donna, lui con un cappelluccio in cima alla cocuzza, lei sbracciata e popputa. Sapete cosa dissero insieme guardano do il progetto? Sehr gemütlich!

Da non credere ... Di questo passo, presto il mondo sarà pieno di fantasmi senza casa. Per l’eternità. Dicevo che la nostra non è vita. Però finora non era un inferno. Ora comincia l’inferno. Il gorgo del tempo che ci risucchia ad ogni secondo che passa. A destra, a sinistra. Le fenditure una dopo l’altra come quando si sfoglia un libro. Ogni fenditura senza fine. Non c’è un posto abitabile.

Traduzione in italiano di Fausta Garavini,

tratta dalla rivista “L’Albero”, n.60, 1978 (Edizioni Milella)



L’asse

L’anno scorso, anzi, per essere precisi, l’estate scorsa, quando andavo a trovare Sandra, dovevo salire su dalla città per delle viuzze che poi si trasformavano in scale. Stradette colme d’una luce che mi pareva via via alleggerirsi, serpeggianti fra muri colorati d’ocra e di rosa, travalicati dagli allori e dagli oleandri dei giardini, ricoperti dalle aeree matasse dei gelsomini ricadenti. Sandra rimase lassù tutta l’estate, da luglio a settembre, non di più. In ottobre era già partita, il suo mestiere la richiamava a Parigi, o ad Amsterdam, non ricordo. Non l’ho più rivista, e non mi ha scritto. Certo quel che ci accadde nella casa sulla collina di San Martino bastava a fissare nel suo ricordo una presenza amorosa equivalente a qualsiasi presenza fisica, e forse più sod-disfacente.

Penso che si sia messa a dipingere quel che avevamo vissuto insieme. Sandra è pittrice-decoratrice, lavora per degli architetti di grido. Ora forse moltiplica sulle pareti di appartamenti lussuosi dell’Europa del Nord l’emozione sensuale che avevamo condiviso. Ma si può comunicare il ritmo dell’emozione, lo strano evento ritmico che fu quell’emozione? Ne dubito.

L’ultimo tratto che dovevo percorrere era sempre un po’ faticoso, i gradini diventavano più ripidi sotto il portico di San Martino, come per un sadismo del capomastro verso i poveri peccatori che avrebbero salito la via crucis. Ma era un’idea mia, non c’era via crucis, i muratori avevano semplicemente seguito l’inclinazione della roccia, fino alla piazzetta su in cima. Sulla piazzetta, non un filo d’ombra, il sole picchiava impietoso. A quell’ora, il portale della chiesa era sbarrato. Inondato dai raggi a piombo, sudato e senza fiato, mi fermavo per riprender lena. Di lassù si vedeva spandersi la città, le tegole cotte dal calore e dal vento, le quattro torri medievali. il duomo all’italiana, e verso gli orli le costruzioni nuove bianchissime, cubicamente orribili. Lo sguardo si posava più vicino sui giardini della città alta, un groviglio di verde e di fiori. Quella vista non può che rendere felici, bisogna essere insensibili al mondo, corazzati di dolore per resistere all’estasi di queste vecchie città mediterranee, risultato d’una lunga meditazione sul rapporto fra tetti e cielo, fra il campanile e le colline di uliveti. Estasi tanto più facile di fronte al controsenso dell’architettura recente a basso costo. Ma le vere città vecchie sono tanto comprese nel loro equilibrio interno che non lasciano posto a quello scempio, lo respingono fuori, nei sobborghi.

Riposato, infilavo dietro San Martino un androne scuro e stretto. In fondo, fatti una quindicina di passi, c’era la porta di ferro che si apriva senza cigolare. Entravo nel giardino inselvatichito, fra le grandi mimose, i cipressi e gli allori, in un effluvio di profumi asciutti. Qualche scalino, una soglia, un’altra porta: ero nel corridoio, e chiamavo.

Sandra mi aspettava nella sua camera, a persiane accostate, pigramente sdraiata su un’agrippina scolorita. Mi aveva preparato la limonata per dissetarmi e le sigarette. Qualche volta mi lasciava fare una doccia. Parlavamo con calma, prima di scivolare verso il letto, motivo vero della mia venuta e della sua attesa. Parlavamo della città che visitavamo ognuno per proprio conto, mai insieme, senza stancarci né l’una né l’altro delle facciate a bugnato, dei balconi sui cortili interni, delle botteghe più basse del livello della strada, impregnate del profumo dei legumi troppo maturi. Eravamo innamorati della città come di noi, ciascuno per parte sua e ambedue d’accordo. L’amore che facevamo era intriso d’un fondo di godimento estetico in cui si prolungava la bellezza della città, come il retrogusto d’un frutto.

Un giorno Sandra ebbe un’idea improvvisa, mentre arrivavo. O piuttosto, la sua impazienza mi fece pensare a un’idea improvvisa: mi aspettava ansiosa dì mostrarmi la sua scoperta, “Figurati – mi accolse – questa casa in affitto non la conoscevo per intero, non avevo cercato quel che si nascondeva dietro una porticina chiusa”. La porticina, eccola, ne aveva fatto saltare la serratura che ciondolava staccata. Al di là cominciava una scala, mal ripulita dello sporco e dei calcinacci accumulati negli anni. Ci inoltrammo per la scala buia che girava, Ma d’un tratto uscimmo nella luce, su nella sala alta.

Sala o terrazza o campanile? Era uno spazio quadrato, sormontato da una specie di cupola. La cupola poggiava soltanto su dei robusti pilastri di mattoni, sicché la stanza era tutta finestre. Due finestre per ogni lato, otto in tutto. Si vedeva intera la città, fra uliveti e colline. Il campanile di San Martino non era più alto e ci copriva appena due palmi di spazio.

I mattoni e la cupola erano stati dipinti a calce, ma solo qua e là rimanevano dei pezzi d’intonaco. E sotto la cupola, dei blu e dei gialli di affreschi ingenui, un seno di donna, un braccio mal disegnato, un albero di cui si sarebbero potute contare le foglie ad una ad una. Facendo attenzione, si poteva capire che quei disegni avevano una logica, dovevano articolarsi in una specie di ronda montante, come le nuvole popolate di angiolotti nelle chiese barocche di Roma o del Piemonte; e l’insieme formava un corteo fin in cima alla cupola, dove non c’era l’occhio di Dio, ma un buco. Attraverso il buco si vedeva il cielo e scendeva giù un’occhiata di sole.

Il pavimento era a mattonelle rosse e bianche, un disegno circolare, e al centro, in esatta corrispondenza con l’occhio della cupola, un tondo chiaro, uno scudo di marmo. Sandra mi faceva notare il carattere teatrale dell’architettura, Per meglio coglierne la cadenza si era messa al centro del disegno, i piedi sul tondo di marmo, i capelli biondi accesi nell’occhio di sole. Girava sulle gambe unite per farsi scorrere nello sguardo tutte le parti del paesaggio. E mi descriveva l’effetto con parole precise, competenti, come in un trattato accademico di prospettiva.

Io avevo qualcos’altro in testa. La vedevo, in quella raggiera luminosa, tanto più desiderabile. Ebbi voglia di prenderla fra le braccia. Ma mentre la presi, le mani sulle braccia di lei, e quindi fermai il suo movimento circolare, accadde la cosa inspiegabile. Sentii come un soffio sulla guancia, feci un gesto, e nel gesto vidi al di là d’una finestra: il paesaggio, la città si muovevano. Sandra lo vide come me. Non era più lei che girava. Era davvero la città che ruotava, con ritmo lento e continuo. Vedemmo il duomo passare davanti a ciascuna delle otto finestre e ricominciare il giro. E il sole seguiva anch’esso il movimento, Ponente (erano ormai circa le quattro del pomeriggio) passò ad Oriente per poi tornare a posto e spostarsi daccapo.

Non riuscivo a spaventarmi, quasi neppure a stupirmi. Strinsi Sandra a me, la baciai. Sentivo che eravamo sull’asse immobile d’una bellezza normalmente rotatoria. Mi abbandonavo alla sicurezza di quella posizione privilegiata, di quella comprensione architettonica dei rapporti erotici dell’occhio e dello spazio.

Il movimento cessò quando ci separammo. Era evidente che una persona da sola non poteva mettere in moto la rotazione del paesaggio. Bisognava essere due sull’asse, amorosamente uniti, occorreva, fra il cielo e il suolo, una duplice colonna di corpi felici.

Tutta l’estate, la cosa si riprodusse ogni volta che volemmo. Non so se Sandra riesce ora a far capire l’evidenza di quel ritmo ai ricchi Olandesi o Tedeschi che le chiedono di decorare le loro case con degli affreschi di paesaggi mediterranei. Ma penso che il ricordo la riempia di gioia, come se io fossi al suo fianco. Io, io, giù la cresta, il mio io fu solo una parte del meccanismo.

Traduzione in italiano di Fausta Garavini,

tratte dalla rivista “L’Albero”, n.60, 1978 (Edizioni Milella)

Il Gonfio

Non è molto che è cominciato. Ieri l’altro, mercoledì, il primo indizio. Alle sette in punto del mattino. Mi facevo la barba davanti allo specchietto che avevo comprato apposta per quell’operazione, uno specchietto tondo con un’apertura nella parte superiore da cui viene la luce elettrica. Ho l’abitudine: so trovare esattamente la distanza da cui si vede bene il pelo della barba prima che il rasoio lo tagli. A quella di stanza, il mio viso occupa tutto lo spazio dello specchio. A dire il vero, ho una faccia piuttosto larga: fra il mio riflesso e la cornice non resta quasi margine. Mi dà una certa soddisfazione riempire così, per cinque o sei minuti, tutto, il mio spazio visivo. Bisogna dir le cose come stanno: è il mio egotismo naturale nella sua pratica più semplice e ingenua. Il mio narcisismo: averlo soddisfatto la mattina mi fa star meglio per tutta la giornata, Fino a sera, mi sento meglio nella mia pelle, riempio d’una vita organica senza disagio la totalità del mio guscio cutaneo, È proprio così che stanno le cose.

Ma mercoledì successe qualcosa d’inatteso, Passato il rasoio sulle guance, sul mento e sotto, indietreggiai d’un passo come al solito, per osservare il risultato in modo più oggettivo, un po’ più da lontano, come mi vede qualcuno che incontro nel corridoio andando in ufficio, In questo movimento entrano in gioco le leggi dell’ottica: mentre il mio viso si allontana, l’immagine rimpiccolisce e s’inquadra nello spazio circostante, vedo cioè tutt’intorno un po’ della parete verde della stanza da bagno. Ma, appunto, mercoledì non vidi altro che la mia faccia, che occupava esattamente tutta la superficie dello specchietto, né più né meno, Era come se non mi fossi mosso. Feci ancora un passo, fino a trovarmi con le spalle contro la parete. L’immagine non si mosse, Continuava a riempire il cerchio, e per riempirlo subiva una trasformazione che avrei potuto trovare comica se non si fosse trattato d’un’alterazione della mia fisionomia, Mi vedevo la faccia molto più tonda di come ce l’ho.

Chiamai Magalí. Magalí è mia moglie. Una mogliettina carina e brava, da tre anni che siamo sposati c’intendiamo a meraviglia. Pensiamo le stesse cose, della vita di tutti i giorni o dei fatti del mondo. Mai un disaccordo, mai uno screzio. È vero che lei non pensa mai niente prima di me. Forse non gliene lascio il tempo. Ma lei non protesta.

Magalí venne, con la tazza del caffè in mano e un bel sorriso luminoso negli occhi. “Che ti succede?”. Mi parlava guardandomi nello specchio, era impossibile che non vedesse quel che mi succedeva, Ma probabilmente non vedeva niente di straordinario, la sua voce e il suo respiro erano tranquilli. Stava lì, nel riquadro della porta, dietro di me, e non notava niente. Naturalmente non potevo vederla, la mia immagine occupava tutto lo specchio. Perché qualcosa succedesse in quello specchio, avanzai di qualche centimetro, passai il punto conosciuto di equivalenza fra la grandezza della mia faccia e la capacità della superficie riflettente. Normalmente, il bordo dello specchio avrebbe dovuto tagliare la mia immagine, le guance e la fronte. Ma questa cosa normale non accadde, Non solo lo specchio non poteva riflettere nient’altro che me, ma mi rifletteva tutto, voglio dire tutta la faccia.

Ma Magalí non sembrava accorgersene. Dovetti spiegarle. Non volle credermi. Per la prima volta sentii fra noi una dissonanza che nella sua voce prese il tono della disapprovazione: “Vuoi prendermi in giro!”. Ero io che ero preso in giro. Ma lei non poteva capire l’inferno che stavo patendo, l’incantesimo satanico che dava alla mia immagine le dimensioni d’un oggetto. Lei vedeva tutto come se l’aspettava. Alla fine dovetti ammettere che solo per me il mio io occupava lo specchio e non se ne distingueva né in più né in meno. Tutto succedeva solo nel mio sguardo, cioè era una mia idea. Stavo perdendo la testa. E certo Magalí la pensava cosi. Sogguardandola, indovinai una deliziosa lacrima di compassione che le bagnava le ciglia.

Ma al tempo stesso finì quella prigionia, potei guardare tranquillamente lo specchio, non mi rifletteva più su misura. Io e lo specchio, eravamo ridiventati infine due realtà separate dell’universo reale. Il ritorno alla realtà lo dovevo a Magalí. La baciai con riconoscenza. Lei è la mia ragione silenziosa.

Poiché è la mia ragione, quando l’ebbi lasciata, scendendo le scale, non mi sentii più tanto a mio agio. Provavo una sensazione difficile da rendere, e che tuttavia cercherò di descrivere. Un’impressione di superficie, una specie d’indecisione sui confini del mio corpo. Come quando siete gonfi per aver mangiato troppo e sembra che la pelle non possa più contenervi. In questo modo e non proprio in questo modo. È vero che sono grasso e mi sento grasso, mi capita d’irritarmi trascinando un corpaccio troppo pesante e troppo spanto, soprattutto quando mi sono lasciato andare a rimpinzarmi a mezzogiorno. Ma troppo grasso, non vuol dire più grasso di me stesso. Mercoledì, mi succedeva questo. Avevo passato i miei confini. La mia persona sensibile si era gonfiata fino a strabordare la mia persona fisica. Vedevo la larghezza della cintura sotto la giacca e percepivo, non con gli occhi ma per una strana sinestesia, una cintura più larga di quella e anche più larga della giacca.

Così, smisurato, e cercando l’equilibrio fra le mie due misure, scendevo le scale la mano sulla ringhiera. Ma la portinaia, la signora Martinez. quando le passai davanti dandole il buongiorno, non sembrò trovarmi più largo o meno spazialmente limitato delle altre mattine. Mi facevo proprio delle idee strane, mi ero gonfiato in immaginazione.

Me lo dissi chiaro, e quasi a voce alta. Mi riconfortai, e passai la mattina e il pomeriggio in ufficio senza troppo malessere. Per fortuna era una giornata di gran lavoro. Il Prefetto aveva chiesto una specie di rapporto, non un rapporto di cifre, piuttosto un testo redatto in forma estesa e discorsiva, per farsi un’idea sugli espropri decisi dalla commissione per realizzare la strada diretta fra Aigues-Mortes e Port-Camargue. Il capo divisione aveva affidato il rapporto a me: la minima frase che avrei scritto avrebbe avuto gravi conseguenze su un progetto d’interesse pubblico e sugli interessi privati che il progetto poteva favorire, a meno che non li violasse. Nella mia redazione misi, o credetti di mettere molta prudenza. Presi una via di mezzo fra l’approvazione totale del tracciato e la messa in evidenza di alcune correzioni da fare per non attraversare delle proprietà viticole; insinuai abilmente il timore d’una spesa eccessiva, il che significava far svanire un enorme profitto sotto il naso di Pechiney, un naso che, se posso dir così, menava la commissione.

Il giorno successivo al mercoledì è il giovedì. Il giorno successivo alla redazione d’un rapporto è il giudizio del superiore sul rapporto. Giovedì, alle undici, il capo divisione mi mandò a chiamare. Aspettavo quel momento con un brivido nella schiena. Avevo giocato sulle parole, ma le mie intenzioni erano nette e ferme. Avevo giocato grosso. Dirmelo fra me e me, in questo modo, con queste stesse parole, aumentava. il mio malessere.

Il Capo prese il tempo di covarmi con lo sguardo. Mi fece sedere di fronte a lui. mi considerò da dietro le lenti che luccicavano. Ero sempre più a disagio. Alla fine: “Che cos’ha fatto?”, mi lancia a bruciapelo. Cosa avevo fatto? Avevo scritto un rapporto.

Ma no. Quando ebbi riletto quei cinque grandi fogli coperti della mia scrittura – il Capo mi aveva chiesto di farlo con quanta più calma e freddezza potessi – fui sbigottito. Ero proprio io che avevo scritto tutto questo. La calligrafia lo dichiarava senza possibilità d’equivoco, e anche nel contenuto del rapporto c’erano varie prove che mi denunciavano.

Le prove personali. In un rapporto sul tracciato d’una superstrada, destinato al Prefetto, la mia persona si sciorinava senza pudore. Se mi ricordo bene, l’impudicizia dell’io emergeva dallo stile amministrativo in tre momenti che ritmavano un vero striptease psicologico, assolutamente fuori luogo. Il primo momento era verso la fine della seconda pagina, quando proponevo di far passare la strada un po’ più a sud del previsto, addirittura attraverso gli stagni, per risparmiare le spese di esproprio. Invece di velare la mia intenzione anti-Pechiney. la scoprivo chiaramente, mentre la mia frase prendeva un’ampiezza retorica. Veniva poi una strofetta politica ben pepata contro le multinazionali e la colonizzazione turistica della costa. Una vera filippica! E poiché le filippiche sono firmate per assicurare gloria ai loro autori, non mancavano di parlare in prima persona, al modo d’uno Zola accusatore, e di gonfiarmi, io piccolo funzionario esecutore dei disegni prefettizi, fino a sembrare un vero Demostene locale. Ai miei occhi almeno ... Quelle imprudenze politiche si snodavano su un tono di compiacimento che puzzava di Presunzione ciarliera. Mi ero guardato scrivere come ci si ascolta parlare. Avevo trasformato il rapporto al Prefetto in una dimostrazione di prosopopea e di tracotanza più che di franchezza e di argomentazione. E che stesse attento, il Prefetto! Te lo strapazzavo, te lo minacciavo, te lo citavo di fronte al tribunale della nostra terra e del nostro popolo meridionale.

Andavo avanti così per una pagina abbondante. Poi la veemenza si placava, abbandonavo la prima persona per tornare alle prove tecniche. Ma per poche righe. All’inizio della terza pagina c’era come un ciclone nella scrittura, una tempesta di maestrale. La filippica riprendeva con tronfiezza. Facevo parlare la terra di Camargue che soffre d’esser sfigurata da tante orribili costruzioni, di essere sconvolta, striata di strade e scavata da porti artificiali. La terra parlava del proprio dolore e soffrendo diventava carne, una carne che era la mia, fatta femmina per via degli accordi grammaticali e diventata sterminata per coprire un intero paese. Era facile capire che nello slancio avevo trovato una illimitazione che mi faceva girar la bussola a tutti i venti dell’emozione patriottica. Mi ero sentito grande come una provincia. Forse come una nazione.

E poiché mi sentivo tanto grande, mi ero messo a volgere la mia scrittura in grandezza. Sull’ultima pagina del rapporto avevo disegnato una spirale che partiva dal mezzo del foglio con una specie di ghirigoro (cioè avevo cominciato a scrivere a partire dalla firma). La serpe, arrotolandosi in cerchi sempre più larghi uno intorno all’altro, s’impossessava di tutta la pagina. Avevo dovuto scrivere facendo girare il foglio. Raccontavo la mia vita, il mio amore per Magalí e il suo amore per me, l’amore che portavo al mio paese e la riconoscenza che il mio paese mi tributava. Un’enfasi magnifica del sentimento corroborata dall’enfasi del disegno.

Il disegno si fermava a metà d’una parola, come se chi scriveva si fosse svegliato ad un tratto dalla scrittura. Ma ora che ero sveglio del tutto, sotto l’occhio metallico del capo divisione, mi sentivo derelitto come qualcuno che scopre di essere sonnambulo e esibizionista. Farfugliai una scusa. “Ritengo – disse il Capo – che non abbia scritto tutto questo in condizioni normali. L’ho osservata mentre leggeva. Non si ricordava niente di questo testo, e del resto non me lo aveva portato. Lo aveva lasciato sul suo tavolo ieri pomeriggio alle sei. L’ho preso io dopo che lei era uscito. Andiamo, non prenda quell’aria spaventata! La sua coscienza seconda o il suo incosciente non mi interessano. Riprenda il suo testo e lo distrugga. Non le chiedo di scriverne un altro. Nelle condizioni di stanchezza in cui la vedo, la cosa più urgente è che torni a casa per riposarsi almeno una settimana”. E mentre ero già sulla porta senza riuscire a smettere di tremare e di balbettare: “Vada da un medico, uno specialista di malattie dell’io; un egoiatra, se esiste”. E fece tintinnare una risatina di soddisfazione per la buona battuta.

Dal medico non ci sono andato, nemmeno per farmi mettere in congedo. Tornato a casa, mi sono chiuso in salotto. Abbiamo un salotto borghese, con i mobili della nonna di Magalí. C’è uno specchio ovale come usavano nel modern style, sostenuto da un fusto intagliato come una vite avvolta di pampini. Uno specchio alto più d’un metro. Mi ci sono seduto davanti, senza muovermi. Ho detto a Magalí di non disturbarmi. È ragionevole e gentile. La sento lì dietro la porta, ma non entrerà. Rifletto: ieri l’altro il primo sintomo. Ieri lo scatenarsi della. malattia. Gli argini che saltano, e nella perdita d’ogni controllo, l’io si gonfia, si spande. Davanti al Capo avevo paura, mi vergognavo. Ma ora vergogna e paura sono scomparse. Resta un’attenzione estrema al fenomeno. Non posso far altro che spiare il ritorno del male. Devo chiamarlo un male? È evidente che scrivendo, nello spandersi della mia firma che occupa l’ultima pagina di quella specie di rapporto, provavo più voluttà che dolore. Un medico parlerebbe d’una forma di autoerotismo. Sciocchezze! Se il mio io contiene tutto intero il mio paese, soddisfacendomi non faccio godere il mio paese? Uno psichiatra mi definirebbe paranoico. Scienza risibile! Se lo specchio è pieno della mia immagine, dov’è la differenza fra me e l’universo?

Cade la notte. L’ombra salendo dagli angoli copre tutto il salotto, Non mi vedo più bene nello specchio. Ma mi sembra che la mia immagine s’ingrandisca. Prima che l’oscurità sia completa, lo specchio finirà per prendermi tutta la faccia e solo la faccia? Ho come un fremito, un tremolio nelle mani increspate sui braccioli della poltrona. Sento che passo il mio confine. E se lo passo davvero, questo processo non si fermerà. Conterrò tutto l’universo nel mio io, un io d’immense delizie. Alla fin fine, chi dice che non potrà accadere?

Traduzione in italiano di Fausta Garavini,

tratte dalla rivista “L’Albero”, n.60, 1978 (Edizioni Milella)


NOTA

La letteratura d’oc, svoltasi con continuità di tradizione, pur alternando slanci e ristagni dall’età trobadorica ai nostri giorni, ha conosciuto, a partire dal dopoguerra, un’ulteriore “rinascita”. Staccandosi dalle convenzioni ormai deteriorate del Felibrismo, gli eredi di Mistral hanno trovato nuove misure e nuovo respiro, avviando un processo di riappropriazione della lingua e della cultura sfociato poi, nell’ultimo decennio, in un’esplosione della coscienza occitanica che travalica il piano strettamente letterario.

Robert Lafont, nato a Nimes nel 1923, professore di Linguistica romanza (Lingua e Letteratura occitanica) all’Università Paul Valéry di Montpellier, si colloca fra i maggiori artefici di questa ripresa, sia per la sua importante produzione di scrittore sia per il vigile e vario esercizio di critico e saggista. il suo occitanesimo è il perno d’un’attività esplicata in vari settori, nei quali Lafont s’impone per la sua statura. Non a ·caso Emmanuel Le Loy Ladurie, recensendo su “Le Monde” uno dei suoi ultimi lavori (La revendication occitane, Flammarion 1974), lo definiva scherzosamente “Biancaneve fra i sette nani”, volendo così significare l’emergere della sua personalità fra gli altri operatori della cultura d’oc e anche al di fuori di questa. Legando la propria voce alla causa occitanica, Lafont ne ha consapevolmente limitato l’eco, negandosi un’udienza che potrebbe e dovrebbe essere assai più vasta della pur consistente attenzione di critica e pubblico che circonda i suoi scritti in francese. È infatti in francese che spesso si esprime la sua lucida intelligenza critica, in una serie di volumi che costituiscono altrettanti interventi fondamentali: in campo letterario (Mistral ou l’illusion, Plon 1954; Renaissance du Sud. Essai sur la littérature occitane au temps de Henri IV,Gallimard 1970; antologie e analisi dei trovatori, della poesia occitanica dell’età barocca, ecc, linguistico (La phrase occitane, P.U.F. 1967; Introduction à l’analyse textuelle, Larousse 1976; Le travail et la langue, Flammarion 1978), storico (Sur la France, Gallimard 1968), socio-economico (La révolution régionaliste, ivi 1967; Décoloniser en France. Les régions face à l’Europe, ivi 1971).

Ma è in lingua d’oc che Robert Lafont si esprime come poeta (Paraulas au vièlh silènci, Parole al vecchio silenzio, 1945; Dire, Dire, 1957; Pausa cerdana, Pausa in Cerdagna, 1962; L’ora, L’ora, 1963; Aire liure, Aria libera, 1974); come autore di numerose commedie, più volte rappresentate da compagnie teatrali occitaniche, o trasmesse per radio e portate anche sulle scene francesi (si segnalano Lo Pescar de la Sépia, La pesca della seppia, 1958; La Loba, La Lupa, 1959; Ramon VII, 1967; Dom Esquichote, 1973; Lei cascavèus, I sonagli, 1977; senza contare le sette pièces raccolte in Teatre claus, Teatro chiuso, 1969); infine come romanziere (Vida de Joan Larsinhac, Vita di Jean Larsinhac, 1951; Li camins de la saba, I cammini della linfa, 1965; Li Maires d’anguilas, I ditischi, 1966; Tè tu tè ieu, A te a me, 1968; L’icòna dins l’iscla, L’icona nell’isola, 1971; in preparazione: La Fèsta, La festa).

È impossibile sintetizzare in poco spazio tematica e caratteristiche di un’opera così varia e vasta e tuttavia sorretta da una profonda forza unitaria. Tentiamone una definizione attraverso l’ultimo prodotto narrativo, la raccolta di racconti La primièra persona (La prima persona, Lyon, Fédérop, 1978), da cui sono estratti, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, i tre che qui pubblichiamo. La chiave onirico-fantastica non esclude precisi riferimenti alla realtà occitanica attuale (nella fattispecie, la “colonizzazione” turistica della Francia meridionale, e gli intrallazzi sottostanti gli appalti di opere pubbliche e i relativi espropri); ma i fantasmi proliferanti dalla densità del reale si sviluppano nel luogo esplicitato dal titolo, la prima persona (non autobiografica, e che anzi significa il rifiuto dell’autobiografia). Tale esperienza narrativa collima con la costruzione d’una linguistica materialista, la praxématique, operata da Lafont in Le travail et la langue, e si fonda sull’evidenza-esistenza dell’io, intorno a cui si organizza il funzionamento linguistico. Il pronome di prima persona, strumento della costituzione dell’individuo in soggetto, è il cordone ombelicale che lega la logosfera al mondo oggettivo e ne consente la rappresentazione; il linguaggio è al centro dell’esperienza del mondo, sul linguaggio si fonda la certezza della realtà. Lafont ritrova così, su un altro piano, il primo postulato della sua esperienza poetica: la lingua d’oc come chiave d’espressione e quindi di possesso dell’io e del reale (“Lo sol poder es que de dire”, Il solo potere è dire). Ma nella Primièra persona l’io che parla instaura tra sé e il proprio discorso una distanza, ossia un ironico distacco che forse è soltanto un mezzo di scongiurare il disastro e il terrore. Infatti nel taglio breve, nella compatta tenuta compositiva di questi racconti si condensa una problematica che investe la crisi d’identità del locutore, l’esplosione nella dimensione onirica d’un sofferto contesto storico-culturale, il genocidio d’un paese e d’una lingua. L’assunzione dell’occitanico stabilisce un principio e un’area di resistenza. Questa lingua uccisa e mai morta è il luogo d’un logos in cui si gioca la messa in questione degli universali linguistici e dunque dei livelli assiologici fra le lingue,. e in cui si sperimenta e si afferma la capacità di dire la più moderna apertura sulle nuove realtà che premono per dirsi.

Nota di Fausta Garavini, tratta dalla rivista “L’Albero”, n.60,

1978 (Edizioni Milella)


Còntes de Robert Lafont

Racontes de Robèrt Lafont tirats de

La primiera persona, Lyon, Féderop, 1978


Trèva Sèns Ostau

Es pas una vida, aquela d’una trèva. Sabe pas se me comprenètz. Quand dise vida, podriáu dire eternitat, que passat lo pas de la mòrt, nosautres avèm l’eternitat a viure. Figuratz-vos: quanta estirada! Mai vos figuratz rèn de l’eternitat. Podètz pas imaginar. Eta puèi, me comprenètz pas, qu’ausissètz pas. Amb lei trèvas avètz rèn que quàuquei mejans de comunicacion grossiers que vosautres avètz definits, non pas nosautres: lei tuèrts dau pè de la taula, l’udolar dau vènt dins lei corredors, lei lusors ectoplasmicas, lo rebalar dei cadenas. Adonc se volèm nos faire conèisser, de cadenas que cau rebalar. Risible! Se nos vestissèm pas de lençòus, coma pèr donar d’èr a çò que disètz qu’es una trèva, demoram transparèntas e nos traucatz, anar venir, coma se traucaria rèn que l’atmosfèra.

D’aquela sòrta, comprendriátz nòstra eternitat existenciala? Ensage aquí vòstrei paraulas mai finas ... es aquò, existenciala. Es pas l’eternitat estadissa de Dieu, la d’una trèva. Mai una illimitacion de la durada. Siam pas lo bòn Dieu. D’alhors, aqueu, l’avèm jamai rescontrat dins çò que disètz l’endelà. Cau pensar que i a mai d’un mèmbre dins l’ostau dau senhor, e que nos a garçats dins la part ont naseja jamai eu. Nos arriba de nos demandar se siatz pas vos que l’avètz inventat, amòr de comolar precisament l’endelà, que totjorn l’òme comola tot. L’òme a orror dau vuege. Pèr aquò s’es fargat redon e plen l’image de l’èstre infinit.

Nòstra experiéncia de l’univèrs es pas la vòstra. Me fau pas bavarda de vos la comunicar. Pèr exèmple, avètz ges d’idèa de la vesion de galís. Una trèva, quand agacha drech davant ela, vèi coma vosautres, e mai vèi rèn mai que non vesètz. Es pèr aquò que nos fasètz sofrir en nos venènt a l’endavant e en nos traversant. Pèr còntrapés, es un chale pèr una trèva de bèn desvistar una muralha ont lo viu se tustaria lo nas e de la traucar coma una aiga de gorgo Mai una trèva a de mai lo poder de revirar la tèsta e d’agachar sia a drecha, sia a senèstra. Dins lo movement que fasèm antau, fins qu’agam lo menton sus l’una ò l’autra espatla, vesèm se dobrir coma, diriátz vosautres, de fendasclas a-de-rèng, e dins caduna una infinitat de monds abolits ò avenidors, amb tótei seis èstres. Es aquò, nòstra eternitat existenciala: lo tèmps qu’ascla l’espaci, tre qu’avèm pas l’agach drech en davant dau pitre. Un asclament qu’es de verai infinitisacion (quauque rèn que sèmbla l’efiech en abís que capitatz vosautres en metènt dos miralhs vis a vis). Infinitisacion de tótei lei biais, perqué se i a un infinit dins cada ascla, i a tanbèn una infinitat d’asclas sus lei quaranta-cinc gras que podèm dessenhar deis uelhs, tant d’una banda coma de l’autra. E mai, aquò’s pèr nosautres experiéncia normala, l’infinit de drecha es rèn que l’infinit de senèstra rebussat, l’eternitat debanada en davalada coma en remonta dau tèmps.

Dire que la causa es normala es pas afortir que ne patissèm pas. Pecaire! La tèsta d’una trèva, li prèn lo viradís coma a la d’un viu, senon qu’es pas un vertige d’espaci, mai, si fe, un venige dau tèmps que l’enlordís. Encausa d’aquò rondine ieu que nòstra vida, eternala qu’eternala, es pas una vida. Siam presas entre la paur deis umans que nos traucan e lei traucs de tèmps que nos ribejan. Podètz pas saber. Cau èstre mòrt pèr saber çò qu’es l’insecuritat.

De securitat, ne trobam un pauc dins leis ostaus, aquéleis ostaus ont i trèva, coma se ditz. Me siáu laissada contar que de saberuts vòstres, ai fenomèns qu’aquí se passan consacrèron pron d’estudis. E mai ai agut rescontrat, dins l’infinitat dei trèvas, mei sòrres, un còp ò l’autre la trèva d’un especialista de metapsiquica: ironia dau coquin de sòrt, de deure verificar, un còp mòrt, çò que se pensava, tot viu, de l’estat de mòrt. L’essenciau es que leis umans, dins sa peta vèrda de l’endelà, poguèron jamai endevinhar aquela veritat simplassa: se lei trèvas s’afeccionan pèr un ostau es que se i sènton mieus que defòra, que se i sènton acaptadas. I anam coma vosautres vos garatz de la plueja.

Aquéleis ostaus de trevants, son lei dei muralhas opacas. Aquí mai me cau explicar. Es arribat mantun còp que la mescladissa de ciment e de pèira que ne bastissètz lei muralhas, coma pèr astre se capitèsse intraversabla dau tèmps. Vosautres parlatz de soliditat, d’indestructibilitat. Nosautres sabèm ... Sabèm que la paret arrèsta lo tèmps. Donc s’entre parets siam, nos podèm virar de galís, drecha senèstra, sèns que nos prenga la paur dau vuege. L’ascla se fai, causa normala, a i pensar bèn, soncament dins lo tèmps que traversam la muralha, que siam entre una susfàcia e l’autra.

Donc, quand una trèva a trobat una bastissa antau facha que lo tèmps se i laissa tampar, podètz creire que n’aprofecha, e mai, s’es una trèva bravassa, ne fai aprofechar lei collègas. Es la vida de comunitat que comènça ... E de rire, e de dançar, e de s’aimar ... Enfin, de sèmbla-rire, de sèmbla-dançar, de sèmbla-baisar. .. çò que pòt faire una trèva, cau pas tròp se’n creire ... A respiech dei vius, simplament, pensam de protegir nòstre estarsuau. Amb quàuquei siblejars, quàuquei rebaladís de cadenas a miejanuech que pican, n’i a pron la màger part dau tèmps. Babau, l’animau! e l’òme caga ai braias. D’aquí que siam au nòstre, aquí ont disètz que siam au nòstre, dins la ret, que n’avètz fach lo dessenh e la mapa, dei castèus, ostalàs, mas e masets ont se passan de fenomèns subrenaturaus.

Nosautres, lei fenomèns, donc vivèm en patz. Mai vivèm pas au larg. D’ostaus opacs n’i a pas tant que se crèi. Segur qu’avèm lei monuments romans. Lo famós ciment roman que degun n’a trobat lo secrèt dempuèi l’Antiquitat, èra una meravilha d’opacitat, subretot dins l’opus minutum. Om se i sènt cenchat de securitat, coma un creaturon dins la maire. Mai lei Romans, un còp mòrts, se’n avisèron, facil. I demòran esquichats lei Caius e lei Marcus a l’entorn de tótei lei Cesars escotelats e deis Agripinas empoisonadas. E1ei, e mai sei cliènts, sei mancips e seis esclaus ... tot aquò, esquichat dins çò que demòra de monuments de la grandor romana, aquò fai gaire de plaça pèr lei pus jovenets.

Lo biais de bastir de l’Edat Mejana marcava, de nòstra amira, una descasènça, mai encara arribava sovènt qu’una torre de castelàs, una cròta vòutada, una sala d’armas, ò un escalier de viseta, lei faguèsson d’una matèria pas tròp transparènta. Aquí, vos ne siátz avisats, i a una granda concentracion dau pòble trevadis. E pèr se i recaptar, i a de quicha ...

Après l’Edat Mejana, es la catastròfa: fenèstras de mai en mai grandas ont l’eternitat giscla a ronfles coma passa la lutz dau solèu, muralhas de mens en mens espessas, salas nautas ont regòla lo cèu. Son pèr nosautres rèn que de luòcs de dolors sempitèrnas. Devèm i marchar drech, lo nas bèn dins l’axe de l’anar, coma una proa, ò coma quauqu’un qu’auriá lo tòrticòu: senon, la vista e l’idèa nos tomban dins leis asclas. Ne viram, exactament, la bossòla. E una trèva desvariada, aquò’s pas una trèva astrosa ni mai brava. Es pas una victòria pèr degun.

Mai i a, de còps ... I a lo maçon que sap pas çò que fai, una cauç venguda cu diriá d’ont, de pèiras presas a la bòna peiriera, e te bastisson un ostau ... gemiltlich, coma dison lei trèvas alemandas que vesèm aid de mai en mai nombrosas dempuèi que l’Euròpa rica vèn prene sa retirada sus la còsta provençala. Gemütlich, comprene bèn, es lo contrari tot just d’aquéleis ostalàs de mòda ara, bastits en vèire e en acier; vos rendètz pas còmpte, lo vèire e l’acier, l’acier encara mai que lo vèire, aquò’s la mai perfiecha transparéncia. E coma aquò esbrilhauda, de mai, vos fai virar la tèsta, e la tèsta en virant, l’infinit se laissa pas doblidar una segonda.

Gemütich, es çò que me diguèt aquela trèva rescontrada i a una mesada, una bèla nuech lunada, sus lo camin entre la Sèina e Sièis Fors. Aviá trobat un lotjament de meravilha. Un ostalon de quatre membres, dos de planpè, dos d’estància. La pòrta e lei quatre fenèstras enquadrats de relèus bocerlós, flors, brancas, caulets flòris; d’arabèscas en viradas sus tota la faciada. Quauque rèn de deliciosament rococò. Lei trèvas, i agrada l’art barròc subretot dins seis inflexions descasèntas. En dedins un fomit de giparias. Era justament aqueu gip, çò crese, en dedins e en defòra que fasiá proteccion. Devèrs 1900, ò 1910, un Provençau un pauc esterlucat, – alevat que foguèsse un torista – s’èra fach bastir aquest nisau forfolbós, pres pèr una mena d’a\cion de l’aplat, de la susfàcia liura, de l’equilibri arquitectonic. Sèns se n’avisar, aviá mes l’infinit e lo tèmps defòra. Pèr sèmpre.

Apondètz, pèr tot dire, que lo pa\satge vist dei fenèstras èra tampat pèr de paumiers plantats en boisson. La rusca embofigada deis arbres respondia clarament a la boissonalha dei gips e dei pèiras escrinceladas, coma un mirau, e aquel efiech de binaritat precisament nos metia a la sosta de l’infinit qu’auria cava t tota autra perspectiva. Es aquò qu’es gemutlich, la rara, la confinha, lo cruvèu de l’uòu.

Amb Gemütlich, qu’a la companha i aviáu mes lo nom aqueu, amainatjeriam dins l’ostau dei bofiguetas e deis ara-bèscas la nuech que dise. E coma siam bravas totjom, lei trèvas, fagueriam venir leis amics. Un escritèu èra penjat a la pòrta: ostau pèr vèndre. Era mitat passit, pròva que lei compraires èran pas espés. Pasmens lo camin èra aquí tocant.

Mai entre la Sèina e Sièis Fors, probable qu’un ostau rococò, aquò fai pas grelhar l’enveja. Leis automobilistas devián , jamai s’arrestar. L’escritèu pasmens, idèa de prudéncia, lo leveriam. Eriam una bòna desena, cotria. Tótei dau meteis tèmps. De trèvas modèrnas, dirai: contemporanèas. Vau mieus pèr l’entenduda, d’èstre d’una sola generacion. Question dei gosts.

Nòstrei gosts anavan a la fèsta. O a la sèmbla fèsta. Fasiam mina de balar. S’escacalassaviam a se petar la maniera de gargamèla qu’avèm. La jòia venguèt a cima quand Gemütlich s’avisèt que, dins aquel ostau inabitat, avián pas copat lo lume. Virèt lo boton e un mèmbre s’inondèt d’una lutz cascalhaira casuda coma una aiga d’una lampesa de cristau faus.

Faguèt, aquela montada de gaug, nòstre malastre. Dau camin segur que se veguèt l’esclairatge. Una autò s’aplantèt. Un òme venguèt escotar a la pòrta, esquilhèt una agachada ponchuda entre doas pòsts maujonchas. La peta lo prenguèt. Entendegueriam son crit d’espavènt e lo roncar dau motor quand s’emmandèt dins la fugida bauja. D’aqueu moment, se sabiam perdudas. Anavan venir de sabènts, “nòstres” especialistas. Metrián de fius de seda en travèrs dei mèmbres pèr detectar nòstrei passatges, e mai pausarián dins lei re-cantons de cellulas fotòelectricas pèr gardar testimòni de nòstrei formas d’ectòplasmas foligauds. Lei pus galhards vendrián velhar darrier de bocliers pèr s’aparar dei famósei projeccions d’objèctes.

Mai non, çò qu’es vengut, es quauque rèn mai. Gaire scientifico Un bulldozer que nos tombèt l’ostau ièr matin en mens d’una ora. Aquélei muralhas engipadas e tant opacas, en dedins èran que de pòussa amb de gravetas. I aviá que d’ornamentas pèr lei mantenir drechas. Segur qu’es amòr d’aquela pauretat dau materiau que l’ostau s’èra pas vendut. La bastissa tombada, dos òmes venguèron ressar lei paumiers a ras dau sòu. Pèr nosautres, ara es un luòc de desèrt e de vertige.

Dins lo vertige, sus lo desèrt, arribèt un autre òme. Tenia de plans grandàs. Agachère pèr dessus son espatla, discrèta dins lei revolums de pòussa. Veguère dessenhat un ostau tot enfenestrat. Rèn que de fenèstras entre de bigas metallicas. Mai darrier ieu, i aviá quauqu’un mai qu’aga-chava parier. Un òme amb la femna, eu lo pichòt capèu a cimèu de clòsc, ela mai en possas qu’en braçada, tota redona. Sabètz pas çò que diguèron ensèms en vesènt lei plans: Sehr Gemütlich!

A i pas creire ... Amb aquò, lèu lo mond serà comol de trèvas sèns ostaus. Pèr l’eternitat. Disiáu que nòstra vida es pas una vida. Pasmens èra pas un infèrn fins a uèi. Ara comènça l’infèrn. Lo gorg dau tèmps que nos engolís a cada segonda que debana. A drecha, a senèstra. Leis asclas viran coma un libre fulhetat. Cada ascla sènsa termina. I a ges d’endrech abitable.


L’axe


Aquel an d’aquí, non pas aquel an, aquel estiu, – cau èstre mai precís –, quand anave vèire Sandra, me calia en dessús de la vila enregar de carrieretas que lèu venián d’escaliers. Aquélei vias comoladas d’una lutz, me semblava, aleugeirida pèr l’auçada, serpejavan entre de muralhas pino tadas d’òcre ò de rosat, que ne passavan lei lausiers negres e lei lausiers ròsas dei jardins, e que ne tombavan de matas airejadas de jaussemin. Tot l’estiu, de julh a setèmbre, Sandra demorèt amondaut, mai pas mai. En octòbre foguèt partida, que son mestier la sonava a París ò a Amsterdam, me sovène pas bèn. Dempuèi l’ai pas tornada vèire. Ni mai m’a pas escrich ela. Segur que çò que nos avenguèt dins l’ostau dau pueg de Sant Martin sufisiá a metre dins son sovenir una preséncia amorosa equivalènta de queta preséncia fisica que siá mai, e benlèu mai satisfasènta.

M’imagine que s’es puèi gropada a pintar çò que dos aviam viscut. Oc, Sandra es pintor·decorator, emplegada pèr d’arquitèctes que fan dins lo luxe. Ara deu multiplicar sus de parets d’apartaments carivènds d’Euròpa dau Nòrd l’esmoguda sensuala que guàuquei còps partegeriam. Mai es que pòt comunicar lo ritme de l’esmoguda, l’eveniment ritmic estranh que ne fai lo tot, de l’esmoguda? Sus aquò, ai de dobtanças.

Lei darriérei cambadas qu’aviáu de faire èran totjorn un pauc penosas. Lei gras au pus naut se fasián mai reges, pèr menar au pòrge de Sant Martin, coma se lo mèstre d’òbra foguèsse un palle sadic devèrs lei paures pecadors qu’escalarián lo camin de crotz. Simpla idèa que me veniá: de camin de crotz n’i aviá ges. Lei maçons avián fach rèn que seguir lo rebauç de la ròca pèr arribar amb una quicha d’esparnha au cimèu que i a la placeta. Sus la placeta, trobave gaire d’ombra, lo soleu picava que piombava. D’aquesta ora, avián tombat la cadaula au portau de la glèisa. Inondat pèr la raja dau solelhàs, susarènt e relènt, m’aplantave donc pèr bofar. D’aiçamont se desvistava lo relarg de la ciutat, sei teulissas cuechas pèr lei calors ò lei cisampas, sei qu tre torres medievalas. son dòma a l’italiana, amb la faciada pintada que se’n vesia lo canton, e sus l’òrle, de l’autre costat dau cadarau, lei bastissas nòvas blancassas, cubicament laidas. L’agachada tombava mai pròche dins lei jardins de la vila nauta, un fornit de vèrd e de fIors. Aquela vista, pòde pas imaginar que siá pas de benaurança. Cau èstre coiraçat de fòrça dolors intimas pèr pas badar l’estèc d’aquélei vièlhei ciutats mediterranencas, resultas d’una lònga meditacion sus lo rapòrt dau teule e dau cèu, dau campanier e de l’environa d’olivetas. Lo badatge es d’aitan mai facil qu’en complement vèn l’asirança dei còntrasens de l’arquitectura modèrna a pichòt còst. Mai lei vertadiérei vilas vièlhas san tant esquichadas sus son equilibri intèrn que laissan pas de plaça pèr aquéleis escòrnas; se lei remandan fòra barris, ai borgadas.

Pausat, engulhave detràs Sant Martin una androna fòrça estrecha. Au bot, a quinze pas, i aviá la pòrta de fèrre pintada en negre que se quitava butar sens gemegar. Ere dins lo jardin aboscassit, entre lei mimòsas grandas, lei ciprès e lei lausiers, dins una crèma d’odors secas. Un. escalier cortet, un peiron, una autra pòrta: me capitave dins lo corredor, e chamave.

Sandra m’esperava dins sa cambra, darrier lei tampats mieg claus, alongada amb un èr de canha sus un recamier passit. M’aviá apreparat lo lemon pèr beure e lei cigarretas. De còps me laissava anar dins lo cambron d’a costat pèr una docha. Parlaviam d’aise, abans de resquilhar devèrs lo liech, motiu vertadier de ma venguda e de son espèra. Parlaviam de la vila, que la vesitaviam cadun de son costat, jamai ensèms, sèns s’alassar mai l’un que l’autre dei faciadas diamantadas, dei corts interioras embalconadas e dei botiguetas pus bassas que lo caladat ont lo lieume se gardava lo perfum fins au sabat, jamai au poiridier. De la vila n’eriam amorós tant coma de nosautres, cadun pèr sa part e tótei dos pariers. Tanbèn, l’amor que fasiam s’acompanhava, coma una frucha mesclada amb un rèiregost, d’un fons de rabiment estetic que la beutat de la vila se i perlongava.

Mai un jorn Sandra aguèt una idèa subta au moment que m’anonciave. O benlèu èra sa despaciéncia que me faguèt pensar d’idèa subta: m’esperava atissada de me mostrar sa descobèrta. “Figuratz-vos, me veniá, qu’aqueste ostau logat, lo coneissiáu pas tot. Aviáu pas cercat çò que s’escondiá darrier una porteta condemnada”. La porteta èra aquí. Ela me i aviá menat. Se vesiá qu’aviá fach sautar la sarralha amb un agre: penjava desmantaulada. De l’autre costat, un escalier començava, mau netejat de tótei lei bordilhas e lei gipàs que l’avián acaptat pendènt d’annadas. Passeriam dins aqueu chauchàs. L’escalier èra escur, vironava. Mai d’un còp s’esclairèt e fogueriam dins la sala d’enaut.

Sala, ò terraça, ò campanier? Era un relarg cairat cubèrt d’una mena de copòla. La copòla l’avián pausada sus de colonas espessas montadas en bricas. Çò que fai que lo mèmbre èra mai que mai fenèstras. Doas fenèstras pèr cada costat dau cairat, uech tot comptat. D’aquí se vesiá en plen la vila entre leis olivetas e lei còlas. Lo campanier de Sant Martin èra gaire pus naut e nos tapava d’espaci quitament pas dos palms de man.

Lei bricas e la copòla èran estadas pintadas de cauç, mai lo blanc demorava rèn que pèr plaças. Demoravan tanbèn sota la copòla quàuquei blaus ò jaunes de frèscas ninòias: una possa de femna religada a un braç mau dessenhat, un arbre qu’òm i auriá passat lei fuelhas pèr lo menut. En s’atencionant, òm podiá comprene que lei dessenhs d’antan avián sa logica. Devián s’articular entre élei pèr una mena de ronda escalaira, coma lei nívols pobladas d’angelons dins lei glèisas barròcas de Roma ò de Piemont; e l’ensems que fasián menava cortègi fins au cimèu de la copòla, que i aviá pas l’uelh de Dieu, mai un trauc. De pèr lo trauc se vesiá lo cèu e davalava una ulhada de solèu.

Lo sòu èra enmmalonat en roge e blanc: un dessenh circular, amb au cèntre, en correspondéncia exacta amb lo trauc de la copòla, un redon palle, un escut de marbre. Sandra me fasiá arremarcar lo biais teatrau de l’arquitectura. S’èra mesa pèr mieus ne cubar la cadéncia, au cèntre designat, lei pès sus la pèça de marbre, lei pèus blonds esfolits sota l’oculus de la copòla. Virava sus sei cambas jonchas pèr se faire passar dins l’agach tótei lei parts dau païsatge. E me pintava l’efiech amb de paraulas precisas, competèntas, coma dins un tractat academic de perspectiva.

Ieu aviáu quauque rèn mai en tèsta. La vesiáu, dins aquela glorieta lumenosa, soncament desirabla. Aguère enveja de la prene dins mei braç. Mai au moment que la preniáu, mei mans sus sei braç, e qu’arrestave donc son movement circular, la causa inexplicabla se passèt. Sentiguère coma una aureta sus ma gauta. Faguère un gèst, e dins lo gèst veguère pèr una fenèstra: lo païsatge, la vila bolegavan. Sandra veguèt tan bèn coma ieu. Era plus ges ela que viràva. Era vertadierament la vila que se desplaçava en cèrcle, d’un ritme lènt e contunhós. Vegueriam lo dòma passar a l’aplomb dei uech fenèstras e tornar començar sa ronda. Amb aquò, lo soleu seguissiá e Ponènt (eriam ja devèrs lei quatre oras dau vèspre) passèt en Oriènt pèr tornar a son luòc e tornarmai remontar sus l’asuèlh.

Arribave pas a m’esfraiar, a pron pena a m’estonar. Potonegère voluptuosament Sandra. Nos sentiáu sus l’axe immobil d’una beutat normalament viradissa. M’abandonave a la securitat d’aquela posicion d’elèit, d’aquela compreneson arquitecturala dei rapòrts erotics de l’uelh e de l’espaci.

Lo movement cessèt quand se dessepareriam. Era evidènt qu’una persona podiá pas soleta metre en camin la circulacion dau païsatge. Calia èstre dos sus l’axe, amorosament embessonats. Calia entre lo cèu e lo sòu, una colona dobla de carn aürosa.

Dins tot l’estiu, puèi, l’afaire se renovèt a cada còp que o vougueriam. Sabe pas se Sandra capita ara de faire comprene aqueu ritme tot çò que i a d’evidènt ai rics Olandés ò Alemands que li demandan d’ornamentar seis ostaus amb de païsatges mediterranencs pintats a frèsca. Mai pènse bèn que lo remèmbre li ne comola l’èime de gaug, tant coma se foguèsse ieu a son costat. E mai, cau pas tròp se quilhar la crèsta, lo ieu que siáu, aquí faguèt rèn qu’una part de la mecanica.


L’enfle


Gaire de tèmps qu’aquò a començat. Dimècres, ièr passat, la primiera endica. A sèt oras picantas dau matin. Ere a me rasar davant lo miralhet que pèr aquela operacion precisa comprère tot esprèssi. Un miralhet redon amb dins sa part auta un ulhard que ne vèn la lutz electrica. N’ai la bòna costuma; sabe trobar la distància exacta que lo peu de barba se vei bèn abans que la maquina lo trenque. Es la distància tanbèn que ma cara tèn en image tot lo relarg. La fàcia, de verai, l’ai pron redona; antau, distància capitada, entre mon rebat e lo cèrcle dau mirau, lei marges son pichons. Ne tire quauque satisfaccion, de comolar d’aquela maniera, únei cinc ò sièis minutas, tot l’espandi de ma vista. O cau dire coma es. Aquò’s mon egotisme espontanèu dins son exercici ninòi. Mon narcissisme, que de l’aver satisfach lo matin, la jornada m’es melhora. Fins au vèspre, me sènte mieus dins ma pèu. Emplisse d’un viure organic sèns malaisança la totalitat de mon envolop cutanèu. Segur: es bèn antau que l’afaire se debana.

Mai dimècres passat, quauque rèn se faguèt d’inavisat. Un còp la maquina passejada sus lei gautas, sus lo menton e mai dessota, me reculère d’un pas a l’acostumada, pèr considerar la resulta d’un biais mai objectiu, d’un pauc pus luenh, segon coma me vèi quauqu’un que rescòntre dins lo corredor en anant au burèu. Dins lo movement, jògan lei lèis de l’optica: ma cara en s’alunchant, son image s’apichonís e deve vèire a son entorn un encastre espaciáu, es a dire un pauc de la paret vèrda de la sala de banhs. Justament, veguère rèn mai que ma cara, qu’ocupava la susfàcia dau miralhet sèns ges de sobras, ni en mai ni en mens. Era coma s’aviáu pas bolegat. Faguère un pas encara, fins a me pausar leis espatlas còntra la paret. Lo rebat boleguèt pas. Contunhava d’emplenar lo cèrcle, e mai, pèr l’emplenar, patissiá d’una desformacion qu’auriáu pogut la trobar comica, se foguèsse pas trachat d’un gastament de ma persona. Me vesiáu lo morre fòrça mai redon que de natura.

Sonère Magalí. Magalí es ma femna. Una femneta pron polida e brava que s’entendèm dempuèi tres ans que siam maridats, a i pas crèire. Pensam tot parier, de la vida vidanta ò deis eveniments dau mond. Jamai un mescòrdi, encara mens una fonhadissa. Verai que pènsa jamai rèn abans ieu. Benlèu que li ne laisse pas lo tèmps. Mai ela protèsta pas.

Magalí venguèt, amb la taça de cafè dins la man e un bèu sorire lumenós dins leis uelhs. “Qué t’arriba?” faguèt. Me parlava en m’agachant dins lo mirau. Era impossible que veguèsse pas çò que m’arribava. Mai probable que vesia rèn d’extraordinari; sa vòtz ni son respir ne fasián pas lo signe. Era aquí tocant, dins lo quadre de la pòrta, darrier ieu, e arremarcava rèn. Naturalament la podiáu pas vèire, que mon image tapava lo mirau. Pèr que quicòm se passèsse, dins aqueu mirau, avancère de quàuquei centimètres. Traspassère lo ponch conegut d’equivaléncia entre l’ample de ma fàcia e la capacitat dau rebat. Normalament, la rara dau mirau devia trencar mon image, me copar lei gautas e lo frònt. Mai çò normau se faguèt pas. Non solament lo mirau podia pas rebatre rèn que foguèsse pas ieu, mai me rebatia tot, vòle dire tota ma cara.

Magalí pasmens semblava pas de se n’avisar. Me cauguèt li explicar. Me vouguèt pas crèire. Pèr lo primier còp sentiguère entre nosautres una diferéncia que prenguèt lo biais, dins sa vòtz, d’una desaprovacion: “Me vòs agantar!” Ere ieu, l’agantat. Mai ela ni mai podiá pas comprene aquel infèrn ont m’ère mes a rebolir, aquel envescament satanic de mon image ai dimensions d’un objècte. Vesiá tot coma se o esperava. Deguère fin finala admetre qu’èra rèn que pèr ieu, que mon ieu tenia lo mirau e se ne destriava ni en mai ni en mens. Aquò se passava dins mon agach solet, es a dire que se passava rèn que dins mon sicap. Ere a virar canturla. Segur que Magalí o pensava antau. En l’entragachant, devinhère un degot de pietat deliciosa que li banhava lei cilhas.

Mai dau còp meteguère fin a l’enclausiment. D’efiech lo mirau, me lo poguère mai desvistar bònament: aviá decessat de me cerclar a la mesura. Ieu e lo mirau, eriam tornarmai devenguts doas realitats desseparadas de l’univers reau. Lo retorn a la realitat, lo deviáu a Magalí. La potonère de reconeissènça. Ela es ma rason silenciosa.

D’abòrd qu’es ma rason, un còp que l’aguère quitada, en davalant leis escaliers, me sentiguère pas tant d’aise, Aviáu una impression dificila de transmetre, e que pasmens assajarai de pintar. Una impression de susfàcia, una mena d’indecision sus lei confinhas de mon còs. Coma quand siátz confle d’aver tròp manjat e que podètz plus cabir dins vòstra pèu. Coma aquò e un pauc diferentament. Verai que siáu gròs e que me sènte gròs. M’arriba de m’emmaliciar a carrejar un cadavràs tròp pesarut e tròp espandit, mai que mai quand me siáu laissat anar a brifar espés a miegjorn. Mai tròp gròs, aquò vòu pas dire pus gròs que ieu. Dimècres, m’arribava. Aviáu passat mei raras. Ma persona sensibla s’èra gonflada a desbordar ma persona fisica. Vesiáu l’ampIe de ma cencha sota ma vèsta, e percebiáu, non pas pèr leis uelhs, mai pèr una estranha sinestesia, una cencha mai larga qu’ela e mai que ma vèsta.

Desmesurat donc, entre mei doas mesuras tot cercant mon assèti, davalave leis escaliers la man sus la parabanda. Mai la concèrja, Dòna Martinez, que li passère davant en li disènt lo bònjorn, semblèt pas que me trobèsse mai deslargat ò mens limitat espacialament que leis àutrei matins. Aquò èra bèn l’idèa que se desmargava. Lo grossum m’èra vengut pèr imaginacion.

Me o diguère clar, e quasiment a vòtz auta. D’aquí que me poguère confortar, e passère la matinada e mai l’après-dinnar au burèu sèns tròp de mau. Era pèr astre una jornada de trabalh important. Lo Prefècte aviá demandat una mena de rapòrt, non pas tant un rapòrt de chifras, puslèu un tèxt redigit, pèr se faire una idèa sus leis expropriacions encausa de la via rapida entre Aigasmòrtas e Pòrt-Camarga, que vènon de la decidir en comission. Dau rapòrt lo cap de division s’èra descargat sus ieu: la mendra frasa donc qu’ère pèr escriure auria de consequéncias grèvas sus un projècte d’interés public e sus leis interés privats que lo projècte afavoririá, alevat que lei violèsse. Dins ma redaccion meteguère, ò creseguère de metre una granda prudéncia. Prenguère una rega mejana entre la lausenja globala dau traçat e la mesa en evidécia de quàuquei correccions de faire pèr talhar dins de domenis viticòlas, essencialament dins lo domeni dei Salins dau Miegjorn: abilament faguère crénher una despènsa granda, çò que reveniá a faire passar un benefici fantastic sota lo nas de Pechiney, un nas, se pòde o dire antau, que menava la Comission.

L’endeman de dimècres es dijòus. L’endeman d’un rapòrt redigit es lo vejaire dau Superior sus lo rapòrt. Dijòus, a onze oras, lo cap de division me sonèt. Esperave l’escasènça amb un pichòt frejolum de lòng deis esquinas. Aviáu jogat en soplesa de pluma, mai meis intencions èran estadas reddas. Aviáu jogat gròs. De me o dire entre ieu d’aquela maniera, exactament amb aquélei paraulas, Lo malaise me creissiá.

Prenguèt lo tèmps, lo Cap, de me cubar dins son agachada. Me faguèt assetar en fàcia d’eu, me considerèt detràs sei bericles que lusissián. Ere de mens en mens galhard. Fin finala: “Maïstre, de qu’avètz fach aquí?” me venguèt. De qu’aviáu fach? Aviáu escrich un rapòrt!

Mai non! Quand aguère tornat legir mei cinc grands fuelhs chimarrats d’escritura, – que lo Cap me demandèt de o faire pausadament e tan frejament coma o podriáu –, demorère espantat. Ere bèn ieu qu’aviáu escrich aquò. La forma dei letras grandassas e lo vam dei regas o declarava sèns escapa. E mai dins lo contengut dau rapòrt tant de pròvas i aviá que me denonciavan! De pròvas personalas!

Dins un rapòrt sus un traçat d’estrada automobila, destinat a mon Prefècte, ma persona s’estaloirava sènsa vergonha. Se me sovène bèn, l’impudicitat de l’ieu se desliurava de l’estil administratiu en tres moments que ritmavan un vertadier strip-tease psicologic, totalament destemporiu. Lo primier moment èra en bas de la segonda pagina, aquí que prepausave de faire passar lo camin un pauc au miegjorn de çò previst, e mai a travèrs d’estanhs, pèr esparnhar la despènsa d’expropriacion. Luòga de velar mon intencion anti-Pechiney, d’un còp la declarave, mentre que ma frasa prenia una amplor retorica. Seguissia un coblet politic pron granat contra lei multinacionalas e la colonisacion toristica dau ribairés. Una vertadiera filipica! Lei filipicas estènt signadas pèr assegurar la glòria de seis autors, mancave pas de parlar a la primiera persona, dins lo biais d’un Zolà acusator e de me gonflar, ieu pichòt fonccionari executor de dessenhs prefectoraus, fins a parèisser un vertadier Demostènes graulenc. A parèisser a meis uelhs ... Aquéleis imprudéncias politicas se debanavan dins un ton de complasènça que pudissián lo crèire bavard. M’ère agachat escriure coma òm s’escota parlar! Aviáu cambiat lo rapòrt au Prefècte en un movement fòrça mai d’ufana e de mòstra que non pas de franquesa e d’argumentacion. E mai aviá qu’a se tenir bèn, lo Prefècte! Te l’aleiçonave, te l’amenaçave, te lo citave au tribunau de la tèrra nòstra e dau pòple miegjornau.

Aquò durava una granda pagina. Puèi la veheméncia s’assuausissiá. Perdiáu la primiera persona en tornant a la pròva tecnica. Pèr gaire de regas. En tèsta de la pagina tres i aviá coma un tempèri dins l’escritura. Una mistralada! La filipica tornava prene vam en prosopopèia. Fasiáu parlar la tèrra camarguenca que patis d’èstre descarada pèr tant de bastissas afrosas, d’èstre borrolada pèr se regar d’estradas e se cavar de pòrts artificiáus. La tèrra parlava de sa dolor e tot en sofrènt veniá carn, una carn qu’èra la mieuna, feminisada amòr deis acòrdis gramaticaus e destermenada pèr fins de cobrir tot un païs. Era de bòn comprene que dins lo movement aviáu trobat una illimitacion ont me virava la bossòla a tótei leis auras de l’emocion patriotica. M’ère sentit grand coma una província. Una nacion, benlèu.

E d’abòrd que me sentiáu tan grand, m’ère mes a faire circular mon escrich dins la grandor. Sus la darriera pagina de mon rapòrt aviáu dessenhat una espirala que partia dau mitan dau fuelh sus una maniera de paraf (aviáu donc entamenat d’escriure a partir de la signatura). La sèrp en cèrcles que grandissián, l’un que capelava l’autre, s’apoderava de la pagina tota. Aviáu degut escriure en fasènt virar lo papier. Çò que contave èra ma vida, mon amor pèr Magalí e l’amor de Magalí pèr ieu, l’amor que portave a mon pais e la reconeissènça que m’aviá mon pais. Una emfasi magnifica dau sentiment emportada pèr l’emfasi dau dessenh.

Lo dessenh s’arrestava au mitan d’un mot, coma se l’escrivèire s’èra subran desrevelhat de l’escritura. Mai ara qu’ère d’a fons desrevelhat, dins l’agachada metallica dau Cap de division, me sentiáu moquet coma quauqu’un qu’aprén qu’es alencòp noctambul e exibicionista. Bretonegère una excusa. “Pènse bèn, diguèt lo Cap, qu’avètz pas escrich tot aquò tan bèu dins un estat de consciéncia normala. Vène de vos tenir d’a ment tot lo tèmps que legissátz. Vos ramentaviatz de rèn d’aqueu tèxt que, d’alhors, me l’avètz pas portat. L’abandoneriatz ièr a sièis oras sus vòstre burèu. Aquò’s ieu que lo prenguère aquí, qu’eriatz vos partit. Anem! quitatz aquela cara de paur panica. Vòstra consciéncia segonda ò vòstre inconsciènt m’interessan pas. Reprenetz vòstre tèxt liric e estrifatz-lo. Vos demande pas de n’escriure un autre. Dins l’estat de lassiera ont vos vese, çò pus urgènt es de rintrar a vòstre ostau pèr vos pausar au mens una setmanada.” E coma ère ja sus lo lindau sèns aver pogut arrestar tremoladissa e quequejar, “anatz consultar un mètge”, me faguèt l’òme. “Un especialista del malautiás de l’ieu: un egòiatre, s’aquò existís”. E faguèt petar un cacalàs de contentament, de la bòna paraula.

Lo mètge, l’ai rèn vist, manca pas pèr la regularitat dau congiet. Rintrat a l’ostau, me siáu embarrat dins lo salon. Un salon borgés qu’avèm, de mòbles que vènon de la grand de Magalí. I a un miralh oval coma ne fasián en modern style, quilhat sus un pè de fusta escrincelada pèr figurar un vise envertolhat de pampa. Un miralh de mai d’un mètre d’auçada. Siáu assetat en fàcia, que bolegue pas. Ai dich a Magalí de me pas destorbar. Es brava. La sènte que tiba l’ausidor detràs la pòrta, mai dintrarà pas. Me pènse: ièr passat lo simptòma primier. Ièr lo descadenament de la malautiá. Lei tancas que petan, e, dins lo desfaut complet de contraròtle, un ieu que se gonfIa, que s’espandís. Davant lo çap, aviáu paur, aviáu vergonha. Mai ara vergonha e paur an passat. Demòra una atencion extrèma au fenomèn. Pòde rèn faire mai que de gueirar lo retom dau mau. Es que deve dire un mau? Es evidènt qu’en escrivènt, dins l’expansion de ma signatura qu’ocupa la darriera pagina de mon sèmbla-rapòrt, esprovave mai de voluptat que de mau. Un mètge parlariá d’una mena d’autò-erotisme. Neciesa! Se lo païs tan grand cap dins ieu, en me satisfasènt de ieu calenhe pas mon païs? Un psiquiatre me vendriá de paranoiac. Paura sciéncia! Se lo mirau es comolat de mon image, ont es la diferéncia entre ieu e l’univèrs ?

La nuech tomba. Lo sorne es a velar tot lo salon en partènt dei cantons. Me vese pas tan bèn dins lo mirau. Mai me sèmbla que mon image grandís. Es que finirà, abans que lo negre l’aga cavat, lo mirau, pèr me prene tota la cara dins tot son ample, e rèn que la cara? Ai coma un fremin, una petelega dins lei mans crespadas sus lei braç dau fautuelh. Sènte que passe ma rara. E se la passe, de verai, aquò s’aplantarà pas. Tot l’univèrs, òc, me l’acaptarai dins aquel ieu, un ieu d’immènsei delícias. Cu diriá, fin finala, qu’aquò pòt pas èstre!





NOTA

La literatura d’òc, se debanaa abo una continuitat de tradicion, bèla en alternant d’eslanç e d’estagnacions da l’etat trobadòrica al jorn d’encuei, a partir da l’après-guèrra a conoissut un’ulteriora “renaissença”. En se destachant da las convencions d’aüra enlai deterioraas dal Felibrisme, lhi eretiers de Mistral an trobat de nòvas mesuras e un nòu respir, en aviant un procès de reapropriacion de la lenga e de la cultura que a menat puei, dins lo darrier decènni, a un’explosion de la consciença occitana que despassa lo plan estrechament literari.

Robert Lafont, naissut a Nimes dins lo 1923, professor de Linguística romànica (Lenga e Literatura occitana) a l’universitat Paul Valéry de Montpelhièr, se plaça entre lhi majors artisans d’aquela empresa, tant per son importanta produccion d’escriveire que per lo vigilant e variat exercici de crític e sagista. Son occitanisme es lo pivòt de un’activitat menaa dins mai d’un sector, ente Lafont s’empausa per son estatura. Ren a cas Emmanuel Le Loy Ladurie, en recensent su “Le Monde” un de si darriers trabalhs (La revendication occitane, Flammarion 1974), lo definia en badinant “Blancaneu e lhi sèt nanes”, en volent rénder parelh l’emèrger de sa personalitat al metz di autri operators de la lenga d’òc e bèla al defòra d’aquesta. En liant sa vòutz a la causa occitana, Lafont n’a imitat inconsciament lo resson, en se negant un’udiença que poleria èsser ben pus vasta de la totun consistenta atencion de crítica e públic qu’entorna si escrichs en francés. Es en efèct en francés que sovent s’exprim sa lúcida intelligença crítica, dins una seria de volums que constituïsson autant d’intervents fondamentals: dins lo champ literari (Mistral ou l’illusion, Plon 1954; Renaissance du Sud. Essai sur la littérature occitane au temps de Henri IV,Gallimard 1970; d’antologias e anàlisis di trobadors, de la poesia occitana de l’etat baròca, etc.), linguístic (La phrase occitane, P.U.F. 1967; Introduction à l’analyse textuelle, Larousse 1976; Le travail et la langue, Flammarion 1978), estòric (Sur la France, Gallimard 1968), socio-econòmic (La révolution régionaliste, ivi 1967; Décoloniser en France. Les régions face à l’Europe, ivi 1971).

Mas es en lenga d’òc que Robert Lafont s’exprim coma poèta (Paraulas au vièlh silènci, 1945; Dire, 1957; Pausa cerdana, 1962; L’ora, 1963; Aire liure, 1974); coma autor de nombrosas comèdias, mai d’un bòt representaas da de companhias teatralas occitanas, o transmesas per radio e portaas decò sus las scènas francesas (se senhalon Lo Pescar de la Sépia, 1958; La Loba, 1959; Ramon VII, 1967; Dom Esquichote, 1973; Lei cascavèus, 1977; sensa comptar las sèt pièces reculhias dins Teatre claus, 1969); enfin coma romancier (Vida de Joan Larsinhac, 1951; Li camins de la saba, 1965; Li Maires d’anguilas, 1966; Tè tu tè ieu, 1968; L’icòna dins l’iscla, 1971; en preparacion: La Fèsta).

Es impossible sintetizar dins pauc d’espaci la temàtica e las características de un’òbra tan vasta e variaa e totun resua da una profonda fòrça unitària. Temptarei de ne’n donar una definicion a travèrs lo darrier produch narratiu dal recuelh de còntes La primièra persona (Lyon, Fédérop, 1978), d’ente son trachs, per gentila concession de l’autor, lhi tres que aicí publiquem. La clau onírica-fantàstica exclui pas de precisas referenças a la realitat occitana actuala (en aquel cas, la “colonizacion” torística de la França meridionala, abo de manipòlis dessot lhi apalts d’òbras públicas e las relativas expropriacions); mas lhi fantasmas proliferants da la densitat dal real se desvolopon dins lo luec explicitat dal títol, la premiera persona (ren autobiogràfica, e que al contrari signífica lo refús de l’autobiografia). Aquela experiença narrativa s’acòrda abo la construccion d’una linguística materialista, la praxématique, operaa da Lafont dins Le travail et la langue, e se fonda sus l’evidença-exigença dell’iu, a l’entorn dal qual se organiza lo foncionament linguístic. Lo pronom de premiera persona, enstrument de la constitucion de l’individu en subjèct, es lo cordon ombelical que lia la logosfèra al mond objectiu e ne’n consent la representacion; lo lengatge es al centre de l’experiença dal mond, sal lengatge se fonda la certessa de la realitat. Lafont retròba parelh, sus un autre plan, lo premier postulat de son experiença poètica: la lenga d’òc coma clau d’expression e donc de possession de l’iu e dal real (“Lo sol poder es que de dire”). Mas dins la “Primièra persona” l’iu que parla instaura entre el e son discors una distança, o ben un irònic destachament que benlèu es ren qu’un meian d’esconjurar lo desastre e lo terror. De fach dins lo talh brèu, dins la compacta tengua compositiva d’aquesti còntes se condensa una problemàtica que condensa qu’enviest la crisi d’identitt dal locutor, l’exsplosion dins la dimension onírica d’un contèxt estòric-cultural sufèrt, lo genocidi d’un país e d’una lenga.

L’assompcion de l’occitan establís un principi e un airal de resistença. Aquela lenga tuaa e jamai mòrta es lo luec d’un logos ente se jua la mesa en question di universals linguístics, e donc di livèls assiològics entre las lengas, e ente s’experimenta e s’afèrma la capacitat de dir la pus modèrna ubertura sus las nòvas realitats que prèsson per se dir.


Nòta de Fausta Garavini, tiraa da la revista “L’Albero”, n.60,

1978 (Edizioni Milella)

Trad. en occitan: Peyre Anghilante